Qualche anno fa il mondo scientifico, di solito diviso su tutto, stabilì con la piena condivisione che le temperature medie globali non sarebbero dovute aumentare di più di 2 gradi Celsius, altrimenti sarebbero accaduti dei disastri colossali. Ebbene, non solo è impossibile rimanere sotto tale soglia (abbiamo quasi raggiunto il primo grado), ma sarà più che raddoppiata. Lo ha stabilito il Global Carbon Project, una relazione stilata ogni anno da diversi istituti internazionali riuniti, la quale ha calcolato che nell’arco di qualche decennio le temperature globali potranno salire tra i 4 ed i 6 gradi centigradi. Dopo il calo del 2010 dovuto alla crisi, lo scorso anno l’inquinamento ha ripreso a salire, facendo registrare un +3,1% di carbonio, che è salito di un ulteriore 2,6% quest’anno.

Ciò ha significato due cose: aumento delle temperature di 0,8 gradi dal periodo pre-industriale, e le sue conseguenze sul pianeta che quest’anno abbiamo toccato con mano: uragani, siccità ed alluvioni. In teoria il Protocollo di Kyoto puntava ad abbassare leggermente le emissioni mondiali entro quest’anno, rispetto al 1990. In realtà sono aumentate del 58%, in particolare a causa di Cina e Stati Uniti che insieme fanno quasi la metà delle emissioni mondiali. Tra i vari organi riuniti alla conferenza di Doha, l’unico che può stare a testa alta è l’Unione Europea che ha fatto registrare cali dell’inquinamento negli ultimi anni.

Nel 2011 il 43% delle emissioni è derivato dal carbone ed il 34% dal petrolio, mentre il resto proviene da gas e produzione del cemento. E’ qui che si deve puntare per ridurre l’inquinamento, stimolando la diffusione delle energie rinnovabili che blocchino tutte queste attività nocive per l’ambiente, in particolar modo nei Paesi in via di sviluppo. Questo perché ogni anno che si perde con l’inattività rende peggiori le conseguenze sull’ambiente, e sempre più costoso ovviare ad esse. Non si può aspettare quindi il 2015 (come qualcuno chiede) per stilare un nuovo Protocollo, né tantomeno attendere il 2020 per farlo entrare in vigore. Bisogna fare qualcosa subito.

[Fonte: the Guardian]

 
 
A fronte delle 13.500 tonnellate previste per l’anno corrente, nel 2011 la quota ditonno rosso pescabile nell’Unione Europa si attesterà a 12.900 tonnellate. E’ quanto hanno deciso oggi a Parigi i delegati dei cinquanta Paesi afferenti alla Commissione internazionale per la conservazione dei tonnidi dell’Atlantico (Iccat).

Nonostante le schiaccianti prove scientifiche che il tonno rosso dell’Atlantico sia inpericolo la quota è stata tagliata di appena il 4% per il 2011. Oliver Knowles di Greenpeace spiega al Guardian che a questo punto la parola conservazione dovrebbe sparire dalla sigla dell’ICCAT.

Alla quota consentita bisogna inoltre aggiungere il pescato illegale, che fattura miliardi solo nel Mediterraneo.
Il tonno rosso dell’Atlantico, ai tassi attuali di pesca, potrebbe estinguersi entro il 2012, mentre un divieto temporaneo di pesca potrebbe consentire alla specie di risollevarsi per riprendere in futuro a pescarlo in modo sostenibile.

Sergi Tudela, direttore del programma di pesca nel Mediterraneo del WWF, riassume perfettamente la situazione: "L’avidità e la cattiva gestione hanno assunto la priorità rispetto alla sostenibilità ed al buon senso in questa riunione ICCAT. Dopo anni di osservazione e innumerevoli opportunità per fare la cosa giusta, è chiaro che gli interessi della Commissione non vanno nella direzione di una pesca sostenibile del tonno rosso, ma ad assecondare interessi economici a breve termine. Non sono state attuate misure efficaci per affrontare la diffusa pesca illegale Mediterraneo."

Lo scontento, come appare evidente, serpeggia tra gli ambientalisti, per una riduzione iniqua rispetto alle richieste presentate per tutelare gli stock ittici di tonno rosso, fissate in 6.000 tonnellate totali per il 2011. Una proposta ambiziosa, che si faceva forte dell’appoggio ricevuto da alcuni Stati.

