di Roberto Giovannini per lastampa.it

Se finisse così, sarebbe davvero una beffa: invece di tagli alle emissioni di gas serra, tagli esclusivamente virtuali di certificati della cosiddetta «aria calda». Al vertice sul clima di Doha, denunciano gli ambientalisti, uno dei possibili esiti è che i paesi dell’Europa orientale (in prima linea Russia e Polonia) cerchino di contabilizzare come vere riduzioni delle emissioni prodotte dall’industria e dai trasporti dei semplici certificati, che sono stati concessi loro a suo tempo perché ai tempi del crollo dei paesi del socialismo reale - crollo che si accompagnò al crollo drastico delle economie nazionali - i partner firmatari del primo protocollo di Kyoto riconobbero loro il diritto a una sorta di «bonus».  

Alla fine, dicono a Doha gli ambientalisti (d’accordo con alcuni paesi europei industrializzati, per niente contenti di subire una concorrenza sleale), i paesi ex socialisti si troverebbero un doppio vantaggio: hanno emesso un sacco di CO2, evitando i faticosi e costosi processo di de carbonizzazione dell’economia in atto nel resto d’Europa, e per giunta potranno mettere sul mercato, vendendoli a paesi che hanno generato troppe emissioni di gas serra, questi certificati di «aria calda», chiamati in gergo AAU. E’ stato stimato che rimarranno ancora fino a 13 miliardi di tonnellate di queste emissioni «virtuali», quando la prima fase del protocollo di Kyoto terminerà, fra quattro settimane. Ogni credito vale quanto una tonnellata di Co2 in atmosfera e contribuisce al cambiamento climatico.  

Come spiegano WWF e Greenpeace a margine del vertice di Doha, c’è il serio rischio che questa «aria calda» vanifichi in partenza il secondo periodo del protocollo di Kyoto. «A Doha si devono prendere impegni ambiziosi e concreti per la salvaguardia del clima. E si deve porre un argine a tutte le fallacie derivate dal commercio di crediti di emissione e dalla creazione di un vero e proprio mercato del carbonio. Se si consentirà alle economie dell’ex blocco socialista di conservare intatti, in un secondo mandato, i crediti non sfruttati, si starà semplicemente piegando, ancora una volta, la difesa del clima a questioni di realpolitik miopi e irresponsabili” dichiara Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace. 

Mariagrazia Midulla, responsabile Clima e Energia del WWF Italia, afferma che i ministri degli Stati membri dell’UE, la Russia e l’Ucraina, ai negoziati di Doha hanno l’obbligo di agire con urgenza e di fare tutto quanto in loro potere per fare tagli reali alle emissioni di CO2. Se i paesi riuniti a Doha vogliono che questo summit raggiunga un risultato tangibile per il clima globale, devono eliminare la possibilità di trasferire questo surplus di AAU nel secondo periodo di Kyoto». 


 
 
Il servizio idrico italiano fa acqua da tutte la parti. A fronte di bollette tra le più basse d'Europa, con un costo di circa un euro a metro cubo, nel nostro Paese le perdite di una rete obsoleta e poco funzionale arrivano al 30% (in questo caso la percentuale più alta d'Europa), il 15% della popolazione è privo di sistema fognario, i depuratori sono insufficienti o addirittura inesistenti per un italiano su tre e nel Mezzogiorno la discontinuità dell'erogazione rappresenta un problema concreto e reale, soprattutto nella stagione estiva. 

Un quadro tutt'altro che roseo, delineato per la prima volta dall'Autorità per l'energia (a cui il decreto Salva-Italia ha affidato competenze anche sull'acqua), di fronte al quale bisogna intervenire urgentemente, anche per non incorrere nelle sanzioni europee in materia di perdite e inquinamento. Garantire il diritto all'acqua e lottare contro gli sprechi sono priorità essenziali raggiungibili, secondo le stime diffuse dall'Autorità, con 65 miliardi di investimenti nel lungo periodo. Una somma ingente che dovrà essere messa in moto con fondi rotativi e water bond, ma soprattutto partendo dalla revisione del sistema di tariffazione. Per la nuova tariffa è infatti già iniziato il conto alla rovescia. 

