Un 'tappo' in cielo blocca gli inquinanti atmosferici non permettendone la dispersione. E, in base alla connessione che c'e' tra aria e inquinamento, cioe' la meteodiffusivita', ogni luogo respira a modo suo. Questo quanto emerso dalla presentazione del progetto 'Qualita' dell'aria: nuovi metodi, nuovi strumenti, nuovo sistema di gestione - L'esperienza internazionale del polo industriale di Termoli in Molise', oggi a Roma.

Questa specie di tappo, in realta' una sottile linea che si forma per inversione termica (Pbl, Planetary boundary layer), si posiziona piu' in alto respiriamo meglio, quando si trova troppo in basso aumenta la concentrazione di aria cattiva e, per esempio, gli inquinanti sono piu' vicini all'uomo. L'importanza della Pbl e' stata svelata, da ricercatori italiani ed esperti europei e americani, con questo progetto attuato dall'Enea e applicato al territorio della Valle del Biferno che esplosa a fondo il microclima.

''Ogni luogo - dice Maria Cristina Mammarella, responsabile scientifica del progetto - ha un certo modo di respirare'' che cambia anche dell'interno della stessa giornata e magari al variare delle stagioni. E' possibile misurarne l'altezza con uno strumento che si chiama cielometro (un raggio laser usato anche negli aeroporti): naturalmente esiste un collegamento tra smog, polveri sottili (Pm 10), e questo coperchio.

I fattori determinanti sono due: la meteodiffusivita' che indica come ogni luogo abbia un suo microclima (la capacita' di un luogo a disperdere o concentrare gli inquinanti in funzione delle proprie caratteristiche meteo-climatiche), e la conoscenza delle variabili che influiscono sulla qualita' dell'aria. La meteodiffusivita', osserva Mammarella, e' ''talmente importante per la nostra salute e la qualita' dell'aria che un indicatore statico non e' piu' sufficiente, ne serve uno dinamico'' come il parametro relativo alla misurazione dell'altezza della Pbl. Una nuova formula - conclude - di cui bisognerebbe tenerne conto anche per la costruzione degli edifici pubblici e che dovrebbe essere insegnata a scuola.© Copyright ANSA - Tutti i diritti riservati
 
 
A scientific conference, organized by the Geological Society in London, was held earlier this week to discuss and look on how Earth coped with climate change in the past. Yes, the climate has changed before. And no, that doesn’t disprove anything.

During the conference the Geological Society in London warned in a statement that in the absence of mitigation measures it could take Earth 100,000 years or more to recover:

“The geological evidence from the 55 million year event and from earlier warming episodes suggests that such an addition [a massive increase in greenhouse gases caused by the activities of mankind] is likely to raise average global temperatures by at least 5 to 6C, and possibly more, and that recovery of the Earth’s climate in the absence of mitigation measures could take 100,000 years or more. Numerical models of the climate system support such an interpretation. In the light of the evidence presented here it is reasonable to conclude that emitting further large amounts of carbon dioxide into the atmosphere over time is likely to be unwise, uncomfortable though that fact may be.”

Professor Jim Zachos, from the University of California, said that if we humans continue to pump out greenhouse gases into the atmosphere we could cause “mass extinction of species”:



“Prof Zachos said that if the world continues to pump out greenhouse gases at the current rate, around 5,000 gigatons of greenhouse gases will be released into the atmosphere over a few hundred years.

He said this will cause a more rapid temperature rise that at any other time in history and could cause “mass extinction of species”.

“The impacts will be pretty severe compared to 55 million years ago in terms of evolution of this planet,” he said.”

 
 
[fonte: Repubblica.it, © RIPRODUZIONE RISERVATA]

Altro che Louisiana, la marea nera di petrolio abita qui. Davanti alle coste tra Genova e Savona più di 50mila tonnellate di greggio giacciono sui fondali. Dimenticate da chi avrebbe dovuto bonificare la zona, inquinano l'acqua, intossicano e ricoprono di una melma grigiastra i pesci che si ammalano di cancro. Solidificato dal tempo fino ad apparire come massi lunari, il petrolio affolla le reti dei pescatori liguri nonostante vadano a gettarle lontano dalla zona off limits. Eppure, secondo le autorità, qui non dovrebbe esserci traccia del più grande disastro ecologico del Mediterraneo. Quello della superpetroliera Haven, inabissatasi davanti ad Arenzano con 144mila tonnellate di greggio dopo un esplosione che provocò la morte di cinque marinari l'11 aprile del 1991.

Da allora sono passati quasi vent'anni ma gli effetti di incuria o disattenzione, burocrazia o superficialità che denuncia Report in un documentario di Sigfrido Ranucci in onda questa sera, sono evidenti tra quei pesci morenti incatramati dai fondali. Un disastro senza colpevoli visto che la compagnia greco-cipriota è uscita assolta dopo aver addossato le responsabilità al capitano, morto nell'incidente. Un disastro che continua nell'indifferenza, nonostante ricercatori, pagati dallo Stato, abbiamo messo in allerta governo e ministeri della gravità della situazione.
Ma andiamo con ordine. Bastano pochi numeri a raccontare questa storia italiana. All'indomani dell'incidente, gli esperti stimano il danno ecologico in duemila miliardi di lire. L'Italia ne riceve 117 come risarcimento che decide di impiegare così: 32 per bonificare il mare e 60 ai Comuni del litorale come risarcimento. In realtà, di miliardi ne sono stati spesi solo 16 (circa 8 milioni di euro) ma per bonificare parte della Haven - dopo che il governo Berlusconi li aveva affidati nel 2005 alla Protezione civile - certificando poi che le acque erano pulite. Così non era, evidentemente, ma tanto fa e così gli altri 8 milioni di euro destinati a disinquinare il mare - e attribuiti di nuovo alla Protezione civile nel 2009 - sono stati impiegati per mettere in sicurezza la Stoppani, un'azienda che aveva inquinato di cromo e rame le acque, e in parte per la mobilità dei lavoratori.

