Il prossimo rapporto dell'Ipcc sul clima sarà un po' più semplice: previsioni a breve termine e risoluzioni maggiori per fornire informazioni spendibili da subito e predire i cambiamenti anche a livello regionale».
Sono le anticipazioni di Filippo Giorgi sul quinto rapporto dell'«International panel on climate change» - il Foro intergovernativo sul mutamento climatico - atteso entro il 2013. Giorgi è l'unico italiano nell'organo esecutivo: abruzzese, direttore della sezione «Fisica della Terra» dell'Istituto di fisica teorica di Trieste. Da un anno è Nobel per la Pace con i colleghi dell'organizzazione per aver contribuito alla comprensione del riscaldamento globale.
Intanto, i mutamenti climatici si aggravano insieme con le polemiche. «D'altra parte - spiega - stiamo affrontando qualcosa che assomiglia molto a un romanzo giallo». Le variabili in gioco sono tantissime, dall'atmosfera agli oceani, dagli habitat delle foreste a quelli delle megalopoli, fino ai fenomeni celesti, anche se i principali indagati restano due: homo sapiens e madre natura. Di sicuro, sono tantissimi gli indizi: aumento della temperatura, catastrofi ambientali, estinzioni a catena, migrazioni di animali, di virus e di batteri. Sapere con esattezza che cosa ci toccherà nel prossimo futuro è molto difficile. Ma - secondo Giorgi - possiamo lo stesso tentare di giocare d'anticipo.

Professor Giorgi, secondo molti parametri, la situazione sta peggiorando: nel 2013 in che condizioni potremmo trovarci?
«Il sistema climatico è un sistema intrinsecamente incerto. Questa complessità non rende riproducibili esperimenti che possano darci informazioni sicure sul futuro: è una caratteristica che ha suscitato critiche, ma anche rafforzato gli alibi di chi non intende affrontare un'emergenza che, per quanto complessa, è ormai sotto agli occhi di tutti».

Il riscaldamento globale è realtà. Ma, se cause ed effetti sono almeno in parte ancora imprevedibili, quali sono le soluzioni da prendere subito?
«Il problema non può che essere affrontato in maniera probabilistica. Preparandoci a scrivere il prossimo rapporto, invece di pretendere di prevedere che cosa accadrà esattamente di qui a un secolo, saremo noi a porci idealmente degli scenari, di diversa gravità. È a partire da questi che calcoleremo i provvedimenti necessari per stabilizzare le emissioni e rendere la vita compatibile con questi eventuali scenari».

Può fare un esempio?
«Immaginiamo un futuro in cui la concentrazione di anidride carbonica media nell'atmosfera sia di 450 parti per milione (mentre adesso è di 380). In base a questo dato, per esempio, possiamo calcolare come mitigare le emissioni di gas serra e adattare l'impatto delle industrie proprio in vista di questo scenario. Nei precedenti rapporti si partiva dalle emissioni attuali e si cercava di immaginare la risposta del clima. Nel prossimo, invece, si farà esattamente il contrario: postulando situazioni diverse, studieremo come non aggravarle, mantenendole in equilibrio».

Come siete arrivati a questo nuovo approccio?
«C'è stata una forte richiesta da parte dei governi di informazioni precise e immediatamente utilizzabili. Le faccio un esempio pratico. Londra sta pensando di costruire nuovi argini sul Tamigi: dato che i tempi di realizzazione di queste opere sono molto lunghi, il Comune vuole delle simulazioni su ogni eventuale scenario, di qui a 10 e 20 anni».

Se si scende a scale temporali più brevi, si può arrivare a un grado di certezze maggiori?
«Sicuramente. Al momento ci troviamo in una fase interlocutoria, ma è certo che l'enfasi che daremo al prossimo rapporto del 2013 considererà scale di qualche decade al massimo: dai 10 ai 30 anni. Non ci saranno più previsioni di lungo termine, di qui al 2100».

Cambiano gli obiettivi. Cambia anche il metodo delle indagini?
«In parte. Stiamo approntando nuove soluzioni. Abbiamo posizionato negli oceani apparecchiature chiamate "Argo floats": forniscono aggiornamenti costanti su temperatura, salinità e correnti. Gli oceani sono luoghi-chiave per la raccolta di informazioni. Si aumenterà l'accuratezza e la risoluzione dei dati a disposizione e così potremo avere previsioni su scala regionale, oltre che globale».

E' passato un anno dall'assegnazione del Nobel per la Pace: com'è cambiata l'immagine pubblica dell'Ipcc?
«Adesso c'è molta più gente che conosce l'Ipcc. Ma saprà veramente di cosa si occupa e come lo fa? A me pare che sia aumentata la popolarità. Ma anche, purtroppo, la confusione e perfino l'ostilità».

Vi hanno spesso accusato di catastrofismo: è così?
«L'Ipcc non ha decretato la fine del mondo, ha soltanto disegnato scenari verosimili e proposto soluzioni politiche. Le accuse principali, adesso, riguardano i cosiddetti "Summary for policy maker", vale a dire i riassunti dei rapporti originali redatti per i governi: poiché hanno bisogno dell'approvazione all'unanimità, alcuni nostri detrattori sospettano che verranno sottoscritte posizioni smussate e ambigue sui provvedimenti da prendere».

Ma com'è possibile mettere d'accordo tutti i governi senza prove schiaccianti e al di sopra di ogni contestazione?
«La prova che siamo in buona fede a suggerire l'adozione di politiche ecologiche c'è già. Sta nel fatto, incontrovertibile, che l'aumento delle emissioni di anidride carbonica amplifica il riscaldamento, qualunque ne sia stata la causa originale: se anche l'uomo c'entrasse poco o nulla, le emissioni di gas serra accelerano esponenzialmente il "global warming". Dobbiamo valutare adesso il rapporto costi-benefici, perché il sistema-clima ha un'inerzia immensa: qualunque decisione prendiamo oggi avrà effetti tra molti anni e per lungo tempo».

Potranno bastare i tagli previsti dal Protocollo di Kyoto?
«In realtà, non è questo il punto. Stiamo parlando di una trattativa mondiale, che è in mano ai governi. Ciò che noi potremo fare come Ipcc è calcolare le possibili conseguenze di ogni decisione sulla mitigazione dell'inquinamento e rivelare una serie di informazioni sui pro e sui contro. Sarà come elaborare un bollettino medico sullo stato di salute del Pianeta».

Chi è Giorgi Climatologo
RUOLO: E’ DIRETTORE DELLA SEZIONE «FISICA DELLA TERRA» DELL'ISTITUTO DI FISICA TEORICA DI TRIESTE E UNICO ITALIANO MEMBRO DEL COMITATO ESECUTIVO DELL’«INTERNATIONAL PANEL ON CLIMATE CHANGE»DELLE NAZIONI UNITE


 





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