Per far posto a una metropoli del futuro, in quello che viene considerato come uno dei più imponenti progetti urbanistici della storia cinese, il China Pacific Construction Group si prepara a spianare letteralmente 700 montagne per livellare un'area di 130mila ettari a un centinaio di chilometri da Lanzhou, capoluogo della regione di Gansu, nella Cina centrale. 
La "Lanzhou New Area" dovrebbe, secondo i piani, consentire un incremento del pil della regione di 34 miliardi di euro a partire dal 2030, secondo il quotidiano cinese China Daily. Il progetto, approvato ad agosto, rappresenta la quinta "zona di sviluppo" della Cina, la prima nelle regioni interne centrali. 
Il primo stadio del livellamento delle montagna è iniziato a fine ottobre, scrive il China Economic Keekly, e permetterà la nascita di un distretto urbano su un'area di 2.600 ettari a nordest di Lanzhou. Dietro all'iniziativa - riporta il Guardian - vi è il China Pacific Construction Group di Yan Jiehe, un imprenditore 52enne cinese, che ha creato la sua fortuna dal nulla e attualmente detiene il decimo patrimonio del paese. 
Questo ultimo progetto suscita in ogni caso molto scetticismo: Lanzhou, che ospita 3.6 milioni di abitani lungo il Fiume Giallo, soffre di non pochi problemi ambientali già adesso: l'anno scorso l'Oms le ha attribuito il marchio di città più inquinata della Cina, a causa dell'enorme sviluppo dell'industria tessile, metallurgica a di produzione di fertilizzanti. 

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(TMNews) - C'è aria di flop alla 18esima conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, che si è aperta il 26 novembre e si conclude oggi a Doha, in Quatar: i partecipanti restano fortemente divisi sul Kyoto2, che dal 2013 dovrebbe entrare in vigore per contribuire al taglio delle emissioni dei Paesi sviluppati al posto del Kyoto 1, e sul Green Fund, i fondi per i paesi in via di sviluppo. 
I delegati tra ieri e questa notte hanno provato in tutti i modi a trovare un accordo su un progetto di transizione che argini i cambiamenti climatici e apra la strada a un nuovo trattato che entri in vigore nel 2020. "C'è un alto livello di disaccordo sul pacchetto attuale", ha spiegato il ministro degli Esteri di Nauru, stato insulare dell'Oceania, Kieren Keke, durante la pausa pranzo seguita all'acceso dibattito notturno. "In generale, l'attuale pacchetto riguarda ampiamente la prosecuzione del dibattito e molto poco l'azione", ha aggiunto. 
Stati Uniti e Unione europea si sono rifiutati di fornire cifre concrete per gli stanziamenti del 2013-2020, tirando in ballo le difficoltà legate alla crisi economica attuale. 

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 (TMNews) - Il Giappone potrebbe rivedere al ribasso il suo obiettivo di ridurre del 25% le sue emissioni di gas a effetto serra tra il 1990 e il 2020. Lo ha detto un responsabile giapponese evocando oggi la nuova situazione creata dall'incidente di Fukushima. Tokyo aveva assunto questo impegno nel 2009, salutato dagli ecologisti, a condizione che anche i principali paesi inquinatori come Stati Uniti e Cina si fossero impegnati a loro volta a ridurre le loro emissioni. 
Ma l'incidente nucleare di Fukushima, avvenuto nel marzo 2011, ha provocato il fermo quasi completo dei 50 reattori atomici del paese. Per compensare, le compagnie elettriche aono state costrette ad aumentare massicciamente la produzione nelle loro centrali termiche (a gas, petrolio o carbone), che emettono grandi quantità di gae a effetto serra contrariamente alle centrali nucleari. 
"Il Giappone riflette sui mezzi per pervenire alla riduzione del 25% delle sue emissioni di gas a effetto serra entro il 2020, ma noi stiamo considerando anche di rivedere questo obiettivo", ha detto Shuichiro Niihara. 
(fonte Afp) 

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(TMNews) - Il ministro della Salute iraniano, la signora Marzieh Vahid Dastjerdi, ha invitato gli abitanti di Teheran a lasciare la città, dopo che da qualche giorno è stato raggiunto un picco di inquinamento che ha fatto annullare una riunione del consiglio dei ministri. "Se gli abitanti di Teheran hanno la possibilità di andarsene, faranno meglio a farlo per evitare queste condizioni" atmosferiche, ha spiegato la "ministra". 
Da diversi giorni è stato toccato il livello di allerta nella capitale iraniana, come in altre grandi città del paese degli Ayatollah, con ieri e oggi dichiarati giorni festivi in scuole, università e uffici pubblici. Sempre a causa dell'allarme inquinamento è stata annullata una riunione del consiglio dei ministri, ha riferito l'agenzia ufficiale Fars. 
Nonostante le misure, "la qualità dell'aria resta a livelli pericolosi e la concentrazione delle emissioni inquinanti è aumentata nelle ultime 24 ore", ha dichiarato un ispettore dei servizi di controllo per la qualità dell'aria. 
Secondo il ministro della Sanità, le visite negli ambulatori di cardiologia sono aumentate del 30% negli ultimi giorni, con un tasso del 15% negli ospedali. Chi si presenta soffre in particolare di mal di testa, difficoltà respiratorie e nausee. 