Il petrolio sul fondo del mare sembra non interessare, dalla riva non si vede, sulla superficie dell'acqua neanche. Tanto che i 60 miliardi che vanno a risarcire i Comuni vengono impiegati per rifare la passeggiata a mare di Arenzano, mettere a posto le fogne o la zona dell'ex ferrovia. Eppure gli esperti lo hanno detto più volte nel corso degli anni: manca una mappa dei fondali per capire dove è finito il catrame, c'è rischio per il mare, per la popolazione. Nel 1995, a quattro anni dal disastro della Haven, ad esempio, i ricercatori dell'Istituto per la ricerca applicata al mare, incaricati dal ministero dell'Ambiente di preparare un piano per la bonifica, si calano con un batiscafo fino a 700 metri. E vedono distese interminabili di catrame, pesci negli anfratti di bitume.

"Il problema è che i residui degli idrocarburi sono capaci di indurre cancro. Abbiamo trovato pesci che vivono a stretto contatto col fondo e notato come una specie in particolare, mostrasse sintomi, segni di tumore al fegato". Reazioni? "Si è deciso di fare finta di nulla, come se il problema non esistesse", racconta Ezio Amato, allora responsabile scientifico del governo per la bonifica Haven.

Da allora nulla è cambiato, i pescatori nelle loro reti trovano pezzi di catrame come massi, pesce ricoperto di greggio che devono ripulire con l'olio se vogliono venderlo ma dalla Protezione civile e dal presidenza del Consiglio, dicono a Report, considerano chiusa la vicenda. Solo il ministero dell'Ambiente si dice pronto a raccogliere segnalazioni di inquinamento, "come se non avesse mai visto la relazione dei suoi stessi studiosi 15 anni fa". Ma il peggio, dice Ranucci, è che la storia della Louisiana potrebbe ripetersi in Italia visto come vengono presentate le domande per trivellazioni in cerca di greggio: da società con sedi fantasma, senza andare sui posti, senza neppure prendere in considerazione che dove si vuole cercare gas o petrolio c'è un vulcano in attività.

 
 
I cittadini californiani martedì hanno respinto con un referendum una norma che annullava la legge statale sul cambiamento climatico: l'unico dato positivo in una serata, quella delle elezioni di metà mandato, che di fatto ha segnato la fine dell'agenda verde del presidente Usa Barack Obama. Con la solitaria vittoria californiana gli ambientalisti sono riusciti a tenere in vita un modello per la lotta al riscaldamento, preservando una legge del 2006 che fissa obiettivi ambiziosi per la riduzione dei gas serra e ha attirato decine di milioni di investimenti verdi. Ma nel Congresso gli equilibri si sono spostati a favore di chi nega che esista il cambiamento climatico provocato dall'uomo e si oppone alle iniziative del governo sul riscaldamento globale. Secondo Think Progress, il sito web del think tank liberal Centre for American Progress citato dal quotidiano britannico The Guardian, oltre la metà dei nuovi eletti repubblicani nega l'esistenza del cambiamento del clima dovuto ad attività umana. Una schiacciante maggioranza, l'86% si oppone a qualunque aumento della tasse per le imprese più inquinanti. Cifre che prefigurano un ritorno alla deregulation ambientale dell'era Bush. Nella sua conferenza stampa di ieri sera Obama ha fatto capire che negli due ultimi anni del suo mandato accantonerà i progetti più ambiziosi di legislazione su clima ed energia, dicendo che cercherà l'accordo dei repubblicani su temi quali il risparmio di carburanti e l'auto elettrica. "L'introduzione di un mercato della Co2 era solo uno dei modi per arrivare all'obiettivo, non l'unico", ha detto ai giornalisti alla Casa Bianca. "Cercherò altri modi di affrontare il problema". La proposta di Obama di introdurre un sistema di quote e di scambi sulle emissioni inquinanti (in gergo 'cap and trade') è stato uno dei temi nascosti delle elezioni di metà mandato, che ha alimentati i fervori dei Tea Party. E ha provocato la sconfitta di vari democratici di stati conservatori, che lo scorso anno hanno votato alla Camera in favore della proposta, ad esempio in Virginia Tom Perriello e Richard Boucher. "Non penso che ci siano dubbi in proposito, il cap-and-trade è stata la questione centrale della campagna" dichiara al sito politico.com l'ex capo di gabinetto di Boucher, Andy Wright. "Se Rick avesse votato no, avrebbe vinto a mani basse". Il voto di martedì ha affidato i seggi del Congresso a un nutrito contingente di politici ostili alla stessa nozione di riscaldamento globale. Il nuovo presidente della Camera John Boehner ha dichiarato: "L'idea che il biossido di carbonio sia cancerogeno e dannoso per l'ambiente è quasi comica". Vicky Hartzler, che in Missouri ha avuto ragione del veterano Ike Skelton, ha definito il global warming una truffa. Anche i candidati vincenti dei Tea Party al Senato, come le stelle nascenti Rand Paul (Kentucky) e Marco Rubio (Florida), hanno detto di non credere al cambiamento climatico provocato dall'uomo. E qualche sopravvissuto democratico è altrettanto contrario. Joe Manchin ha conquistato il suo seggio della West Virginia letteralmente sparando con il suo fucile sull'agenda climatica di Obama. Nella sua inusuale veste di commentatrice politica per Fox news, la sera del voto, la regina dei Tea Party Sarah Palin ha parlato dell'Agenzia per la protezione dell'ambiente (Epa) come di un esempio di spesa pubblica inutile. E la leadership repubblicana ha già segnalato la sua contrarietà a una serie di regolamenti dell'Epa, come quelli su ozono e mercurio. Le iniziative regolatorie dell'Agenzia rappresentano il piano B di Obama per imporre limiti alle emissioni di gas serra dopo che quest'estate il Senato ha rinunciato al progetto di legge sul clima. La nuova leva repubblicana va oltre, promettendo indagini sul climate change e sull'operato del capo dell'Epa Lisa Jackson. Copyright APCOM (c) 2008
 