Già all'inizio del 2013, l'Authority definirà una "tariffa ponte", in vista dell'arrivo dopo due anni della "tariffa unica per ambito territoriale". Tenendo conto dell'esito del referendum del 2011, l'obiettivo è quello di dare un'indicazione metodologica tariffaria che valuti i costi e garantisca il ritorno degli investimenti (ma solo dopo che le opere saranno state effettuate), facendo in modo che il mercato possa investire con tranquillità. Una volta a regime, la nuova tariffa, spiega il presidente dell'Autorità Guido Bortoni, dovrà cioé garantire la sostenibilità economica della fornitura agli utenti domestici, assicurare l'integrale copertura dei costi di esercizio e di investimento, garantire la sostenibilità ambientale dell'uso della risorsa idrica attraverso l'applicazione del principio 'chi inquina paga', garantire il rispetto dell'esito referendario, introdurre meccanismi per favorire gli investimenti nel settore". 

Difficile prevedere ad oggi se le tariffe aumenteranno e se lo faranno per tutti. Di fronte alle infinite differenziazioni attuali, legate ad ambiti spesso comunali, la nuova tariffa media porterà inevitabilmente a degli aggiustamenti a rialzo in alcuni casi e probabilmente anche al ribasso in altri. Considerando "l'elevato contenuto sociale del servizio", assicura comunque Bortoni, saranno specifiche agevolazioni a tutela delle famiglie e delle fasce sociali più bisognose, specialmente a favore dei nuclei familiari numerosi.


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Limite al riscaldamento, verifiche delle emissioni e degli impegni e finanze sono gli elementi chiave delle fasi finali della 16/a Conferenza Onu per la lotta ai cambiamenti climatici (Cop16), a Cancun, in Messico. Due i testi sui quali i ministri dovranno alla fine dare il consenso, uno sugli obiettivi a lungo termine e uno su Kyoto.

Di seguito gli elementi centrali dei documenti:
OBIETTIVI A LUNGO TERMINE: - Limite al riscaldamento (1 grado - 1.5 gradi - 2 gradi) e concentrazione di 350 parti per milioni (oggi siamo a 394 ppm circa). Se venisse inserito, darebbe il via anche a procedure non solo di taglio delle emissioni, ma anche di cattura e stoccaggio di CO2; - Picco CO2 al 2015: andrebbe inserita la frase "il prima possibile" perché le previsioni per il 2015 parlano addirittura di quasi 450 parti per milione; - Risorse: si conferma il fondo da 30 miliardi di dollari entro il 2012 come deciso a Copenaghen ma, entro il 2020 il fondo da 100 miliardi di dollari l'anno non ha ancora fonti certe (si usa il termine "mobilitazione"). Si parla anche di un nuovo fondo finanziato con l'1,5% del Pil dei paesi industrializzati a partire da un certo anno.

PROTOCOLLO DI KYOTO: - Estensione del Trattato internazionale salva-clima: si tratta di decidere se continuare il protocollo di Kyoto, come caldeggiato dai paesi in via di sviluppo, che si sta rivelando una delle questioni più difficili. La prima serie di obiettivi scade nel 2012; - Obiettivi: decidere nuovi obiettivi nazionali o sotto il Protocollo di Kyoto del clima o sotto la convenzione Onu, o entrambi; - Misura e verifica: all'esame la misura delle emissioni dei paesi sviluppati, per esempio ogni anno, e anche il loro contributo ai fondi di aiuti per il clima ma anche misura dei gas a effetto serra dei paesi in via di sviluppo 'e le loro azioni per rallentare la crescita delle emissioni, magari ogni due-quattro anni.

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Roma guarda a Cancun, e lo fa con l'orgoglio di chi ha i numeri giusti. Per l'Italia infatti sembra a portata di mano il raggiungimento degli obiettivi fissati dall'Unione Europea al 2020 (-20% emissioni CO2), sulla base di uno studio presentato al Senato da AzzeroCo2 in collaborazione con Legambiente e Kyoto Club.

E da 'prima della classe' l'Italia si spinge a chiedere di alzare il target a -30%, ''un obiettivo fattibile, e soprattutto decisamente vantaggioso per le imprese e i cittadini'' ha detto Edoardo Zanchini di Legambiente. ''Per la prima volta, dopo oltre dieci anni - si legge nel rapporto dell'Istituto di ricerca Ambiente Italia - nel 2009 le emissioni globali di CO2 derivanti dagli usi energetici sono diminuite rispetto all'anno precedente, e in Italia le emissioni totali di gas serra sono diminuite del 4,3% tra il 1990 e il 2009. Questa riduzione e' dovuta in larga parte alla crisi economica, ma l'introduzione di una serie di misure di stimolo del mercato puo' produrre una accelerazione dei risultati raggiunti. In particolare, incidendo sui settori dove il Made in Italy e' competitivo (edilizia, automobili, illuminazione pubblica, caldaie e impianti di raffreddamento) si possono tagliare i consumi energetici di circa 9Mtep e le emissioni di Co2 di 28 Mt entro il 2020, con un saldo dell'operazione in attivo per 16 miliardi di euro'' ha sottolineato il ricercatore Rodolfo Pasinetti. 

