Nulla. Solo un mite spazio grigio-azzurro dai riflessi opalini, sovrastato da vapori biancastri, piallato così regolarmente dal vento che potrei veder emergere il naso di un tricheco a un miglio di distanza. Eccola la finestra che s'è aperta nel Polo con la grande febbre della Terra. Mai così visibile come ora, mai come da questo punto, l'ultima Thule, il promontorio più settentrionale della terraferma americana.

Qui pochi anni fa, anche in questi giorni di fine estate, la linea della banchisa non spariva mai dall'orizzonte, era sempre visibile prima che cominciasse la sua implacabile manovra a tenaglia verso il continente.
Il gelo era sempre lì, pronto a richiudersi. Se il tempo peggiorava, capitava che nella prima metà di settembre le baleniere ritardatarie naufragassero a poca distanza dalla riva in un'apocalittica collisione di ghiacci. Ora è tutto finito. Il mare si ricompatta sempre più tardi, in modo sempre meno prevedibile, e agli uomini della stazione scientifica polare che svernano in questo villaggio sperduto non resta che monitorare, più che una silenziosa ritirata, una fuga precipitosa. Duecento, trecento, quasi trecentocinquanta chilometri in pochi anni.
***

Ma la nostra storia comincia altrove, molto più a Ovest, sullo stretto di Bering, alle sette del mattino, in un freddissimo giorno di vento forte da Ovest. Inizia con un'alba svogliata che si fa strada agli antipodi del mio mondo, aprendo squarci blu come bolle d'inchiostro dentro una banchisa di nubi ferme, simili a una coperta funebre. È quello il Finis-terrae da cui parte il nostro viaggio ai margini del Polo che si scioglie fino al mitico Passaggio a Nordovest. Alle spalle c'è l'Alaska - penisola di Seward - punto estremo delle Americhe. Davanti, oltre la luce intermittente di un faro, la Siberia ancora immersa nella notte. A Sud il Pacifico, l'acqua di mezzo planisfero terrestre che imbocca con spaventose correnti il varco di cinquanta miglia che lo separa dal Mare artico.

Il Polo è diventato circumnavigabile dopo centomila anni, i ghiacci si sciolgono, da qualche giorno - e forse solo per qualche istante - il Passaggio a Nordest e quello a Nordovest si sono aperti in simultanea, ma è sul secondo - quello di gran lunga più difficile tra Il Canada e la Groenlandia - che s'è rotto l'ultimo diaframma. È su questo itinerario maledetto che, in un labirinto di isole e ghiacci, nell'agosto 1845 il capitano John Franklin scomparve con due grandi navi e un equipaggio di centocinquanta uomini, ed è verso quel punto che tenteremo di andare, toccando alcuni punti chiave della traversata, nell'ultimo varco di bel tempo che ancora rimane all'emisfero boreale.

Tutto si capovolge nello stretto di Bering. L'ora del tuo orologio, la notte che diventa giorno, la data che cambia agli antipodi di Greenwich. E poi la Russia che qui sta a Occidente, l'America che diventa Oriente, e l'Europa - capovolta! - che si scopre a Nord, oltre la calotta polare e le isole Svalbard, sulla rotta dei jet intercontinentali. Tutto si inverte e tutto finisce: gli oceani; il nuovo e il vecchio mondo che qui sembrano navigare come incrociatori in rotta di collisione; il passaggio a Nordest e quello a Nordovest che confluiscono, simultaneamente liberi dalla banchisa. Al primo chiarore scopro che il mare non c'è, lo stretto è coperto da un altro mare, un mare fatto di bruma, una grigia decalcomania delle superfici oceaniche che ribollono di sotto.

In mezzo a questa prateria lattiginosa, venti-trenta miglia al largo, sbucano due montagnole, come monconi di un ponte bombardato, ferme nella corrente. Le Isole Diomede, vicinissime tra loro: una russa, più grande e piatta, e una americana, più piccola e irregolare. In quel punto la nebbia s'ispessisce verso Ovest, diventa bambagia densa come il piumaggio delle oche, causa il freddo siberiano che lambisce la costa e incontra l'umido del Pacifico.

Una grande nave da carico, nera, ispida di ponteggi e sollevatori, esce da Capo Prince of Wales, fende il mare controcorrente lungo la costa alaskana, scende verso le Isole Aleutine. "Viene da Kivalina, 150 miglia a Nordest, dove sta la più grande miniera di zinco del mondo" spiega Tim, la mia guida, un tipo lungo nato sulla costa Est. "Il traffico è continuo, la ditta porta via tutto quello che può prima che quei fottuti ghiacci chiudano di nuovo gli stretti", brontola sputando semi di zucca.