 
Il mercato mondiale della geotermia ha registrato una crescita modesta di recente. Nel corso dell'intero 2009 solo 10 progetti sono stati avviati in un numero limitato di Paesi per una potenza complessiva di 405 MW. Le ragioni vanno cercate nell'elevato costo degli investimenti rispetto a fonti oggi di maggior moda e più sovvenzionate, e negli alti rischi finanziari collegati alle fasi iniziali di sviluppo. Tuttavia, secondo un rapporto fornito da ABS Energy Research, la situazione sta evolvendo rapidamente anche in questo comparto delle rinnovabili, con un mercato mondiale destinato a crescere velocemente anche per la geotermia, per effetto delle incentivazioni adottate o proposte in diversi Paesi. Tra il 2010 e il 2015 - prevede il rapporto - la capacità installata a livello mondiale aumenterà del 78% passando dai 10.711 MW della fine del 2009 a oltre 19.000 del 2015. A trainare questa crescita saranno, in particolare, Stati Uniti, Filippine e Indonesia, ma anche il Kenya dovrebbe ritagliarsi uno spazio importante nel nuovo mercato geotermico. Il Paese africano è infatti ricco di risorse geotermiche e, anche per rispondere alla crisi dell'idroelettrico determinata negli ultimi tre anni da situazioni di prolungata siccità, ha costituito una compagnia statale (Geothermal Development Company) con l'obiettivo per lo sfruttamento di queste risorse dando vita a progetti di sviluppo per circa 2.000 MW entro il 2020 (in programma sono 5.000 MW al 2030). Nel continente sudamericano il Paese destinato ad emergere p invece il Cile che sta oggi raccogliendo l'interesse di investitori e sviluppatori esteri. Enel Green Power, ad esempio, in collaborazione con la compagnia petrolifera nazionale cilena (ENAP), ha in corso di sviluppo ben cinque progetti nel Paese. Copyright APCOM (c) 2008
 
 
Arrivano le pagelle per i big dell’High Tech: Nokia promossa a pieni voti, Microsoft e Nintendo rimandate all’edizione diciassette. Pubblichiamo oggi la XVI edizione dell’Eco-guida ai prodotti elettronici, un aggiornamento sulla sostenibilità delle grandi aziende e un aiuto ai consumatori per fare acquisti responsabili.

Primo e secondo posto in classifica rispettivamente a Nokia e Sony Ericsson, per aver messo al bando sostanze altamente nocive come PVC e ritardanti di fiamma a base di bromo, antimonio, berillio e ftalati. Anche Acer, Wipro, HCL e HP hanno conquistato punti grazie all’eliminazione dei ritardanti di fiamma e del PVC dai loro prodotti.
HP, in particolare, può vantare diverse linee di notebook e desktop toxic-free già in commercio e una stampante priva di PVC. Abbiamo poi voluto premiare Philips per l’iniziativa Econova TV: il primo televisore prodotto dall’azienda senza PVC né ritardanti di fiamma a base di bromo.

Ma come mai togliere i ritardanti di fiamma dai nostri televisori, cellulari e computer? Innanzitutto perché provocano danni al funzionamento dei processi di apprendimento e memoria, e perché possono interferire con la normale attività della tiroide. E quali sono i motivi per eliminare il PVC? Per esempio il fatto che, dal momento della produzione a quello dello smaltimento per incenerimento, questa sostanza rilasci in ambiente diossine cancerogene pericolose per la salute dell’uomo.

HP, Samsung e Lenovo sono le aziende che, più di altre, hanno scalato la classifica in questa edizione. Samsung dalla 13esima passa alla quinta posizione, anche se mantiene il punto di penalizzazione maturato nella quattordicesima edizione per aver disatteso gli impegni assunti in passato di eliminare le sostanze pericolose da tutti i prodotti entro il 2010.

Punto di penalizzazione che meritano anche Dell e LGE per non aver rispettato l’impegno di mettere al bando le sostanze dai loro prodotti, rispettivamente entro la fine del 2009 e del 2010. Toshiba se ne merita addirittura due: non ha dichiarato pubblicamente di non aver ripulito, come promesso, la propria catena di produzione entro il 1 aprile 2010 e non ha nemmeno identificato una nuova scadenza.

Qualcuno sale, qualcun altro scende e c’è chi rimane stabile. Quello che è certo è che i modi per migliorare le proprie prestazioni verso una maggiore sostenibilità esistono e sono ben noti a tutti, il punto è metterli in pratica. Riconosciamo i meriti delle aziende che si stanno impegnando e lanciamo un monito a quelle che invece fanno ancora troppo poco. Ricordiamo a tutti che le buone intenzioni da sole non bastano e che noi continueremo a vigilare.

