È stato inaugurato in Norvegia l'impianto galleggiante Morild II, realizzato dalla norvegese Hydra Tidal per ricavare energia dalle correnti marine. L'impianto, dotato di 4 turbine sottomarine dal diametro di 23 metri, per una potenza totale di 1,5 MW, è stato posizionato nelle acque delle isole Lofoten, lungo la costa nordoccidentale norvegese, ed è il maggiore al mondo per lo sfruttamento delle correnti marine. "Gli altri impianti di questo tipo arrivano hanno turbine che arrivano al massimo a 18 metri di diametro e a 1 MW di potenza. Perciò possiamo affermare con certezza che Morild II è il più grande del mondo", ha dichiarato Eivind Nydal, amministratore delegato della Hydra Tidal. Le turbine, sono agganciate ad una struttura galleggiante sotto il pelo dell'acqua (con una colonna emersa nel cui interno sono situati i locali e le strutture di servizio), ma possono essere calate a diverse profondità, in modo da sfruttare nel modo migliore le correnti marine. L'impianto è progettato per semplificare il più possibile le operazioni: l'attività ordinaria sarà gestita a distanza, e la manutenzione si potrà effettuare portando le turbine in superficie. La cerimonia di inaugurazione dell'impianto, dopo 2 anni di lavori, ha celebrato l'allacciamento alla rete elettrica: alla fine del 2010 Morild II inizierà a immettere elettricità nella rete nazionale norvegese. I primi due anni saranno considerati una fase sperimentale, per verificare la tecnologia e valutarne i risultati. Copyright APCOM (c) 2008
 
 
A fronte delle 13.500 tonnellate previste per l’anno corrente, nel 2011 la quota ditonno rosso pescabile nell’Unione Europa si attesterà a 12.900 tonnellate. E’ quanto hanno deciso oggi a Parigi i delegati dei cinquanta Paesi afferenti alla Commissione internazionale per la conservazione dei tonnidi dell’Atlantico (Iccat).

Nonostante le schiaccianti prove scientifiche che il tonno rosso dell’Atlantico sia inpericolo la quota è stata tagliata di appena il 4% per il 2011. Oliver Knowles di Greenpeace spiega al Guardian che a questo punto la parola conservazione dovrebbe sparire dalla sigla dell’ICCAT.

Alla quota consentita bisogna inoltre aggiungere il pescato illegale, che fattura miliardi solo nel Mediterraneo.
Il tonno rosso dell’Atlantico, ai tassi attuali di pesca, potrebbe estinguersi entro il 2012, mentre un divieto temporaneo di pesca potrebbe consentire alla specie di risollevarsi per riprendere in futuro a pescarlo in modo sostenibile.

Sergi Tudela, direttore del programma di pesca nel Mediterraneo del WWF, riassume perfettamente la situazione: "L’avidità e la cattiva gestione hanno assunto la priorità rispetto alla sostenibilità ed al buon senso in questa riunione ICCAT. Dopo anni di osservazione e innumerevoli opportunità per fare la cosa giusta, è chiaro che gli interessi della Commissione non vanno nella direzione di una pesca sostenibile del tonno rosso, ma ad assecondare interessi economici a breve termine. Non sono state attuate misure efficaci per affrontare la diffusa pesca illegale Mediterraneo."

Lo scontento, come appare evidente, serpeggia tra gli ambientalisti, per una riduzione iniqua rispetto alle richieste presentate per tutelare gli stock ittici di tonno rosso, fissate in 6.000 tonnellate totali per il 2011. Una proposta ambiziosa, che si faceva forte dell’appoggio ricevuto da alcuni Stati.

Aspettative deluse, dicevamo, quelle degli ambientalisti. Altro lato della medaglia, la soddisfazione dei ministri, tra cui Giancarlo Galan che al suo arrivo oggi a Bruxelles per il Consiglio dei ministri dell’UE, si dichiara soddisfatto perché le premesse erano ben peggiori. Ha prevalso il buon senso, lo stock di tonno rosso è aumentato, l’azione che avevamo portato avanti ha dato risultati positivi.

L’Italia avrà a disposizione 1.875 tonnellate, il 4,4% in meno rispetto allo scorso anno.
Il presidente di Federcoopesca, Massimo Coccia, si mostra alquanto scettico sull’abbassamento delle quote pescabili, dichiarando che "Anche quest’anno sta andando in scena la solita telenovela. Come può continuare a chiamarsi piano pluriennale di gestione un documento che ha subito da un anno all’altro continui cambiamenti (-36% nel 2009); è senza credibilità quanto meno per le imprese chiamate ogni anno a rivedere i propri piani."

Stando alle stime dell’associazione questo taglio costerà ai produttori tonnieri italiani perdite per un ammontare di 1 milione di euro.
Tutti scontenti, insomma, ambientalisti, consumatori, pescatori… e pescati.

[Fonti: La Stampa; Treehugger]

 
 
Non c’è dubbio che la geoingegneria stia prendendo piede e stimolando il dibattito negli ultimi tempi, ma forse potrebbe rivedere alcuni dei suoi principi. Una recente ricerca effettuata dall’Università di Santa Cruz (California), e pubblicata su Proceedings of National Academy of Sciences, dimostra che le alghe producono tossine che normalmente si pensa siano limitate alle acque costiere, ma possono essere stimolate fino a crescere rapidamente in mare aperto nel processo di “fecondazione dell’oceano” con il ferro.