Ha appena smesso di fumare, e i semi sono la sua sola consolazione. "Poi, a fine ottobre si ferma tutto. Gli Stretti chiudono baracca".

Intanto, dice con un lieve tono di commozione, arriveranno le balene. Molleranno i loro pascoli estivi nel Nord dell'Alaska, dove tutte le correnti si mescolano generando pazzesche concentrazioni di plancton, e per fine settembre doppieranno Point Hope, il promontorio giusto a settentrione della penisola di Seward, dove si possono vedere quasi sotto riva, e scenderanno controcorrente nel Pacifico. Tim sa quasi a memoria i libri di London, Konrad o Melville, e lancia al vento oscuri presagi. "Big changes are going on, amico mio", mutamenti biblici sono in corso tra gli uomini e nella natura. Poi allarga le braccia per dire che nessuno ha la minima idea di dove il clima porterà la Terra Madre.

Dura arrivare fin qui; solo l'aereo collega le Terre estreme al resto del mondo. Niente strade, niente alberghi, persino la mappa si desertifica, perde la densità di nomi in un mondo dove pure i cercatori d'oro hanno battezzato ogni rigagnolo. Ci si lascia alle spalle l'Alaska coperta di foglie gialle, immersa nella luce della placida estate indiana, e subito verso la costa il paesaggio si imbarbarisce. Vento forte, freddo, colline coperte di abeti anemici, paludi già pronte al rigelo, un terreno che sotto il metro di profondità resta un blocco ghiacciato anche d'estate. Alla fine, una brughiera nuda scende verso la costa cui s'aggrappano ispidi villaggi eschimesi, chiusi come ostriche al resto del mondo. Qua e là, basi militari - Tin City, Point Hope, Cape Lisburne - con le bandiere stellate al vento, ancora in allerta per una guerra fredda che può ricominciare.

"Posti per duri", mi ha avvertito Hajo Eicken, giovane luminare dell'università di Fairbanks che sta monitorando la febbre terrestre attraverso la fusione dei ghiacci marini. "Laggiù è illusorio muoversi senza una guida e senza essersi annunciati con anticipo alla comunità tribale. Ti ignoreranno". Difatti mi ignorano. Nei villaggi costieri tra Teller e l'aeroporto di Nome, non ottengo risposta a nessuna domanda. Buongiorno. Silenzio. Sono italiano. Silenzio. Ti guardano con gli occhi a mandorla chiusi a fessura, poi continuano a fare le loro cose.

A Singigyak, a Sinuk, stessa musica. Hajo ha ragione, per gli eskimo sono solo un ficcanaso. Niente da mangiare, un posto per dormire non esiste; devo tornare a Fairbanks in giornata. Ma la visione degli Stretti avvolti nella bruma siberiana è sufficiente a capire la partita in gioco su questo tratto di mare che potrebbe diventare il Canale di Suez di domani.
Basta un po' d'immaginazione. L'anno scorso il minimo storico dei ghiacci s'è registrato la seconda settimana di settembre.

Ora, mi ha detto sempre Eicken davanti alla mappa satellitare che radiografa ora per ora l'estensione del Polo, "questo record potrebbe essere battuto". Se è vero, lo sapremo a giorni. E se continua così, è chiaro fin d'ora che le rotte del domani, saldandosi su questo stretto oceanico, potranno far risparmiare al trasporto marittimo mondiale migliaia di miglia e milioni di barili di petrolio.

L'accesso alle acque polari è largo sull'Atlantico, occupa tutto lo spazio tra Groenlandia e Scandinavia, e non genera bagarre tra le nazioni. Qui, invece, dove il varco è minimale, si concentrano enormi conflitti di interessi. Russia e Canada, i due grandi Paesi con coste artiche, hanno in mano le chiavi delle due rotte circumpolari, e gli Stati Uniti sono nervosi per il fatto di dover dipendere dalle compiacenza altrui. Nervosi soprattutto col Canada, che ha avuto l'ardire di ispezionare navi americane in transito, e nel 2005 ha subito per ritorsione lo smacco di vedersi passare sotto il naso sommergibili Usa in acque artiche di sua competenza. Passaggio ovviamente non annunciato. È qui in Alaska, più che in Texas, che si misura la fame energetica americana.