 
 
Da un’indagine compiuta da Legambiente è emerso che gli italiani sono primi in Europa per il consumo di acqua minerale in bottiglia, e terzi al mondo.
Questo vuol dire 910mila tonnellate di anidride carbonica e gas serra immessi nell’atmosfera per la produzione di circa 350mila tonnellate di PET e un altro quantitativo di CO2 non quantificabile per il trasporto su strada, considerando che solamente il 18% delle bottiglie di acqua minerale viaggia su rotaia e che ogni anno 480mila tir si spostano lungo il Paese per trasportare casse di acqua minerale. Perchè preferire l’acqua del rubinetto? Perché è una scelta ecosostenibile.
Gli italiani sembrano aver intrapreso questa strada per assicurare ai loro figli un futuro sostenibile, visto che il 74% ha dichiarato di aver bevuto negli ultimi 12 mesi solo acqua di rubinetto filtrata o non trattata. E’ quanto emerge dal rapporto Cra Nielsen 2010 di AquaItalia (Associazione delle aziende costruttrici e produttrici di impianti per il trattamento delle acque primarie).

I consumatori di acqua dal rubinetto sono consapevoli che i controlli effettuati sulla rete idrica sono maggiori e più frequenti che nell’acqua minerale in bottiglia, come conferma il Water Safety Plan, il Piano di Sicurezza per l’Acqua realizzato dal Centro di Ricerche in Bioclimatologia Medica, Biotecnologie, Medicine Naturali e Talassoterapia dell’Università di Milano.

Bere l’acqua dal rubinetto significa risparmiare fino a 250 volte in emissioni di CO2 e gas serra: ogni 100 litri di acqua dal rubinetto costa all’ambiente 0,04 Kg di CO2. La convenienza è anche nel prezzo, come ha affermato Pietro Laureano, esperto Unesco nella lotta alla desertificazione.

L’acqua minerale viene commercializzata ad un prezzo più di 1.000 volte del costo di quella di rubinetto. Quello che fornisce il rubinetto è quello che ci è necessario: solo acqua bevibile, bene comune a tutti gli organismi.

Questo il rapporto di prezzo tra acqua pubblica e acqua minerale, almeno fino a quando l’acqua non verrà privatizzata.

[Fonte: Ansa]
 
 
Nucleare di quarta generazioneIl nucleare di quarta generazione è l’ultimo nato nella “famiglia” del nucleare. L’energia nucleare ha prodotto, fino ad oggi (ottobre 2010) quattro generazioni, di cui quest’ultima è ancora nella fase embrionale e, se vogliamo continuare la metafora del bambino, non è ancora nata del tutto. I reattori di quarta generazione infatti sono un insieme di disegni e modelli teorici dei reattori nucleari attualmente oggetto di ricerca.

La maggior parte di questi disegni si crede non diventeranno mai commerciabili, almeno non prima del 2030, con l’eccezione di una versione del reattore ad altissima temperatura (VHTR) chiamato Next Generation Nuclear Plant (NGNP). Il primo NGNP si calcola possa essere completato entro il 2021. I reattori nucleari con finalità energetiche al momento in funzione in tutto il mondo sono generalmente considerati sistemi di seconda o terza generazione, con la maggior parte dei sistemi di prima generazione che sono stati chiusi o sostituiti già diversi anni fa.

La ricerca di questi tipi di reattore è stata ufficialmente avviata dal Forum Internazionale della Generazione IV (GIF) basato su otto obiettivi tecnologici. Gli obiettivi primari erano quello di migliorare la sicurezza nucleare, migliorare laresistenza alla proliferazioneminimizzare gli sprechi e l’utilizzo delle risorse naturali, e diminuire il costo per costruire e gestire tali impianti. I reattori sono destinati ad essere utilizzati nelle centrali nucleari per produrre energia nucleare da combustibili nucleari.

Tre sistemi sono nominalmente reattori termici e tre reattori veloci. Il VHTR è anche oggetto di ricerca potenzialmente per fornire calore ad alta qualità di processo per la produzione di idrogeno. I reattori veloci offrono la possibilità agli attinidi di bruciare per ridurre ulteriormente i rifiuti e di essere in grado di riprodurre più carburante di quanto ne consumino. Questi sistemi offrono significativi progressi nel campo della sostenibilità, sicurezza e affidabilità.

Reattore ad altissima temperatura (VHTR): Il concetto base di questo reattore è l’utilizzo di un nocciolo moderato a grafite con un unico passaggio nel ciclo del combustibile ad uranio. Questo reattore prevede una temperatura di uscita di 1.000 ° C. Le alte temperature consentono applicazioni come produzione di calore o di idrogeno attraverso il processo termochimico zolfo-iodio. Il reattore avrebbe anche un sistema di sicurezza passiva. Il primo VHTR previsto doveva essere installato in Sudafrica nella versione PBMR (reattore modulare su letto di ciottoli), ma un improvviso incremento dei costi e le preoccupazioni su possibili problemi tecnici imprevisti hanno scoraggiato i potenziali investitori e clienti ed hanno fatto saltare le trattative.

Reattore ad acqua supercritica (SCWR): Questo reattore utilizza l’acqua supercritica come fluido di lavoro. Si tratta fondamentalmente di reattori ad acqua leggera (LWR) che operano alle più alte pressioni e temperature con un unico ciclo diretto che li rendono simili ad un reattore ad acqua bollente (BWR). Ma dal momento che utilizza acqua supercritica (da non confondere con la massa critica) come fluido di lavoro, consta solo di una fase, come il Pressurized Water Reactor (PWR). Ma comunque potrebbe funzionare a temperature molto superiori degli attuali PWR e BWR. Si tratta di reattori con un’elevata efficienza termica (cioè, circa il 45% contro circa il 33% di efficienza per i reattori ad acqua leggera attuali) e la semplificazione dell’impianto. L’obiettivo è la produzione di energia elettrica a basso costo ed attualmente sono 13 i Paesi che lo stanno studiando.

