di Paolo Virtuani per corriere.it

Gli americani lanciano l'allarme: il riscaldamento globale mette a rischio la coltivazione del frumento. In pratica, si rischia un mondo senza pasta e senza pane, annuncia l'ultimo numero diNewsweek. Il frumento, infatti, dei principali cereali (con mais e riso è alla base dell'alimentazione mondiale) è quello più suscettibile all'aumento delle temperature, in particolare il grano duro con il quale si fa la pasta. Secondo David Lobell, del Centro per la sicurezza alimentare e l'ambiente dell'Università di Stanford, negli ultimi 50 anni l'aumento delle temperatura media globale di circa mezzo grado centigrado ha comportato una diminuzione del 5,5% della produzione mondiale di frumento.

PROSPETTIVE - Da qui al 2050 le aree di coltivazione dei principali Paesi produttori di grano (Usa, Canada, Cina, India, Russia e Australia) dovranno fronteggiare estati più calde e siccitose delle attuali (un problema che nel 2012 è stato particolarmente sentito dagli agricoltori americani del Midwest, colpiti dalla peggiore siccità degli ultimi 50 anni). Secondo un rapporto dell'International Food Policy Research Institute (Ifpri), la produzione subirà un declino stimabile di circa un quarto e si sa per certo che la popolazione aumenterà fino a raggiungere i 9-10 miliardi di persone. Tutti dati che portano aprevedibili aumenti dei prezzi (come ha già paventato la Fao) che possono mettere a repentaglio la possibilità delle popolazioni più povere - la cui dieta è basata principalmente sui cereali - di potersi procurare il cibo. E la penuria di cereali è da sempre il principale innesco di disordini, rivolte e rivoluzioni come è avvenuto anche di recente in Indonesia e tra il 2007 e il 2008 quando i prezzi hanno subito un'improvvisa impennata.

CALO - Ma c'è davvero il pericolo di un forte calo della produzione di frumento a causa dell'aumento delle temperature globali? Sì e no, secondo gli esperti. In certe aree la produzione potrebbe subire una forte contrazione (Usa, Cina, India, Australia), ma con lo spostamento a latitudini più elevate della linea di coltivazione potrebbero rendersi disponibili grandi aree del nord (Canada, Russia-Siberia, Scandinavia) - ora coperte da foreste - e del sud (Argentina) ora steppose.

ITALIA - E in Italia? Sicuramente le coltivazioni saranno interessate, specialmente quella del grano duro (il 75% della produzione mondiale avviene nel bacino del Mediterraneo). Ma la recente decodificazione del genoma del frumento potrebbe aprire la strada a nuove varietà più resistenti al caldo e alla scarsità d'acqua. Forse il pane e la pasta non mancheranno sulle nostre tavole e continueremo a mangiare la pizza. Magari fatta con la farina che arriverà dalla... Finlandia.

 
 
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L'Italia vanta un primato, tra i paesi che si affacciano sul Mediterraneo: ha la flotta di pesca illegale più vasta del Sud Europa. Un mondo sommerso, non solo in termini marini: non si sa, non si parla e non si vede. In termini tecnici si chiama Pesca INN: illegale, non dichiarata e non documentata. Adesso, undossier realizzato Lav, Legambiente e Marevivo, ne mette in luce tutti i "risultati", che rischiano di portare ancora più in basso la credibilità del nostro paese tra gli stati membri della Ue. Ogni anno, con la chiusura a ottobre della stagione di pesca del pescespada, riemerge con forza uno dei grandi mali della Pesca italiana: la diffusissima pratica dell'uso illegale delle reti derivanti, ovvero le spadare (messe al bando dalle Nazioni unite e dal 2002 in tutta l’Unione europea) e le  ferrettare, utilizzate spesso in modo illegale.

Attrezzi questi che comportano la cattura accidentale di diverse specie protette o a rischio come tartarughe, delfini, squali e balene. Una piaga ben documentata dagli organi di controllo, dalla Commissione europea e dalle stesse associazioni ambientaliste, con dati che permettono di avere una mappatura chiara del fenomeno: matricole, porto di registrazione, accesso ai finanziamenti pubblici, recidività nelle infrazioni, zone di pesca, tecniche per eludere i controlli. Eppure questa forma di illegalità non si attenua, con un 2010 ancora segnato da gravissimi casi di malapesca e ben 37 pescherecci sanzionati per uso illegale di reti derivanti solo nei primi sei mesi dell’anno. Si calcola che il volume d'affari della pesca illegale a livello mondiale possa essere superiore a 10 miliardi di euro, e l'Italia ci mette il suo importante contributo.