Qui, in uno stato al settanta per cento repubblicano che spazzerebbe via orsi polari, balene, renne e foche per un solo barile di petrolio in più. "Drill, drill, drill!", Trivella, trivella, trivella, è stato il grido delle truppe repubblicane alla convention di Saint Louis che ha incoronato, accanto al candidato presidente John McCain, la sua vice Sarah Palin, governatrice dello stato più settentrionale degli Usa. Era un grido che partiva dalle compagnie petrolifere che lavorano in Alaska, e ovviamente aspettano la liquefazione dei Poli per mettere le mani sulle ultime risorse.

Non è ambientalista l'Alaska, e i democratici lo sanno bene. "We are terrified by her", siamo terrorizzati da questa donna, dichiarano ai giornali locali i pochi partigiani di Obama. Gli orsi polari stanno sparendo, ma la signora Palin ha fatto recentemente ricorso contro la decisione federale di schedarli come specie a rischio di estinzione. Motivo non detto: la tutela della vita animale limiterebbe la libertà dei trivellatori. "La sua filosofia è tagliare, uccidere, scavare e trivellare", parola di John Toppenberg, direttore dell'Alaska Wildlife Alliance.

In Mediterraneo la fine dell'estate genera dolci malinconie. Qui ti squarcia l'anima di angoscia. Nelle terre estreme dello spazio iperboreo la discesa del sole s'accompagna a una grande fuga che ti fa sentire l'ultimo sopravvissuto di una catastrofe nucleare. Partono i pensionati verso la Florida, partono i turisti; i cacciatori e i pescatori tengono duro ancora due-tre settimane al massimo, per sparire anch'essi alla prima tempesta di neve. Ma se ne vanno soprattutto i migratori.

Sulle brughiere che fanno da scenario alle correnti oceaniche di Bering la smobilitazione è già iniziata. Il cielo è segnato ovunque da squadriglie di oche, anatre, gru, e Sand Pipers (bestiole trampoliere dal becco lungo a canna di flauto, di cui non trovo il nome italiano) che vanno in formazione verso il Sudovest dell'Asia e il Sudest dell'America. Alcuni dall'Alaska vanno fino in Australia e altri dalla Siberia tagliano verso il Texas, costruendo sul cielo di Bering delle grandi "X" con l'incrocio delle loro rotte transoceaniche.

Vanno e ti strappano il cuore, mentre il freddo comincia e la linea bianca dei ghiacci si prepara a invertire il suo movimento tornando a Sud. Gli stretti non hanno mai fermato gli animali. Orsi, foche, leviatani, narvali e orche marine vanno dove vogliono. Un tempo passò anche l'uomo, se è vero che gli eskimesi alaskani arrivarono dal Nord della Siberia e hanno le stesse fattezze rotonde dei loro cugini in terra russa. Così, almeno, appurò la mitica spedizione del norvegese Rasmussen nell'anno del Signore 1925. E poi le correnti. Non avete idea di cosa succede qua sotto. Il Pacifico comincia a correre verso Nord - per una questione di scarsa salinità - già all'altezza della penisola di Kamchatka, quella specie di zoccolo, grande come l'Italia, un posto pieno di vulcani che sulla mappa fa sembrare l'Eurasia una strana mucca che scalcia. Quando arriva al lungo arcipelago delle Aleutine - la coda della spina dorsale americana - la corsa è tale che tra un'isola e l'altra il mare s'ingolfa creando uno scalino di mezzo metro. "Anche se l'acqua fosse calda non potresti nuotare" ti dicono gli oceanografi.

Una volta sullo stretto, il Pacifico diventa una carica di cavalleria, un fiume incontenibile, con punte di settanta chilometri al giorno. Anche lì, con il satellite vedi perfettamente cosa succede. Acqua marrone sulla costa, per i sedimenti dello Yukon. Acqua blu-notte tra le Isole Diomede e la costa americana, a indicare il canale d'uscita dell'oceano più grande del mondo.
Dopo, succede di tutto. Fiumi e fiumi sottomarini che vanno attorno al Polo, la profondità diverse, senza mescolarsi, per migliaia di chilometri. E intanto ecco che una corrente atlantica, dopo aver circumnavigato il Polo in senso orario a partire dalle Svalbard, ha una forza tale che è capace di arrivare fino allo stretto di Davis, in zona Passaggio a Nordovest, per riemergere nei pressi della Groenlandia. Così accade che sulla costa Nord dell'Alaska ci sia acqua del Pacifico in superficie e acqua dell'Atlantico in profondità.