Reattore a sali fusi (MSR): Questo è un tipo di reattore nucleare in cui il liquido refrigerante è il sale fuso. Sono stati molti i disegni presentati per questo tipo di reattore ed alcuni prototipi sono anche stati costruiti. Qui il combustibile nucleare dissolto nel sale fuso come tetrafluoruro fluoruro di uranio (UF4), farebbe raggiungere al fluido la criticità di flusso in un nucleo di grafite che servirebbe anche come moderatore.

Reattore veloce raffreddato a gas (GFR): Il sistema è dotato di uno spettro a neutroni veloci e ciclo del combustibile chiuso efficiente per la conversione dell’uranio fertile e la gestione degli attinidi. Il reattore è raffreddato ad elio, con una temperatura di uscita di 850 ° C, e con una turbina diretta a gas a ciclo Brayton ad alta efficienza termica. Diverse forme di combustibile sono considerate per il loro potenziale di operare a temperature molto elevate e per garantire un ottimo mantenimento dei prodotti di fissione.

Reattore veloce raffreddato a sodio (SFR): E’ un modello che si basa su due progetti strettamente connessi già esistenti, il reattore nucleare autofertilizzante ed il reattore veloce integrale. Gli obiettivi sono di aumentare l’efficienza dell’utilizzo di uranio dal processamento del plutonio ed eliminare la necessità che gli isotopi transuranici lascino il sito. La progettazione del reattore utilizza un nocciolo non moderato in esecuzione su neutroni veloci, progettati per consentire ad un isotopo transuranico di essere consumato (e in alcuni casi utilizzato come combustibile).  La sicurezza è passiva e la quantità di rifiuti è all’incirca dimezzata. Un prototipo del reattore veloce integrale è stato costruito, ma il progetto venne cancellato prima che potesse entrare in funzione.

Reattore veloce raffreddato a piombo (LFR): Questo è provvisto di un reattore raffreddato a piombo a spettro neutronico veloce o lega a eutettica piombo/bismuto (LBE) con un ciclo del combustibile chiuso. Una batteria elettrica rifornisce la centrale quando non sono presenti reazioni elettrochimiche. Il carburante è di metallo o di nitruro a base di uranio fertile e contenente elementi transuranici. Il LFR è raffreddato per convezione naturale con una temperatura di uscita del liquido di raffreddamento del reattore di 550 ° C, che può arrivare fino ad 800 ° C con materiali avanzati. La temperatura più elevata consente la produzione di idrogeno da processi termochimici.

Vantaggi. Rispetto all’attuale tecnologia delle centrali nucleari, i benefici dichiarati per i reattori di quarta generazione sono:

  • Le scorie nucleari durano pochi decenni, anziché millenni;
  • Resa energetica di 100-300 volte superiore alle precedenti versioni con la stessa quantità di combustibile nucleare;
  • Possibilità di consumare scorie nucleari esistenti per la produzione di energia elettrica;
  • Migliorata sicurezza di funzionamento.

L’altro lato della medaglia, gli svantaggi, riguarda il fatto che, trattandosi di una tecnologia nuova, ancora i rischi sulla sicurezza ed i costi possono essere maggiori, mentre gli operatori hanno poca esperienza con il nuovo modello. L’ingegnere nucleare David Lochbaum ha spiegato che quasi tutti gli incidenti nucleari gravi si sono verificati con quella che era al tempo la tecnologia più recente. Egli sostiene che

il problema dei nuovi reattori e degli incidenti è duplice: gli scenari impossibili da pianificare nelle simulazioni e gli esseri umani che fanno errori. Fabbricazione, costruzione, funzionamento e la manutenzione dei nuovi reattori dovranno affrontare una ripida curva di apprendimento. Le tecnologie avanzate avranno un elevato rischio di incidenti ed errori. La tecnologia può essere provata, ma le persone no.

Le nazioni che attualmente stanno studiando questa nuova forma di reattori nucleari sono Stati Uniti, Regno Unito, Svizzera, Corea del Sud, Sudafrica, Giappone, Francia, Canada, Argentina, Unione Europea, Cina e Russia. Nonostante, come abbiamo visto, gli Stati Uniti stiano spendendo diversi milioni in ricerca su questa nuova tecnologia, non è molto convinto di questa scelta il Presidente Barack Obama, fermo sostenitore delle energie rinnovabili, il quale ha ammesso di puntare ancora sul nucleare solo per colmare momentaneamente il vuoto che un giorno verrà riempito dalle energie pulite.

La “Quarta generazione” dell’energia nucleare è un’altro slogan che ha poco successo alle spalle. L’idea è che questi nuovi reattori serviranno a chiudere il ciclo del combustibile e dei rifiuti, cioè rielaborare le barre di combustibile esaurite in nuove che possono essere riutilizzate. Tuttavia, come per la cattura ed il recupero del carbonio, tanto c’è ancora da fare, nonostante oltre 60 anni e miliardi di dollari nella ricerca. Nel frattempo alcuni Paesi, come Francia e Giappone, riproducono il carburante in modo limitato, producendo ancora centinaia di tonnellate di rifiuti tossici che potrebbero potenzialmente essere utilizzati nelle armi nucleari. Un impianto francese pompa 100 milioni di litri di rifiuti liquidi radioattivi nel canale della Manica ogni anno, e il governo francese ha calcolato che il ritrattamento dei rifiuti costerà 25 miliardi di dollari in più rispetto allo stoccaggio.

