L’impegno ambientale messo in campo dalla provincia di Siena sta dando già i primi e importanti frutti. Con una capacità di assorbimento delle emissioni serra del 94%, Siena Carbon Free 2015, il progetto avviato dal territorio per il contenimento e la riduzione dell’anidride carbonica, può dirsi un vero e proprio successo. Successo premiato dalle Nazioni Unite in questi giorni come una delle migliori pratiche realizzate a livello mondiale da una realtà locale, e celebrato nei suoi risultati questa mattina attraverso un incontro alla Certosa di Pontignano. Si è aperto questa mattina il convegno sullo sviluppo sostenibile promosso dall’amministrazione provinciale e Apea, con la collaborazione dell’Università degli Studi di Siena, una due giorni organizzata per fare il punto sullo stato dell’ambiente, le politiche messe in campo in questi anni e su quanto rimane ancora da fare per raggiungere il traguardo di un futuro a emissioni zero per le Terre di Siena.

E i dati presentati oggi dimostrano che il traguardo fissato dall’amministrazione è davvero a portato di mano.

“Il dato certificato sul 2010 – commenta l’assessore provinciale all’ambiente, Gabriele Berni – è eccezionale e non ha eguali in Italia e in Europa. Significa aver raggiunto gli obiettivi di Kyoto con 8 anni di anticipo rispetto alla scadenza del 2020. Le stime provvisorie per il bilancio 2011 sono ulteriormente in crescita e questo ci permette di vedere sempre più vicino l’obiettivo Siena Carbon free, ovvero una capacità di assorbimento delle emissioni del 100 per cento”. Come sottolineato dal dirigente del Settore politiche ambientali della Provincia di Siena, Paolo Casprini – i livelli di CO2 nel 2010 sono scesi sensibilmente migliorando del 10% rispetto al 2009 e del 22% rispetto al 2006, anno del primo bilancio certificato. Come si spiegano questi risultati? “Il sensibile miglioramento del saldo delle emissioni – spiega Casprini – è dovuto, principalmente, alla forte riduzione dei consumi di combustibili fossili, a partire da quelli della benzina, diminuito del 31,5 per cento, e del gasolio, calato di quasi il 17 per cento”. Il merito va diviso in parti uguali: da una parte le azioni virtuose di efficientamento e risparmio energetico attivate da aziende e cittadini, dall’altro il forte incremento della produzione di energia verde, in particolare da fotovoltaico, sostenuto con impegno dalla Provincia.

 
 
(Rinnovabili.it) - Da oggi entra in vigore la Direttiva europea 2012/27/UE sull’Efficienza Energetica destinata a garantire il raggiungimento degli obiettivi di riduzione e risparmio del 20% entro il 2020, stabiliti dall’Unione. Approvata i primi di ottobre e pubblicata in Gazzetta Ufficiale della Comunità Europea lo scorso 14 novembre, l’Energy Efficiency Directive modifica le precedenti direttive 2009/125/CE e 2010/30/UE, abrogando le ormai obsolete direttive 2004/8/CE e 2006/32/CE, e mette finalmente a disposizione degli Stati Membri un quadro comune per le misure di riferimento. A partire dal 30  aprile 2013, e con cadenza annuale, ciascuno Stato sarà chiamato a riferire sui progressi realizzati nel conseguimento degli obiettivi, mentre entro il 30 aprile del 2014, e successivamente ogni tre anni, sarà necessario fissare gli obiettivi nazionali indicativi dell’efficienza energetica, basati sul consumo e sul risparmio di energia primaria o finale.

A questo punto spetterà alla Commissione valutare, entro il 30 giugno 2014, “i progressi compiuti (da ciascuno Stato Membro) e se l’Unione sia in grado di raggiungere un consumo energetico non superiore a 1 474 Mtoe di energia primaria e/o non superiore a 1 078 Mtoe di energia finale entro il 2020”.

Ruolo esemplare degli edifici degli enti pubblici

I primi a dare l’esempio dovranno essere gli enti statali che, a partire dal 1° gennaio 2014, saranno chiamati a rinnovare annualmente almeno il 3% della superficie coperta utile del proprio patrimonio immobiliare, sia solo occupato che di proprietà, adeguandoli quantomeno ai requisiti minimi di prestazioni energetiche stabiliti. La norma sarà applicata in un primo momento a tutti gli edifici statali con una superficie coperta utile superiore ai 500 mq, abbassando la soglia a 250mq a partire dal 9 luglio 2015.

Regimi obbligatori di efficienza energetica per i distributori di energia

Le imprese energetiche di pubblica utilità, i distributori di energia e le società di vendita di energia al dettaglio saranno chiamate a rispettare nel periodo 2014-2020 un obiettivo cumulativo di risparmio energetico, pari almeno all’1,5% annuo  sul volume totale dell’energia venduta ai consumatori.

Audit energetici e sistemi di gestione dell’energia

A partire dal dicembre 2015 tutte le grandi imprese dovranno sottoporsi ogni 4 anni ad audit energetici, “svolti in maniera indipendente da esperti qualificati e/o accreditati secondo criteri di qualificazione, o eseguiti e sorvegliati da autorità indipendenti conformemente alla legislazione nazionale”, per assicurare la massima trasparenza e soprattutto il massimo ritorno in termini di efficienza.

Programma di informazione e coinvolgimento dei consumatori

Gli Stati Membri saranno inoltre chiamati a facilitare e promuovere un uso efficiente dell’energia anche da parte di piccoli clienti di energia e dalle utenze domestiche, incoraggiando anche cambiamenti comportamentali ad esempio attraverso forme di incentivazione fiscale.