Meraviglie, equilibri insondabili, con la vita animale che non fa che seguire la traccia dell'enorme mestolo capace di mettere in movimento tutto questo.
Anche il ghiaccio, qui intorno, subisce mutazioni stupefacenti. Non diventa banchisa piatta, non riesce a creare le infiorescenze e le trame sottili con cui comincia a consolidarsi nelle acque più ferme. Non avanza nemmeno, come un fronte. Si accumula, invece, rabbiosamente: con tempeste, nevicate, agglomerazioni tondeggianti dette "pancakes" che poi riempiono gli interstizi con altro ghiaccio mobile. Alla fine tutto si salda, e Bering diventa teoricamente percorribile a piedi. Ogni tanto c'è qualche pazzo che ci prova, e scompare nella tormenta, per via delle tremende spinte sottostanti che spaccano tutto, sollevando lastre di ghiaccio come pietre tombali in un cimitero abbandonato.

Ma il ghiaccio dov'è? Dov'è la bianca signora, la fatamorgana che arretra a Nord? A quanti chilometri dalla costa sta la linea del fronte del Polo? Trecento, dicono i satelliti, ma il gioco delle correnti fa sì che, a Nordovest dell'ultimo Finis Terrae americano, un promontorio di gelo arrivi a cento, forse ottanta chilometri dalla costa. Per vederlo c'è solo l'aereo e il rompighiaccio, se il tempo lo permette. E per questo che la nostra seconda tappa è quassù a Barrow, dove finisce il Passaggio a Nordovest.

Ma attenzione. Settembre resta una stagione infida, Nessuna nave oggi si allontanerebbe dalla costa, anche se è ora che i ghiacci raggiungono, teoricamente, la minima estensione. Già a metà agosto il gelo può arrivare in un lampo, il tempo diventa dannatamente imprevedibile. E poi, ti dice chi conosce l'Artico, non c'è satellite al mondo che sappia segnalare i ghiacci vaganti, specie se semisommersi. La circumnavigabilità può essere anche una questione di minuti. A queste latitudini non esiste che l'aeroplano, ma anche quello diventa un terno al lotto se comincia la neve.

La giornata di Bering è finita. Arrivo all'aeroporto di Nome, sulla costa Sudovest, infreddolito come un mendicante, in pieno sballo da fuso orario e con una fame da morire. Chiuso nella giacca a vento, ho nella pancia solo quattro chips prese da un distributore automatico. "Lei è italiano?" mi chiede sconvolta un'eskimese bella tondetta al tavolo del check-in.

Capisco che spera che non sia vero, ma ammetto a malincuore la provenienza. Questo la getta ancor più nello sconforto. Ripete: "Italia, Venezia, Roma...", poi mi guarda a bocca aperta e chiede, sconsolata: "Ma lei perché viene qui?". Non riesce a capire cosa spinga tra i ghiacci un figlio del sole.


Da quando la banchisa si è allontanata dalla costa, Nuvuk ha dovuto convivere con gli orsi. Orsi bianchi, s'intende, che non vanno mai in letargo; armadi ambulanti pronti a divorarsi un uomo. Le tribù Inuit di qui l'hanno imparato velocemente, perché li conoscono da sempre. Succede che Nuvuk è il villaggio più settentrionale degli Stati Uniti e, in assenza delle loro comode piattaforme da caccia in mare, i bestioni hanno invaso la terraferma, con l'odore del cibo che li attira fatalmente verso l'abitato.

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Per capire, basta ascoltare la radio. Non c'è mattina che non si senta un bollettino-orsi, spesso con aggiornamenti in serata sullo spostamento dei medesimi. Sulle lunghezze d'onda dell'Artico sentirete lo stato d'assedio più surreale che si possa immaginare. "Segnalato un orso nei dintorni del grocery store in zona aeroporto..."; "Attenzione a ovest del City Hall avvistato un adulto pericoloso nella zona delle paludi..."; "Carcassa di balena spiaggiata a Nordest di Browerville, un branco di sette orsi la sta divorando, restare a distanza prudenziale...".

Qui, al mattino, nessuna madre sensata lascerebbe andare a scuola i figli senza avere sentito la radio. Ma anche così nessuno si fida: i genitori si tengono i bambini sempre appresso, a bordo di robusti scooter a quattro ruote, che sfrecciano ovunque con gran polverone. "Attento agli orsi", mi hanno detto due indigeni vedendomi girare da solo. Scherzavano, ma mica tanto.