LA MAPPA DEI PORTI "PIRATA" - Dal dossier emerge anche una vera e propria mappa dei porti italiani dove è maggiore la concentrazione di pescherecci che oparano illegalmente con le reti derivanti,  ai quali le associazioni ambientaliste hanno assegnato la “bandiera pirata”. Nel dossier si elencano tutte le barche sanzionate negli ultimi sei anni dalle Capitanerie di Porto: si tratta di circa 300 pescherecci, che hanno utilizzato illegalmente le reti derivanti, registrati principalmente nei porti di Ponza, Bagnara Calabra, Lipari, Porticello, Santa Maria La Scala. Questi scali ospitano oltre un terzo di tutta la flotta "pirata", ampiamente tollerata dalle autorità locali: eclatante il caso del comune di Acitrezza dove a giugno di quest’anno si è organizzata addirittura la “Sagra del Pescespada di San Giovanni” pescato dalle “storiche spadare trezzote”.

I PESCHERECCI SANZIONATI - La maggior parte dei pescherecci riportati nella lista nera è stata sanzionata più volte, alcune a distanza di pochi giorni. La sanzione massima prevista è di soli 4.000 euro, la metà o ancor meno per chi patteggia; il sequestro delle reti, spesso non viene confermato dai giudici con conseguente restituzione delle stesse ai proprietari che riprendono a pescare illegalmente. L’unica misura davvero dissuasiva, contenuta in un Decreto Ministeriale del 1998,  prevede la sospensione dell’autorizzazione di pesca dai 3 ai 6 mesi ma non risulta sia mai  stata applicata e lo scorso ottobre  la Direzione Generale della Pesca del  Ministero dell’Agricoltura ne ha addirittura sconsigliato l’applicazione. Nonostante l’Italia sia stata già stata condannata dalla Corte Europea di Giustizia per il lassismo con il quale gestisce l’emergenza delle reti derivanti  illegali e la Commissione abbia imposto la  restituzione di 7.7 milioni di euro percepiti per la riconversione delle spadare verso altri sistemi di pesca meno distruttivi. Come segnala il dossier, circa 100 pescherecci che usufruirono di questi contributi hanno continuato ad usare le reti illegali.

A RISCHIO GLI ECOSISTEMI MARINI - «Il ripristino della legalità nella pesca non solo è una condizione indispensabile per il recupero degli ecosistemi marini ma è anche un elemento imprescindibile per lo sviluppo di una pesca realmente sostenibile - hanno commentato Lav, Legambiente e Marevivo -. E’ nell’interesse della parte sana del settore garantire che chi viola le regole venga escluso dalle attività di pesca. Per questo l’applicazione delle nuove sanzioni previste dall’Unione Europea nei confronti di cittadini e pescherecci europei coinvolti nella pesca INN potrebbe costituire un serio deterrente alla pesca pirata». Per contrastare le violazioni, l’Unione Europea ha approvato un nuovo regolamento sulla Pesca INN entrato in vigore il 1 gennaio 2010. A differenza degli ultimi otto anni esistono oggi strumenti che consentono alla Commissione europea di intervenire sugli Stati membri inadempienti con tempi più rapidi e sicuramente più incisivi delle procedure di infrazione. In questo senso il Mediterraneo rappresenta dunque un importante banco di prova per la strategia dell’Unione sulla Pesca INN.

 
 
Si chiama ReflecTech Mirror Film la nuova tecnologia, sviluppata dalla società SkyFuel in collaborazione con il National Renewable Energy Lab (Nrel), che aumenta la resistenza degli impianti solari a concentrazione con specchi parabolici e raggiunge i più alti valori di efficienza. Lo dimostrano i test condotti dalla stessa Nrel, il principale laboratorio di ricerca energetica del dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti. La tecnica prevede di realizzare gli specchi parabolici in modo simile a quelli tradizionali con una sola, importante differenza: la parte riflettente non è costituita da specchi di vetro, bensì da un sottile strato di argento racchiuso fra strati multipli di polimeri trasparenti che lo proteggono dall’ossidazione e dai raggi ultravioletti.