 
 
(Rinnovabili.it) – Quello che sembrava essere solo “una disputa commerciale” tra l’industria fotovoltaica statunitense e quella cinese si sta trasformando in una vera e propria guerra solare senza confini. Dopo Usa contro Cina, Cina contro Usa, Europa contro Cina e viceversa, ad entrare nel ring è ora l’India. Il Ministero del commercio indiano ha fatto sapere di aver avviato un’inchiesta antidumping sui prodotti provenienti dagli States e dalla Repubblica popolare, oltre che dalla Malesia e da Taiwan, a seguito delle denunce presentate dall’associazione dei produttori solari nazionale. “Ci sono elementi di prova sufficienti per giustificare un’inchiesta antidumping nelle rivendicazioni presentate da produttori locali Indosolar Ltd. (ISLR), Jupiter Solar Power Ltd. and Websol Energy System Ltd. (WESL)”, ha fatto sapere il ministro in una nota stampa sul proprio sito web. Il periodo d’inchiesta riferito per le misure di dumping comprenderebbe i mesi tra gennaio 2011 e giugno 2012 ma nessuna notizia è stata ancora confermata dal ministero su quanto potrà durare l’indagine. Fornitori, gli importatori e gli utilizzatori delle cellule avranno invece tempo fino al 2 gennaio per rispondere alle accuse.

 
 
(Rinnovabili.it) – La Spagna come l’Italia. La necessità di valutare l’impatto ambientale del proprio comparto produttivo ha spinto Madrid a lanciare un progetto simile a quello che sta portando avanti, a livello nazionale, il nostro Dicastero dell’Ambiente. Il Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Ambientali spagnolo ha, infatti, annunciato ieri che lancerà a breve un registro nazionale dedicato a tutte le società che vorranno prendere un serio impegno su questo fronte.

Il registro raccoglierà le aziende che hanno deciso di calcolare la propria impronta ambientale e di mettere in campo azioni o progetti atti a ridurre le emissioni associate alla linea produttiva. L’iniziativa, spiega il direttore dell’Ufficio del cambiamento climatico, Susana Magro, “aiuterà le aziende a prendere provvedimenti per ridurre le emissioni e a compensare la propria CO2” fornendo a tutte le PMI un manuale di calcolo del proprio peso ambientale e per il taglio delle emissioni. Secondo quanto riferito da un portavoce del Ministero, il progetto prenderà il via il prossimo anno e sarà sviluppato in tre fasi a partire dall’implementazione di un Registro Nazionale fino alla creazione di un elenco di tutti quei progetti che puntano alla riduzione della CO2 attraverso la creazione di pozzi di carbonio nazionali.

 
 
Quando tutto iniziò, il 22 settembre del 1998 in Francia, fu sotto il motto In town, without my car! (In città senza la mia auto) e con l’aspirazione di creare una giornata che incoraggiasse le città a chiudere una o più strade al passaggio dei veicoli privati per 24 ore. L’inaspettato successo di In town, without my car! contagiò l’allora commissario europeo per l’Ambiente Margot Wallström che decise, due anni più tardi, di istituire il primo Car Free Day a livello comunitario e coinvolgere nel progetto le municipalità attente alla questione mobilità, fino a dare vita ad una vera e propria campagna di sensibilizzazione. Dopo oltre dieci anni, l’iniziativa ha mutato il suo volto pur conservando il proprio spirito: quella che ufficialmente dal 2002 si celebra come la Settimana Europea della Mobilità è pronta a festeggiare la sua nona edizione e a mostrare quanto di sostenibile è stato fatto e si può fare a livello dei trasporti urbani. Il 2010 ha saputo già catalizzare l’attenzione di oltre 1700 città partecipanti e valicato i confini del Vecchio Continente con l’adesione di centri urbani fuori dell’Unione europea, come nel caso della canadese Montréal, della ecuadoriana Quito, della capitale argentina o delle giapponesi Fukui e Kasukabe.
L’appuntamento è sempre lo stesso. Dal 16 al 22 settembre gli enti locali partecipanti metteranno in mostra le loro politiche, le iniziative e le migliori pratiche concernenti la mobilità sostenibile, con l’obiettivo di incoraggiare la consapevolezza pubblica sulla necessità di agire contro l’inquinamento urbano, evitando però di ridurre l’iniziativa ad una mera questione di lotta allo smog o al rumore. Meta sensibile della campagna, organizzata dal Consorzio di Associazioni Eurocities, Energie-Cités e Climate Alliance, è infatti riuscir a far passare il messaggio che una scelta comune e condivisa di una mobilità alternativa si possa concretizzare, con il tempo, in una migliore qualità della vita urbana.

Edizione 2010 Per quest’anno “Travel Smarter, Live Better” (Viaggia in modo più intelligente, vivi meglio) sarà lo slogan e il filo conduttore su cui i comuni sono invitati a lanciare e promuovere misure permanenti.
La scelta del tema da parte degli organizzatori è una debita conseguenza dell’incremento sempre più massiccio del traffico in Europa, i cui effetti – congestione, aumento degli incidenti, crescita degli inquinanti atmosferici, maggiore sedentarietà – rendono maggiormente delicato il rapporto salute-mobilità. In tal senso questa edizione intende offrire una piattaforma ad hoc per comunicare il ruolo centrale della mobilità sostenibile, informando i cittadini sui passi che gli enti locali stanno eseguendo verso un futuro più verde e più sano. Le città potranno partecipare impegnandosi a rispettare un documento, elaborato in collaborazione con i diversi partner europei del progetto, che nel dettaglio prevede l’adozione di misure definitive, come la ridistribuzione permanente di spazio stradale a favore di pedoni, ciclisti o mezzi pubblici, o temporanee, come la chiusura di una o più zone urbane al traffico per un giorno intero, e la messa in atto dei mezzi necessari per incoraggiare i cittadini ad abbandonare l’uso dell’auto.
L’iniziativa non si limita ad essere una vetrina delle ‘best practies’ ma selezionerà le esperienze migliori per decretare un vincitore a cui andrà l’European Mobility Week Award. I finalisti del Premio per la campagna 2009 sono stati celebrati in una prestigiosa cerimonia di Bruxelles lo scorso 23 marzo 2010 assegnando il titolo alla svedese Gävle.

