Il business come soluzione contro il riscaldamento globale o lesoluzioni al riscaldamento globale vanno contro il business? Sembra unoscioglilingua, ma sintetizza la differenza che divide al momentol'industria italiana da buona parte di quella del resto del mondo. Sela Confindustria, spalleggiata dal governo, non perde occasione perlamentare i costi che la direttiva 20-20-20 adottata dall'Unione Europaper rispondere ai cambiamenti climatici avrebbe sul nostro sistemaeconomico, un cartello di ben 55 multinazionali ha sottoscritto ieril'appello delle Nazioni Unite affinché il prossimo anno vengano gettatele basi per il rinnovo e il rafforzamento del Protocollo di Kyoto.

A farsi portavoce di questa posizione è stato Lars Josefsson,presidente della Vattenfall, quarto maggiore fornitore di energiaelettrica in Europa. Parlando a nome del gruppo "Combat ClimateChange", un'associazione che raccoglie ben 55 multinazionali tra lequali spiccano i nomi di General Electric, Aig, Citigroup, Bp, Siemens,Hitachi, China Oil Offshore Company, Volvo, Tata Power e HewlettPackard, il numero uno del colosso svedese ha spiegato che "il businessè una soluzione contro il riscaldamento globale, per questo vogliamocreare una massa critica in vista delle conferenze Onu sul clima diPoznan (a dicembre 2008) e Copenhagen (2009)". "Malgrado la crisieconomica globale siamo molto ottimisti - ha aggiunto Josefsson - Ivertici industriali devono mostrare quella capacità di leadership e dibuon senso che manca alla politica".

Il manager non ha fatto espressamente il nome dell'Italia, ma le sueparole hanno ribadito una volta di più il grado di isolamento nel qualesi trova in questa fase il nostro paese in tema di politicheambientali. Anche il tavolo tecnico tanto invocato da Roma percontestare le cifre di Bruxelles sui costi dell'adeguamento alladirettiva 20-20-20 si è risolto infatti in un buco nell'acqua. Allafine del primo round di incontri la delegazione italiana, come haammesso il direttore generale del ministero dell'Ambiente CorradoClini, ha dovuto riconoscere la validità dei dati dell'Unione Europea.
Rispettare gli impegni di riduzione delle emissioni di CO2 e diincremento delle fonti rinnovabili e del risparmio energetico cicosterà quindi circa 12 miliardi l'anno e non di 18-25 come lamentatoda Palazzo Chigi (1,14% del Pil secondo l'Italia, 0,66% secondo laCommissione). Ciò significa che l'Italia dovrà comunque pagare unsovrapprezzo di circa il 40% rispetto agli altri stati europei, maquesto, come ha sottolineato oggi la portavoce del Commissarioall'Ambiente Stavros Dimas, non è un problema di Bruxelles, bensì diRoma che paga il suo ritardo nel settore delle rinnovabili dove sarànecessario ora "un sforzo supplementare".


 





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