Rimangono dunque dubbi sulla possibilità di trattare i rifiuti radioattivi, e spendere altre decine di miliardi di dollari in ricerche che poi ripropongono lo stesso problema non sembra un affare economicamente vantaggioso.

La quarta generazione dell’energia nucleare non è più sicura delle centrali esistenti. In realtà, ha i suoi pericoli. Un tipo di questo reattore utilizza sodio altamente reattivo come refrigerante che, se prende fuoco quando esposto all’aria ed esplode, entra in contatto con l’acqua. E il carburante è ancora radioattivo. Dato che il ciclo del combustibile deve essere ancora chiuso, nonostante i tentativi in tutto il mondo, il popolo americano affronterà ancora la minaccia del combustibile esaurito.

Insomma i costi sembrano alti e, al momento, ancora incalcolabili, mentre i pericoli reali e i problemi, nonostante la tecnologia avanzata, restano sempre lì. Visto che non si prevedono tempi brevi per la realizzazione delle prime centrali nucleari di quarta generazione, c’è la possibilità che con il progredire delle tecnologie rinnovabili l’atomo venga sempre meno utilizzato, lasciando morire questo pargolo ancora in grembo.

Per approfondire:

Fonti: [WikipediaVtdigger]





 
 

di Luca Fornovo per lastampa.it

«Il tempo sta per scadere, a Cancun serve un risultato concreto altrimenti le 1.192 isole coralline delle Maldive, a causa dei cambiamenti climatici, verranno sommerse». Il quarantaduenne presidente delle Maldive, Mohamed Nasheed va avanti nella sua battaglia per cambiare il sistema energetico mondiale. La sua ultima mossa è lanciare un nuovo appello ai leader mondiali, avvertendoli che il tempo per fermare il riscaldamento globale sta per scadere e che il summit sul clima messicano - a Cancun dal 29 novembre al 10 dicembre - deve portare a un risultato vincolante e convincente. Nasheed non lo fa per una scelta di fede, ma perché l’arcipelago che conta più di 350 mila abitanti e si trova a cavallo dell’equatore nell’Oceano Indiano, a sudovest dell’India, potrebbe essere uno dei primi a subire gli effetti dell’innalzamento dei mari. «Sette isole rese ormai impraticabili e pressochè sommerse – spiega Nasheed - sono state già evacuate», mentre un’altra cinquantina hanno ormai gravi difficoltà per l’approvvigionamento idrico a causa della salinizzazione delle falde di acqua potabile. 

Anche l’ultimo rapporto dell'Ipcc, l’agenzia dell’Onu, non usa parole tranquillizzanti: basta che il livello delle acque, complice lo scioglimento dei ghiacci, salga tra i 18 e i 59 centimetri e gli atolli maldiviani saranno virtualmente invivibili. Le Maldive, in effetti, detengono il record di nazione più “bassa” al mondo: il punto più alto è di 2,3 metri, mentre la gran parte degli atolli sono sotto il metro. 

«Siamo un Paese in gravissima difficoltà, ora dobbiamo già sfollare gli abitanti di 16 isole e non possiamo più permetterci di aspettare altro tempo, se non ci sbrighiamo, vivremo tutti sotto l’acqua», ha ribadito il leader maldiviano, ricordando la clamorosa iniziativa, che ha promosso l’anno scorso quando aveva deciso di tenere una riunione subacquea (con tanto di bombole ed erogatori) del consiglio dei ministri delle Maldive, per portare l’attenzione del mondo sul grave impatto dei cambiamenti climatici. 

Ultimamente Nasheed ha pensato di ricorrere anche alla finanza per aiutare il suo popolo. L’idea è quella di creare, con gli ingenti ricavi che provengono ogni anno dal turismo sulle splendide isole e atolli, un fondo sovrano per finanziare l’acquisto di una nuova patria per il suo popolo nel caso le 1.192 isole coralline delle Maldive verranno sommerse. 

E per combattere il cambiamento climatico Nasheed è pronto a puntare il dito, facendo nomi e cognomi, contro le nazioni con alte emissioni. Il suo pressing punta a ottenere obiettivi di riduzione della Co2 più ambiziosi. «Le ambizioni – osserva il presidente delle Maldive - non sono quelle che vorremmo che fossero e ci piacerebbe in particolare che i grandi inquinatori come Cina, Usa e India fissassero obiettivi tali da mantenere l’atmosfera sana». Al riguardo Nasheed vuol dare l’esempio e ha promesso che le Maldive saranno la prima nazione a zero emissione entro il 2020. Un primo passo in questa direzione è stata fatto partendo dalla Borsa delle Maldive, la prima al mondo a zero emissioni.

Il Maldives Stock Exchange ha infatti stretto un’alleanza con la britannica CarbonNeutral Company per misurare e compensare le emissioni di anidride carbonica. La società ha misurato le emissioni di Co2 prodotte dal consumo di energia della Borsa delle Maldive, dalla produzione di rifiuti, dai veicoli, dai viaggi di lavori dei suoi dipendenti, dai trasferimenti da casa al lavoro, e ha comprato diritti di emissione per compensare. 

Per rispettare il protocollo CarbonNeutral la Borsa di Malè ha fissato anche obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra. Ibrahim Nasir, l’amministratore delegato della società che gestisce la Borsa maldiviana, spera che il nuovo status a zero emissioni del mercato convinca le società quotate a ridurre le loro emissioni. «Le organizzazioni che attuano ampi programmi di riduzione della Co2 – conclude Nasir - possono migliorare la loro reputazione aziendale mostrando ai clienti e ai dipendenti che prendono l’iniziativa contro il cambiamento climatico».
 