Aspettative deluse, dicevamo, quelle degli ambientalisti. Altro lato della medaglia, la soddisfazione dei ministri, tra cui Giancarlo Galan che al suo arrivo oggi a Bruxelles per il Consiglio dei ministri dell’UE, si dichiara soddisfatto perché le premesse erano ben peggiori. Ha prevalso il buon senso, lo stock di tonno rosso è aumentato, l’azione che avevamo portato avanti ha dato risultati positivi.

L’Italia avrà a disposizione 1.875 tonnellate, il 4,4% in meno rispetto allo scorso anno.
Il presidente di Federcoopesca, Massimo Coccia, si mostra alquanto scettico sull’abbassamento delle quote pescabili, dichiarando che "Anche quest’anno sta andando in scena la solita telenovela. Come può continuare a chiamarsi piano pluriennale di gestione un documento che ha subito da un anno all’altro continui cambiamenti (-36% nel 2009); è senza credibilità quanto meno per le imprese chiamate ogni anno a rivedere i propri piani."

Stando alle stime dell’associazione questo taglio costerà ai produttori tonnieri italiani perdite per un ammontare di 1 milione di euro.
Tutti scontenti, insomma, ambientalisti, consumatori, pescatori… e pescati.

[Fonti: La Stampa; Treehugger]

 
 
E’ stato presentato oggi a Roma  il risultato di un progetto pilota sulla qualità dell’aria, partito nella Valle del Biferno, in Molise, quattro anni fa.
Attraverso strumenti di alta tecnologia, tra cui un cielometro, è stato possibile monitorare costantemente la qualità dell’aria e lo scenario meteodiffuso del sito geografico molisano.

Lo studio dei rapporti tra le emissioni inquinanti e i fattori meteo-climatici della Valle del Biferno ha preso in esame nello specifico il polo industriale di Termoli e il risultato è stato quasi inaspettato: il sistema messo a punto dall’ENEA ha rilevato che il 40% dell’inquinamento dell’area proviene dalle industrie locali, mentre il restante 60% da altre fonti, ossia automobili, riscaldamento domestico, cantieri per le infrastrutture.

Il progetto Valle del Biferno ha monitorato l’inquinamento atmosferico provocato dalle industrie nella Valle del fiume Biferno, è stato realizzato da ENEA (Agenzia Nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) ed ha visto lapartnership di sei Università italiane, degli USA, di Russia e Finlandia, del Consib (Consorzio per lo sviluppo industriale della Valle del Biferno) e dell’ARPA Molise (Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale del Molise). Il dato emerso è stato presentato nella conferenza Qualità dell’aria: nuovi metodi, nuovi strumenti, nuovo sistema di gestione. L’esperienza internazionale del polo industriale di Termoli in Molise, tenutasi questa mattina a Roma, al palazzo dell’Informazione. Con il termine meteodiffusità si indica l’attitudine di un luogo a disperdere o concentrare gli inquinanti in funzione delle proprie caratteristiche meteo-climatiche. Il nuovo sistema di monitoraggio che, comeGMOS, il progetto partito alcune settimane fa per verificare l’inquinamento da mercurio e il progetto Intamap per calcolare l’inquinamento in tempo reale, ha messo insieme i sistemi di rilevazione alla fonte di tipo classico, come le centraline, con lecaratteristiche meteoclimatiche dell’area: i venti e il Planetary Boundary Layer(Pbl), ossia la porzione più bassa dell’atmosfera direttamente influenzata dalla superficie terrestre che ne trattiene gli inquinanti. Come hanno spiegato i ricercatori del progetto

I movimenti complessi che avvengono in atmosfera sono una delle cause più importanti del fenomeno della dispersione degli inquinanti. Non sempre il tasso di inquinamento è più alto perché aumentano le emissioni per esempio da un’industria, piuttosto sono i fattori meteo a determinare una maggiore concentrazione di inquinanti nell’aria, a determinare un’aria più sporca, in quel preciso luogo. E questo cambia l’ottica con cui guardare alla qualità dell’aria.

Dunque a determinare la qualità dell’aria e l’inquinamento entrano in gioco altri due fattori la chimica e la fisica dell’atmosfera, cioè il movimento delle masse d’aria, quelle che hanno portato fin in Europa l’inquinamento prodotto dal disastro di Chernobyl. Per monitorare l’inquinamento in un’area geografica bisogna quindi sapere dove vanno gli inquinanti. Questo è un punto cruciale.

