(TMNews) - L'acquisto di tablet, smartphone e altri apparecchi ad alta tecnologia - in prima fila per la corsa al regalo natalizio - ha un forte impatto sul consumo delle risorse e sulle condizioni di lavoro: è quanto si legge in un comunicato dell'ong ambientalista "Amici della Terra", che ha lanciato anche un sito on-line di informazioni sull'argomento. 
L'ong denuncia il silenzio sugli effetti "spesso catastrofici" della produzione e del consumo di tali prodotti: sfruttamento eccessivo dei metalli (come lo stagno o le terre rare), condizioni di lavoro nelle fabbriche, un rinnovamento accelerato attraverso le offerte commerciali ed un basso tasso di riciclo dei prodotti (nel 2011 appena il 4,5% per i telefonini usati). 
Il sito fornisce dei consigli per prolungare la vita media del proprio cellulare - stimata attualmente in appena 18 mesi - e sul riciclaggio dei materiali; l'ong chiede inoltre una legge che obblighi i produttori a fornire una garanzia di dieci anni, in modo da incentivare i prodotti a lunga durata e la pratica delle riparazioni. 
(fonte Afp) 

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Non si torna indietro ma non si va neppure avanti. Al vertice sui cambiamenti climatici a Doha alla fine è arrivato l’accordo minimo, quello che permette di proseguire nella riduzione delle emissioni di Co2 fino al 2020, con l’obbligo di ridurle fra il 25 e il 40 per cento rispetto ai livelli del 1990. L’accordo spirava alla fine del 2013 e non rinnovarlo avrebbe significato il liberi tutti.  

Il semplice proseguimento non risolve certo il problema del riscaldamento globale. Una serie di studi pubblicati in questi giorni anche per mettere pressione sugli inviati a Doha ha mostrato che, per esempio, il ritmo di scioglimento dei ghiacci al Polo Sud e in Groenlandia è triplicato nell’ultimo decennio e l’innalzamento del livello dei mari, seppure limitato finora a 11 millimetri sta accelerando in misura rilevabile in modo certo. Altro dato, i primi 11 mesi del 2012 sono stati i più caldi di sempre negli Stati Uniti, e l’anno si avvia a battere il record del 1998.  

Ma sono proprio gli Usa i grandi assenti dal protocollo di Kyoto. Assieme a India e Cina, anche loro esentate, rappresentano i due terzi delle emissioni globali. I firmatari di Kyoto, Unione europea in testa, rappresentano ormai soltanto il 15 per cento delle emissioni di gas serra. Rispetto al dicembre del 1997, quando fu firmato l’accordo il Giappone, la Cina è cresciuta a dismisura, ed è oggi la più grande inquinatrice. Ma acnhe Stati Uniti e India emettono più Co2 rispetto ad allora. Per non parlare dei Paesi del Golfo e dello stesso Qatar che ha ospitato i lavori, i più grandi inquinatori pro-capite.  

La crisi globale, da una parte, ha rallentato o fatto calare le emissioni nei Paesi occidentali, tanto che l’Europa dovrebbe centrare gli obiettivi del 2020 senza troppe difficoltà, ma ha anche reso meno disponibili le potenze industriali a imbarcarsi in programmi che possono ridurre la competitività. E i costi dei disastri ambientali - per restare negli Usa, l’uragano Sandy costerà 80 miliardi di dollari a imprese e contribuenti - non vengono messi nel conto.  


 
 
Nel decreto Sviluppo, approvato a Palazzo Madama, viene eliminato il limite temporale entro cui scattano le sanzioni per i bioshopper non compostabili.
Precedentemente il limite era stato fissato al 31 dicembre 2012 dal testo iniziale dello stesso provvedimento.
L'articolo 34, comma 30, stabilisce che l'applicazione delle sanzioni parta 60 giorni dall'emanazione del decreto ministeriale contenete i parametri di composizione dei bioshopper.
Ancora prima, il decreto Ambiente di quest'anno aveva fissato il limite al 31 dicembre 2013, poi rivisto nel testo del Dl Sviluppo, e oggi sostituito ed approvato con la nuova indicazione.