EFFICIENZA DEL 73% - SkyFuel ne ha realizzato un modello di specchio parabolico commerciale, chiamato SkyTrough. Il nuovo materiale era già considerato conveniente perché infrangibile, flessibile, leggero e quindi facilmente trasportabile. Ora, come attesta il Nrel, si dimostra soprattutto efficiente: i test, effettuati a una temperatura di 350 gradi, hanno evidenziato che gli specchi SkyTrough arrivano a un’efficienza di oltre il 73%. «Allo SkyTrough hanno lavorato molti ottimi ingegneri, per cui eravamo fiduciosi che l’efficienza sarebbe stata alta, ma l’attestazione del Nrel conferma la nostra tecnologia. Non potremmo essere più soddisfatti di questo risultato», ha commentato Randy Gee, direttore tecnico della SkyFuel. (fonte: Apcom)

 
 


Gli immensi territori africani sembrano la terra promessa per le coltivazioni destinate a produrre biocarburanti. A scapito però dei terreni destinati alle colture alimentari e delle foreste che vengono disboscate. Società europee e asiatiche hanno acquistato almeno 50 mila chilometri quadrati (una superficie pari a quelle di Piemonte, Lombardia e Valle d'Aosta messe insieme) in undici nazioni africane, secondo i dati diffusi dal gruppo ambientalista Friends of the Earth e citati dall'agenzia Reuters. In particolare saranno coltivate canna da zucchero, jatropha e palma da olio, destinate a essere riconvertite in biocarburanti.

BIOCARBURANTI - Secondo i sostenitori dei biocarburanti, si tratta di energia «verde» e rinnovabile a emissione zero di CO2 in atmosfera, perché viene rilasciata una quantità simile a quella assorbita dalle piante nella loro crescita. Ma i critici osservano che le coltivazioni per biocarburanti in realtà sfrattano quelle destinate all'alimentazione umana e animale, fanno insorgere conflitti tribali sulla proprietà dei terreni e, soprattutto per palme da olio e canna da zucchero, vengono disboscate le foreste pluviali per trovare nuovi terreni vergini. Tutto ciò sorpassa di gran lunga i benefici delle emissioni zero di anidride carbonica, spiega Mariann Bassey di Friends of the EarthNigeria.

VISIONI CONTRASTANTI - Kenia e Angola hanno ognuna ricevuto proposte per coltivare 500 mila ettari, in Benin ci sono piani per altri 400 mila ettari destinati a palma da olio. In Tanzania colvitatori di riso hanno già dovuto cedere le loro terre destinate alla canna da zucchero per il bioetanolo. «La competizione per le terre e le coltivazioni alimentari di base come manioca e sorgo dolce soppiantate da altre per i biocarburanti faranno alzare i prezzi sia degli alimentari che delle terre stesse», dice lo studio dell'associazione ambientalista. Altri studi, invece, affermano che l'espansione delle coltivazioni per biocarburanti non avranno effetti negativi e, anzi, l'agricoltura africana potrebbe persino ricavarne benefici. Lo scorso mese ricercatori dell'Imperial College britannico, la società per la riduzione di CO2 e per le rinnovabili Camco e il Forum per le ricerche agricole in Africa (Fara) si sono dichiarati favorevoli alle coltivazioni per i biocarburanti in quanto, dicono, queste faranno incrementare gli investimenti nelle proprietà agricole e nelle infrastrutture con ricadute positive sulla produzione alimentare. E tutto ciò, affermano questi istituti, se adeguatamente gestito non significa automaticamente la distruzione del patrimonio forestale. 

 
 
Strade interrotte e transennate con tanto di filo spinato. Sbarramenti di polizia. Divieto assoluto di scattare fotografie. Insulti e minacce. Tutto pur di nascondere il «segreto» della baia di Taiji, la città costiera a sud di Osaka, protagonista del film di Louie Psihovos e Richard O'Barry, «The Cove», premiato all'edizione 2009 del Sundace Film Festival. La pellicola racconta della mattanza di balene e soprattutto delfini che avviene ogni anno in questo angolo di Giappone. Un film documentario che da alcuni giorni è tornato ad essere drammatica realtà.