''Il governo dovrebbe guardare con attenzione a questa ricerca - ha detto il responsabile energia di Legambiente Zanchini - perche' dimostra l'importanza di precise politiche di efficienza energetica, come spingere gli incentivi per i passaggi di elettrodomestici verso la classe A, investimenti che poi si ripagano con ben 16 miliardi di euro di benefici. Il 2020 deve essere uno scenario-sfida per il nostro Paese, che percio' deve guardare ai vantaggi, in termini di bollette meno care e posti di lavoro, di un passaggio immediato a un obiettivo -30% al 2020, come proposto dall'Unione Europea a Cancun''. ''Per la prima volta sviluppo e ambientalismo vanno d'accordo'' ha commentato il vicepresidente Kyoto Club Francesco Ferrante, che ha ricordato come negli ultimi tre anni lo sconto fiscale del 55% per chi fa edilizia ecosostenibile abbia creato 50mila posti di lavoro e cambiato la mentalita' di molti artigiani. ''L'impegno della politica e' ora creare una cornice adatta affinche' analoghi interventi possano essere realizzati a favore dell'ambiente per rilanciare l'economia, che e' - ha concluso - questione sociale prioritaria''.

Confindustria, ha detto infine Massimo Beccarello dell'universita' Milano Bicocca - ha chiesto di ''mantenere pari incentivi fino al 2020, e piu' attenzione alla ricerca'', convinta che con un investimento statale di 1,5 miliardi di euro, il beneficio possa prudentemente attestarsi di 3 miliardi di euro. Quindi, anche per Confindustria ''gli obiettivi Ue di riduzione emissioni sono alla nostra portata, e l'efficienza economica collettiva e' un buon affare''.

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CANCUN (MESSICO) - Sale l'incertezza e la preoccupazione per il risultato della 16/a Conferenza Onu sul clima (Cop16) che vede riuniti a Cancun 194 Paesi. A 24 ore dalla chiusura ufficiale, la paura e' che si lavori a un accordo al ribasso. In prima linea la Bolivia che non ha visto di buon occhio le dinamiche negoziali a cominciare da una super-riunione che ci sarebbe stata con 30-40 ministri. Si teme un nuovo testo contrariamente a quello che hanno chiesto e sostenuto i paesi dell'alternativa bolivariana (Alba) tra cui appunto Bolivia, Nicaragua, Paraguay e Venezuela. Proprio la Bolivia per superare le discussioni ha presentato una bozza di decisione finale con i principali punti in discussione a Cancun, nella quale in particolare chiede di stabilizzare il riscaldamento a non oltre un grado.

Tutti gli scenari sono aperti. Il nodo e' l'estensione del Protocollo di Kyoto. L'Africa Group spinge per avere segnali forti sul Kyoto2 (Second commitment period) ma in realta', per tenere dentro il Giappone, si profilerebbe un ''estensione del primo periodo'' con l'incognita di quanto.

L'Europa, attraverso il Commissario al clima, Connie Hedegaard, ha respinto con forza le accuse in base alle quali l'Ue starebbe uccidendo il Protocollo di Kyoto. E, dall'Italia, arriva l'appello del ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo, a Cina e Usa per un impegno ''sempre maggiore sul fronte del contrasto a cambiamenti climatici''. ''L'Italia - ha detto il ministro - ha lavorato intensamente per il successo di questa Conferenza. Abbiamo cercato di essere, nell'ambito delle strategie comuni dell'Unione Europea, elemento di dialogo e mediazione per avvicinare le posizioni su vari temi chiave ribadendo in ogni sede l'importanza di un impegno che sia davvero di tutti''.

Risorse finanziarie, foreste e mitigazione (ovvero riduzione delle emissioni) i temi centrali dei negoziati.