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 (TMNews) - Il Giappone potrebbe rivedere al ribasso il suo obiettivo di ridurre del 25% le sue emissioni di gas a effetto serra tra il 1990 e il 2020. Lo ha detto un responsabile giapponese evocando oggi la nuova situazione creata dall'incidente di Fukushima. Tokyo aveva assunto questo impegno nel 2009, salutato dagli ecologisti, a condizione che anche i principali paesi inquinatori come Stati Uniti e Cina si fossero impegnati a loro volta a ridurre le loro emissioni. 
Ma l'incidente nucleare di Fukushima, avvenuto nel marzo 2011, ha provocato il fermo quasi completo dei 50 reattori atomici del paese. Per compensare, le compagnie elettriche aono state costrette ad aumentare massicciamente la produzione nelle loro centrali termiche (a gas, petrolio o carbone), che emettono grandi quantità di gae a effetto serra contrariamente alle centrali nucleari. 
"Il Giappone riflette sui mezzi per pervenire alla riduzione del 25% delle sue emissioni di gas a effetto serra entro il 2020, ma noi stiamo considerando anche di rivedere questo obiettivo", ha detto Shuichiro Niihara. 
(fonte Afp) 

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(TMNews) - Il ministro della Salute iraniano, la signora Marzieh Vahid Dastjerdi, ha invitato gli abitanti di Teheran a lasciare la città, dopo che da qualche giorno è stato raggiunto un picco di inquinamento che ha fatto annullare una riunione del consiglio dei ministri. "Se gli abitanti di Teheran hanno la possibilità di andarsene, faranno meglio a farlo per evitare queste condizioni" atmosferiche, ha spiegato la "ministra". 
Da diversi giorni è stato toccato il livello di allerta nella capitale iraniana, come in altre grandi città del paese degli Ayatollah, con ieri e oggi dichiarati giorni festivi in scuole, università e uffici pubblici. Sempre a causa dell'allarme inquinamento è stata annullata una riunione del consiglio dei ministri, ha riferito l'agenzia ufficiale Fars. 
Nonostante le misure, "la qualità dell'aria resta a livelli pericolosi e la concentrazione delle emissioni inquinanti è aumentata nelle ultime 24 ore", ha dichiarato un ispettore dei servizi di controllo per la qualità dell'aria. 
Secondo il ministro della Sanità, le visite negli ambulatori di cardiologia sono aumentate del 30% negli ultimi giorni, con un tasso del 15% negli ospedali. Chi si presenta soffre in particolare di mal di testa, difficoltà respiratorie e nausee. 

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(TMNews) - La Cina ha promesso di fornire il "contributo dovuto" per il taglio delle emissioni di gas a effetto serra e la lotta al cambiamento climatico, ma ha sollecitato i Paesi sviluppati a fare di più. 
Xie Zhenhua, capo della delegazione cinese ai negoziati per il cambiamento climatico di Doha, ha detto: "Stiamo lavorando insieme con gli altri Paesi sul cambiamento climatico globale e daremo il contributo dovuto a questo scopo. Se Paesi diversi hanno situazioni diverse, questo è comprensibile, ma stiamo cercando un terreno comune". 
Il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha detto: "Il fenomeno del cambiamento climatico è stato provocato dall'industrializzazione del mondo sviluppato. E' soltanto equo e ragionevole che il mondo sviluppato debba farsi carico della maggior parte della responsabilità". 
I ministeri si preparano a entrare nella fase conclusiva dei negoziati ai colloqui Onu, finalizzati a produrre un seguito del protollo di Kyoto e un nuovo accordo che sia sottoscritto da tutti i Paesi entro il 2015, per entrare in vigore a partire dal 2020. 