IL PRIMO «BOTTINO» - La prima battuta di pesca della stagione, iniziata ufficialmente il primo di settembre, si è conclusa con un «bottino» di un centinaio di delfini dal naso a bottiglia e di una cinquantina di balene pilota. La prefettura di Wakayama, in cui si trova la città, ha dichiarato che dei cento delfini catturati, i 40 o 50 esemplari più belli saranno venduti agli acquari, mentre gli altri saranno nuovamente rilasciati in mare. La carne di balena, invece, sarà venduta ai mercati del pesce per essere consumata. La quota assegnata ai pescatori giapponesi dalla International Whaling Commission per quest'anno è di 240 pezzi, tra delfini e balene. Sulla liberazione dei delfini non destinati all'industria dello spettacolo, però, i gruppi animalisti e ambientalisti nutrono seri dubbi.

IMMAGINI RUBATE - L'avvio della stagione è stato contrassegnato dalle proteste e dagli scontri verbali tra i sostenitori della causa animalista e i pescatori della città, che a quanto riferiscono le cronache non hanno affatto gradito l'essere diventati protagonisti di un film. La pellicola era stata realizzata di nascosto, con telecamere radiocomandate mimetizzate tra gli alberi e registrazioni subacquee, dopo che invano i due registi avevano tentato di ottenere l'autorizzazione delle autorità ad effettuare le riprese alla luce del sole. Un diniego interpretato come la volontà di non far sapere come le cose stiano veramente. Le riprese effettuate in gran segreto avevano consentito ai due registi di raccogliere immagini agghiaccianti, come altre ne erano arrivate in passato - sempre catturate di straforo dagli animalisti -, e su tutte quella ormai tristemente famosa del mare completamente colorato di rosso dal sangue degli animali arpionati. Immagini, quelle del nuovo documentario, in grado di sconvolgere gli stessi giapponesi spesso ignari di cosa ci sia dietro i pezzi di pesce già ripulito, porzionato e confezionato che si ri trovano sugli scaffali dei supermercati, come ben si vede in una scena del documentario, accolto con grande interesse in tutto il mondo ma che con tutta probabilità avrà difficoltà a fare breccia in Giappone.

BUSINESS E TRADIZIONE -
Il Paese asiatico ha sempre difeso la propria pesca tradizionale e non a caso è uno di quelli che non ha sottoscritto la moratoria internazionale contro la caccia alle balene. Caccia che le sue navi continuano regolarmente a praticare, con la scusante della cattura a scopi «scientifici». Quanto ai delfini, le autorità nipponiche e le associazioni dell'industria ittica hanno spesso fatto notare che il consumo di carne di delfino o di balena non può essere contestato dalle popolazioni occidentali, che consumano altri tipi di carne senza che questo appaia come un sacrilegio. Insomma, da una parte i delfini e dall'altra manzo e maiali. «E' esattamente la stessa cosa» dicono alcuni abitanti della zona di Taiji, nelle corrispondenze delle agenzie di stampa. Non solo: molti ricordano come la caccia ai mammiferi marini non sia soltanto un business, ma una tradizione culturale, tanto che ogni anno vengono organizzate cerimonie rituali per rendere omaggio agli spiriti dei delfini e delle balene morte.

DELFINI PER BALENE - Gli animalisti però non ci stanno e ricordano come i delfini finiscano «per sbaglio» nelle reti gettate per catturare le balene e come spesso, nei ristoranti, la carne di delfino sia spacciata come carne di balena, particolarmente ricercata e per questo più costosa. Non solo: denunciano livelli di inquinamento da mercurio particolarmente elevati per i mammiferi che vivono in queste acque e che si trasferiscono poi, di conseguenza, nei piatti degli ignari consumatori. Il massacro che si perpetua anno dopo anno, è insomma il messaggio, non è solo crudele, ma anche dannoso in primo luogo per l'uomo.
 