I partecipanti Tra i più entusiasti, ancora una volta, l’Austria con oltre 420 amministrazioni e la Spagna, dove hanno detto sì ben 326 enti locali. Anche l’Italia non mancherà all’appuntamento, seppure con numero di adesioni contenute: 30 enti locali, tra provincie e città, hanno accettato di prendere parte alla campagna organizzando una serie di attività o attuando almeno un nuovo provvedimento permanente che contribuisca al trasferimento modale dall’auto privata a mezzi di trasporto più eco-friendly. All’appello ha risposto, per il suo terzo anno consecutivo, anche la Provincia di Roma che per l’occasione presenterà uno studio del Mobility Manager per migliorare gli spostamenti casa-lavoro dei dipendenti comunali del territorio e il Bando rivolto ai comuni per il finanziamento e l’acquisto di bici elettriche con relative colonnine di ricarica. L’amministrazione provinciale intende anche promuovere interventi per l’utilizzo dei mezzi di trasporto pubblico, per migliorare la qualità della vita nei centri storici.
Per la Provincia di Milano l’elemento chiave sarà il Progetto MiBici Sicura con cui intende garantire alla mobilità ciclabile pari dignità e garanzie della mobilità in auto. Per questo motivo ha dato vita al Registro provinciale delle biciclette che, grazie alla tecnologia a microchip, consente l’associazione tra la bicicletta e il suo proprietario. Un intervento ritenuto dall’amministrazione “fondamentale per la nascita di pacchetti assicurativi dedicati, per la copertura del furto, della responsabilità civile e della mobilità casa-lavoro”.
Unica regione ad aver aderito alla Settimana, la Puglia che farà sentire la sua voce con la campagna itinerante dal titolo “La Puglia che partecipa – Idee in movimento”, realizzata con la collaborazione dell’Assessorato alla Mobilità e di quello alla Cittadinanza Sociale; 15 tappe in tutto il territorio per incontrare i cittadini, le associazioni, i decisori e gli amministratori pubblici e raccogliere informazioni sui mezzi di trasporto e sulle difficoltà esistenti nell’utilizzo dei mezzi pubblici nonché le proposte per migliorare questi servizi in Puglia.
Non mancano le iniziative più curiose come nel caso di Bologna che, oltre a presentare i nuovi mezzi eco-compatibili della Polizia Municipale e del Comune, organizzerà una speciale asta di biciclette a cura de L’Altra Babele, in collaborazione con Rete Ferroviaria Italiana; le due ruote, rigorosamente donate da privati cittadini, sono state raccolte dal servizio “3R ritira-ripara-rivendi”, risistemate e ora pronte ad essere battute in cambio di oggetti o travestimenti divertenti.


[fonte: Rinnovabili.it]
 
 
Il Direttore Generale del consorzio italiano per il recupero e lo smaltimento delle apparecchiature di illuminazione fa il punto sul sistema di raccolta e di smaltimento delle lampade a basso consumo e dei dispositivi di illuminazione in Italia. Una struttura che ha già dato ottimi risultati in termini di risparmio economico e salvaguardia dell’ambiente

La sua attività cardine è raccogliere, separare e smaltire i componenti delle apparecchiature da illuminazione in Italia per dare loro una nuova vita, evitando di disperdere nell’ambiente materiali altamente inquinanti. Una finalità che Ecolamp, il consorzio che si occupa dello smaltimento di lampade a basso consumo e a risparmio energetico, porta avanti con successo da sei anni. Grazie ad un’organizzazione capillare che può contare su cassonetti di raccolta nelle isole ecologiche dei maggiori centri urbani e su servizi dedicati appositamente agli installatori. Abbiamo chiesto a Fabrizio D’Amico, Direttore Generale di Ecolamp, di raccontarci le tappe fondamentali dell’evoluzione di questo consorzio e i risultati più importanti che sono stati raggiunti, alla luce di un quadro normativo stringente e in continua evoluzione che ci poterà, in pochi anni, a dire definitivamente addio alle vecchie lampade ad incandescenza.

Mauro Spagnolo: Direttore, da quando è operativo il vostro consorzio nel nostro Paese? E’ una struttura unicamente italiana o è parte di un’organizzazione più ampia?
Fabrizio D’Amico: Ecolamp è una struttura unicamente Italiana che è nata in Italia nel 2004 grazie all’interesse dei principali produttori di apparecchiature d’illuminazione. C’è da dire che però, più o meno negli stessi anni, le multinazionali di illuminazione che operavano nei Paesi europei chiamati ad applicare la Direttiva dell’Unione Europea sul recupero rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche, hanno fondato analoghi consorzi. Quindi Ecolamp ha dei “fratelli” in Germania, Francia, nel Regno Unito e in Spagna, per esempio, ma, anche in nazioni europee più piccole come la Repubblica Ceca.

M.S.: Che tipo di rapporto ha Ecolamp con queste strutture europee? Avete previsto momenti di verifica comune o un collegamento in rete?
F.D.A.: Ecolamp, in realtà, non ha nessun rapporto con questi consorzi dal momento che la normativa comunitaria viene recepita in maniera diversa in ogni Paese dell’Unione. In ogni nazione l’organizzazione logistica necessaria ad adempiere alla “missione” industriale di ogni consorzio, ovvero raccogliere quanto più possibile, è diversa proprio perché le previsioni normative nazionali sono differenti. Nonostante queste asimmetrie esiste un coordinamento al livello centrale, fatto dai soci fondatori, che permette a questi consorzi, almeno una volta l’anno, di ritrovarsi e fare il punto sulle rispettive esperienze, e se è il caso, varare progetti comuni su singole e specifiche tematiche.

M.S.: Ci può spiegare qual è il percorso di smaltimento e riciclo che una lampada o un’apparecchiatura d’illuminazione segue all’interno del vostro consorzio?
F.D.A.: Noi intercettiamo l’apparecchiatura d’illuminazione con diversi canali di raccolta. Ad oggi i principali sono le isole ecologiche comunali, che noi serviamo per circa i 2/3. In Italia ci sono circa 3000 isole ecologiche comunali ed Ecolamp è presente con i suoi cassonetti in circa 2000 di queste. Possiamo anche contare su circa 6.000 cassonetti di nostra proprietà per la raccolta di lampade fluorescenti esauste, che corrispondono ad un investimento di un milione e mezzo di euro fatto ormai qualche anno fa, presenti in tutta Italia. Poi abbiamo anche un servizio di raccolta volontario che cerca di intercettare questi rifiuti non solo presso le isole ecologiche comunali ma anche presso gli installatori illuminotecnici, che sono i più grossi consumatori ad esempio di lampade fluorescenti o di tubi lineari. Questo servizio si chiama Extra Lamp ed ha una struttura logistica diversa. Questo perché i consumatori domestici o le famiglie hanno accesso alle isole ecologiche, appositamente aperte per loro, mentre noi come Ecolamp con i nostri servizi andiamo direttamente a casa degli installatori che producono grosse quantità di rifiuti e ritiriamo fisicamente il pacco o più pacchi imballati con queste lampade.