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(TMNews) - La Cina ha promesso di fornire il "contributo dovuto" per il taglio delle emissioni di gas a effetto serra e la lotta al cambiamento climatico, ma ha sollecitato i Paesi sviluppati a fare di più. 
Xie Zhenhua, capo della delegazione cinese ai negoziati per il cambiamento climatico di Doha, ha detto: "Stiamo lavorando insieme con gli altri Paesi sul cambiamento climatico globale e daremo il contributo dovuto a questo scopo. Se Paesi diversi hanno situazioni diverse, questo è comprensibile, ma stiamo cercando un terreno comune". 
Il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha detto: "Il fenomeno del cambiamento climatico è stato provocato dall'industrializzazione del mondo sviluppato. E' soltanto equo e ragionevole che il mondo sviluppato debba farsi carico della maggior parte della responsabilità". 
I ministeri si preparano a entrare nella fase conclusiva dei negoziati ai colloqui Onu, finalizzati a produrre un seguito del protollo di Kyoto e un nuovo accordo che sia sottoscritto da tutti i Paesi entro il 2015, per entrare in vigore a partire dal 2020. 

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(TMNews) - Il trasporto delle merci sul fiume Mississippi rischia di paralizzarsi a causa del basso livello delle acque. L'allarme è stato lanciato dagli operatori del settore, che hanno sottoscritto l'appello lanciato dagli agricoltori americani al Presidente Barack Obama perchè intervenga al più presto per garantire la navigazione lungo il tratto cruciale di 320 chilometri che collega Saint Louis al Cairo, in Illinois. 
La scarsa profondità delle acque è il risultato della combinazione di un calo delle precipitazioni durante il periodo straordinario di siccità che ha investito quest'anno il Midwest e degli interventi sulle dighe del fiume da parte del Genio militare, atti a ridurre il flusso delle acque in Missouri. 
Il ridotto livello delle acque ha già compromesso il trasporto di grano e soia dal Midwest verso la costa del Golfo e la navigazione potrebbe fermarsi completamente entro il prossimo 22 dicembre se il livello delle acque continuerà a scendere al ritmo attuale, pari a 33 centimetri alla settimana. Questo significherebbe arenare tre miliardi di prodotti agricoli e due miliardi di prodotti petrolchimici: "Si tratta di una stima", ha precisato al Financial Times il Presidente delle operazioni di navigazione dell'azienda Cargill, Rick Calhoum. 
In una lettera alla Casa Bianca, agricoltori e operatori della navigazione hanno chiesto di aprire le dighe del Missouri, sottolineando che "la superautostrada del fiume Mississippi è essenziale all'agricoltura americana, fungendo da principale mezzo di trasporto per prodotti agricoli di prima necessità, da fertilizzante e garantendo allo stesso tempo alla produzione agricola statunitense l'accesso ai mercati nazionali e internazionali". 

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In Italia solo il 33% dei rifiuti urbani viene recuperato, rispetto alla media europea del 42%; dopo di noi ci sono solo il Portogallo (19%) e la Grecia (18%). Non solo: quasi la metà dei rifiuti prodotti, il 49%, finisce in discarica. Una quantità di rifiuti pari a 15 milioni di tonnellate ogni anno, mentre in Europa viene mediamente conferito in discarica appena il 30% dei rifiuti.  

Nel Mezzogiorno, se possibile, la situazione è ancora più negativa con quasi tutte le Regioni che superano ampiamente il 60% di rifiuti smaltiti ancora in discarica, fino alla percentuale record del 93% registrata in Sicilia, maglia nera della classifica.  

E’ quanto emerge dallo studio annuale “L’Italia del Riciclo”, il Rapporto promosso da Fise Unire, l’Associazione di Confindustria che rappresenta le aziende del recupero rifiuti, e dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, che sono stati illustrati oggi nel corso di un convegno tenutosi a Roma presso la Sala Conferenze di Piazza Montecitorio.  