 
Carote, patate e cioccolato: non sono gli ingredienti di una nuova ricetta ma i materiali utilizzati per assemblare una macchina da corsa di Formula 3 ecologica. Il bolide, messo a punto dai ricercatori dell'Università di Warwick, a Coventry, dispone di un motore alimentato da estratti di cioccolato, di una carrozzeria composta di patate e fibre vegetali, e di un volante costruito tramite una speciale resina ricavata dalle carote. Il sedile è invece interamente composto di soia. Si tratta della prima macchina da corsa costruita tramite materiali eco-compatibili.

FORMULA 3-
L'automobile è in grado di raggiungere la velocità di 217,6 chilometri orari e di accelerare fino ai 96,56 chilometri orari in meno di 2,5 secondi. Per il momento ha un solo difetto: l'inusuale motore non rispetta le regole della Formula 3 che non consentono di utilizzare motori biodiesel. «È stato molto emozionante lavorare sul progetto e costruire un prototipo di macchina ecologica. In questo modo speriamo di dimostrare che è possibile ottenere una buona prestazione anche tramite un motore ecologico», ha commentato il progettista dell'auto James Meredith.
 
 
Enormi gabbie d'acciaio attraversate da una corrente elettrica a basso voltaggio: è questa una delle possibili soluzioni per frenare la scomparsa dei coralli, sempre più minacciati dai cambiamenti climatici e dall'aumento dell'inquinamento nei mari di tutto il mondo. Secondo gli scienziati del Marine Research Centre delle Maldive, citati oggi dal quotidiano britannico Guardian, con questo sistema si sono avuti risultati incoraggianti.

ALLARME ESTINZIONE - I coralli, affermano i ricercatori, ricrescono rapidamente su gabbie di acciaio sottomarine. Strutture che loro sperano possano essere d'aiuto nel rigenerare le parti di barriera corallina più pregiudicate e nel proteggere alcune parti più vulnerabili della costa dall'innalzamento del livello del mare. Le barriere coralline supportano un quarto della vita sul nostro pianeta e lo scorso mese il noto naturalista-documentarista David Attenborough aveva lanciato l'allarme: gli attuali livelli di Co2 nel mare sono ormai a livelli superiori a quelli massimi che condannano i coralli all'estinzione. Anche se le gabbie di metallo alimentate a corrente elettrica non possono essere la soluzione definitiva al drammatico, globale problema della riduzione delle barriere coralline, queste mostrano risultati promettenti in progetti finalizzati ad aree limitate, contribuendo in alcuni casi al ripristino della barriera nei punti dove i coralli svaniscono più rapidamente.

«ESCA» PER CORALLI - Un team di ricercatori nell'isola di Vabbinfaru, alle Maldive, ha depositato sul fondo marino una grande gabbia di acciaio. La struttura di 12 metri e del peso di 2 tonnellate è connessa a dei lunghi cavi che le mandano una corrente elettrica a basso livello. L'elettricità innesca una reazione chimica che porta il carbonato di calcio che si trova nell'acqua di mare a depositarsi sulla struttura. I coralli, a quanto pare, trovano la cosa «irresistibile» anche perchè usano il calcio per il loro le strutture abitative delle loro colonie e, in breve tempo, la gabbia ne è stata ricoperta.
 
 
Autovetture trasportate al largo e poi gettate in fondo al mare, in una area davanti alla costa nuorese fra le più belle, ricca di flora e fauna marina mediterranea. Un metodo pratico e sicuramente poco costoso di rottamare e smaltire veicoli (alcuni dei quali rubati e riciclati) per il quale cinque persone di Nuoro e Orosei sono state denunciate con l'accusa di ricettazione, truffa, furto, riciclaggio e inquinamento ambientale.

VICINO L'OASI DI BIDERROSA
- Gli investigatori hanno trovato in mare aperto, a poco più di un chilometro dalla costa di Cala Liberotto, su un fondale sabbioso profondo circa 30 metri, una decina di autoveicoli presumibilmente riciclati. Il sito è distante poche centinaia di metri dall'oasi naturalistica di «Biderrosa», considerata una delle più suggestive zone protette dell'Isola. Il ritrovamento è avvenuto al termine di una serie di servizi di osservazione, anche con perlustrazioni aeree, protrattisi alcuni mesi. L'operazione «Acquaparking» è stata condotta dagli agenti della Polizia di Stato di Nuoro, della Posltrada, coadiuvati dal Reparto Sommozzatori, da un elicottero del Reparto Volo di Abbasanta e da una imbarcazione d'altura ella Polmare di Olbia. Alcuni veicoli sono risultati demoliti irregolarmente e abbandonati in mare, con un danno ambientale di dimensioni considerevoli. Le indagini continuano per individuare altri complici dell'organizzazione che trasportava al largo, con palloni galleggianti che venivano trainati da imbarcazioni, le carcasse delle auto.
 