M.S.: Immagino che ci siano dei centri di lavorazione di questi rifiuti dislocati su tutto il territorio nazionale. Come sono organizzati?
F.D.A.: Il trattamento è organizzato un po’ come le isole ecologiche. Ci sono zone del Paese nel centro nord dove sono presenti più isole ecologiche e dunque più impianti di trattamento, mentre esistono altre regioni, come quelle del sud, in cui ci sono poche isole ecologiche e pochi impianti di trattamento. Ad oggi ci sono 6 o 7 impianti di trattamento funzionanti in Italia che lavorano con noi, di cui 5 su 6 sono principalmente concentrati sull’asse che va da Torino a Gorizia. Abbiamo anche un altro centro di trattamento a Roma che serve tutto il Lazio ed il centro sud.

M.S.: Quindi, ad esempio, una lampada che viene raccolta in Sicilia che percorso segue? E potenzialmente, ad oggi, il suo costo di smaltimento è più alto rispetto a quello di una lampadina raccolta al Nord?
F.D.A.: Mediamente oggi è così ma tra un anno la situazione potrebbe cambiare perché probabilmente apriranno altri impianti di trattamento. La lampada raccolta in Sicilia viene portata ad un impianto di trattamento specifico, come ad esempio quello di Roma, o in uno aperto a Siracusa. La rete sta comunque crescendo perché la raccolta stessa sta crescendo: gli imprenditori vedono delle opportunità nell’investire somme, peraltro relativamente modeste, in impianti di trattamento dotati delle migliori tecnologie oggi disponibili.

M.S.: Una volta ritirate queste lampade cosa accade?
F.D.A.: Può accadere che vadano direttamente ad un centro di trattamento – infatti attualmente noi lavoriamo con sei centri di trattamento – o possono subire un passaggio intermedio in un centro di stoccaggio temporaneo. Sono centri che, di solito, appartengono ai trasportatori che lavorano e sono convenzionati con noi, e mediamente sono uno per ogni regione. Quando le lampade arrivano negli impianti, i loro componenti vengono adeguatamente separati e molto spesso riciclati. Molto spesso significa che circa l’85% dei componenti in peso di una lampada possono essere trattati. Va detto che questo tipo di componenti non ha una grande resa, come, ad esempio, nel caso di componenti di frigoriferi o di altri elettrodomestici. I contenuti di una lampada hanno tendenzialmente uno scarso valore di mercato e l’unica cosa che si può fare è rimetterli quasi del tutto gratuitamente all’interno dei cicli produttivi.

M.S.: Per avere un’idea del potenziale utilizzo finale di questi componenti riciclati, vengono riutilizzati per la realizzazione di nuove lampade oppure per altri componenti?
F.D.A.: Questi componenti riciclati non vengo riutilizzati per realizzare nuove lampade poiché la purezza del vetro è compromessa e, nel momento in cui finisce il trattamento, il vetro che otteniamo è molto degradato. Quindi si utilizzano questi componenti per realizzare bottiglie piuttosto che applicazioni per le industrie edili, come piastrelle o ceramica. Riusciamo anche ad ottenere delle piccole quantità di minerali ferrosi e non ferrosi che costituiscono circa il 10-20% del componente ricavato e che vengono riciclate nell’industria del ferro.

M.S.: Lei prima accennava al fatto che ogni Paese europeo ha una normativa differente in materia di smaltimento di rifiuti da apparecchiature d’illuminazione. Anche l’Italia si è allineata alla previsione comunitaria che prevede la graduale messa al bando delle lampade ad incandescenza a partire dallo scorso anno. Ci può spiegare di cosa si tratta e quale periodo è previsto per il loro completo divieto di vendita e produzione?
F.D.A.: Preliminarmente devo specificare che Ecolamp non raccoglie lampade ad incandescenza ma si occupa principalmente delle lampade a risparmio energetico, ovvero quelle fluorescenti o a basso consumo. In tutti i casi il divieto di vendita e produzione delle lampade ad incandescenza è iniziato il primo settembre dell’anno scorso con il divieto per il produttore e distributore di immettere sul commercio lampade di potenza di almeno 100 W, divieto che proseguirà nei prossimi tre anni fino al 2013 con una messa fuori commercio delle lampade di potenza via via decrescente cioè 75 – 50- 25 W. L’impatto che questa progressiva messa al bando delle lampade tradizionali ha ed avrà sul nostro mondo e sul nostro comparto è notevole, dal momento che gli stessi produttori stimano che quelle lampade ad incandescenza non più utilizzate e vendute verranno presto sostituite da un numero crescente di lampade fluorescenti che giungeranno, presto o tardi, a fine vita. Quindi noi oggi raccogliamo lampade che sono state comprate e vendute mediamente 5-6 anni fa, mentre in futuro raccoglieremo più lampade che sono vendute oggi, nel pieno della fase di avvicendamento dalle vecchie lampade ad incandescenza a quelle a basso consumo. Il volume di quest’ultime, secondo le stime internazionali che abbiamo e che sono il frutto del coordinamento su scala europea dei vari consorzi, sarà quindi destinato a crescere di molto.

M.S.: Parlando di contributi, a quanto ammonta quello su una singola lampada a basso consumo? E’ una percentuale o una somma fissa?
F.D.A.: Oggi noi applichiamo un eco-contributo di 17 centesimi su ciascun pezzo venduto. E’ una somma fissa che è comunque commisurata ai volumi e ai costi di smaltimento.

