"Questo accordo non mi sta bene. Del resto non sono stato io a firmarloma il mio predecessore, Romano Prodi". La frase pronunciata da SilvioBerlusconi al vertice dei capi di governo mercoledì scorso pergiustificare l'opposizione dell'Italia al pacchetto sulla riduzionedelle emissioni tossiche proposto dall'Unione europea, ha fattoinfuriare non pochi dei suoi interlocutori. Per tre motivi.

Il primo è che viola uno dei dogmi europei, cioè che ogni governo si facarico delle decisioni prese dal governo precedente. Non essendociguerre o rivoluzioni ma un normale avvicendamento democratico, inEuropa si dà per scontato il principio della continuità statuale.

Il secondo motivo è che il governo Berlusconi ha confermato a piùriprese il proprio accordo di massima sul pacchetto clima, varato daicapi di governo nel marzo 2007 ma poi regolarmente riconfermato ad ognisuccessivo vertice europeo, in media ogni tre mesi. Senza contare lenumerose riunioni dei ministri competenti che avrebbero potutosollevare obiezioni di merito già da gennaio scorso, quando laCommissione presentò i dettagli dell'accordo, e si sono invecesvegliati solo all'ultimo momento.

Il terzo motivo è che, agli occhi della Commissione e degli altrigoverni europei, proprio grazie a Prodi, che venne apposta a Bruxellesper negoziare discretamente la questione, l'Italia ha già ottenutocondizioni di estremo favore che molti Paesi ci invidiano e che altempo fecero arrabbiare parecchie cancellerie.

Per capirlo, occorre fare un po' di conti. L'accordo di principiovarato nel marzo 2007 prevede che l'Unione tagli le emissioni di gas aeffetto serra del 20 per centro entro il 2020. L'onere necessario araggiungere questa cifra varia però da Paese a Paese ed è statoattribuito dalla Commissione in base ad alcuni parametri oggettivi, tracui quello del Pil nazionale. Ma occorre tener presente che il nuovopacchetto è solo la continuazione del protocollo di Kyoto, che giàimpegnava i governi a ridurre le emissioni di ciascun Paese entro il2010 rispetto ai livelli del 1990. Ora l'Italia, in base agli accordidi Kyoto, avrebbe dovuto tagliare la propria quota del 6,5 per cento.Ma, negli anni del berlusconismo imperante, mentre altri Paesi come laGermania o la Gran Bretagna prendevano misure adeguate a raggiungere itagli concordati, l'Italia invece che ridurle ha aumentato le proprieemissioni di un ulteriore 7 per cento.


Entro il 2010, dunque, dovremmo abbattere le emissioni del 13 per centogià per rispettare gli accordi di Kyoto. Il nuovo pacchetto propostodalla Commissione ci chiede invece di tagliare i nostri gas del 13 percento entro il 2020. E lo fa partendo dal livello delle emissioni del2005 e non del 1990. Poiché l'Italia è uno dei pochi paesi che,nonostante Kyoto, hanno aumentato le loro emissioni, ci troviamo dunquedecisamente favoriti. E' meglio infatti avere un tetto pari all'87 percento di un volume di emissioni elevato, come quello del 2005, che unvolume più basso, come era quello del 1990.

Ieri Berlusconi ha voluto negare di aver posto l'Italia in unasituazione di isolamento, spiegando che "altri nove" Paesi sono sullasua stessa posizione. Questa considerazione è formalmente vera, masostanzialmente falsa. E' vero cioè che tutti o quasi i Paesi dell'Esteuropeo, che hanno ereditato un sistema industriale antiquato e sonospesso stati costretti dalla Ue a chiudere centrali nucleari obsolete,si trovano in serie difficoltà a rispettare i termini del pacchettoenergia e dunque preferirebbero rimetterlo in discussione.

Ma, a parte ogni considerazione circa la convenienza politica diallineare l'Italia sulle posizioni dei paesi più regrediti d'Europa, èassolutamente falso che le nostre esigenze e quelle dei governidell'Est coincidano. Anzi, sono diametralmente opposte. Paesi come laPolonia e i suoi vicini, infatti, si battono tenacemente per mantenerecome livello di riferimento nello stabilire il tetto delle emissioni,gli standard del 1990, e non quelli del 2005. Il motivo è semplice. Nel'90 questi paesi erano ancora inseriti in una economia paleoindustrialedi tipo sovietico e avevano livelli di emissioni tossiche elevatissimi.Dopo la caduta dei regimi comunisti ebbero un tracollo nella produzioneindustriale da cui cominciarono lentamente a riprendersi solo agliinizi del nuovo secolo. Per loro, dunque, ridurre le emissioni rispettoa quelle già basse del 2005 comporta un onere molto superiore che sedovessero prendere come riferimento le emissioni molto elevate del1990. Esattamente il contrario dell'interesse italiano.

Riaprire radicalmente il vaso di Pandora del pacchetto clima, comevorrebbe il nostro governo, comporta quindi il rischio che si rimettain discussione la data di riferimento. Tornare a prendere come standardle emissioni del 1990 potrebbe in definitiva convenire sia ai paesivirtuosi, che per rispettare Kyoto hanno nel frattempo ridotto il loroinquinamento, sia ai presunti "alleati" di Berlusconi, che lo hannoridotto per motivi di forza maggiore. Gli unici a cui non convienesiamo proprio noi italiani. E' questo, in sostanza, che il commissarioeuropeo per l'ambiente, il popolare greco Stavros Dimas, spiegherà oggial ministro Prestigiacomo, suo collega di partito, in margine allariunione dei ministri dell'ambiente che si terrà a Lussemburgo. Ilgoverno italiano farebbe bene ad ascoltarlo attentamente.
 





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