Ovviamente, vietato allontanarsi a piedi senza un fucile. E non dev'essere nemmeno un fucile qualunque. Con gli orsi bianchi, per fermarli, hai bisogno di un cannone a proiettili esplosivi. Se non gli apri un buco nella pancia non smettono di caricare. Dappertutto, nei posti pubblici, hai cartelli che dicono cosa fare "nel caso che". Primo, stai sempre in guardia. Secondo, stai lontano dal cibo. Terzo, portati un'arma. Quarto, non metterti tra una mamma e i suoi cuccioli. Quinto, se si avvicina non correre, e cerca di sembrare più alto agitando la tua giacca sopra la testa. Parola del servizio orsi, telefonare al 907.852611.

L'altra sera, tornando a casa completamente solo, sentivo solo lo scalpiccio delle mie scarpe sulla ghiaia e la paura dell'orso mi ha preso. Quella cosa bianca come un fantasma, enorme e metafisica, era entrata in me. A ogni angolo sentivo che potevo trovarmelo di fronte e cercavo istintivamente (e inutilmente) un posto dove arrampicarmi. Nuvuk è un posto estremo, uno dei posti della Terra dove, come Murmansk e Kirkenes nel Nord della Scandinavia, puoi sentire il Polo quasi dall'odore.

Arrivo qui e trovo subito vento forte, nubi basse che rotolano sulla tundra, una pioggia gelata che punge le guance come aghi. Il paese è fatto dall'aeroporto con accanto un reticolo di case alla buona, strade rotte dal gelo e acquitrini coperti d'erba rossastra. Poi una spiaggia funebre, di ghiaia color antracite, disseminata di ossa di balena, con dietro uno spazio sterminato, dalla nudità mongolica, vuoto di tutto tranne che d'acqua, che ristagna in superficie con migliaia di laghi. Davanti, il nulla. Fino al Polo, solo mare aperto. Milleottocento chilometri senza barriere, arcipelaghi, isole.

Nuvuk, in inglese Barrow, è un villaggio eschimese di cacciatori di balene, forse il più antico del Nordamerica assieme a quello, poco distante, di Point Hope. Il fronte della banchisa è da qualche parte al largo - a trecento miglia dicono i satelliti - e nessuno sa quanto velocemente si avvicinerà alla costa quando la temperatura precipiterà a meno quaranta e oltre. D'estate il ghiaccio arretra, certo. Ma d'inverno - lo dicono sempre i satelliti - il freddo e l'estensione dei ghiacci sono ancora quelli di una volta. Intanto il paese con le sue tremila anime aspetta le tempeste d'autunno e la notte del solstizio, che qui durerà ottantotto giorni di fila.

"Vai a Barrow - mi ha esortato l'oceanografo Tom Weingartner dell'università di Fairbanks mostrando i diagrammi della calotta polare in zona alascana - è un punto-chiave per misurare il nuovo clima". L'ultima volta che il ghiaccio ha toccato questa costa in tempo d'estate è stato nel 1994. Da allora la banchisa non ha fatto che arretrare nella bella stagione. La conferma è arrivata subito. A casa degli Elbert, la famiglia che mi ospita, trovo un grosso libro dal titolo "Balene, ghiaccio e uomini", che mostra stampe e foto di velieri stritolati dai ghiacci in questa stessa stagione, inizio settembre; e ciò in anni in cui la banchisa era stabilmente più vicina alla costa. Scene, mi avvertono, inimmaginabili oggi.

Qui era l'ultima tenaglia tra la costa e i ghiacci, ed è qui che un secolo fa Roald Amundsen capì di aver compiuto il Passaggio a Nordovest. Dopo l'arcipelago a Nord del Canada, per completare la strada al norvegese non restava che arrivare a questo punto, dove la rotta l'avrebbe portato a Sudest in acque più sicure, fino allo stretto di Bering. Il lungo tratto di costa quasi rettilinea tra la foce del MacKenzie e questo solitario promontorio era l'ultima incognita. Per passare, Amundsen aveva davanti un interminabile e strettissimo canale tra i ghiacci e il continente, un sandwich che poteva richiudersi in ogni momento, ma ne venne fuori grazie alla fortuna e al bel tempo.

Che posto. Altro che New Bedford e Nantucket. Lì non è rimasto più niente delle storie narrate da Melville. Se volete svernare in rudi taverne d'angiporto e incontrarvi gente drogata dal Polo, farvi servire al bancone una tortilla dalla settantenne Fran Tate, ex attrice ancora fru-fru con un enorme fiocco bianco in cima ai capelli, se volete incontrare ramponieri e capitani pieni di storie da raccontare, allora dovete venire a Nuvuk, dove la caccia alla balena si svolge ancora, con la partecipazione di tutto il paese, a maggio e a fine settembre. Per capirlo basta farsi un giretto e guardare cosa gli eschimesi lasciano fuori dalle loro case.