 
I cambiamenti climatici continuano a mettere a dura prova il tesoro di biodiversità del nostro pianeta. Nella categoria "a rischio" figurano anche 350 nuove specie scoperte nell'Himalaya orientale in dieci anni di ricerche. Esseri viventi come il più piccolo cervo del mondo, la rana volante e un geco che esiste da 100 milioni di anni. Nell'Himalaya orientale rischia di sparire (o modificarsi in modo irreversibile) la dimora di una varietà sorprendente di specie: 10mila vegetali, 300 specie di mammiferi, 977 di uccelli, 176 di rettili, 105 di anfibi e 269 pesci di acqua dolce. A scattare la fotografia è un dossier del Wwf, «The eastern Himalayas - Where worlds collide» (testo integrale in inglese).

DIECI ANNI DI STUDI - Lo studio riassume le scoperte fatte da diversi scienziati in dieci anni, dal 1998 al 2008, in zone remote e montuose che vanno dall'India nord-orientale all'estremo nord del Myanmar, fino al Nepal e alle regioni meridionali dell'area autonoma del Tibet. Gli esperti hanno individuato più di 350 specie fino a quel momento sconosciute nelle regioni dell'Himalaya orientale: 244 piante, 16 anfibi, 16 rettili, 14 pesci, 2 uccelli, 2 mammiferi, e almeno 60 nuovi invertebrati. Tra questi una rana color verde brillante ("Rhacophorus suffry") che utilizza i lunghi piedi rossi palmati per librarsi nell'aria, un cervo foglia ("Muntiacus putaoensis"), il più piccolo e antico del mondo, con il manto bruno chiaro e gli occhi da cerbiatto, un geco con 100 milioni di anni sulle spalle, scoperto in una miniera di ambra della Hukawang Valley, nelle regioni himalayane dell'estremo nord del Myanmar. Qui, c'è anche la più alta concentrazione di tigre del Bengala e, soprattutto, l'ultimo bastione del rinoceronte indiano.

DELFINI, GIBBONI, LEOPARDI - Proprio in questa terra l'associazione del Panda è impegnata nella difesa degli habitat di specie a rischio come il leopardo delle nevi, la tigre del Bengala, il gibbone dalle mani bianche, il leopardo nebuloso, l'elefante asiatico, il panda minore, il langur dorato, il raro delfino del Gange. «Siamo di fronte a un patrimonio di diversità culturale e biologica che è però estremamente vulnerabile e fragile - osserva Gianfranco Bologna, direttore scientifico del Wwf - e che rischiamo di perdere per sempre, a meno di non agire da subito contro i cambiamenti del clima. Un impareggiabile mosaico di diversità biologica, senza dubbio tra i più ricchi di tutto l'Oriente». Che soffre però di una estrema sensibilità ai cambiamenti climatici. L'Himalaya, dice Mariagrazia Midulla, responsabile del programma clima ed energia del Wwf, potrà essere salvata solo con «un trattato equo e coraggioso, fondato sull'alleanza tra Paesi ricchi e poveri contro la devastazione dei cambiamenti climatici, alimentati in questa parte del mondo anche da un'incontrollata deforestazione». L'appuntamento è alla Conferenza delle Nazioni Unite sul clima, a Copenaghen dal 7 al 18 dicembre, quando i leader del mondo si riuniranno per trovare un accordo su un nuovo trattato che manderà in pensione il Protocollo di Kyoto.
 