''Tutti giochi sono aperti ma c'e' la preoccupazione del giorno prima. Noi - ha detto Mariagrazia Midulla, responsabile clima del Wwf Italia - speriamo che dai ministri non arrivi il compromesso del compromesso ma un impegno per un accordo vincolante in Sudafrica. Non bisogna perdere le speranze''. Tra gli elementi positivi Midulla mette il fatto che e' stato riconvocato il gruppo sui numeri di Kyoto (''un segnale positivo che potrebbe dare qualche impulso'') e le opzioni ancora aperte per i fondi. Inoltre tutti i paesi consultati sono per un sistema di target legalmente vincolanti per i paesi industriali.

Quello che ancora non va e' il sistema delle verifiche sugli interventi di mitigazione.

In particolare per i capitoli in campo, sui fondi per i paesi in via di sviluppo ci sono i 30 miliardi di dollari l'anno entro il 2012 come deciso a Copenaghen ma, entro il 2020, il fondo da 100 miliardi di dollari l'anno non ha ancora fonti certe (si usa il termine ''mobilitazione''). Si parla, poi, anche di un nuovo fondo finanziato con l'1,5% del Pil dei Paesi industrializzati a partire da un certo anno.

Per le foreste si prevede un fondo da 5-6 miliardi di dollari dal 2010 al 2012 e l'intervento di impedire la deforestazione e di garantire una gestione dei polmoni del Pianeta andrebbe a coprire un terzo dell'obiettivo del 40-50 per cento di riduzione di Co2 al 2050. La paura e' che in nome della riduzione delle emissioni i Governi possano prendere possesso delle terre.

Infine la mitigazione: discussione aperta su dove inserire questi obiettivi (nel piano a lungo termine o nel Protocollo di Kyoto).

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Anche quest'anno nelle case degli italiani entreranno circa 8 milioni di alberi 'veri' per una spesa di 150 milioni di euro. Lo segnala la Cia-Confederazione Italiana Agricoltori sottolineando che pini e abeti veri ancora una volta supereranno abbondantemente quelli 'artificiali', poco piu' di 5 milioni. Per oltre il 60% gli alberi 'veri' sono di produzione nazionale, mentre gli altri provengono dai Paesi del Nord Europa, in particolare dalla Danimarca.

L'acquisto degli alberi "veri" - sottolinea la Cia - aiuta l'ambiente in quanto provengono, per la maggior parte, dai vivai (circa l'85%), mentre il restante 15% (cimali o punte di abete) dalla normale pratica forestale. Questi sono coltivati in terreni particolari, difficili e collinari proprio per tutelare l'assetto idrogeologico, evitando cosi' frane e smottanti. Il ricambio e' infatti continuo. La coltivazione dell'albero di Natale e' concentrata prevalentemente in Toscana (province di Arezzo e Pistoia), in Veneto e in Friuli. La Cia, quindi, invita ad acquistare i 'naturali' da venditori autorizzati, evitando quelli con le radici recise. Finite le feste, possono essere, infatti, rimpiantati in giardini e parchi o negli stessi vivai. La vendita degli alberi 'veri' - avverte la Cia - viene favorita anche dai prezzi pressoche' stabili rispetto al 2009. I prezzi per quelli 'naturali' di dimensioni normali variano dai 20 ai 50 euro. Ovviamente, il costo cresce se si e' in presenza di un albero che supera i due metri di altezza.- ROMA, 29 NOV - Anche quest'anno nelle case degli italiani entreranno circa 8 milioni di alberi 'veri' per una spesa di 150 milioni di euro. Lo segnala la Cia-Confederazione Italiana Agricoltori sottolineando che pini e abeti veri ancora una volta supereranno abbondantemente quelli 'artificiali', poco piu' di 5 milioni. Per oltre il 60% gli alberi 'veri' sono di produzione nazionale, mentre gli altri provengono dai Paesi del Nord Europa, in particolare dalla Danimarca. L'acquisto degli alberi "veri" - sottolinea la Cia - aiuta l'ambiente in quanto provengono, per la maggior parte, dai vivai (circa l'85%), mentre il restante 15% (cimali o punte di abete) dalla normale pratica forestale. Questi sono coltivati in terreni particolari, difficili e collinari proprio per tutelare l'assetto idrogeologico, evitando cosi' frane e smottanti. Il ricambio e' infatti continuo.

