Come accade purtroppo spesso, quando la politica italiana varca iconfini nazionali per arrivare in Europa sembra perdere ogni nesso traquello che annuncia e quello che fa. È successo anche ieri aLussemburgo, dove al consiglio dei ministri dell'Ambiente il governoitaliano ha dovuto affrontare il primo scontro concreto con laCommissione e con la presidenza francese sul pacchetto clima, chedovrebbe essere approvato al vertice di dicembre.

Il giorno precedente l'incontro, il ministro Matteoli avevasolennemente annunciato che Roma avrebbe chiesto di rinegoziare gliaccordi di Kyoto. Naturalmente non se ne è fatto cenno, visto anche chequello di Kyoto è un trattato internazionale firmato oltre dieci annifa e che scadrà tra tre anni. Sempre alla vigilia dell'incontro, fontidel governo avevano reso noto che l'Italia avrebbe chiesto un rinviodella decisione sul nuovo pacchetto Ue al 2009. Ma neppure di questarichiesta si è trovata traccia nei verbali del Consiglio.

Più modestamente, il ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo,entrando in riunione ha spiegato ai giornalisti che avrebbe domandato anome del governo di inserire una "clausola di revisione", che è unpreciso meccanismo legale, in modo da riaprire il negoziato sulpacchetto clima-energia alla luce di una più attenta valutazione delrapporto costi/benefici. Ma poi, al momento di entrare nella sala delleriunioni, deve essersene dimenticata perché nessuno dei ministripresenti si è accorto di una simile richiesta.

La leggera schizofrenia che circonda la politica italiana all'estero haavuto anche un consistente strascico alla fine del Consiglio. Ilministro Prestigiacomo, infatti, ha avvertito che se le richiesteitaliane non saranno accolte non sarà possibile arrivare ad un accordoal vertice di dicembre: "se non ci sarà unanimità, il pacchetto climanon sarà chiuso". Si presume che queste cose, oltre a dirle aigiornalisti, le abbia spiegate anche ai colleghi ministri. Ma questierano evidentemente distratti. Il presidente di turno, il francese JeanLouis Borloo, ha infatti dichiarato che "vi è una volontà forte deglistati membri per intensificare i lavori e arrivare un accordo sulpacchetto clima ed energia prima di fine anno", ed ha negato che suquesti temi esista un "caso Italia".


Ironicamente, il ministro svedese Andreas Carlgren, interrogato sulladura opposizione italiana, ha spiegato che "da quel che capisco, alcuniministri sono stati chiaramente più critici nelle dichiarazioni chehanno rilasciato ai loro media nazionali che nel corso delladiscussione tenutasi al Consiglio".

Al di là della sgradevole impressione che questa dicotomia tra il diree il fare dovrebbe lasciare nell'opinione pubblica, il fatto che ilgoverno italiano abbia rinunciato ai toni ultimativi è in realtà unabuona notizia. Significa infatti che le parti hanno cominciato anegoziare sul serio non sulle questioni di principio ma su concretidettagli tecnici, dove probabilmente c'è margine per strappare qualcheulteriore concessione.

Un altro positivo ritorno al principio di realtà si è avuto ieri,quando il ministro Prestigiacomo ha riconosciuto esplicitamente che,mentre l'Unione europea riuscirà a rispettare gli accordi di Kyoto,l'Italia non sarà probabilmente in grado di onorare gli impegniassunti. "Dobbiamo cominciare a pensare sul serio che, se continuiamocosì, non raggiungeremo l'obiettivo di Kyoto", ha detto il ministro. Edha ammesso che "neanche il nucleare potrà contribuire al conseguimentodell'obiettivo, perché non arriverà prima del 2012". L'unica cosa chenon ha spiegato è quanto costerà questa inadempienza agli industriali,che ora si preoccupano del futuro pacchetto europeo, e ai contribuentiitaliani.
 





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