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È una patina grigia, chiarissima, che si deposita ovunque: la noti accumulata ai margini della strada, ma soprattutto sulla chioma degli alberi, sui tetti delle case, sui cartelli stradali, nei giardini. Ovunque.

In passato, raccontano, ne pioveva molta di più: in un giorno del 2002 tutto si ricoprì di bianco, come se all'improvviso fosse caduta la neve. Tutti sanno da dove viene quella polvere. Vola via dai recinti della Thyssen Krupp di Terni, il polmone d'acciaio del cuore verde d'Italia: nasce dalle montagne di scorie sfornate dalla fabbrica metallurgica più importante d'Italia.

L'impianto di Torino, quello dove sette operai hanno trovato la morte tra le fiamme, è solo una filiale del colosso umbro. Qui la Thyssen è l'industria: dà lavoro a 5 mila persone, ne mantiene complessivamente 20 mila in una città che ne conta 112 mila, consuma da sola un quarto di tutta l'energia elettrica della regione. Inevitabile che tutta la vita del capoluogo ne sia condizionata, nel pubblico e nel privato.

Ma da due anni anche Terni si interroga sul suo rapporto con la 'fabbrica dei tedeschi'. Perché sul tavolo del procuratore capo Fausto Cardella, protagonista in passato delle indagini su Giulio Andreotti e sulle toghe sporche romane, si accumulano fascicoli di inchiesta sui pericoli ambientali che il gigante d'acciaio avrebbe provocato. Indagini sulle polveri che si disperdono sulle case del quartiere di Prisciano; sui rifiuti liquidi che finiscono nel fiume Nera, un affluente del Tevere che fino alla cittadina umbra appare aulico; sulla gestione della misteriosa discarica di Vocabolo Valle dove sono stati sepolti anche veleni che non dovevano trovarsi lì e dove il percolato sarebbe stato smaltito in impianti della Thyssen privi delle autorizzazioni.

E sull'ultimo inquietante episodio: la scoperta di un laghetto sotterraneo denso di cromo esavalente, agente cancerogeno pericolosissimo in concentrazioni cento volte superiori al limite. Il tutto a pochi chilometri dalla cascata delle Marmore e dai suoi paesaggi incantevoli, incastonato nella regione delle colline verdi che generano ogni anno un miliardo di litri di acqua minerale.

La montagna delle scorie L'ultima inchiesta è un inno ai paradossi italiani. Il tracciato della Terni-Rieti, un'autostrada strategica per lo sviluppo dell'Italia centrale, viene fatto passare dentro la discarica di Vocabolo Valle che da trent'anni inghiotte ogni risma di rifiuti, urbani e industriali. Si progetta di attraversarla con un tunnel, scavato in mezzo alla montagna delle scorie che da dieci anni si è deciso di bonificare, invano.

Quella che l'ex dirigente dell'Agenzia regionale per l'ambiente Filippo Emiliani ha descritto come "una situazione macroscopica", parlando di "questione delicata per la genesi della discarica inizialmente realizzata a norma di legge ma poi cresciuta un po' alla giornata e in verticale anche in virtù del fatto che operava in sinergia con la discarica delle acciaierie".

E allora, perché non è stata fermata e ripulita? La risposta è nella stessa equazione che domina tutta la vita di Terni: la Thyssen è il lavoro. "Se la discarica di Terni dovesse chiudere, le acciaierie subirebbero un duro colpo sul piano economico".

In questa discarica "alla giornata" si va a infilare la grande opera che deve creare un'alternativa all'autostrada del Sole, unendo Civitavecchia a Mestre via Orte. La Terni-Rieti viene proposta, come recita il sito dell'Anas, "da un raggruppamento di società composto dalla Gefip Holding": è la holding belga della famiglia di Vito Bonsignore, europarlamentare del Pdl, candidato in un collegio sicuro nelle elezioni della scorsa settimana e più volte coinvolto nelle inchieste giudiziarie sugli appalti più ricchi, da Mani pulite ai furbetti delle scalate bancarie.

Il piano della nuova strada è di grande effetto scenico: uscendo dalle cascate delle Marmore ci si immetterà in un ponte in stile Calatrava, tra i boschi e le acque dell'Umbria. Il tutto però infilandosi in un'area dichiarata zona da bonificare. Come è stato possibile? L'ingegnerRaffaele Spota dell'Anas spiega che tutte le autorizzazioni sono state concesse, mentre il ministero dell'Ambiente non ha risposto alle domande de 'L'espresso'.

