A 1200 chilometri dalla costa ghiacciata e su un pianoro imbiancato di 3230 metri d’altezza c’è una macchina del tempo. La migliore.

Da questo punto del Polo Sud, dove d’inverno si crolla a -80° e d’estate non si va oltre il tepore dei -30°, proviene la «carota» di ghiaccio che ha registrato con pignoleria il clima della Terra negli ultimi 800 mila anni e impegna gli scienziati in un’odissea tra passato remoto e futuro vicino e lontano: mentre si comincia a scoprire che cosa è avvenuto prima della nascita della Storia ufficiale, si progettano modelli matematici di nuova generazione con cui prevedere come si comporterà il nostro bollente Pianeta.

Oltre 150 studiosi che hanno lanciato gli sguardi su quegli scenari si sono riuniti a Venezia e, fino a domani, incroceranno dati e ipotesi: confermano che abbiamo sporcato l’atmosfera con una quantità di inquinanti mai vista in 8 mila secoli, ma hanno anche raccolto le prove che viviamo su un sasso spaziale più inquieto di quanto siamo disposti a credere. Spiega così Carlo Barbante, professore all’Università di Venezia e dell’Istituto per la dinamica dei processi ambientali del Cnr e organizzatore del convegno «Epica 2008» (dal nome del programma multinazionale a guida europea che ha effettuato la trivellazione): «La “carota” è lunga 3200 metri, estratta in una zona dove la neve si accumula a un ritmo di 25 millimetri l’anno: ecco perché contiene informazioni uniche».

In questo freezer naturale sono intrappolati gas, metalli, polveri e pollini. Sequenze di sostanze che rivelano i cicli di quello che per molti è «Gaia» - il super-organismo globale - segnati da ere glaciali e periodi interglaciali. Otto e otto, grazie alla più profonda perforazione nel ghiaccio mai ottenuta. «Ora ci troviamo in una di queste fasi “calde” - dice Barbante -. Ha avuto inizio circa 10 mila anni fa e, facendo i paragoni con ciò che è stato, si scopre che è anomala, perché continua da molto tempo e presenta temperature stabili, come si è osservato anche dall’analisi dei sedimenti lacustri e degli anelli degli alberi».

E’ la «lunga estate», come l’ha battezzata l’archeologo americano Brian Fagan, che ha accompagnato la nascita della civiltà e che - calcolano i climatologi arrivati a Venezia - potrebbe proseguire per altri 10 mila, «a meno di perturbazioni umane, che al momento non riusciamo ancora a valutare con precisione, a cominciare dal ruolo dei gas serra e delle emissioni di CO2 ». Ma è certo che molto prima, tra 100 mila e 120 mila anni fa, si erano toccati picchi di 3-5 gradi superiori alle medie attuali (vicini, quindi, alle previsioni più fosche per il prossimo secolo di molti esperti e di tanti ecologisti), mentre alla vigilia della nostra «estate», 18-20 mila anni fa, il mondo diventò più freddo di una decina di gradi. E’ stata l’ultima glaciazione memorizzata dalla «carota antartica», la fase di 80 mila anni in cui i ghiacci mangiarono le terre e le scolpirono, colonizzando l’emisfero Nord, senza però impedire ai Neanderthaliani di muoversi per l’Europa e di cacciare mammut.

Da zero (oggi) a -800 mila anni, l’alternanza appare simile a un respiro, a volte affannato, a volte rilassato. La ciclicità - aggiunge Barbante - «consente di mettere in una giusta prospettiva i cambiamenti a cui assistiamo: se non approfondiremo i meccanismi naturali del sistema, sarà inutile continuare ad abbozzare previsioni su ciò che accadrà tra un secolo o due». I paleoclimatologi, quindi, si candidano a fornire gli strumenti di lavoro per vaticinare i nostri destini: «La verità è che alcuni modelli non riescono nemmeno a riprodurre ciò che sappiamo essere successo. Figuriamoci quale può essere l’accuratezza per il domani».

Se è certo che l’uomo non smette di allargare la sua impronta inquinante, i picchi e le voragini di temperature e di CO2 che la «carota» dispiega sui computer sono legati a leggi più grandi di noi. «Sono l’eccentricità dell’orbita terrestre, l’obliquità dell’asse, la distanza con il Sole: variano secondo periodi preordinati (ecco che torna la ciclicità), secondo fasi di 20, 40 e 100 mila anni». La sfida è costringere al dialogo le logiche spaziali (lente) e i fenomeni antropici (impetuosi): oggi, per esempio, la CO2 nell’atmosfera è schizzata a 380 parti per milione, toccando il massimo in 800 mila anni, e oscillano pericolosamente anche le concentrazioni di metano, ossidi di azoto, cloruri, solfati e nitrati e perfino dei metalli pesanti.

«Ma nella “carota” abbiamo misurato un altro dato: i flussi di ferro trasportati dalle polveri. Questo metallo è bioattivo, perché ha un ruolo fondamentale, con la luce solare, nel convertire la CO2 e alcuni nutrienti come l’azoto e il fosforo in sostanze organiche. Così, nei periodi glaciali il ferro aumenta e la pompa biologica funziona al meglio, mentre in quelli interglaciali come il nostro il processo perde di efficienza e a salire è la CO2 ».

Tracciato il quadro complessivo - conclude Barbante - è necessario indagare le altre fasi «calde»: così avremo indizi preziosi sul qui e ora. Ma, intanto, gli interrogativi si moltiplicano. Come se la sono cavata in 800 mila anni di oscillazioni violente mammiferi e ominidi? Risposta: «Abbastanza bene». E allora sopravviveremo all’aggravarsi dell’effetto serra? Risposta: «Probabilmente sì».


 





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