[Fonti: AGI NewsAdnkronos; ]

 
 
Navigano in cattive acque le risorse idriche della Regione Abruzzo. Fiumi, falde, aree costiere sono infatti esposte da tempo al rischio di inquinamento da petrolio, senza che nell’attuale Piano di Tutela adottato dall’amministrazione regionale si faccia minimamente cenno agli idrocarburi.

La denuncia è contenuta nel dossier stilato da WWF e Legambiente, dal titolo Acqua a rischio petrolio! Modificare il Piano Tutela delle Acque della Regione Abruzzo per far fronte alla petrolizzazione della Regione.
Per le associazioni ambientaliste, che chiedono di fermare quella che viene definita unaderiva petrolifera, è essenziale che il Piano di Tutela delle acque debba prevedere divieti alle attività di ricerca e coltivazione di idrocarburi riguardo alla tutela dei corpi idrici sotterranei e dei corsi d’acqua.

La richiesta degli ambientalisti, a conti fatti, non è altro che un richiamo al rispetto della legge. Il Piano di Tutela delle Acque, infatti, ricordano le associazioni, sulla base di quanto previsto dal Testo Unico dell’Ambiente, con dl n. 152/2006, dovrebbe prevedere interventi atti a garantire la tutela qualitativa del sistema idrico, esaminando tutti gli elementi di pressione antropica e adottando misure di protezione e conservazione delle acque.

Il Piano di Tutela delle Acque dell’Abruzzo, con Delibera di Giunta Regionale n. 614, è attualmente nella fase di ricezione al VAS e al VIA (Valutazione Ambientale Strategica e Valutazione di Incidenza Ambientale).
Dopodiché verrà approvato in via definitiva. Peccato che in questa versione del Piano non si faccia alcun cenno allo sfruttamento degli idrocarburi.
Alquanto strano per una regione che ospita sul 51,07% del suo territorio impianti di estrazione e ricerca di metano e idrocarburi liquidi. Ne è interessato il 72,5% dei comuni, per un totale di 722 perforazioni effettuate nel periodo che va dal secolo scorso al 2007.

Angelo Di Matteo, presidente di Legambiente Abruzzo, si mostra preoccupato dall’indifferenza del Piano di Tutela delle Acque al punto cruciale del petrolio:

"È grave che la Regione Abruzzo vari un Piano di Tutela delle Acque che non affronta il rischio derivante dallo sfruttamento, lavorazione e trasporto degli idrocarburi quando esistono casi eclatanti degli effetti sull’ambiente degli incidenti che avvengono frequentemente presso pozzi, petroliere e oleodotti e degli sversamenti connessi alle normali attività di gestione di queste strutture.
[...] Chi mai potrebbe sostenere che vietare un pozzo petrolifero a monte di sorgenti oppure a fianco di corsi d’acqua sia illogico e non rientri tra le misure necessarie che le Regioni possono intraprendere per tutelare le acque?"

Gli fa eco Dante Caserta, consigliere nazionale del WWF, che chiede l’intervento della Regione a tutela delle acque:

"Riteniamo che il Piano di Tutela debba prevedere specifici divieti alle attività di ricerca e coltivazione di idrocarburi per quanto riguarda la tutela dei corpi idrici sotterranei e la tutela dei corsi d’acqua, prevedendo consistenti fasce di rispetto attorno al reticolo idrografico superficiale. Allo stesso modo si possono prevedere esclusioni per la tutela per le acque marino costiere, per le quali bisogna attrezzarsi per prevenire e mitigare i rischi derivanti dagli sversamenti."

 
 
In occasione della prima Greenpeace Business Conference tenutasi a Milano negli scorsi giorni l’associazione ha esortato le aziende italiane del settore cartiero a trovare soluzioni alternative che non implichino la distruzione delle foreste primarie.

I dati diffusi da Greenpeace, parlano di 2,7 milioni di ettari di foreste già distruttein Indonesia per la produzione di pasta da cellulosa e di 5 milioni di ettari per i quali il taglio è già stato pianificato. Questi dati che sentiamo sconvolgenti ma lontani ci riguardano da vicino poiché secondo l’associazione ambientalista la maggior parte deilibri in Italia viene ancora stampata su carta proveniente dalle foreste vergini.

