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Di combustibili verdi si è già parlato abbondantemente, ma il futuro dell’Africa, è questa l’ultima novità in campo energetico, sta nei combustibili “gialli”. Joel Chaney, un giovanissimo ricercatore dell’Università inglese di Nottingham, ha infatti trovato un modo per trasformare le bucce di banana in energia.

Grazie a un procedimento molto semplice, i residui delle banane possono essere convertiti in barrette da bruciare per cucinare oltre che per illuminare e riscaldare gli ambienti. Utilizzando questo metodo i Paesi africani potrebbero significativamente ridurre la quantità di legname bruciata ogni anno -in Rwanda, Tanzania e Burundi, principali produttori di banane del continente, l’80 per cento della fornitura energetica annuale è garantita dal legname-, che a sua volta permetterebbe di contenere l’aumento del tasso di deforestazione, con benefici innegabili per il riscaldamento globale.

Chaney ha pensato all’Africa proprio per la presenza di abbondanti coltivazioni di banane. In Rwanda, ad esempio, sono usate per produrre vino e birra oltre che come frutta. Inoltre, la ricetta dei combustibili gialli necessita solo dell’utilizzo delle parti non commestibili della pianta. E se si pensa che per ottenere una tonnellata di banane se ne producono circa dieci di rifiuti, l’utilità di riutilizzarli risulta ancora più evidente.

Chaney racconta di aver avuto l’intuizione del combustibile giallo proprio in occasione di un viaggio in Rwanda. La ricetta è elementare: “sfruttando le proprietà collanti delle banane, bucce e foglie andate a male vanno impastate in una poltiglia cui va aggiunta un po’ di segatura, il composto va poi pressato per eliminare i liquidi e messo ad essiccare al sole per un paio di settimane”.

Per produrre le barrette di energia gialla non servono macchinari tecnologicamente avanzati né un know how particolare: “ecco perché l’Africa riuscirà a trarre vantaggi dalla nostra scoperta”, commenta Mike Clifford, supervisore di Chaney al dipartimento di ingegneria di Nottingham, lodando il suo laboratorio per aver sempre cercato di studiare soluzioni semplici e accessibili per i problemi basilari delle popolazioni di tutto il mondo.


Joel Chaney dà una dimostrazione della sua idea
 
 
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Si celebra il 24 maggio la Giornata europea dei parchi. La data è stata scelta per ricordare il giorno del 1909 nel quale venne istituito in Svezia il primo parco d’Europa. Questo è perciò l’anno del centenario, anche se in realtà la data viene celebrata da 11 anni. Una giornata sola non basta per festeggiare.  Così i  parchi italiani partecipano alla settimana di celebrazioni voluta da Europarc, l’ente europeo dei parchi naturali, che avrà per tema “I giovani e il futuro dei nostri parchi”.

Le iniziative in programma nelle aree protette italiane sono tantissime. Al Parco Valle del Ticino (Novara), per esempio, la settimana sarà dedicata non solo alla natura ma anche alla scienza, con l’organizzazione di laboratori per ragazzi delle scuole dei Comuni del parco sui temi della terra e dell’energia. Il Parco regionale delle Nebrodi, in Sicilia, organizza tra le altre cose 4 giorni di trekking dal 21 al 24 maggio, e visite guidate verso i punti di osservazione dei grifoni. Tutti i parchi organizzano escursioni, pernottamenti in tenda, spettacoli per bambini, concerti, gare sportive e appetitosi eventi eno-gastronomici. Aprono i rifugi, si organizzano i Centri visita e si tirano fuori barche, bici, e racchette per il nordic walk: insomma questa è la settimana in cui vale tutto, pur di lanciarsi alla scoperta delle riserve naturali.

L’Emilia Romagna  partecipa ai festeggiamento con i suoi 2 parchi nazionali, 13 parchi regionali e le 14 riserve naturali. Per permettere alla cittadinanza e ai turisti di tenere il passo con tutti gli eventi la comunicazione deve funzionare alla perfezione. Il modello migliore, che può garantire la giusta tempestività e il coinvolgimento dei cittadini, è quello offerto dai social network. Così sarà possibile aggiornarsi sulle manifestazioni in programma nelle aree protette della regione anche tramite Facebook e Twitter.


 
 
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Qualche giorno fa l’assessore veneto all’Ambiente Federico Sboarina ha presentato lo studio commissionato ad AGSM che porterà a installare allo stadio Bentegodi di Verona il più grande impianto fotovoltaico d’Italia, in grado di generare 935 mila kWh all’anno.

I pannelli solari collegati alla griglia elettrica (in grado cioè di rivendere l’elettricità prodotta al gestore della rete) sono la tecnologia energetica che sta crescendo più rapidamente nel mondo, con aumenti del 50 per cento nel 2006 e nel 2007 secondo i dati raccolti nel Renewables 2007 Global Status Report della società REN21 (qui il file pdf). L’accesso all’energia solare non è più, però, solo appannaggio delle grandi aziende e compagnie elettriche: grazie alla sempre più rapida evoluzione delle tecnologie (spinta dall’aumento del prezzo dei carburanti fossili e dalle esigenze ambientali del pianeta) e all’introduzione nella finanziaria 2007 del nuovo Conto Energia, oggi installare un pannello fotovoltaico è diventato un investimento in grado di ripagarsi interamente in pochi anni, permettendo addirittura di rivendere l’energia in eccesso alla compagnia elettrica.