Lo studio elabora dati di fonte europea (gli ultimi dati disponibili sono relativi al 2010, ma da allora il trend è rimasto costante), che sono sostanzialmente in linea con le indicazioni fornite dall’Ispra e che confermano il primato della discarica.  

Purtroppo, è ancora ampio il divario che ci separa dai Paesi che presentano migliori performance nel recupero di materia dai rifiuti urbani, come Austria (70%), Germania e Belgio (62%), Paesi Bassi (61%), Svezia (50%) e Danimarca (42%). Questi sei Paesi europei, oltre a un elevato tasso di riciclo e a una quota significativa di recupero energetico mostrano anche un altro dato in comune: smaltiscono in discarica tra lo 0 e il 3% dei rifiuti. 

In Italia, invece, sono ben 9 le Regioni che si affidano alla discarica per smaltire oltre il 60% dei propri rifiuti (Liguria, Umbria, Marche, Lazio, Molise, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia) e diventano 10, con la Campania, se si aggiungono a questi rifiuti quelli inviati fuori Regione o all’estero. Il Lazio, con oltre 2,5 milioni di tonnellate, è la Regione che smaltisce in discarica la maggiore quantità di rifiuti urbani, pari al 74% di quelli prodotti. La sola provincia di Roma porta in discarica quasi 1,9 milioni di tonnellate di rifiuti ogni anno, di cui oltre 1,3 milioni solo nel comune di Roma. 

Le cattive notizie per il nostro Paese non si fermano qui: secondo il Rapporto recuperiamo sotto forma di materia solo il 20% dei rifiuti (escluso il compostaggio), contro una media europea del 26%; anche il compostaggio e il recupero energetico si mantengono sotto la media del “vecchio continente”, rispettivamente al 13% (in Europa al 16%) e al 18% (29% in Europa).  

In questo scenario critico, nel 2011 l’industria italiana del riciclo degli imballaggi si è mantenuta su buoni livelli sia per quantitativi, pari a 7,5 milioni di tonnellate (+2% sul 2010, quando erano 7.346), sia per tasso di riciclo, stabile al 64%: crescono carta (+3%), plastica (+4%) e vetro (+7%), in calo acciaio (-1%), alluminio (-13%) e legno (-5%). 

«Il riciclo dei rifiuti - ha detto - Corrado Scapino, presidente di Unire - costituisce una delle priorità strategiche per lo sviluppo della green economy. Gli obiettivi di riciclo europei sono, per alcune filiere, ancora lontani e per raggiungerli è necessario che oggi le strategie di crescita industriale nazionale si coniughino con politiche di sviluppo sostenibile che prevedano l’impegno e la partecipazione di tutti i soggetti economici della filiera, dai produttori ai riciclatori. Resta tuttora prioritaria - aggiunge Scapino - l’attivazione di nuove leve per stimolare il mercato dei materiali riciclati, evitando politiche ambientali miopi e strumentali che rischierebbero solo di frenare ulteriormente lo sviluppo dell’industria del recupero».  

«Anche il Rapporto di quest’ anno - ha affermato Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo Sviluppo sostenibile - mette in luce come l’ Italia abbia una gestione poco virtuosa dei suoi rifiuti con un’altissima percentuale di ricorso alla discarica e una bassa percentuale di riciclo effettivo». Uno dei motivi principali di questa situazione è la bassa tassazione sullo smaltimento in discarica (15 euro a tonnellate in Italia contro le 40 in Germania). 

«Occorre dare - conclude Ronchi - effettiva priorità al riciclo, così come obbliga a fare la direttiva europea 98/2008 CE, ricorrendo anche agli incentivi economici o fiscali in quelle filiere, per esempio quella delle plastiche miste, dove il riciclo si trovi in condizioni di svantaggio rispetto al recupero energetico».  


 
(TMNews) - Il più grande impianto fotovoltaico dell'Africa verrà costruito in Ghana: lo ha annunciato Blue Energy, l'azienda inglese dietro al mega-progetto da 300 milioni di euro circa, come scrive il Guardian.
La nuova spinta alle energie rinnovabili del paese produttore di cacao e petrolio, prevede di creare centinaia di posti di lavoro e di aumentare la capacità elettrica del Ghana del 6%, nonchè di ridurre le emissioni di anidride carbonica.
L'impianto fotovoltaico da 155 MW sarà totalmente operativo a partire dall'ottobre 2015, ha affermato Blue Energy, che ha già costruito un'azienda solare trenta volte più piccola fuori Swindon, nel Wiltshire, sud-ovest dell'Inghilterra. I lavori del progetto, intitolato "Nzema", cominceranno vicino al villaggio di Aiwiaso, nell'ovest del Ghana per la fine dell'anno prossimo, con l'installazione di circa 630mila di moduli fotovoltaici.
L'impianto, che quando è stato progettato prometteva di essere il quarto più grande al mondo, sarà il primo a ricevere gli incentivi stanziati dal governo nel 2011.