M.S.: Mi sembra di capire che alla base della vostra filosofia ci sia un principio di rispetto ambientale piuttosto che un semplice impulso economico…
F.D.A.: Sì, noi siamo un consorzio che non ha scopi di lucro. Il nostro mandato è raccogliere le lampade usate e portarle a trattamento, smaltendole in maniera adeguata come richiesto dalle normative nazionali ed europee – le Direttive del 2002 e del 2003 e il decreto legislativo 151 del 2005 con i successivi decreti attuativi. Quindi noi diamo applicazione a questi obblighi di legge, raccogliamo e selezioniamo i rifiuti e paghiamo affinché vengano trasportati e poi trattati. Possiamo dire che siamo “intermediari” e non deteniamo il rifiuto stesso, lo cediamo. Facciamo tutto questo perché su ogni lampada il consumatore paga un eco-contributo. Quindi nel momento in cui il consumatore compra una lampada oggi, che arriverà a fine vita tra 6 anni – la durata della vita media di una lampada a basso consumo – è il consumatore stesso a finanziare la raccolta e lo smaltimento della lampada che avverrà tra 6 anni.


[fonte: Rinnovabili.it]
 
 

di Vittorio Marletto
Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella sono due famosi giornalisti del Corriere della Sera che sabato scorso (28/8/2010) hanno riempito due intere facciate del giornale con un lunghissimo pezzo, retorico e verboso, contro le fonti rinnovabili nel Salento. Il titolo recita “Pannelli solari e pale tra gli ulivi. E la storia muore”. L’articolone in verità, tra continue citazioni letterarie e divagazioni paesistiche, affronta in effetti almeno tre questioni: il parere positivo del Consiglio di stato all’installazione di un grande impianto eolico in zona Giuggianello, tra ulivi, chiese rupestri e massi misteriosi; le crescenti estensioni di terreni agricoli sottratti all’olivicoltura da impianti fotovoltaici, e infine un paventato progetto di superstrada, che da Maglie si addentrerà per quaranta chilometri nel “tacco” d’Italia, il citato Salento. Di quest’ultimo progetto il pezzo si occupa solo per un paragrafo, quindi non ne tratterò.
Molto più spazio dedicano invece i due autori a sciorinare cifre destinate a impressionare il lettore sugli “scempi” paesaggistici compiuti in nome delle rinnovabili, cui sempre secondo gli autori si dedicano risorse finanziare spropositate, che gravano sulla già carissima bolletta elettrica nazionale. Non una riga scrivono Rizzo e Stella sui motivi per cui da anni il legislatore europeo ed italiano favoriscono finanziariamente, e senza gravare sui conti pubblici, lo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili. Nulla si dice delle fonti fossili tradizionali con cui viene prodotto l’80% della corrente elettrica in Italia, dei costi politici, sanitari, ambientali e in particolare climatici che questa situazione di arretratezza comporta. Men che meno si parla dei mostri di Brindisi e Taranto, rispettivamente adornate dalla più grande centrale termoelettrica a carbone del Paese e dal più velenoso e, questo sì orribile, impianto industriale del sud Italia.
Tra le organizzazioni ambientaliste gli autori menzionano solo Italia Nostra, non a caso l’unica che da anni tuona contro eolico e solare in nome del paesaggio, mentre le altre, da Greenpeace al Wwf a Legambiente, molto più seguite e rappresentative, come dimostra l’alto numero di iscritti e sostenitori, sono assai più preoccupate per il carbonio e per i veleni che a fiumi escono dalle ciminiere del Bel Paese.

Anche gli immensi guadagni che da oltre cinquant’anni fanno in Italia le lobby del petrolio, del gas e più di recente del carbone non vengono menzionati da Rizzo e Stella, solo si parla delle “speculazioni” eolica e solare. In un economia liberalizzata come quella dell’energia ci si aspetta forse che a sviluppare le rinnovabili siano i frati trappisti, e per beneficenza? Certo, anche in questo settore ci sono infiltrazioni di mafiosi e piduisti e bene fa la magistratura a perseguire gli imbroglioni di tutte le specie, ma come si fa a puntare il dito contro i tedeschi che vengono a investire nel vento e nel sole di cui il Sud abbonda? È facile dire il turismo, che però dà da mangiare si e no quattro mesi l’anno. Quel che servirebbe al sud oltre al solito turismo è invece proprio lo sviluppo di un’industria delle rinnovabili (servita anche da un sistema di ricerca finalizzata e da un adeguato supporto delle amministrazioni locali) in modo da non dover per forza importare tutto, dalla pala al pannello, dal nord Europa. Invece di fare la guerra alle rinnovabili, come in Sicilia, la Puglia, ricca di vento e sole, ha puntato con un certo successo al loro sfruttamento, come con sollievo ho potuto constatare con i miei occhi percorrendola in treno. E dico sollievo perché il vento, in particolare il grande eolico, è del tutto indispensabile per vincere la guerra contro il riscaldamento climatico, che tanti sconquassi sta già portando in tutto il mondo. E quando gli impianti di oggi saranno resi obsoleti dal miglioramento tecnologico sarà molto facile abbatterli, e la bonifica dei luoghi sarà pressoché immediata, e non certo quasi impossibile come nei siti nucleari o petrolchimici o siderurgici, dei cui cadaveri già abbonda l’Italia contemporanea, con buona pace del Corriere.


[fonte: Rinnovabili.it]
 
 
Non c‘è pace neanche fra le fonti energetiche rinnovabili. A prima vista ci dovrebbe essere un generale accordo per passare dall’attuale dipendenza dalle fonti energetiche costituite da combustibili fossili come petrolio, gas naturale, carbone, o rifiuti, tutte inquinanti e non rinnovabili, a fonti energetiche rinnovabili, dipendenti dal sole: calore solare, elettricità solare, elettricità dal vento o dal moto delle acque, calore dalle biomasse agricole e forestali ricreate ogni anno attraverso la fotosintesi solare. E invece anche fra i sostenitori di tale transizione ci sono opinioni non solo differenti, ma spesso in vivace contrasto, quasi una volontà di distruggere quello che si sta faticosamente facendo, quasi una conferma di quello che diceva Pogo nel famoso fumetto: Ho scoperto il nemico e il nemico siamo noi.