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(TMNews) - Il trasporto delle merci sul fiume Mississippi rischia di paralizzarsi a causa del basso livello delle acque. L'allarme è stato lanciato dagli operatori del settore, che hanno sottoscritto l'appello lanciato dagli agricoltori americani al Presidente Barack Obama perchè intervenga al più presto per garantire la navigazione lungo il tratto cruciale di 320 chilometri che collega Saint Louis al Cairo, in Illinois. 
La scarsa profondità delle acque è il risultato della combinazione di un calo delle precipitazioni durante il periodo straordinario di siccità che ha investito quest'anno il Midwest e degli interventi sulle dighe del fiume da parte del Genio militare, atti a ridurre il flusso delle acque in Missouri. 
Il ridotto livello delle acque ha già compromesso il trasporto di grano e soia dal Midwest verso la costa del Golfo e la navigazione potrebbe fermarsi completamente entro il prossimo 22 dicembre se il livello delle acque continuerà a scendere al ritmo attuale, pari a 33 centimetri alla settimana. Questo significherebbe arenare tre miliardi di prodotti agricoli e due miliardi di prodotti petrolchimici: "Si tratta di una stima", ha precisato al Financial Times il Presidente delle operazioni di navigazione dell'azienda Cargill, Rick Calhoum. 
In una lettera alla Casa Bianca, agricoltori e operatori della navigazione hanno chiesto di aprire le dighe del Missouri, sottolineando che "la superautostrada del fiume Mississippi è essenziale all'agricoltura americana, fungendo da principale mezzo di trasporto per prodotti agricoli di prima necessità, da fertilizzante e garantendo allo stesso tempo alla produzione agricola statunitense l'accesso ai mercati nazionali e internazionali". 

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In Italia solo il 33% dei rifiuti urbani viene recuperato, rispetto alla media europea del 42%; dopo di noi ci sono solo il Portogallo (19%) e la Grecia (18%). Non solo: quasi la metà dei rifiuti prodotti, il 49%, finisce in discarica. Una quantità di rifiuti pari a 15 milioni di tonnellate ogni anno, mentre in Europa viene mediamente conferito in discarica appena il 30% dei rifiuti.  

Nel Mezzogiorno, se possibile, la situazione è ancora più negativa con quasi tutte le Regioni che superano ampiamente il 60% di rifiuti smaltiti ancora in discarica, fino alla percentuale record del 93% registrata in Sicilia, maglia nera della classifica.  

E’ quanto emerge dallo studio annuale “L’Italia del Riciclo”, il Rapporto promosso da Fise Unire, l’Associazione di Confindustria che rappresenta le aziende del recupero rifiuti, e dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, che sono stati illustrati oggi nel corso di un convegno tenutosi a Roma presso la Sala Conferenze di Piazza Montecitorio.  

Lo studio elabora dati di fonte europea (gli ultimi dati disponibili sono relativi al 2010, ma da allora il trend è rimasto costante), che sono sostanzialmente in linea con le indicazioni fornite dall’Ispra e che confermano il primato della discarica.  

Purtroppo, è ancora ampio il divario che ci separa dai Paesi che presentano migliori performance nel recupero di materia dai rifiuti urbani, come Austria (70%), Germania e Belgio (62%), Paesi Bassi (61%), Svezia (50%) e Danimarca (42%). Questi sei Paesi europei, oltre a un elevato tasso di riciclo e a una quota significativa di recupero energetico mostrano anche un altro dato in comune: smaltiscono in discarica tra lo 0 e il 3% dei rifiuti. 

In Italia, invece, sono ben 9 le Regioni che si affidano alla discarica per smaltire oltre il 60% dei propri rifiuti (Liguria, Umbria, Marche, Lazio, Molise, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia) e diventano 10, con la Campania, se si aggiungono a questi rifiuti quelli inviati fuori Regione o all’estero. Il Lazio, con oltre 2,5 milioni di tonnellate, è la Regione che smaltisce in discarica la maggiore quantità di rifiuti urbani, pari al 74% di quelli prodotti. La sola provincia di Roma porta in discarica quasi 1,9 milioni di tonnellate di rifiuti ogni anno, di cui oltre 1,3 milioni solo nel comune di Roma. 

Le cattive notizie per il nostro Paese non si fermano qui: secondo il Rapporto recuperiamo sotto forma di materia solo il 20% dei rifiuti (escluso il compostaggio), contro una media europea del 26%; anche il compostaggio e il recupero energetico si mantengono sotto la media del “vecchio continente”, rispettivamente al 13% (in Europa al 16%) e al 18% (29% in Europa).  