In particolare la multinazionale indonesiana Asia Pulp and Paper (App) ha esportato più di 300.000 tonnellate di cellulosa, utilizzate per produrre 4,3 milioni di tonnellate di prodotti da stampa ed editoriali made in Cina. Parte di questi prodotti erano destinati all’Italia.

Le linee guida che Greenpeace propone per arginare lo scempio sono semplici :

  • non acquistare prodotti legnosi o paste di celulosa che derivano da operazioni forestali di difficile tracciabilità;
  • obbligare i fornitori a tracciare i prodotti ed in particolare a fornire dati certi e verificabili circa  l’origine delle fibre;
  • ridurre considerevolmente l’acquisto di fibre vergini in favore della scelta di prodotti che contengano il massimo livello di fibre riciclate.
La casa editrice Mondadori ha deciso di aprire il dialogo e di aderire, per fasi progressive, alla richiesta. Secondo Riccardo Cavallero, direttore generale Libri Tradedel Gruppo Mondadori :

Una scelta che ci consente di offrire anche ai lettori un’opportunità concreta di acquisto consapevole.

Oltre alle linee guida Greenpeace fornisce altri strumenti per conseguire l’ambìto obiettivodeforestazione zero.

Tra questi la 
classifica degli editori Salvaforeste realizzata nello scorso maggio in base al livello di tracciabilità della carta usata dagli editori, in pratica si chiedeva agli editori se sapessero da dove proveniva la carta che utilizzavano.

All’epoca la Mondadori si trovava in quel 55% di gruppi editoriali, tra cui Gruppo Giunti e Gruppo Mauri Spagnol, che aveva dichiarato di non poter fornire informazioni chiare sulla propria carta.

All’epoca Chiara Campione responsabile Greenpeace della campagna Foreste spiegò che la maggior parte rispose di non saperlo, mentre alcuni riuscivano a ricostruire a ritroso la propria filiera al massimo fino allo stampatore. Qualcuno addirittura scrisse “e io che ne posso sapere?”.

Con l’adesione al nuovo progetto invece il colosso dell’editoria italiana si va a sommare a quel virtuoso 18%  che già al maggio scorso aveva scelto di acquistare solo ed esclusivamente carta sostenibile. Tra questi: Bompiani, Fandango, Hacca e Gaffi.  Ancora più lodevole quel 6% tra cui Marsilio editore che stampa solo su carta FSC che Greenpeace  considera come l’unica certificazione che fornisce garanzie concrete sulla sostenibilità dei prodotti di origine forestale.

Un 20%, tra cui Feltrinelli, non volle neanche rispondere dimostrando eco-coscienza sporca  e scarsa volontà collaborativa. Poco tempo fa anche Feltrinelli rettificò decidendo di voler avviare la rivoluzione verde.

Si dice soddisfatta Chiara Campione, che afferma:"Ci auguriamo  che percorsi simili riusciranno in tempi brevi a garantire di non distruggere un pezzo di foresta ogni volta che acquistiamo un libro."

[Fonti: Ansa.it; Greenpeace.it]

 
 
Nell’ultimo anno in Lombardia le imprese con la certificazione ambientale ISO 14001 sono aumentate del 9,8%; a rilevarlo è stata la Camera di Commercio di Milano in accordo con un’elaborazione effettuata prendendo a riferimento i dati al 30 settembre scorso, confrontati con quelli del mese di settembre 2009, delleOrganizzazioni con sistema di gestione aziendale certificate gestito da Accredia.

Nel complesso, quindi, l’imprenditoria lombarda è sempre più “green” in linea, tra l’altro, con l’espansione nelle rinnovabili, ed in particolare nel fotovoltaico, che vede proprio la Lombardia prima in Italia per numero di impianti installati. Con l’acquisizione della certificazione ambientale l’impresa lombarda è così sempre più attenta al risparmio energetico, ai rifiuti, ma anche al taglio dei consumi ed alla riduzione delle emissioni con la partecipazione e l’adesione, spesso, ad associazioni del comparto.