È proprio scavando l'imbocco sud della galleria che nello scorso aprile è spuntato 'il drago': una piscina colma di liquido verde brillante, quasi fantascientifico, lunga 30 metri, larga 15 e profonda più di tre. Millequattrocento metri cubi di veleno, come hanno dimostrato le analisi: acque dense di cromo esavalente, agente cancerogeno ad altissima pericolosità.

La concentrazione, dichiara Adriano Rossi dell'Arpa, arrivava "anche a 500 microgrammi al litro", mentre il limite massimo tollerato per le acque di falda è di soli 5 microgrammi: cento volte più alta del tetto imposto dalla legge.

Immediato il blocco dell'opera e la necessità di una costosa variante per aggirare la collina avvelenata. La scoperta infatti ha spiazzato tutti: nessuno pensava che ci fossero veleni a quella profondità, perché i calcoli sulla struttura geologica erano sbagliati: "Noi ritenevamo che ci fossero le scorie e l'argilla che è notoriamente un grande isolante", spiega Rossi , "e solo sotto, a cento metri, l'acqua della falda. Invece non era vero".

Dunque le perizie idrogeologiche erano sbagliate o, addirittura, false? Ci sono altre falde d'acqua meno profonde che non si conoscevano prima e che potrebbero essere state contaminate? Su questa vicenda stanno indagando i carabinieri del Noe di Perugia e i magistrati ternani, che stanno valutando gli esiti della perizia di Alessandro Iacucci, il consulente che ha indagato sullo scandalo di rifiuti in Campania.

Tempesta di polveri Delle conclusioni del perito non filtra nulla e tutti conoscono la posta in gioco: quella discarica è vitale per le operazioni della Thyssen Krupp. L'unica cosa certa è che, se prima il cromo esavalente era stato trovato all'imbocco sud della galleriaTescino, ora è spuntato in quello nord, nella zona di Prisciano, un quartiere di poco meno di mille abitanti, schiacciato tra l'acciaieria e la nuova superstrada.

Da 15 anni a Prisciano si lotta contro le polveri che si liberano dalle lavorazioni dell'acciaio, moltiplicando esposti sui problemi respiratori dei residenti. Dopo un decennio di proteste, l'azienda ha provveduto a coprire il deposito delle scorie per limitare la tempesta di sabbia chimica. Il problema è ridimensionato, ma tutt'altro che risolto. La centralina di rilevamento del polveri sottili (PM10) di Prisciano supera sistematicamente i limiti fissati dalla legge: nel 2007 si sono registrati ben 123 sforamenti e lo scorso anno 93. "Un dato allarmante, indicatore del fatto che c'è un grosso problema", conferma a 'L'espresso' Valerio Gennaro, epidemiologo dell'Istituto per la ricerca sul cancro di Genova e consulente in inchieste di primo piano, dal caso delle acciaierie di Cornigliano all'uranio impoverito. La neve grigia di Prisciano adesso è oggetto di un processo contro Bruno Franco, responsabile della Ilserv, la società partecipata dalla Thyssen che tratta polveri e fanghi risultanti dalla produzione metallurgica. Agli atti c'è la perizia dell'università di Ancona, che definisce quelle polveri "potenzialmente patogene per la salute dell'uomo". Ma per Gennaro, se dopo tanti anni siamo ancora al "potenzialmente patogene" e non ci sono certezze sugli effetti, è perché si deve fare di più: "Bisogna incoraggiare questa gente a fare studi approfonditi, confrontando sistematicamente la popolazione esposta alle polveri con quella non esposta e, soprattutto, studiando tutte le malattie".

Investimenti ambientali Anche in questo caso la Thyssen spiega la sua posizione: "Dal marzo 2008 opera il 'tavolo ambientale', che coinvolge la Regione, la Provincia e il Comune, nonché l'Arpa e la stessa nostra società; ha come obiettivi il controllo, il monitoraggio e conseguentemente l'adozione, se necessaria, di azioni per il miglioramento dell'ambiente. Sottolineiamo che la Thyssen Krupp Acciai Speciali Terni soltanto nell'ultimo triennio ha investito sull'ambiente oltre 35 milioni di euro, sostenendo comunque su base annua, in tutti i siti italiani, costi pari a 30 milioni per la gestione degli impianti ecologici e di tutela ambientale".