In questo scenario critico, nel 2011 l’industria italiana del riciclo degli imballaggi si è mantenuta su buoni livelli sia per quantitativi, pari a 7,5 milioni di tonnellate (+2% sul 2010, quando erano 7.346), sia per tasso di riciclo, stabile al 64%: crescono carta (+3%), plastica (+4%) e vetro (+7%), in calo acciaio (-1%), alluminio (-13%) e legno (-5%). 

«Il riciclo dei rifiuti - ha detto - Corrado Scapino, presidente di Unire - costituisce una delle priorità strategiche per lo sviluppo della green economy. Gli obiettivi di riciclo europei sono, per alcune filiere, ancora lontani e per raggiungerli è necessario che oggi le strategie di crescita industriale nazionale si coniughino con politiche di sviluppo sostenibile che prevedano l’impegno e la partecipazione di tutti i soggetti economici della filiera, dai produttori ai riciclatori. Resta tuttora prioritaria - aggiunge Scapino - l’attivazione di nuove leve per stimolare il mercato dei materiali riciclati, evitando politiche ambientali miopi e strumentali che rischierebbero solo di frenare ulteriormente lo sviluppo dell’industria del recupero».  

«Anche il Rapporto di quest’ anno - ha affermato Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo Sviluppo sostenibile - mette in luce come l’ Italia abbia una gestione poco virtuosa dei suoi rifiuti con un’altissima percentuale di ricorso alla discarica e una bassa percentuale di riciclo effettivo». Uno dei motivi principali di questa situazione è la bassa tassazione sullo smaltimento in discarica (15 euro a tonnellate in Italia contro le 40 in Germania). 

«Occorre dare - conclude Ronchi - effettiva priorità al riciclo, così come obbliga a fare la direttiva europea 98/2008 CE, ricorrendo anche agli incentivi economici o fiscali in quelle filiere, per esempio quella delle plastiche miste, dove il riciclo si trovi in condizioni di svantaggio rispetto al recupero energetico».  


 
 
Qualche anno fa il mondo scientifico, di solito diviso su tutto, stabilì con la piena condivisione che le temperature medie globali non sarebbero dovute aumentare di più di 2 gradi Celsius, altrimenti sarebbero accaduti dei disastri colossali. Ebbene, non solo è impossibile rimanere sotto tale soglia (abbiamo quasi raggiunto il primo grado), ma sarà più che raddoppiata. Lo ha stabilito il Global Carbon Project, una relazione stilata ogni anno da diversi istituti internazionali riuniti, la quale ha calcolato che nell’arco di qualche decennio le temperature globali potranno salire tra i 4 ed i 6 gradi centigradi. Dopo il calo del 2010 dovuto alla crisi, lo scorso anno l’inquinamento ha ripreso a salire, facendo registrare un +3,1% di carbonio, che è salito di un ulteriore 2,6% quest’anno.

Ciò ha significato due cose: aumento delle temperature di 0,8 gradi dal periodo pre-industriale, e le sue conseguenze sul pianeta che quest’anno abbiamo toccato con mano: uragani, siccità ed alluvioni. In teoria il Protocollo di Kyoto puntava ad abbassare leggermente le emissioni mondiali entro quest’anno, rispetto al 1990. In realtà sono aumentate del 58%, in particolare a causa di Cina e Stati Uniti che insieme fanno quasi la metà delle emissioni mondiali. Tra i vari organi riuniti alla conferenza di Doha, l’unico che può stare a testa alta è l’Unione Europea che ha fatto registrare cali dell’inquinamento negli ultimi anni.

Nel 2011 il 43% delle emissioni è derivato dal carbone ed il 34% dal petrolio, mentre il resto proviene da gas e produzione del cemento. E’ qui che si deve puntare per ridurre l’inquinamento, stimolando la diffusione delle energie rinnovabili che blocchino tutte queste attività nocive per l’ambiente, in particolar modo nei Paesi in via di sviluppo. Questo perché ogni anno che si perde con l’inattività rende peggiori le conseguenze sull’ambiente, e sempre più costoso ovviare ad esse. Non si può aspettare quindi il 2015 (come qualcuno chiede) per stilare un nuovo Protocollo, né tantomeno attendere il 2020 per farlo entrare in vigore. Bisogna fare qualcosa subito.

[Fonte: the Guardian]