Vertebre di balena, pinne caudali accatastate accanto a copertoni, barili di petrolio e slitte di legno deformate dal gelo; rostri, pesanti come piombo, accanto a jeep dalle gomme sgonfie; mascelle gigantesche e costole grandi come due uomini adulti abbandonate all'aperto fra marmitte arrugginite e resti di motoslitte. Enormi scheletri di pinne caudali, cioè di zampe posteriori, giacciono impolverati nei cortili tra topolini muschiati e lemming - specie di scoiattoli rossastri a coda corta - che ti passano tra i pedi come saette.

E poi teste cornute di caribù, lasciate a frollare al vento e alla pioggia, ti guardano con l'occhio spento tra le costole di barche in disuso; e poi ancora pelli di lupo accatastate, carne appesa a stagionare su ganci in cima ai tetti accanto alle antenne paraboliche; accanto alle porte, stinchi di non so che animale, cui è stata appena spellata la bistecca. E radici di alberi portati dalle correnti del Pacifico, l'unico legname che esiste in questo mondo senza vegetazione; radici venute da chissaddove, Honolulu, Patagonia, California, Cina.

Davanti agli uffici pubblici l'esposizione dei trofei è solo abbellita da scritte e piedistalli. Per il resto, una modernità divorata dal tempo convive disinvoltamente con questa biblica rappresentazione dell'eterno. Qui, dove non cresce niente e la caccia e la pesca sono l'unica risorsa, gli animali - in prima fila la balena - diventano simboli e totem. Le loro ossa sono state per millenni anche l'unico materiale edilizio. Quindi le carcasse vanno esposte, non nascoste come farebbero gli "yankee", che ci leggono solo macelleria.

A prima vista, Barrow sembra prendere sotto gamba il mare più pericoloso del mondo. L'argine sulla riva è ridicolo, tre metri appena, fatto di sacchi di ghiaia. Cosa succederà con le tempeste e i ghiacci, si chiede il visitatore. Il fatto è che i ghiacci, una volta stabilmente insediati sopra la massa marina, la comprimono, spegnendo la forza di propagazione delle onde. Una coperta stabile di ghiaccio è essenziale come riparo contro le buriane costiere. Per questo l'inverno, a queste latitudini, è paradossalmente, una stagione nettamente meno pericolosa dell'autunno, quando i ghiacci vanno in collisione e possono schiacciare qualsiasi cosa che galleggia.

Finora è stato così. Finora... Chissà quando sarà visibile la bianca fatamorgana in fondo all'orizzonte. Passo lunghi minuti sulla spiaggia davanti al Browers Caffè, dove hanno piantato enormi costole di balena a mo' di monumento, e guardo al largo per immaginare quel momento; che arriva, dicono, sempre di sorpresa.

Qui capita di andare a dormire in una sera brumosa di pioggia e la mattina il termometro è a meno venti, poi davanti appare una stratificazione orizzontale con tutte le tonalità del grigio. Mare, nebbia, nubi, riflesso pallido del sole. In mezzo, una linea bianca. I ghiacci. In dieci minuti passi dagli zero gradi al pack; e la gente, che lo sa, non esce mai di casa senza vestiti caldi di riserva, guanti grossi, cappello di pelliccia. "Arctic is a wild place", l'Artico è un posto selvaggio, ammoniscono. E tu ti chiedi cosa sarà a meno cinquanta.


"Il mio bisnonno disse a mio padre: ragazzo, un giorno l'Alaska diverrà Hawaii e le Hawaii diverranno Alaska. Il mondo si rovescerà, il freddo diventerà caldo e il caldo diventerà freddo. Il vecchio sapeva quello che diceva, perché così raccontavano i suoi antenati da generazioni. Ma mai avrebbe pensato che sarebbe toccato a suo pronipote vedere una cosa simile. Invece è successo. Sta succedendo. Ora, qui, davanti ai miei occhi".