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(TMNews) - Una turbina eolica a km zero costruita dai rottami. In Kenia, dove oltre l'80% degli abitanti, ovvero circa 30 milioni di persone, non ha accesso all'elettricità, una società sta diffondendo l'eolico fai-da-te realizzato con l'e-waste. È questo il progetto, infatti, di Access:energy, divisione energetica di Access:collective, che si occupa dello sviluppo dell'Africa orientale e vuole diffondere l'utilizzo di mini turbine eoliche.
Il sito spiega Greeenme.it spiega che l'obbiettivo è quello di dare alla popolazione le conoscenze tecniche per realizzare i propri aerogeneratori a partire da rottami metallici, parti di automobili e rifiuti elettronici. Nei Paesi in via di sviluppo l'energia del vento, infatti è ancora troppo poco utilizzata. Colpa soprattutto dei costi proibitivi, che spingono spesso a preferire i pannelli fotovoltaici importati dall'estero.
Il dispositivo realizzato dall'azienda si chiama Night Heron Turbine e produce energia elettrica ad un costo di due o tre volte inferiore rispetto ai pannelli solari fotovoltaici equivalenti in potenza. È in grado di generare energia sufficiente per 50 abitazioni rurali (circa 2,5 kWh al giorno), e, soprattutto, può essere costruito con materiali di provenienza locale.Gli usi sono praticamente infiniti, permettendo alle persone di caricare i telefoni cellulari da casa, dando alle cliniche energia sufficiente a mantenere accesi i macchinari o fornendo luce non inquinante, libera dal cherosene, ai bambini che vogliono studiare.

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di Roberto Giovannini per lastampa.it

Se finisse così, sarebbe davvero una beffa: invece di tagli alle emissioni di gas serra, tagli esclusivamente virtuali di certificati della cosiddetta «aria calda». Al vertice sul clima di Doha, denunciano gli ambientalisti, uno dei possibili esiti è che i paesi dell’Europa orientale (in prima linea Russia e Polonia) cerchino di contabilizzare come vere riduzioni delle emissioni prodotte dall’industria e dai trasporti dei semplici certificati, che sono stati concessi loro a suo tempo perché ai tempi del crollo dei paesi del socialismo reale - crollo che si accompagnò al crollo drastico delle economie nazionali - i partner firmatari del primo protocollo di Kyoto riconobbero loro il diritto a una sorta di «bonus».  

Alla fine, dicono a Doha gli ambientalisti (d’accordo con alcuni paesi europei industrializzati, per niente contenti di subire una concorrenza sleale), i paesi ex socialisti si troverebbero un doppio vantaggio: hanno emesso un sacco di CO2, evitando i faticosi e costosi processo di de carbonizzazione dell’economia in atto nel resto d’Europa, e per giunta potranno mettere sul mercato, vendendoli a paesi che hanno generato troppe emissioni di gas serra, questi certificati di «aria calda», chiamati in gergo AAU. E’ stato stimato che rimarranno ancora fino a 13 miliardi di tonnellate di queste emissioni «virtuali», quando la prima fase del protocollo di Kyoto terminerà, fra quattro settimane. Ogni credito vale quanto una tonnellata di Co2 in atmosfera e contribuisce al cambiamento climatico.  

Come spiegano WWF e Greenpeace a margine del vertice di Doha, c’è il serio rischio che questa «aria calda» vanifichi in partenza il secondo periodo del protocollo di Kyoto. «A Doha si devono prendere impegni ambiziosi e concreti per la salvaguardia del clima. E si deve porre un argine a tutte le fallacie derivate dal commercio di crediti di emissione e dalla creazione di un vero e proprio mercato del carbonio. Se si consentirà alle economie dell’ex blocco socialista di conservare intatti, in un secondo mandato, i crediti non sfruttati, si starà semplicemente piegando, ancora una volta, la difesa del clima a questioni di realpolitik miopi e irresponsabili” dichiara Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace. 

Mariagrazia Midulla, responsabile Clima e Energia del WWF Italia, afferma che i ministri degli Stati membri dell’UE, la Russia e l’Ucraina, ai negoziati di Doha hanno l’obbligo di agire con urgenza e di fare tutto quanto in loro potere per fare tagli reali alle emissioni di CO2. Se i paesi riuniti a Doha vogliono che questo summit raggiunga un risultato tangibile per il clima globale, devono eliminare la possibilità di trasferire questo surplus di AAU nel secondo periodo di Kyoto».