Ma a Terni il drago verde e cancerogeno spuntato dal cantiere dimostra che mancano informazioni attendibili. Dove finisce quel fiotto verde trovato nelle falde ? "La falda può andare al massimo giù al fiume, lì c'è il Nera", ha dichiarato a 'L'espresso' l'ingegnere Rossi dell'Arpa. Dunque entra nel Nera e di lì dritto nel Tevere, verso Roma? Tutti gli atti delle inchieste sono sul tavolo del procuratore Cardella.

Prima di formalizzare le contestazioni, il pm attende le perizie. Lunghe e spesso controverse, come accade sempre in questi casi. Intanto però la polvere grigia continua a cadere e la collina dei veleni continua a covare altri draghi, in attesa che si decida di trovare i fondi per bonificarla.

 
 

Un catalizzatore bimetallico, efficiente, robusto e relativamente economico: è quanto sono riusciti a ottenere i ricercatori della Washington University a St. Louis in collaborazione con il Brookhaven National Laboratory. La speranza è che il risultato possa aprire la strada a una tecnologia delle celle a combustibile ancora più conveniente, necessaria per un loro utilizzo su ampia scala.

Younan Xia, professore di ingegneria biomedica della Washington University ha progettato e sintetizzato una nanostruttura costituita da un nucleo di palladio che supporta una serie di "rami" di platino. La sua ampia superficie lo rende adatto a diverse applicazioni oltre alle celle a combustibile.

Xia e colleghi hanno testato in che modo il catalizzatore si comporta nel processo di riduzione dell'ossigeno per stimare quanta corrente verrebbe generata in un sistema elettrochimico simile al catodo di una cella a combustibile.

Si è così evidenziato come i nanodendriti bimetallici ottenuti siano, a temperatura ambiente, due volte e mezzo più efficienti, per unità di massa di platino, rispetto ai catalizzatori al platino e cinque volte più efficienti di altri catalizzatori convenzionali di uso comune.

Il Dipartmento dell'energia statunitense ha stimato che per un abbattimento dei costi dei catalizzatori e di conseguenza per un loro ampio successo commerciale nelle nuove applicazioni, l'utilizzo del platino come rivestimento dei catalizzatori dovrebbe essere ridotto di quattro volte.

Riducendo fortemente la quantità di metallo utilizzato, il risultato della Washington University dovrebbe andare proprio in questa direzione.



"Ci sono due modi per rendere più efficace un catalizzatore: il primo consiste nel controllarne le dimensioni, rendendolo più piccolo, in modo da avere una più ampia superficie specifica; il secondo consiste nel cambiare la disposizione degli atomi sulla superficie”, ha spiegato Xia. “Noi siamo riusciti a fare entrambe le cose, e abbiamo scelto, per gli atomi di superficie, una disposizione a reticolo con celle esagonali, che si è dimostrata più efficiente nella catalisi della reazione di riduzione dell'ossigeno.”

 
 
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L'improvvisa eruzione del vulcano Pinatubo il 15 giugno del 1991 scaraventò in cielo un'enorme colonna di cenere, oscurò completamente la luce del Sole, sterminò centinaia di persone. E mostrò un possibile modo per salvarci da un potenziale disastro climatico. Venti milioni di tonnellate di anidride solforosa scagliate dal vulcano si alzarono dalle Filippine nella stratosfera, ricoprendo l'intero pianeta di una coltre che respinse verso lo spazio parte del calore del Sole. Negli anni successivi, i meteorologi constatarono stupiti che la coltre abbassava la temperatura terrestre di circa mezzo grado, in un certo senso riportando un po' indietro le lancette del riscaldamento globale.

Quell'effetto fu temporaneo: dopo circa un anno le temperature ripresero nuovamente a salire. Gli scienziati tuttavia incominciarono a chiedersi se l'eruzione non avesse rivelato una possibile arma contro il cambiamento del clima. Perché sarebbe possibile ottenere artificialmente ciò che il vulcano produsse naturalmente: un'emissione sapientemente dosata di anidride solforosa nell'alta atmosfera - ottenuta lanciando i gas con razzi oppure spruzzandola da aerei ad alta quota, o ancora rilasciandola da una sorta di alto fumaiolo - avrebbe un impatto pressoché immediato sulla temperatura. In aggiunta, costerebbe immensamente meno di qualsiasi altra misura finalizzata a una riduzione delle emissioni dei gas responsabili dell'effetto serra.