Secondo quanto si legge su Science:

Le fioriture di diatomee del genere Pseudo-nitzchia producono una neurotossina chiamata acido domoico, e sono all’ordine del giorno nelle acque costiere. Durante le grandi fioriture, la tossina algale entra nella catena alimentare, forzando la chiusura di alcune attività di pesca (come quella dei molluschi e sardine) e avvelenando i mammiferi marini e gli uccelli che si nutrono di pesce contaminato. Ma fino ad ora, la proliferazione di queste alghe in mare aperto ha attratto poco l’attenzione dei ricercatori.

L’autore principale dello studio, Mary Silver, dice che normalmente la Pseudo-nitzchia non ha molto effetto, ma

queste specie sono incredibilmente sensibili al ferro, diventando spesso dominanti nelle fioriture algali che derivano dalla fecondazione da ferro. Qualsiasi ingresso del ferro potrebbe causare una fioritura di cellule che producono la tossina.


Silver aggiunge che i depositi naturali di ferro in mare aperto (provenienti dalle eruzioni vulcaniche, tempeste di polvere, ecc) si sono verificati per milioni di anni, ma di solito si trattava di eventi sporadici.

L’arricchimento del ferro su larga scala potrebbe essere pericoloso perché, se provoca le fioriture di Pseudo-nitzchia, la tossina entrerà nella catena alimentare, come avviene nella zona costiera.

I ricercatori sono giunti a questa conclusione esaminando le cellule di Pseudo-nitzchia trovate nei campioni prelevati dal Golfo dell’Alaska nel 2007, che hanno mostrato la presenza dell’acido domoico. Ciò ha indotto il riesame dei campioni di vecchi esperimenti sulla fecondazione dell’oceano col ferro tra il 1995 e il 2002, ed hanno così scoperto la presenza della tossina.

Kenneth Coale, co-autore, ha dichiarato che questi risultati significano che dovremmo raddoppiare i nostri sforzi per ridurre le emissioni di carbonio, e non trovare escamotage per aumentare l’assorbimento del carbonio già emesso come la fecondazione degli oceani. Ulteriori ricerche serviranno per stabilire se effettivamente queste operazioni possano essere pericolose, ma intanto pare che i programmi che prevedevano lo spargimento di polvere di ferro sugli oceani debbano temporamente fermarsi.

[Fonte: Treehugger]

 
 

Greenpeace lancia oggi il rapporto “Un Mare d’Inferno – il Mediterraneo e il cambiamento climatico”, che conferma che anni di ricerche scientifiche ormai dimostrano in modo inequivocabile che anche il Mediterraneo sta cambiando, Alto Adriatico, mari del sud Italia (Sicilia, Puglia e Calabria), e Alto Tirreno (soprattutto Arcipelago Toscano e mar Ligure) registrano già gravi danni a causa del cambiamento climatico.

Il rapporto è una rassegna di alcuni esempi eclatanti, e di certo non è esaustivo dell’enorme mole di dati scientifici noti. Con una bibliografia di quasi trenta pubblicazioni scientifiche, lo scopo del rapporto è di mettere a disposizione di tutti, con un linguaggio semplice e franco, le “prove” di un fatto ormai ben noto agli scienziati: il cambiamento climatico è già tra noi.

«Non è più questione di “se” o di “ma”. Ormai siamo dentro il cambiamento climatico e dobbiamo intervenire con urgenza per arrestare una deriva che rischia di essere incontrollata e irreversibile- spiega Alessandro Giannì, Direttore delle Campagne di Greenpeace Italia. -Occorre immediatamente ridurre, e poi azzerare, le emissioni di gas serra e, nel frattempo, irrobustire i nostri ecosistemi, compreso il mare, per evitarne il collasso».

Il rapporto evidenzia come il cambiamento climatico non agisce in isolamento, ma insieme a troppi altri fattori di degrado quali l’inquinamento, la distruzione delle coste e la pesca eccessiva e distruttiva. E’ necessario gestire meglio le attività umane che operano sul mare e uno degli strumenti più utili in tal senso sono le riserve marine.

«Dobbiamo mettere al sicuro grandi aree di mare per garantire il funzionamento di questo ecosistema- aggiunge Giannì. -Un mare in salute potrà resistere meglio allo stress imposto dal riscaldamento globale, mentre un mare malato non ce la farà. E noi con lui! ».

Greenpeace ha presentato una proposta per una rete di Riserve Marine che copra il 40% del Mediterraneo, lungo le coste e in altura per proteggere specie ed habitat costieri e marini che siano più sensibili al cambiamento climatico. La realizzazione di questa rete, al 2012, è stata decisa dalla Convenzione di Barcellona (il principale Accordo Internazionale per la protezione del Mediterraneo) con la Dichiarazione di Almeria, adottata nel gennaio 2008.

+ I rapporto di Greenpeace "Un Mare d'Inferno – il Mediterraneo e il cambiamento climatico"