 
Il Direttore Generale del consorzio italiano per il recupero e lo smaltimento delle apparecchiature di illuminazione fa il punto sul sistema di raccolta e di smaltimento delle lampade a basso consumo e dei dispositivi di illuminazione in Italia. Una struttura che ha già dato ottimi risultati in termini di risparmio economico e salvaguardia dell’ambiente

La sua attività cardine è raccogliere, separare e smaltire i componenti delle apparecchiature da illuminazione in Italia per dare loro una nuova vita, evitando di disperdere nell’ambiente materiali altamente inquinanti. Una finalità che Ecolamp, il consorzio che si occupa dello smaltimento di lampade a basso consumo e a risparmio energetico, porta avanti con successo da sei anni. Grazie ad un’organizzazione capillare che può contare su cassonetti di raccolta nelle isole ecologiche dei maggiori centri urbani e su servizi dedicati appositamente agli installatori. Abbiamo chiesto a Fabrizio D’Amico, Direttore Generale di Ecolamp, di raccontarci le tappe fondamentali dell’evoluzione di questo consorzio e i risultati più importanti che sono stati raggiunti, alla luce di un quadro normativo stringente e in continua evoluzione che ci poterà, in pochi anni, a dire definitivamente addio alle vecchie lampade ad incandescenza.

Mauro Spagnolo: Direttore, da quando è operativo il vostro consorzio nel nostro Paese? E’ una struttura unicamente italiana o è parte di un’organizzazione più ampia?
Fabrizio D’Amico: Ecolamp è una struttura unicamente Italiana che è nata in Italia nel 2004 grazie all’interesse dei principali produttori di apparecchiature d’illuminazione. C’è da dire che però, più o meno negli stessi anni, le multinazionali di illuminazione che operavano nei Paesi europei chiamati ad applicare la Direttiva dell’Unione Europea sul recupero rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche, hanno fondato analoghi consorzi. Quindi Ecolamp ha dei “fratelli” in Germania, Francia, nel Regno Unito e in Spagna, per esempio, ma, anche in nazioni europee più piccole come la Repubblica Ceca.

M.S.: Che tipo di rapporto ha Ecolamp con queste strutture europee? Avete previsto momenti di verifica comune o un collegamento in rete?
F.D.A.: Ecolamp, in realtà, non ha nessun rapporto con questi consorzi dal momento che la normativa comunitaria viene recepita in maniera diversa in ogni Paese dell’Unione. In ogni nazione l’organizzazione logistica necessaria ad adempiere alla “missione” industriale di ogni consorzio, ovvero raccogliere quanto più possibile, è diversa proprio perché le previsioni normative nazionali sono differenti. Nonostante queste asimmetrie esiste un coordinamento al livello centrale, fatto dai soci fondatori, che permette a questi consorzi, almeno una volta l’anno, di ritrovarsi e fare il punto sulle rispettive esperienze, e se è il caso, varare progetti comuni su singole e specifiche tematiche.

M.S.: Ci può spiegare qual è il percorso di smaltimento e riciclo che una lampada o un’apparecchiatura d’illuminazione segue all’interno del vostro consorzio?
F.D.A.: Noi intercettiamo l’apparecchiatura d’illuminazione con diversi canali di raccolta. Ad oggi i principali sono le isole ecologiche comunali, che noi serviamo per circa i 2/3. In Italia ci sono circa 3000 isole ecologiche comunali ed Ecolamp è presente con i suoi cassonetti in circa 2000 di queste. Possiamo anche contare su circa 6.000 cassonetti di nostra proprietà per la raccolta di lampade fluorescenti esauste, che corrispondono ad un investimento di un milione e mezzo di euro fatto ormai qualche anno fa, presenti in tutta Italia. Poi abbiamo anche un servizio di raccolta volontario che cerca di intercettare questi rifiuti non solo presso le isole ecologiche comunali ma anche presso gli installatori illuminotecnici, che sono i più grossi consumatori ad esempio di lampade fluorescenti o di tubi lineari. Questo servizio si chiama Extra Lamp ed ha una struttura logistica diversa. Questo perché i consumatori domestici o le famiglie hanno accesso alle isole ecologiche, appositamente aperte per loro, mentre noi come Ecolamp con i nostri servizi andiamo direttamente a casa degli installatori che producono grosse quantità di rifiuti e ritiriamo fisicamente il pacco o più pacchi imballati con queste lampade.

M.S.: Immagino che ci siano dei centri di lavorazione di questi rifiuti dislocati su tutto il territorio nazionale. Come sono organizzati?
F.D.A.: Il trattamento è organizzato un po’ come le isole ecologiche. Ci sono zone del Paese nel centro nord dove sono presenti più isole ecologiche e dunque più impianti di trattamento, mentre esistono altre regioni, come quelle del sud, in cui ci sono poche isole ecologiche e pochi impianti di trattamento. Ad oggi ci sono 6 o 7 impianti di trattamento funzionanti in Italia che lavorano con noi, di cui 5 su 6 sono principalmente concentrati sull’asse che va da Torino a Gorizia. Abbiamo anche un altro centro di trattamento a Roma che serve tutto il Lazio ed il centro sud.