Nevica a poche ore dalla partenza per il Canada e il passaggio a Nord-Ovest; dal Mar Glaciale Artico un sipario umido è sceso sulla tundra nuda e senza ripari, enormi spartineve hanno già acceso i motori sulla pista dell'aeroporto, ma Henry Kignak, 46 anni e sette figli, capitano baleniere sulla costa più settentrionale del Nord America non si fa impressionare da quello che considera un temporaneo incrudimento del clima. Guarda fuori dal garage pieno di arpioni e teschi di tricheco, stringe gli occhi a mandorla e sorride. Sorridono sempre i popoli artici, anche di fronte alle catastrofi. È il loro modo di arrendersi a una natura più forte.

"Settembre... la mia famiglia ha generazioni di balenieri alle spalle, e so che per i miei vecchi questo era già un mese freddissimo, la caccia non iniziava mai più tardi di questi giorni... ora invece cominciamo ai primi di ottobre perché le balene restano sempre più a lungo e il mare è sempre più tiepido". Ma il mestiere continua, ci tiene a dirlo, sempre con le stesse regole, è un rito che si perpetua per garantire la continuità del mondo. Le balene ci sono, anzi, negli ultimi anni sono aumentate, ne sono passate dodicimila nell'ultima stagione, e capitan Kignak continua a prendere il timone ogni primavera e autunno.

Gli uomini del nord Alaska affrontano i leviatani con dei gusci di noce. Una scialuppa di legno - 6 metri per 1,20! - coperta di pelle di foca nel mese di maggio, quando la banchisa è ancora attaccata alla terraferma e la barca deve essere spinta per miglia fino in mare aperto; e un piccolo motoscafo a settembre-ottobre con a bordo sei persone al massimo, un ramponiere, quattro uomini per le manovre e lui, il capitano; "whaling captain" Kignak.

Henry accarezza il rampone, lo impugna, sale sulla barca, mostra come si affonda nella nuca della balena, scende, lo smonta, ne estrae l'arpione e il percussore che con una piccola carica spara il colpo fatale. "Amo tutto questo, me l'hanno insegnato e io lo insegno ai miei figli, anche loro saranno capitani, anche loro dovranno svegliare i loro uomini nel grande momento, quando tutto il villaggio scende a mare "Hurry up! Hurry up!"... e poi via in mare aperto... ah, la caccia primaverile è magnifica, si sta al largo per quindici giorni senza quasi dormire, sempre su quella barchetta, con una tendina per assopirsi ogni tanto su un banco di ghiaccio... amico mio, qui non si torna a riva senza la preda".

Ha figlie bellissime capitan Kignak, cinque femmine occhi nerissimi e capelli color ebano e bronzo lunghi fino alla vita, e sua moglie dice che cinque è il numero giusto: cinque cuoche per la carne di balena e tricheco, così i maschi possono fare il capitano e il ramponiere. Le donne del grande nord possiedono una femminilità quieta e un'astuzia imbattibile, qualità entrambe necessarie a coabitare con questa razza di maschi cacciatori. "Anche mio padre - dice lei - era un capitano e ha ucciso trentasei balene, poi si è fermato. Suo padre era arrivato a trentacinque e a lui è bastato superarlo di una".

È arrivato il tempo di partire, regalo un mio vecchio berretto di lana al capitano ricevendo in cambio un portachiavi di pelo di orso bianco, e corro in aeroporto in un turbinio di neve. Aeroporto, si fa per dire: arrivi e partenze dell'unico aereo da e per il resto del mondo concentrano le operazioni passeggeri in un'unica stanza surriscaldata di 20 metri per 20, stipata di personaggi rudi, vestiti alla buona, di stazza superiore alla media. Cacciatori, pescatori, balenieri, viaggiatori di terre estreme. L'aereo è metà cargo e metà passeggeri, dalla stiva escono su un nastro trasportatore tonnellate di verdura fresca per le navi rompighiaccio in missione al largo.

Mi trovo nell'ultima fila del sedile di mezzo, schiacciato fra un tipo gigantesco di almeno due quintali che si addormenta all'istante, e un anziano e grintoso geofisico israeliano di nome John Kroll, che comincia a raccontarmi aneddoti sulla sua vita in mare tra gli iceberg. Negli anni Sessanta, quando ancora il Polo non si scioglieva, ha navigato per tredici mesi e mezzo a bordo di una delle isole di ghiaccio più grandi della terra, Fletchers Ice Island si chiamava, sulla quale gli americani avevano impiantato una base dell'Air Force, e che poi si sciolse negli anni Ottanta disperdendo in mare centinaia di tonnellate di equipaggiamenti e migliaia di barili di petrolio. L'uomo giusto, penso, con la memoria lunga necessaria a capire il riscaldamento climatico.