Un gruppo di scienziati si è messo allora a studiare se esista un modo di influire sul clima mimando l'effetto Pinatubo. Utilizzando l'anidride solforosa o altre sostanze i geoingegneri cercano di deviare parte della luce solare verso lo spazio esterno. Uno di questi sistemi prevede il lancio in orbita di una serie di specchi che potrebbero schermare la Terra dalla luce del Sole, ma con una spesa che verosimilmente manderebbe in bancarotta il pianeta intero. Negli anni Novanta il discusso inventore della bomba a idrogeno, Edward Teller, propose addirittura di lanciare nell'atmosfera particelle di metallo riflettenti e flottanti, conferendo un tocco da Dottor Stranamore al settore della geoingegneria.

Un altro sistema più plausibile si concentrerebbe sulla cattura di anidride carbonica dall'atmosfera e sul suo immagazzinamento sottoterra. Questa idea, nota oggi come cattura e sequestro dell'anidride carbonica (Ccs), è all'origine di moderni impianti sperimentali a energia pulita, che stanno attirando ricerche e finanziamenti. Ma gli impianti a carbone pulito ridurranno soltanto le emissioni future, senza influire sulla causa reale del problema. Perché una cosa ormai è chiara: l'allarmante lunga vita dell'anidride carbonica che continuerà a restare nell'aria per migliaia di anni, continuando a riscaldare il pianeta indipendentemente da quanto si ridurranno le emissioni. Per questo il sogno dei geoingegneri si nutre dell'urgenza di cambiare il clima artificialmente, aspirando tutta l'anidride carbonica o raffreddando l'aria con deflettori solari.

Ma tra le ipotesi degli esperti e quelle della politica non è sempre corso buon sangue: gli scienziati avevano liquidato come follie le soluzioni ingegneristiche, anche nel timore che sogni hi-tech potessero mettere in crisi i tentativi di convincere la gente a fare sacrifici per ridurre le emissioni. Inoltre, l'idea stessa di un cambiamento del clima deciso e attuato artificialmente spaventa l'opinione pubblica: se la scienza non riesce a fare nemmeno previsioni meteorologiche attendibili, come può riuscire a modificare il clima globale?

Adesso, tuttavia, molti scienziati stanno iniziando a prendere sul serio la geoingegneria, se non altro per disperazione. Nel momento in cui un numero crescente di climatologi sono arrivati alla conclusione che i livelli già raggiunti di inquinamento da anidride carbonica stanno riscaldando il pianeta più rapidamente di quanto si pensasse, diventa sempre più difficile opporre resistenza a un piano di emergenza per salvare la Terra. I premi Nobel Paul Crutzen e Thomas Schelling concordano appieno sulla necessità di mettere a punto un piano del genere. La British Royal Society sta cominciando a valutare le varie opzioni. L'Accademia nazionale delle scienze degli Stati Uniti ha convocato una conferenza nella quale si è parlato di ingegneria climatica. Michael Oppenheimer, climatologo di Princeton, ha commentato: "Non è ancora nelle agende politiche, ma ormai gli scienziati parlano di ingegneria climatica come di una opzione possibile".

Oppenheimer lavora in un team di esperti che deve redigere un rapporto per l'Accademia nazionale delle scienze nel quale si raccomanderà di adottare l'opzione geotermica per la politica climatica. E altri scienziati stanno iniziando a interessarsi sinceramente alla questione.

Perché il ritmo ovattato degli accordi internazionali potrebbe non andare di pari passo con quello del cambiamento climatico. Solo perché il sistema climatico terrestre è mastodontico e lento, dotato di un'enorme inerzia, ciò non significa che una catastrofe sarebbe anch'essa lenta ad arrivare. Il rapporto 2007 dell'Intergovernmental Panel on Climate Change dell'Onu ha appurato che alla fine del secolo le temperature potrebbero salire tra i 2 e i 5 gradi centigradi. E un numero crescente di scienziati temono uno scenario ben più catastrofico: un innalzamento di 5 gradi da qui al 2100, un istante brevissimo dal punto di vista del tempo geologico. Ecco perché molti hanno cominciato a prendere sul serio l'ipotesi di intervenire con la geoingegneria.