I giornali da tempo sono pieni di notizie sullo scandalo dell’eolico che avrebbe portato ad illeciti arricchimenti nella costruzione di centrali eoliche.
Nel caso dell’energia solare vengono venduti pannelli fotovoltaici, in grado di trasformare la radiazione solare in elettricità, con contratti che assicurano, oltre a elettricità meno inquinante, un guadagno a chi li compra o agli enti o aziende che li installano. A rigore un utente dovrebbe spendere soldi per ottenere la merce-energia, ma adesso molti di quelli che installano pale eoliche o pannelli fotovoltaici guadagnano dei soldi provenienti da vari incentivi finanziari che sono pagati da tutti i cittadini sia direttamente attraverso le tasse, sia con un sovrapprezzo nelle bollette dell’elettricità (la componente A3 del prezzo dell’elettricità). E’ giusto che soldi pubblici o anche dei singoli cittadini, siano spesi per diffondere l’uso delle energie rinnovabili non inquinanti, con vantaggio per l’economia nazionale e per la salute, ma mi sembra meno giusto che tali incentivi finiscano nelle tasche di singoli privati o di speculatori. Ci deve essere qualcosa che non funziona.

I pannelli fotovoltaici sono venduti sulla base della potenza di picco (capacità di produrre energia) corrispondente a circa un chilowatt per pannelli di circa 10 metri quadrati. L’elettricità effettivamente prodotta da 10 metri quadrati di pannelli fotovoltaici nel corso di un anno ammonta a circa 1000-1200 chilowattore, circa un terzo del fabbisogno medio annuo di elettricità di una famiglia. Tale elettricità è però disponibile in maniera differente nelle varie ore del giorno e nei vari mesi dell’anno, per cui, se non si dispone di grandi batterie di accumulatori, scomodissime, l’elettricità solare, a mano a mano che viene prodotta, viene venduta alle reti elettriche intelligenti delle compagnie elettriche che si impegnano a fornire alla famiglia o all’utente l’elettricità corrispondente a mano a mano che ne hanno bisogno (quindi anche quando il sole non splende nel cielo).

L’altra tecnologia solare è costituita dagli impianti a specchi che concentrano la radiazione solare su caldaie o tubi nei quali un fluido è scaldato ad alta temperatura e può, a sua volta, produrre vapore da avviare alle turbine, come avviene nelle normali centrali termoelettriche; in queste ultime il vapore è generato dalla combustione di combustibili (carbone, gas naturale, prodotti petroliferi, rifiuti) inquinanti, responsabili dell’immissione nell’atmosfera di gas, soprattutto anidride carbonica, che provocano mutamenti climatici. Ottenere lo stesso effetto, senza danni ambientali, con il calore di origine solare è il fine della tecnologia del solare termodinamico. Alcuni impianti usano specchi cilindro-parabolici, lunghe superfici riflettenti che si muovono continuamente per seguire il Sole nel suo moto apparente nel cielo; la radiazione solare viene concentrata su un tubo, posto nel fuoco della parabola, isolato con una copertura trasparente in modo che il calore così concentrato non venga disperso nell’aria circostante.

Le superfici riflettenti possono anche essere lunghi specchi piani che concentrano il calore solare su un solo tubo centrale sopraelevato, secondo una proposta fatta già mezzo secolo fa dell’italiano Giovanni Francia (1911-1980), come ricorda un articolo di Cesare Silvi pubblicato nella rivista Energia Ambiente Innovazione.

Il calore solare concentrato nel tubo ricevente dagli specchi scalda a centinaia di gradi un olio sintetico o una miscela di sali come nitrato di sodio e nitrato di potassio. In questo caso i sali fusi caldi vengono avviati ad un deposito in cui restano caldi anche di notte, quando il Sole non c’è. Giorno e notte il calore solare immagazzinato nei sali fusi viene gradualmente trasferito al vapore acqueo che aziona una turbina, in modo simile a quanto avviene nelle centrali a combustibili fossili. Le centrali termoelettriche solari a specchi sono macchine ingegnose ma delicate e complicate.

La citata rivista Energia Ambiente Innovazione fornisce i dettagli del più recente impianto solare a specchi costruito a Priolo, vicino Siracusa (simbolicamente chiamato Archimede), costituito da specchi cilindro-parabolici della superficie di 30.000 metri quadrati; la potenza è di 4.700 chilowatt elettrici e la produzione di elettricità è prevista in 9.200.000 chilowattore l’anno, corrispondenti a circa 300 chilowattore all’anno per metro quadrato di superficie di raccolta del Sole, un rendimento di meno di un terzo rispetto a quello dei pannelli fotovoltaici. Il principale limite del solare termodinamico è costituito dal fatto che è possibile utilizzare soltanto la radiazione solare diretta, quella che si ha quando il cielo è limpido; se il cielo è nuvoloso la radiazione solare non viene concentrata dagli specchi.

Il Sole è un’affascinante ma scomoda fonte di energia e può fornire energia agli esseri umani soltanto se gli si chiede di fare le cose che sa fare bene: produrre raccolti agricoli e alberi, scaldare corpi a bassa temperatura, dissalare l’acqua marina e produrre elettricità con i sistemi fotovoltaici o per effetto termoelettrico, per i quali sono possibili ancora grandi perfezionamenti.


[fonte: Rinnovabili.it]
 