Gli chiedo cosa pensa di quello che succede. Lui: "Semplice, il pack si è ridotto della metà. Meno esteso d'estate e meno profondo d'inverno. Il ghiaccio vecchio sta scomparendo, tende a rimanere solo quello nuovo. Ormai si naviga dappertutto. Le navi con il gas siberiano attrezzate per i ghiacci, si spostano anche d'inverno tra le foci del fiume Ob e il Mar Bianco. Le navi da crociera sbarcano migliaia di turisti in Groenlandia, si infilano nel passaggio a Nord-Ovest. E le Isole Svalbard stanno diventando le Canarie".
Le Svalbard le Canarie! Ma non è la stessa cosa che ha detto il baleniere a proposito dell'Alaska e delle Hawaii? È impressionante come nei grandi eventi la memoria leggendaria di un popolo e la ricerca possano arrivare alle stesse conclusioni. Gli eschimesi ci arrivano col mito dell'eterno ritorno, la visione ciclica della vita per cui tutto ricomincia da capo, al freddo deve succedere il caldo e al caldo è destinato fatalmente a succedere il freddo. Gli scienziati ci arrivano attraverso l'osservazione, ma la differenza non è poi tanta, sorride Kroll: "Un aneddoto diventa una storia, ma tre aneddoti sono una teoria scientifica". Davvero il caldo si sposta a nord? "Certamente - risponde l'israeliano - l'energia solare dell'Artico è diventata più forte di quella dei Tropici. Con il sole stai in camicia anche al Polo".

E intanto, mentre la leggenda eschimese delle Hawaii trova autorevole e illuminata conferma, l'aereo atterra a Prudhoe Bay, uno dei campi petroliferi più a nord del mondo, per riempirsi di personaggi ancora più estremi, muscolosi, tatuati e iperattivi dai colli taurini talvolta addirittura più larghi della testa. Il gigante accanto a me s'è svegliato e anche lui comincia a raccontare. Una vita in villaggi fuori mano a fare tutti i mestieri. Ora viene da Kaktovik, uno degli ultimi paesi prima della costa canadese sull'Artico, in acque più fredde in queste ore è già iniziata la caccia alla balena. Conferma che la febbre della terra è entrata anche nella sua vita. Racconta degli orsi bruni, i grizzly, che a causa del caldo si spingono sempre più a nord e cacciano dalla costa gli orsi bianchi, i quali a loro volta, per lo sciogliersi dei ghiacci, vedono ridursi giorno per giorno i loro territori di caccia. "Gli orsi bianchi sono feroci - ride - ma le assicuro che l'orso bruno è molto peggio".

A Fairbanks non c'è ombra di neve, i colori sono ancora quelli di fine estate; sembra che la stagione voglia spremere dal paesaggio tutti i possibili languori della stagione: il giallo oro delle foglie di betulla, il rosso delle brughiere, il blu dei laghi, il bianco del monte MacKinley sullo sfondo. Un nuovo passeggero sostituisce il gigante e mi racconta che i migratori non sono ancora partiti da lì, sono già in ritardo di dieci giorni sul 2007. Due notti prima c'è stata un'aurora boreale fuori stagione, con verdi festoni nel cielo stellato, e proprio quel mattino l'alba ha fatto esplodere nel cielo colori caraibici dall'arancio al violetto.

Bisogna scendere maledettamente a sud, fino a Seattle, per poter poi risalire nel cuore artico del Canada, e a Seattle la fauna aeroportuale cambia di nuovo, drammaticamente. Spariscono i cacciatori, i "trappers" con i loro zaini giganteschi, ed entrano in scena le truppe metropolitane con le loro donne iper-eccitate dalla voce nasale, le loro arie condizionate e i loro sprechi di ogni tipo. Tutto quello che distrugge l'Artico ce l'ho improvvisamente davanti, tra il Pacifico e le Montagne rocciose, nell'ultimo west americano.

Da qui, tempeste di neve permettendo, saliremo a settentrione verso il punto più segreto del passaggio a Nord-Ovest, l'isola di re William dove Roald Amundsen si fermò per due inverni dopo aver superato la parte più difficile dell'arcipelago canadese. Accadde in un porto degli Inuit che fu battezzato "Gjoa", come la piccola nave dell'esploratore scandinavo. È lì il "diaframma", il punto - chiave dove il nuovo clima ha definitivamente aperto la circumnavigazione polare. Imbarcandoci, su un giornale troviamo un'ultima notizia: "I ghiacci della California stanno crescendo". L'ultima conferma che l'eschimese aveva ragione.


 





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