 
Potamogeton. Il nome non dirà nulla alla maggior parte di voi, ma se siete passati sui lun­garni nelle ultime settimane non avete potuto fare a meno di notarla. È la pianta acquatica che è cresciuta lungo le rive dell’Arno e che sembra soffoca­re l’acqua, aiutare il ristagno, che raccoglie sporcizia e qual­che pesce morto. Potamageton e alghe microscopiche (e forse le gigantesche cozze anodonti) sono cresciute a dismisura complice il caldo e la scarsa portata del fiume, tanto da ostacolare i canottieri quan­do remano tra Ponte Vec­chio e ponte San Niccolò. Un problema non solo «estetico», a rischio è l’ecosistema, ma presto si interverrà. Palazzo Vecchio, infat­ti, ha deciso di tagliare le piante acquatiche infestanti nel tratto tra San Niccolò e il ponte Santa trinita, ma non so­lo. Ponendo fine ad infiniti rim­palli e polemiche, lunedì firme­rà un protocollo con la Provin­cia per dividersi le spese per la pulizia e la manutenzione delle acque e delle rive, mettendo fi­nalmente chiarezza su una vi­cenda che si trascina da anni. «La fioritura delle piante, che non sono alghe come co­munemente si pensa — spiega il direttore dell’ambiente di Pa­lazzo Vecchio, Pietro Rubellini — ci è stata segnalata anche da alcuni cittadini ed effettiva­mente c’è un rischio di eutrofiz­zazione di alghe e piante nel fiume, togliendo ossigeno ai pesci e peggiorando la qualità delle acque. Così abbiamo deci­so di intervenire d’urgenza nei primi giorni di agosto, taglian­do le piante per un’azione pre­ventiva che eviti appunto ogni futuro rischio per l’Arno».

OGNI ESTATE LA STESSA STORIA - La questione dell’eccessiva cresci­ta delle piante si ripete ogni estate: perché non si è agito pri­ma? «C’è un vecchio problema di competenze non chiarite — risponde Rubellini — nel sen­so che il Comune non ha com­petenza sul regime idraulico, ma solo sulla pulitura dei ri­fiuti e le piante e le alghe non sono rifiuti. Ma la nuo­va amministrazione ha de­ciso di affrontare la que­stione e la segreteria del sindaco ci ha invitato ad agire d’urgenza. Parallela­mente — continua il massi­mo responsabile della direzio­ne ambiente — lunedì firmere­mo un protocollo con la prote­zione civile della Provincia per la divisione delle spese e per in­tervenire nei prossimi anni in maniera condivisa dal momen­to che l’eutrofizzazione può di­ventare anche un problema per il deflusso delle acque». Nessun rischio per i pesci o per la qualità dell’acqua? «No. La diga di Bilancino garantisce la corrente minima vitale del fiu­me, rilasciando sei metri cubi di acqua al secondo e dopo le piogge della primavera e di maggio e giugno la diga ha au­tonomia fino a settembre inol­trato. Comunque proprio per evitare rischi futuri vareremo il taglio d’emergenza: bastano qualche migliaia di euro, po­chi giorni e forse chiederemo aiuto ai Canottieri».

CITTADINI PREOCCUPATI - I cittadini hanno telefonato anche ad Arpat, l’ente regiona­le di controllo sull’ambiente. «Il 6 luglio siamo stati sul fiu­me ed abbiamo effettuato alcu­ni prelievi — spiegano da al­l’ente regionale — rilevando anche una forte presenza di al­ghe microscopiche cloroficee, oltre che delle piante ben visi­bili dalle spallette dell’Arno, della famiglia dei Potamoge­ton. Giovedì e venerdì effettue­remo ulteriori analisi sul fiu­me; anche perché ci è arrivata una segnalazione della presen­za di anodonti, le grandi 'coz­ze' che stanno sul fondo dei fiumi ed emergono solo quan­do sono morte». Le anodonti (che possono superare i 15 cen­timetri di lungehzza) sono «ar­rivate » nel 2008 nel Bisenzio e se la loro presenza nel tratto di Arno fiorentino fosse confer­mata significherebbe che c’è un nuovo inquilino vicino Pon­te Vecchio, meno visibile delle nutrie ma altrettanto alieno al­la storia di quello che era defi­nito il «fiume d’argento». Via le piante e il loro brutto impatto, dunque, una situazio­ne che in futuro non si dovreb­be più ripetere; via quasi tutto il Potamogeton, ma — speria­mo — senza allontare i tanti uccelli trampolieri che ormai da anni abitano l’«isola» di San Niccolò e fanno la goia di turisti e bambini.