 
Curare la febbre da nucleare con il sole. Montalto di Castro, piccolo comune del viterbese, è riuscito nella sua più grande impresa: l’autosufficienza energetica senza danni alla salute e all’ambiente, sfruttando l’energia solare. Grazie all’impegno di SunPower – SunRay e SMA, Montalto ospita il più grande impianto fotovoltaico d’Italia, capace attualmente di generare circa 40 Gwh l’anno con una potenza istallata di 24 MWp. Un impianto che ora si candida a diventare uno dei più grandi d’Europa, grazie a un secondo finanziamento da 44,5 milioni di euro concesso dalla banca Barclays per la realizzazione dell’ampliamento del parco solare. L’impianto di Montalto continua ad estendersi seguendo diverse “fasi” si sviluppo: quella che verrà terminata entro luglio porterà all’istallazione di altri 9MW, mentre sono attesi rispettivamente per il prossimo ottobre e novembre il completamento del parco da 7MW e quello più grande da 45MW. Per una potenza istallata complessiva che, entro fine anno, raggiungerà un risultato record: 85MW. 
Il sole contro l’energia dell’atomo* Un traguardo, quello degli 85MW entro il 2010, non solo per le aziende che hanno permesso la realizzazione del parco ma soprattutto per una comunità locale che da anni lotta contro l’incubo della produzione energetica da fonti altamente inquinanti. Per comprendere quanto questa rivoluzione solare sia davvero simbolica per questa cittadina basta camminare nel parco e fermarsi in un punto preciso. In lontananza si riesce a vedere la centrale termoelettrica Alessandro Volta nata dalla riconversione della centrale elettronucleare Alto Lazio, una centrale bloccata prima della sua entrata in funzione. Quasi “un eco mostro” che guarda dalla collinetta opposta l’enorme e sconfinata distesa di moduli fotovoltaici che inseguono ogni giorno i raggi del sole. Due alternative energetiche che si guardano e che rappresentano, con soluzioni antitetiche, due volti della stessa necessità: soddisfare il bisogno di energia. A chi pensa che questa lunga distesa di pannelli (circa 78.720 per l’impianto da 24MW) sia fonte di disturbo per gli allevamenti locali basta percorrere i viali di collegamento e sorprendersi di come anche le pecore siano state reclutate per la manodopera, per tagliare l’erba in modo del tutto naturale. E pensare che, prima del via libera ai lavori, era stato lo stesso sindaco di Montalto, Salvatore Carai, a dire “qui neanche le pecore ci volevano venire”, commentando la forte presenza dei tralicci elettrici nei circa 60 ettari di terreno che ora ospitano i pannelli dell’impianto da 24MW. Un impianto, diviso in due grandi aree (il Parco A e il Parco B) che ha già dato ottimi risultati, com’è stato confermato da Mario Riello, Responsabile Vendite in Europa di SunPower, nella presentazione alla stampa organizzata ieri negli uffici della società sul cantiere. “L’impianto è entrato in produzione in tempi record – ha spiegato Riello – se pensiamo che i lavori sono partiti nel febbraio dello scorso anno e sono stati terminati a dicembre 2009”. Grande è stato anche il regalo diretto all’ambiente, grazie a un taglio di circa 22.000 tonnellate all’anno di emissioni di anidride carbonica.

Alcuni dettagli tecnici Per massimizzare la potenza generata, sono stati utilizzati moduli ad alta efficienza SunPower istallati direttamente su un supporto ad inseguimento solare. Un motore da 0,4 kW consente di orientare i pannelli seguendo costantemente l’inclinazione solare, mentre la velocità di questo motore è comandata da un regolatore di frequenza e il controllo avviene sempre in funzione del tempo, calcolando le variabili controllate da altre due attrezzature, inclinometro e GPS. Per l’impianto da 24MW di Montalto, SMA ha invece fornito 36 Inverter. Ogni inverter riceve una potenza media di 666.6kWp e, a valle dell’inverter un trasformatore innalza la tensione fino a 20kV. I 36 inverter sono stati posizionati in 9 cabine per la trasformazione da bassa e media tensione dove sono presenti anche 19 trasformatori. Inverter e cabine sono stati posizionati nel cuore del parco fotovoltaico insieme a un sistema di controllo e monitoraggio con visualizzazioni in tempo reale della potenza e dell’energia prodotta. Controllo e sistemi di sicurezza che, naturalmente, sono stati estesi a tutto il parco. Il sistema di sorveglianza può infatti contare, oltre alla tradizionale recinzione e l’istallazione di 103 telecamere perimetrali a infrarossi, su un cavo con sensore microfonico, un sistema anti fumo e uno di protezione contro le intrusioni nelle cabine. 
Durante l’incontro con la stampa di ieri Riello ha voluto sottolineare quanto sia stato accurato anche il controllo di ogni fase produttiva: “Abbiamo un quality team molto efficiente che ha passato in rassegna ogni step dell’istallazione e valutato con molta severità ogni fase”. Un controllo necessario anche per rispettare le condizioni stringenti dettate al momento del finanziamento per realizzare il Parco A e il Parco B. 120 milioni di euro erogati “a condizione – come ha spiegato sempre il Responsabile Vendite in Europa di SunPower – che rispettassimo una tabella di marcia addirittura settimanale”. Condizioni che, con molta probabilità, Barclays potrebbe avere avanzato anche per la seconda trance del finanziamento da 44, 5 milioni di euro.

La risposta della comunità Come si è arrivati a realizzare il parco fotovoltaico più grande d’Italia? Le tappe sono state a volte complicate dalla burocrazia, per il rilascio da parte della Provincia di Viterbo dell’Autorizzazione Unica e della VIA da parte della Regione Lazio. Ma l’idea di realizzare il parco, quando ancora il territorio era stretto nella morsa delle fonti inquinanti, è venuta agli amministratori delegati della SunPower nel novembre del 2007. Meno di tre anni per rendere concreto l’obiettivo, passando attraverso il rilascio delle autorizzazioni, il completamento dell’acquisto dei terreni, la richiesta di finanziamento ma soprattutto lo scoglio più difficile: convincere della “bontà del solare” amministratori e cittadini di Montalto di Castro. Per farlo il sindaco decise di organizzare una Conferenza Pubblica per decidere, insieme ai suoi concittadini, se intraprendere il cammino della prima rivoluzione verde della storia di Montalto di Castro. Il risultato si vede oggi: per dirla con le parole dello stesso sindaco “dal primo dicembre non è stato consumato 1kW di energia inquinante” e sono tutti persuasi della buona riuscita del progetto e della grande convenienza economica per l’approvvigionamento energetico domestico. L’impianto da 24 MW, infatti, a oggi è riuscito a produrre più di quanto fosse stato stabilito sulla carta. Una ricaduta “economica” che non si ferma alla sola bolletta. Grande è stato anche l’indotto in termini occupazionali creato dall’impianto. Per la parte elettrica gestita da Terna in soli tre mesi sono stati impiegati circa 100-150 operai altamente specializzati per lavorare su linee ad alta tensione. Nelle diverse fasi di realizzazione dei parchi già entrati in funzione sono state, invece, impiegate tra le 250 e le 350 persone. Senza contare il personale che si occupa oggi della manutenzione, manodopera tutta locale formata direttamente dalle società che hanno realizzato il parco fotovoltaico. Un piccolo ciclo virtuoso che ha permesso, come ha sottolineato il sindaco Carai “di dare rilancio all’economia consentendo di aprire anche nuove prospettive occupazionali, tanto che, per incentivare l’istallazione di impianti anche di piccola taglia per uso domestico, abbiamo aperto in Comune uno sportello per supportare quei cittadini che intraprendono anche per casa la strada del solare”.