La coltivazione dell'albero di Natale e' concentrata prevalentemente in Toscana (province di Arezzo e Pistoia), in Veneto e in Friuli. La Cia, quindi, invita ad acquistare i 'naturali' da venditori autorizzati, evitando quelli con le radici recise. Finite le feste, possono essere, infatti, rimpiantati in giardini e parchi o negli stessi vivai. La vendita degli alberi 'veri' - avverte la Cia - viene favorita anche dai prezzi pressoche' stabili rispetto al 2009. I prezzi per quelli 'naturali' di dimensioni normali variano dai 20 ai 50 euro. Ovviamente, il costo cresce se si e' in presenza di un albero che supera i due metri di altezza.

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Progettazione eco-compatibile per la commercializzazione di lavatrici e di lavastoviglie per uso domestico, quelle alimentate dalla rete elettrica, e quelle per uso domestico anche da incasso alimentate dalla rete elettrica o da batterie, incluse quelle per usi diversi da quello domestico. Così la Commissione Ue rende note le specifiche per le eco-cucine.

I nuovi criteri hanno l'intento di stabilire requisiti mirati alla riduzione dei consumi di energia e acqua. Ma fissano anche i parametri di riferimento indicativi delle migliori tecniche disponibili e quelli per la valutazione di conformità. I regolamenti sono già pubblicati in Gazzetta ufficiale ed entreranno in vigore a 20 giorni dalla pubblicazione, dando il tempo ai produttori per adeguarsi.

Per quanto riguarda le lavatrici l'introduzione dei nuovi criteri ha l'intento di ridurre significativamente l'impatto ambientale, costituito dai consumi di energia ed acqua. Mentre per quanto riguarda le lavastoviglie l'obiettivo è quelli di ridurre i consumi di energia.

Le nuove regole aspirano a interrompere la tendenza in crescita, che prevede un incremento del consumo annuo di energia e di acqua in netto aumento nel 2020. Le specifiche intendono promuovere fin dalla fase di progettazione l'introduzione di tecnologie innovative, preferendo quelle più sostenibili in termini di investimenti e di costi e identificando quelle favorevoli al rispetto di requisiti ambientali in tutto il ciclo di vita, fino alla smaltimento.

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È stato inaugurato in Norvegia l'impianto galleggiante Morild II, realizzato dalla norvegese Hydra Tidal per ricavare energia dalle correnti marine. L'impianto, dotato di 4 turbine sottomarine dal diametro di 23 metri, per una potenza totale di 1,5 MW, è stato posizionato nelle acque delle isole Lofoten, lungo la costa nordoccidentale norvegese, ed è il maggiore al mondo per lo sfruttamento delle correnti marine. "Gli altri impianti di questo tipo arrivano hanno turbine che arrivano al massimo a 18 metri di diametro e a 1 MW di potenza. Perciò possiamo affermare con certezza che Morild II è il più grande del mondo", ha dichiarato Eivind Nydal, amministratore delegato della Hydra Tidal. Le turbine, sono agganciate ad una struttura galleggiante sotto il pelo dell'acqua (con una colonna emersa nel cui interno sono situati i locali e le strutture di servizio), ma possono essere calate a diverse profondità, in modo da sfruttare nel modo migliore le correnti marine. L'impianto è progettato per semplificare il più possibile le operazioni: l'attività ordinaria sarà gestita a distanza, e la manutenzione si potrà effettuare portando le turbine in superficie. La cerimonia di inaugurazione dell'impianto, dopo 2 anni di lavori, ha celebrato l'allacciamento alla rete elettrica: alla fine del 2010 Morild II inizierà a immettere elettricità nella rete nazionale norvegese. I primi due anni saranno considerati una fase sperimentale, per verificare la tecnologia e valutarne i risultati. Copyright APCOM (c) 2008
 