M.S.: Quindi, ad esempio, una lampada che viene raccolta in Sicilia che percorso segue? E potenzialmente, ad oggi, il suo costo di smaltimento è più alto rispetto a quello di una lampadina raccolta al Nord?
F.D.A.: Mediamente oggi è così ma tra un anno la situazione potrebbe cambiare perché probabilmente apriranno altri impianti di trattamento. La lampada raccolta in Sicilia viene portata ad un impianto di trattamento specifico, come ad esempio quello di Roma, o in uno aperto a Siracusa. La rete sta comunque crescendo perché la raccolta stessa sta crescendo: gli imprenditori vedono delle opportunità nell’investire somme, peraltro relativamente modeste, in impianti di trattamento dotati delle migliori tecnologie oggi disponibili.

M.S.: Una volta ritirate queste lampade cosa accade?
F.D.A.: Può accadere che vadano direttamente ad un centro di trattamento – infatti attualmente noi lavoriamo con sei centri di trattamento – o possono subire un passaggio intermedio in un centro di stoccaggio temporaneo. Sono centri che, di solito, appartengono ai trasportatori che lavorano e sono convenzionati con noi, e mediamente sono uno per ogni regione. Quando le lampade arrivano negli impianti, i loro componenti vengono adeguatamente separati e molto spesso riciclati. Molto spesso significa che circa l’85% dei componenti in peso di una lampada possono essere trattati. Va detto che questo tipo di componenti non ha una grande resa, come, ad esempio, nel caso di componenti di frigoriferi o di altri elettrodomestici. I contenuti di una lampada hanno tendenzialmente uno scarso valore di mercato e l’unica cosa che si può fare è rimetterli quasi del tutto gratuitamente all’interno dei cicli produttivi.

M.S.: Per avere un’idea del potenziale utilizzo finale di questi componenti riciclati, vengono riutilizzati per la realizzazione di nuove lampade oppure per altri componenti?
F.D.A.: Questi componenti riciclati non vengo riutilizzati per realizzare nuove lampade poiché la purezza del vetro è compromessa e, nel momento in cui finisce il trattamento, il vetro che otteniamo è molto degradato. Quindi si utilizzano questi componenti per realizzare bottiglie piuttosto che applicazioni per le industrie edili, come piastrelle o ceramica. Riusciamo anche ad ottenere delle piccole quantità di minerali ferrosi e non ferrosi che costituiscono circa il 10-20% del componente ricavato e che vengono riciclate nell’industria del ferro.

M.S.: Lei prima accennava al fatto che ogni Paese europeo ha una normativa differente in materia di smaltimento di rifiuti da apparecchiature d’illuminazione. Anche l’Italia si è allineata alla previsione comunitaria che prevede la graduale messa al bando delle lampade ad incandescenza a partire dallo scorso anno. Ci può spiegare di cosa si tratta e quale periodo è previsto per il loro completo divieto di vendita e produzione?
F.D.A.: Preliminarmente devo specificare che Ecolamp non raccoglie lampade ad incandescenza ma si occupa principalmente delle lampade a risparmio energetico, ovvero quelle fluorescenti o a basso consumo. In tutti i casi il divieto di vendita e produzione delle lampade ad incandescenza è iniziato il primo settembre dell’anno scorso con il divieto per il produttore e distributore di immettere sul commercio lampade di potenza di almeno 100 W, divieto che proseguirà nei prossimi tre anni fino al 2013 con una messa fuori commercio delle lampade di potenza via via decrescente cioè 75 – 50- 25 W. L’impatto che questa progressiva messa al bando delle lampade tradizionali ha ed avrà sul nostro mondo e sul nostro comparto è notevole, dal momento che gli stessi produttori stimano che quelle lampade ad incandescenza non più utilizzate e vendute verranno presto sostituite da un numero crescente di lampade fluorescenti che giungeranno, presto o tardi, a fine vita. Quindi noi oggi raccogliamo lampade che sono state comprate e vendute mediamente 5-6 anni fa, mentre in futuro raccoglieremo più lampade che sono vendute oggi, nel pieno della fase di avvicendamento dalle vecchie lampade ad incandescenza a quelle a basso consumo. Il volume di quest’ultime, secondo le stime internazionali che abbiamo e che sono il frutto del coordinamento su scala europea dei vari consorzi, sarà quindi destinato a crescere di molto.

M.S.: Parlando di contributi, a quanto ammonta quello su una singola lampada a basso consumo? E’ una percentuale o una somma fissa?
F.D.A.: Oggi noi applichiamo un eco-contributo di 17 centesimi su ciascun pezzo venduto. E’ una somma fissa che è comunque commisurata ai volumi e ai costi di smaltimento.

M.S.: Mi sembra di capire che alla base della vostra filosofia ci sia un principio di rispetto ambientale piuttosto che un semplice impulso economico…
F.D.A.: Sì, noi siamo un consorzio che non ha scopi di lucro. Il nostro mandato è raccogliere le lampade usate e portarle a trattamento, smaltendole in maniera adeguata come richiesto dalle normative nazionali ed europee – le Direttive del 2002 e del 2003 e il decreto legislativo 151 del 2005 con i successivi decreti attuativi. Quindi noi diamo applicazione a questi obblighi di legge, raccogliamo e selezioniamo i rifiuti e paghiamo affinché vengano trasportati e poi trattati. Possiamo dire che siamo “intermediari” e non deteniamo il rifiuto stesso, lo cediamo. Facciamo tutto questo perché su ogni lampada il consumatore paga un eco-contributo. Quindi nel momento in cui il consumatore compra una lampada oggi, che arriverà a fine vita tra 6 anni – la durata della vita media di una lampada a basso consumo – è il consumatore stesso a finanziare la raccolta e lo smaltimento della lampada che avverrà tra 6 anni.


[fonte: Rinnovabili.it]