Paradossalmente, l'alternativa geoingegneristica più rispettabile, la cattura dell'anidride carbonica, è anche la più costosa e quella che ha meno probabilità di contrastare un drastico aumento delle temperature. L'idea di ripulire l'aria è di gran lunga meno controversa rispetto all'idea di raffreddarla, in quanto ripulirla non comporta una massiccia emissione di nuovi gas serra o attrezzature particolari, e implica molti meno rischi che l'esperimento vada fuori controllo. Wallace Broecker e Klaus Lackner, climatologi della Columbia University, hanno proposto che la tecnologia utilizzata per catturare l'anidride carbonica negli impianti di carbone possa essere sperimentata nell'atmosfera. Indubbiamente sarebbe un'impresa immane. Ogni anno le industrie e le auto rilasciano 30 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, che, se fossero convertite in forma liquida, in quattro anni riempirebbero una cavità sotterranea delle dimensioni del lago di Ginevra. E tutto ciò senza contare l'aumento annuale di emissioni dell'1,8 per cento o i miliardi di tonnellate già accumulati nell'ultimo secolo e sulle quali non vi è una stima. Gli scienziati credono che nella profondità della Terra vi siano ancora rocce porose in abbondanza, in grado di contenere tutta l'anidride carbonica liquida che potremmo pompare, ma arrivare a quelle profondità richiederebbe anni e costerebbe miliardi. Anche immaginando che la spesa per la cattura dela CO2 possa scendere a 50 dollari alla tonnellata (oggi è di 200 dollari), il costo della sola rimozione delle emissioni dell'anno in corso sfiorerebbe i 150 miliardi di dollari.

Diversa è invece l'idea che lanciò nel 2006 un chimico di nome Paul Crutzen con un articolo pubblicato sulla rivista 'Climate Change', nel quale riprese un'idea del fisico russo Mikhail Budyko, che nel 1974 aveva suggerito di far spargere da appositi aerei dell'anidride solforosa (SO2) nell'atmosfera, dove avrebbe reagito con acqua e altre molecole formando particelle di solfato, le medesime che sono presenti nelle ceneri vulcaniche. Nel suo articolo Crutzen faceva notare che la quantità di SO2 necessaria ad abbassare in modo significativo le temperature è sorprendentemente modesta: occorrerebbero circa 1,5 milioni di tonnellate per contrastare gli effetti di un raddoppiamento delle concentrazioni di anidride carbonica dai livelli pre-industriali al livello di 550 parti per milione (oggi siamo intorno a 385 parti per milione, ma prima che un qualsiasi procedimento possa influire in maniera incisiva, tale livello aumenterebbe di sicuro). Altri hanno calcolato una cifra pari a 5 milioni di tonnellate, una quantità che potrebbe essere gestita con facilità da una flotta di aerei al costo di pochi miliardi di dollari. Che sono assai pochi se si pensa che l'autorevole 'Rapporto Stern' del 2006 stima che i costi necessari a ridurre le emissioni del necessario per poter stabilizzare le temperature sono l'1 per cento del Pil mondiale, mentre altre stime raggiungono addirittura il 4 per cento. L'opzione di raffreddare il pianeta deflettendo i raggi solari è di gran lunga la più economica: con un millesimo dell'1 per cento del Pil "si potrebbe innescare un'era glaciale", assicura David Keith, fisico dell'Università di Calgary.

Con quali effetti collaterali? Uno degli svantaggi più preoccupanti dell'anidride solforosa è che essa distrugge lo strato dell'ozono che protegge la Terra, e ciò esporrebbe gli abitanti dell'emisfero australe a letali radiazioni ultraviolette. L'eruzione del Pinatubo, in effetti, allargò il buco nell'ozono sopra il Polo Sud soltanto di poco, mentre da alcuni studi risulta che un ingente rilascio di SO2 lo ingrandirebbe considerevolmente e forse potrebbe aprirne un altro sopra il Polo Nord. Per questo Keith sta progettando particelle più efficienti ai fini del raffreddamento dei solfati, ma prive di effetti collaterali. "Ci stiamo lavorando. Potrebbero anche rivelarsi inefficaci, ma una cosa è certa: se gli ingegneri ci si applicassero, di sicuro otterrebbero qualcosa di meglio dei solfati", commenta.

L'effetto collaterale più devastante potrebbe però essere quello politico. Riuscire a ridurre con successo le temperature potrebbe frenare la volontà di procedere a costose riduzioni delle emissioni. Ma persino i più zelanti sostenitori sanno che ricorrere alla geoingegneria per mantenere artificialmente basse le temperature mentre i livelli di anidride carbonica continuano a salire vorrebbe dire raddoppiare il rischio di un rapido riscaldamento qualora il progetto di raffreddamento dell'aria dovesse essere repentinamente interrotto per una ragione qualsiasi. L'idea di condizionare il clima a piacimento può incutere timore e destare allarme, ma se il riscaldamento globale negli anni a venire accelerasse, qualsiasi metodo atto a fermarlo potrebbe iniziare a sembrare più sicuro dell'alternativa.