Nel dettaglio, in accordo con il Rapporto della Camera di Commercio di Milano, inLombardia ci sono 1.908 imprese certificate, con incrementi maggiori su base annua aMonza, con un +19,4%, ed a Mantova con un +25,8%. Sul territorio regionale c’è il 14,4% su un totale di 13.222 imprese certificate presenti in tutta Italia; e se Mantova e Monza crescono di più, in termini numerici in testa in Lombardia troviamo Milano, Brescia e poi a seguire Bergamo. Nel dettaglio, a Milano troviamo 751 imprese in possesso della certificazione ambientale, 246 a Brescia e poi 230 a Bergamo.

Nei giorni scorsi, intanto, nel corso del convegno dal titolo “Green Tools, gli strumenti della Green Economy“, presso la Camera di Commercio di Milano s’è parlato sia di green economy, sia di ambiente nell’ambito di un evento che, in collaborazione proprio con l’Ente camerale, è stato promosso dall’AICQ, l’Associazione Italiana Cultura Qualità al fine di far conoscere e di divulgare i criteri ed i metodi più comuni ed avanzati per organizzare e progettare un’impresa “green” proprio a partire dall’utilizzo delle fonti e delle energie rinnovabili.

 
 
Nel nostro Paese oltre sette italiani su dieci sono già pronti per dire addio agli inquinanti e odiati sacchetti di plastica. E’ questo il risultato di un referendum simbolico, un exit pool, realizzato all’uscita dai supermercati nell’ambito di un’iniziativa di Legambientefinalizzata a diffondere ed a promuovere sul territorio nazionale, in materia di rifiuti, lebuone pratiche.

Dal prossimo anno, lo ricordiamo, anche in Italia le buste di plastica saranno messe al bando, ragion per cui per fare la spesa i consumatori si dovranno presentare con lasporta riutilizzabile garantendo il rispetto dell’ambiente e risparmio di CO2 notevole se si considera che in Europa siamo i primi “consumatori” di sacchetti di plastica con una media procapite pari a circa 300 buste inquinanti all’anno.

La percentuale del 73% di italiani pronta ad usare dal primo gennaio del 2011 lasportina riutilizzabile emerge dai quasi 20 mila voti che, nell’ambito dell’exit pool denominato “Vota il sacco“, sono stati raccolti presso quasi 100 “seggi” istituiti presso i supermercati e le piazze di ottanta Comuni del nostro Paese. L’iniziativa è stata inoltre l’occasione non solo per rilevare se gli italiani sono pronti per dire addio alla sporta di plastica, ma anche per animare le piazze con iniziative di sensibilizzazione al riuso, ed alla riduzione degli sprechi anche attraverso degli appositi stand informativi.

Secondo quanto dichiarato dal direttore generale di LegambienteRossella Muroni, pur essendo stato fissato all’1 gennaio del 2011 l’inizio del bando delle buste di plastica, ancora mancano, ai fini del completamento dell’iter di Legge, i relativi Decreti attuativi. Quindi, Legambiente sta scendendo in piazza a raccogliere firme anche per chiedere all’Esecutivo, a poco più di un mese dalla fine dell’anno, di rendere effettivo lo stop alle buste di plastica. Nel nostro Paese si consuma un quarto delle buste di plastica di tutta l’Europa, e addirittura il 5% della produzione mondiale, ragion per cui con lo stop agli shoppers in polietilene i vantaggi ambientali saranno rilevanti.

 
 
Continuano i nostri appuntamenti con i consigli per un Natale all’insegna dell’ecologia e della sostenibilità. Oggi vi proponiamo delle decorazioni natalizie e, perché no, idee regalo molto carine ed ecosostenibili, le Coco Christmas di Legambiente.

Le Coco Christmas sono delle confezioni in fibra di cocco al 100% naturali che contengono al loro interno semi di fiori che attirano farfalle, coccinelle e insetti indispensabili per una sana agricoltura biologica. Nelle Coco Christmas vi sono semi di calendula, fiore giallo e solare, di zinnia, fiore violaceo originario dell’America centrale e del Messico, e di cosmos, un fiore dalle sfumature bianche, rosa e gialle.

Dopo essere state appese all’albero di Natale, le Coco Christmas si possono piantare in vaso o in terra: basta rimuovere il nastro colorato e il cartoncino decorativo e deporle nella terra con tutta la confezione in fibra di cocco che, decomponendosi, fornirà ottimocompost per i semi che a Primavera coloreranno di molti colori il vostro giardino o balcone.