In Italia le regioni che hanno maggiormente introdotto il fotovoltaico anche a livello privato sono quelle del Nord, come la Lombardia e il Veneto. Per molti versi, però, lo sfruttamento dell’energia solare è un’opportunità ancora maggiore per le soleggiate regioni del Sud, tra cui la Sardegna, dove la serie di incontri organizzati in collaborazione con Legambiente presso la Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Sassari, sta ottenendo un grandissimo successo di pubblico interessato a conoscere le opportunità offerte dai GAS, i Gruppi d’Acquisto per il Solare.

“La spesa per l’impianto di una casa di medie dimensioni si aggira intorno ai 20.000 euro - spiega Luciano Deriu, segretario regionale di Legambiente – e può essere recuperata in circa 8 anni se l’investimento è liquido o in 11 anni se finanziato da un prestito bancario. Attraverso gli incentivi offerti dal Conto Energia si possono ottenere risultati economici incredibili e sicuri”. Le difficoltà maggiori riguardano la scelta di un fornitore e le problematiche legate agli adempimenti legali, edilizi e naturalistici. “Per questo il GAS è fondamentale – prosegue Deriu. Più persone insieme sono in grado di trovare i fornitori migliori per l’installazione e la manutenzione, oltre che ottenere condizioni economiche più favorevoli dalle banche e risolvere più facilmente le questioni burocratiche”.

Il primo GAS in Sardegna è nato grazie a un’iniziativa del sindaco di Loceri, Carlo Balloi, che ha coinvolto oltre mille famiglie. In seguito sono nate altre iniziative simili anche in provincia di Sassari e ad Alghero, dove, appunto, la facoltà d’Architettura guidata dal professor Cecchini ha più volte riempito l’aula magna con persone interessate a saperne di più.

I pannelli solari di nuova generazione per le abitazioni sfruttano la capacità del silicio di trasformare l’energia solare in energia elettrica. Le tecnologie più comuni (che variano per prezzo e prestazioni) sono il silicio mono-cristallino, il silicio policristallino e il silicio amorfo, che costa meno e ha un tempo di vita inferiore. In generali i moduli fotovoltaici sono grado di durare anche 50-100 anni ma è presumibile che debbano essere cambiati ogni 25-30 anni per obsolescenza della tecnologia. La parte più piacevole è sicuramente la possibilità di dimenticare interamente la bolletta di luce e gas e persino rivendere l’energia in eccesso all’ENEL.

Dopo l’energia solare, la prossima fonte rinnovabile che potrà farsi strada verso le case degli italiani sarà l’energia eolica. In questo caso il funzionamento del generatore è ancora più semplice: una pala, spinta dal vento, trasforma l’energia cinetica in energia meccanica, che viene usata per generare energia elettrica. I problema legati all’utilizzo del “mini-eolico” sono soprattutto di natura estetica: è difficile ipotizzare l’installazione di troppe pale sui tetti della case o nelle tante aree tutelate dal punto di vista naturale e storico/architettonico. Dopo l’approvazione di una nuova normativa all’inizio del 2008 sono stati stanziati i primi fondi statali: “Bisognerebbe far rientrare la produzione di energia eolica nella produzione agricola, sfruttando campi e terreni con gli stessi incentivi – conclude Deriu, l’idea è di ‘Coltivare il Sole e il Vento con la Terra’”.


 
 


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Quanta energia consuma una ricerca su Internet? In media, sostengono gli ingegneri del Googleplex una query di media complessità consuma 1 Kj (kilojoule) e genera un’emissione di 0,2 grammi di CO2.Il tema del consumo energetico e relativo inquinamento è molto caro a Google, attenta a non deludere il claim che l’ha resa famosa nel mondo (don’t be evil).
Ben consapevole del dispendio energetico dei suoi data centre, cuore pulsante del motore di ricerca, la società di Mountain View ritorna sull’argomento nel suo blog ufficiale dove pubblica un’interessante tabella di comparazione delle emissioni di CO2 generate da attività quotidiane e dalle ricerche nel web. Alcuni esempi: le emissioni di CO2 prodotte per fare e distribuire un quotidiano valgono come 850 ricerche con Google; un carico di piatti nella lavastoviglie con il programma EnergyStar produce CO2 quanto 5.100 ricerche; e un cheeseburger ne vale 15.000.

In questi anni Google ha dedicato non poche risorse alla progettazione di data centre sempre più efficienti e oggi sostiene di aver ridotto del 50% il consumo energetico dei proprio centri di calcolo. Sebbene l’elettricità necessaria a far girare le varie apparecchiature elettroniche che ci circondano (computer, Pda, iPod, telefoni cellulari e Gps), sia ormai responsabile della metà delle emissioni generate da tutta l’industria ICT (Information and Telecommunication Technology), è anche vero, sostiene Google, che le tecnologie informatiche e Internet a loro volta contribuiscono a far risparmiare energia. Le e-mail, le videoconferenze, o le stesse ricerche sul web significano meno viaggi di lavoro, meno spostamenti, meno buste di carta e in generale meno emissioni di CO2 prodotte in altri settori dell’economia. E dopo tutto, sostiene Google, è più efficiente muovere elettroni che atomi.