 
L'Asian Development Bank (ADB), l'indiana National Thermal Power Corporation e la giapponese Kyushi Electric Power Company hanno firmato un accordo di collaborazione per sviluppare e gestire in India progetti a fonti rinnovabili per 500 MW. "La joint-venture - ha dichiarato il responsabile del Dipartimento del settore privato dell'ADB, Michael Barrow - vuole aiutare l'India a raggiungere gli obiettivi nazionali che il suo governo ha indicato in materia di riduzione della dipendenza da combustibili fossili, di abbattimento delle emissioni e di miglioramento della sicurezza energetica. L'auspicio è che il nostro accordo - ha proseguito - possa essere un esempio utile ad incoraggiare operatori stranieri a venire ad investire in India nel settore delle rinnovabili". L'India è oggi il terzo consumatore di energia elettrica in Asia, dopo la Cina e il Giappone, ma la domanda di elettricità sta crescendo a ritmi assai sostenuti, con un tasso medio annuo dell'8% a partire dal 1995. Lo sfruttamento delle nuove fonti rinnovabili (cioè grande idroelettrico escluso) copre attualmente solo il10% del totale della capacità installata, ma è intenzione del governo portare questa quota al 15% entro il 2020. Attualmente in India sono installati 11.000 MW eolici. Secondo le valutazioni dell'ADN - che investirà 40 milioni di dollari per assicurarsi una partecipazione del 25% nella joint-venture - il potenziale del Paese è però di almeno 48.000 MW, mentre altri 15.000 MW potrebbero essere forniti dall'attivazione di piccoli impianti idroelettrici che rappresentano il modo migliore per fornire energia a famiglie a basso reddito nelle zone interne e remote del Paese. Vci Copyright APCOM (c) 2008
 
 
A fronte delle 13.500 tonnellate previste per l’anno corrente, nel 2011 la quota ditonno rosso pescabile nell’Unione Europa si attesterà a 12.900 tonnellate. E’ quanto hanno deciso oggi a Parigi i delegati dei cinquanta Paesi afferenti alla Commissione internazionale per la conservazione dei tonnidi dell’Atlantico (Iccat).

Nonostante le schiaccianti prove scientifiche che il tonno rosso dell’Atlantico sia inpericolo la quota è stata tagliata di appena il 4% per il 2011. Oliver Knowles di Greenpeace spiega al Guardian che a questo punto la parola conservazione dovrebbe sparire dalla sigla dell’ICCAT.

Alla quota consentita bisogna inoltre aggiungere il pescato illegale, che fattura miliardi solo nel Mediterraneo.
Il tonno rosso dell’Atlantico, ai tassi attuali di pesca, potrebbe estinguersi entro il 2012, mentre un divieto temporaneo di pesca potrebbe consentire alla specie di risollevarsi per riprendere in futuro a pescarlo in modo sostenibile.

Sergi Tudela, direttore del programma di pesca nel Mediterraneo del WWF, riassume perfettamente la situazione: "L’avidità e la cattiva gestione hanno assunto la priorità rispetto alla sostenibilità ed al buon senso in questa riunione ICCAT. Dopo anni di osservazione e innumerevoli opportunità per fare la cosa giusta, è chiaro che gli interessi della Commissione non vanno nella direzione di una pesca sostenibile del tonno rosso, ma ad assecondare interessi economici a breve termine. Non sono state attuate misure efficaci per affrontare la diffusa pesca illegale Mediterraneo."

Lo scontento, come appare evidente, serpeggia tra gli ambientalisti, per una riduzione iniqua rispetto alle richieste presentate per tutelare gli stock ittici di tonno rosso, fissate in 6.000 tonnellate totali per il 2011. Una proposta ambiziosa, che si faceva forte dell’appoggio ricevuto da alcuni Stati.

Aspettative deluse, dicevamo, quelle degli ambientalisti. Altro lato della medaglia, la soddisfazione dei ministri, tra cui Giancarlo Galan che al suo arrivo oggi a Bruxelles per il Consiglio dei ministri dell’UE, si dichiara soddisfatto perché le premesse erano ben peggiori. Ha prevalso il buon senso, lo stock di tonno rosso è aumentato, l’azione che avevamo portato avanti ha dato risultati positivi.

L’Italia avrà a disposizione 1.875 tonnellate, il 4,4% in meno rispetto allo scorso anno.
Il presidente di Federcoopesca, Massimo Coccia, si mostra alquanto scettico sull’abbassamento delle quote pescabili, dichiarando che "Anche quest’anno sta andando in scena la solita telenovela. Come può continuare a chiamarsi piano pluriennale di gestione un documento che ha subito da un anno all’altro continui cambiamenti (-36% nel 2009); è senza credibilità quanto meno per le imprese chiamate ogni anno a rivedere i propri piani."

Stando alle stime dell’associazione questo taglio costerà ai produttori tonnieri italiani perdite per un ammontare di 1 milione di euro.
Tutti scontenti, insomma, ambientalisti, consumatori, pescatori… e pescati.

[Fonti: La Stampa; Treehugger]