Michael Levitin ha collaborato da Berlino e Sangwon Yoon da New York

'Newsweek' - 'L'espresso', traduzione di Anna Bissanti

 
 

Amartya Sen sta con Barack Obama. Soprattutto, dice in questo colloquio con 'L'espresso', sposa l'idea del presidente degli Stati Uniti di avviare una rivoluzione verde attraverso la quale rigenerare l'economia. Un modo diverso e nuovo, a suo avviso, per cercare di uscire da una crisi economica profonda di cui analizza le cause remote. Una, forte, la individua nella mancanza di equilibrio tra le ragioni del mercato e quelle che definisce le "istituzioni non di mercato", welfare, impegno sociale contro la povertà. Ecco, la povertà. È stata, a lungo, il terreno di studio del professore indiano premio Nobel per l'economia nel 1998. Non se ne dimentica nemmeno adesso che si trova a parlare di sviluppo sostenibile (lo farà giovedì prossimo 14 maggio a Pordenone, vedi box a pagina 49). Nella nuova filosofia appena avviata che sembra ispirare il mercato globale per il prossimo futuro intravede una possibilità anche per i paesi più arretrati di uscire dal loro disagio.

Professor Amartya Sen, partiamo da una premessa. Perché è necessario oggi essere tutti ecologisti? Perché è diventato un dovere inderogabile battersi a difesa dell'ambiente
"Ci sono delle ragioni, delle esigenze sia locali sia globali per battersi per la difesa e la salvaguardia dell'ambiente. Le ragioni locali appaiono ovvie se ci si trova a Pechino, Nuova Delhi o Cttà del Messico e si cerca di guardare qualcosa a distanza attraverso l'inquinamento urbano o si cerca di respirare un'aria fresca che è difficile da trovare. Ma le necessità di un piano per l'ambiente non si esauriscono qui, con queste considerazioni su aspetti specifici. Ci sono grandi temi come il riscaldamento globale o l'impoverimento dello strato di ozono nell'atmosfera che riguardano tutti. E tutti i paesi devono andare oltre i loro interessi per contribuire al miglioramento dell'ambiente del mondo intero".

Oltre a un'esigenza strettamente ecologica ce n'è un'altra che riguarda lo sviluppo. La 'green economy' come occasione di progresso non solo per i paesi del Primo mondo, ma anche di quelli del Terzo mondo. Come coglierla?
"Vanno considerati almeno tre tipi di vantaggi. Il primo. Allo stesso modo in cui gli investimenti verdi possono essere uno stimolo per aiutare i paesi sviluppati, se pianificati con cura possono dare un contributo all'espansione dell'economia dei Paesi poveri. Secondo. La salvaguardia dell'ambiente locale può aumentare la qualità della vita delle persone che abitano nei Paesi in via di svuluppo. Terzo. Le popolazioni dei Paesi in via di svuluppo vivono nello stesso unico mondo, non abitano su Marte. I contributi che verranno dati per migliorare l'ambiente nella sua globalità aiuteranno a rendere più sicura la vita di tutti i popoli, inclusi quelli che vivono nei paesi in via di sviluppo".

Dunque lei appoggia in pieno l'impegno del presidente Obama per una rivoluzione verde che diventi anche il motore di un'economia in pieno affanno dopo la crisi.
"L'elezione di Barack Obama è stata un grande evento non solo per gli Stati Uniti, ma per il mondo intero. E per molte ragioni. Da quando è impegnato nel cercare di risolvere la crisi, Obama ha affrontato una serie di questioni cruciali. Ne cito alcune. La necessità che lo Stato impartisca buone regole; gli interventi pratici per stimolare l'economia e la necessità di una copertura assicurativa universale in campo sanitario che esiste in Europa e in Canada ma non negli Stati Uniti. Per quanto rigurda la svolta verde, le industrie amiche dell'ambiente sono, naturalmente, parte della soluzione a lungo termine dei nostri problemi che riguardano l'eccessivo sfruttamento e la decimazione dell'ambiente e che sono, anch'essi, di lunga durata. Quest approccio rappresenta davvero una novità importante, una maniera nuova di stimolare l'economia. Ma Obama ha posto l'accento soprattutto sull'importante connessione che esiste tra due fattori. Se pianificati con cura i nuovi investimenti che saranno necessari per generare o espandere la produzione e il consumo 'amici dell'ambiente' potranno anche contribuire a rigenerare l'economia".