La finalità culturale ed educativa Quello di Montalto non è soltanto un impianto fotovoltaico candidato a diventare uno dei più grandi in Europa. E’ un simbolo, una sintesi di buone pratiche e alta tecnologia in equilibrio con ambiente e territorio. Un simbolo che deve creare cultura, conoscenza e promuovere una riflessione sulla possibilità di sfruttare la potenza del sole come antidoto all’energia dell’atomo. Con questo obiettivo sarà terminato entro l’anno un “Centro Visite” interno al parco che consentirà non solo di conoscere nel dettaglio l’impianto ma anche di poter organizzare seminari e corsi direttamente nella struttura. Già quest’anno un team composto da esperti e tecnici di SunRay e SunPower ha organizzato nelle scuole elementari e medie di Montalto dei corsi sulle energie rinnovabili nati anche con l’obiettivo di raccontare ai più piccoli cos’è e com’è nato il parco fotovoltaico più grande d’Italia. Ma molti altri corsi verranno organizzati in diversi licei del Lazio per far conoscere il modello di Montalto anche fuori dai confini della provincia viterbese. Un modello tanto fortunato per questo territorio da consentire alla Giunta Comunale l’approvazione di una delibera per reinvestire i proventi del grande parco esclusivamente in progetti di carattere ambientale e sociale. Per fare di questo piccolo Comune il simbolo dell’alternativa italiana alla potenza nucleare.


[fonte: Rinnovabili.it]
 
 
Ormai non è più possibile parlare solo di “quando” il petrolio finirà di essere la più tragica testimonianza dell’errore umano nel Golfo del Messico. Ora bisogna pensare al come: come riportare, per quanto possibile, tutto com’era circa quarantuno giorni fa. Pensare a come superare il “più grave disastro ambientale della storia degli Stati Uniti”. Pensare a cosa il disastro della BP ha insegnato al presidente Usa Obama e soprattutto non ragionare in futuro solo in termini economici. Per Barak Obama ogni giorno in più segnato dal calendario è un paletto che segna il confine tra quello che non sarebbe mai dovuto accadere e quello che si sarebbe potuto fare per non farlo accadere. 
Un errore forse prevedibile quello che ha dato origine alla “Marea Nera” non solo perché, come riportano in questi giorni molti quotidiani come il New York Times, la BP avrebbe insabbiato la verità nei suoi dossier di un anno fa, ma perché l’estrazione del petrolio dal cuore della terra non è certo operazione da autorizzare con grande tranquillità. Il vero problema è stato non badare ai limiti delle perforazioni off shore, lecite perché energeticamente necessarie alla nazione, non prendendo in considerazione che una fuoriuscita di petrolio sarebbe diventata l’eccezione che conferma la regola. La regola del mercato del greggio che ha spinto anche il Presidente Usa a proseguire sulla strada delle estrazioni per continuare a rifornire un paese “energivoro” come gli Stati Uniti. 
Ora che il disastro c’è Obama frena, osserva la marea dalle coste della Louisiana, sceglie la politica del “la pagherete cara” e mette nelle mani di chi ha provocato il disastro la guida delle operazioni di contenimento della fuoriuscita di greggio. Ora non conta solo la stima dei danni, quotidiani e futuri, che il petrolio della BP sta creando all’ecosistema e alla popolazione. Non conta più l’immagine pubblica del Presidente nobel per la Pace. Per Obama ora è tempo di pensare a come cambiare rotta, come superare il trauma e virare verso una politica energetica alternativa.

A invocare un “New Deal” energeticamente sostenibile è stato oggi, dalle pagine di Repubblica, Pascal Acot, esperto di fama mondiale di scienze climatiche e ambientali e ricercatore di Storia delle scienze presso il Cnrs di Parigi. Nell’intervista Acot punta il dito contro Obama. Parole infuocate che invitano a ripensare questo disastro ambientale alla luce della corsa forsennata all’estrazione del petrolio. “La moratoria annunciata da Obama non basta. Non si può stare fermi ad aspettare che il peggio sia passato per poi ricominciare a tirar fuori il greggio come se nulla fosse. Questo – ha detto – è l’ultimo campanello di allarme, ignorarlo vorrebbe dire assumersi una responsabilità gravissima [perché] quando si agisce contro la natura la natura si ribella”. Acot, che ha dedicato molti anni allo studio dei grandi disastri ecologici, ha sempre sostenuto, infatti, che “non esistono catastrofi ‘naturali’ ma disastri sociali, provocati cioè dalla negligenza dell’ Uomo”.Che l’Uomo di cui parla il ricercatore francese sia poi la declinazione della Politica o dell’Economia è questione di prospettiva storica. Ed Acot, infatti, non ha mancato di sottolineare che questa potrebbe essere “l’occasione per discutere il rapporto tra le grandi lobby industriali e la politica”. Nel disastro del Golfo del Messico l’ Uomo potrebbe essere la cieca volontà di rincorrere l’autosufficienza energetica attraverso il petrolio, ignorando quell’energia pulita che viene dagli elementi naturali della terra di cui, in campagna elettorale, anche Obama era un fervente sostenitore. 
Ora che la Marea Nera è diventato il peggior incubo di Obama bisogna ripartire da capo, riformulare la prospettiva energetica del suo Paese. Un atto di coraggio quello che probabilmente costerà ad Obama sostegno e consenso. In questo Acot si è fatto interprete di richieste sempre più condivise anche all’interno degli Stati Uniti poco inclini, fino ad ora, a fare delle energie rinnovabili il motore di traino dell’economia del futuro. “Obama deve prendere una decisione coraggiosa. Nel Golfo del Messico ci sono riserve di greggio comprese tra 3 e 15 miliardi di barili – ha sottolineato il ricercatore francese – Lasciamole dove stanno. L’industria del petrolio minaccia la salute del mare e quella dell’atmosfera: bisogna passare a un nuovo modello energetico basato sull’efficienza e sulle fonti rinnovabili. Solo così si riuscirà a prevenire sia altri disastri di questo tipo sia le conseguenze ancora più preoccupanti del caos climatico crescente prodotto soprattutto dall’uso dei combustibili fossili”.

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