Le Coco Christmas sono un’idea regalo per il Natale molto carina ed anche economica: con meno di 10 euro si possono fare dei regali prodotti con materiali interamente naturali, realizzati da cooperative sociali del Paese, e si può sostenereLegambiente con piccoli contributi necessari per riqualificare e creare percorsi guidati nelle aree della rete Natura e territorio, affinché tutti possano fruire delle bellezze dei nostri paesaggi naturali, e poi le Coco Christmas sono regali che non esauriscono la loro vita con il Natale: in Primavera i semi saranno ormai splendidi fiori colorati attira farfalle, coccinelle e insetti utili.

Le Coco Christmas sono disponibili in due formati da 12 e 16 cm. Il loro costo è di 4.90 euro per una confezione di 12 cm di semi di calendula e di 7,90 euro per una confezione da 16 cm. I semi del fiore cosmos hanno un costo rispettivamente di 5,45 e 8,45 euro, mentre i semi di zinnia costano 5,90 euro per la confezione da 12 cm e 8,90 euro per il formato più grande. Per avere maggiori informazioni e ordinare le Coco Christmas, visitate la sezione dedicata sul sito di Legambiente.

 
 
Prima di morire gli animali da pelliccia patiscono trattamenti crudeli. Solo per una pelliccia vengono uccisi 200-400 scoiattoli.

Lo ha ricordato ieri Walter Caporale, presidente degli Animalisti, in occasione delWorld Fur Free Friday, la Giornata mondiale anti-pellicce. Le proteste a Piazza del Popolo, a Roma, hanno visto l’adesione di numerose associazioni animaliste, come la LAV, la Lega Antivivisezione. I manifestanti si sono simbolicamente scuoiati vivi. Al Governo si chiede, con una petizione, che vieti l’importazione e la vendita in Italia dipellicce di cani e di gatti.
La buona notizia è che le pellicce sono in via di estinzione come capo d’abbigliamento, o almeno in netto decremento. A ricordarlo è la LAV, spiegando che nel 2009 il consumo di pellicceria ha rappresentato solo il 2,6% del consumo totale di abbigliamento in Italia (il livello più basso degli ultimi 5 anni). Le donne che dichiarano di indossare una pelliccia sono diminuite dagli 8 milioni del 2002 a 2,6 milioni.

[Fonte: Ansa]

 
 
Dopo aver recepito nel novembre dello scorso anno il giudizio positivo sulla compatibilità, e dopo aver ottenuto allo stesso modo il nulla osta ed i relativi pareri da parte di tutti gli Enti che a vario titolo sono coinvolti, l’Assessorato all’Industria della Regione Sardegna, dopo la Conferenza dei Servizi dello scorso mese di luglio, ha provveduto a completare l’iter per l’autorizzazione, nell’area del Comune di Portoscuso, ad un impianto eolico che sarà realizzato dal colosso italiano delle rinnovabili Enel Green Power.

A darne notizia è stata proprio l’Amministrazione regionale nel sottolineare in particolare come in questo modo nell’area sia stata a conti fatti posata la prima pietraper ricostruire un’economia che ha subito i pesanti e duri effetti della crisi finanziaria ed economica degli ultimi tre anni.

A regime l’impianto, grazie ai suoi 39 aerogeneratori da 2,3 megawatt, sarà in grado di garantire, a seguito della produzione di energia pulita, un risparmio di anidride carbonica (CO2) pari a ben 144 mila tonnellate all’anno; il tutto a fronte di una capacità di produzione di energia elettrica pari a 197 giga watt nell’ambito di uninvestimento complessivo pari a 134 milioni di euro che, come sopra accennato, è stato autorizzato dalla Regione Sardegna.

Al fine sia di sviluppare l’utilizzo delle fonti rinnovabili sul territorio, sia per corrispondere delle compensazioni a livello ambientale, Enel Green Power ed il Comune di Portoscuso hanno inoltre siglato uno specifico accordo di programma che permetterà di valorizzare l’area dal punto di vista non solo ambientale, ma anche culturale e paesaggistico.

Ad esempio, sarà realizzata quella che è stata denominata la “porta del parco“, un importante elemento architettonico nell’ambito degli accordi per la realizzazione dell’impianto eolico da parte di Enel Green Power che, trovandosi in un sito di interesse nazionale, ha ottenuto da parte del Ministero dell’Ambiente della Tutela del Territorio e del Mare le relative autorizzazioni.