(TMNews) - Decenni di sviluppo e urbanizzazione in Cina hanno messo a rischio l'ecosistema, e la flora e la fauna del paese. Secondo uno studio del Wwf della popolazione faunistica cinese è restato solo il 10% rispetto al passato e "il declino è stato particolarmente sensibile nei decenni tra il 1960 e tutti gli anni Ottanta per proseguire poi fino ad oggi". 
Secondo i dati del Wwf o i delfini del fiume Yangtze sono diminuiti 99.4% tra il 1980 al 2006, gli alligatori del 97% dal 1955 al 2010, le tigri Amur del 92% dal 1975 al 2009. 
Lo studio indica anche che la Cina nel 2010 ha usato le risorse naturali - campi coltivati e foreste - a un tasso 2 volte e mezzo superiore alla possibilità di rigenerarle. In prospettiva, conclude il Wwf, lo sviluppo cinese avrà un tale impatto ambientale da pesare su scala globale. 

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Per far posto a una metropoli del futuro, in quello che viene considerato come uno dei più imponenti progetti urbanistici della storia cinese, il China Pacific Construction Group si prepara a spianare letteralmente 700 montagne per livellare un'area di 130mila ettari a un centinaio di chilometri da Lanzhou, capoluogo della regione di Gansu, nella Cina centrale. 
La "Lanzhou New Area" dovrebbe, secondo i piani, consentire un incremento del pil della regione di 34 miliardi di euro a partire dal 2030, secondo il quotidiano cinese China Daily. Il progetto, approvato ad agosto, rappresenta la quinta "zona di sviluppo" della Cina, la prima nelle regioni interne centrali. 
Il primo stadio del livellamento delle montagna è iniziato a fine ottobre, scrive il China Economic Keekly, e permetterà la nascita di un distretto urbano su un'area di 2.600 ettari a nordest di Lanzhou. Dietro all'iniziativa - riporta il Guardian - vi è il China Pacific Construction Group di Yan Jiehe, un imprenditore 52enne cinese, che ha creato la sua fortuna dal nulla e attualmente detiene il decimo patrimonio del paese. 
Questo ultimo progetto suscita in ogni caso molto scetticismo: Lanzhou, che ospita 3.6 milioni di abitani lungo il Fiume Giallo, soffre di non pochi problemi ambientali già adesso: l'anno scorso l'Oms le ha attribuito il marchio di città più inquinata della Cina, a causa dell'enorme sviluppo dell'industria tessile, metallurgica a di produzione di fertilizzanti. 

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(TMNews) - La Cina ha promesso di fornire il "contributo dovuto" per il taglio delle emissioni di gas a effetto serra e la lotta al cambiamento climatico, ma ha sollecitato i Paesi sviluppati a fare di più. 
Xie Zhenhua, capo della delegazione cinese ai negoziati per il cambiamento climatico di Doha, ha detto: "Stiamo lavorando insieme con gli altri Paesi sul cambiamento climatico globale e daremo il contributo dovuto a questo scopo. Se Paesi diversi hanno situazioni diverse, questo è comprensibile, ma stiamo cercando un terreno comune". 
Il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha detto: "Il fenomeno del cambiamento climatico è stato provocato dall'industrializzazione del mondo sviluppato. E' soltanto equo e ragionevole che il mondo sviluppato debba farsi carico della maggior parte della responsabilità". 
I ministeri si preparano a entrare nella fase conclusiva dei negoziati ai colloqui Onu, finalizzati a produrre un seguito del protollo di Kyoto e un nuovo accordo che sia sottoscritto da tutti i Paesi entro il 2015, per entrare in vigore a partire dal 2020. 

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In occasione della prima Greenpeace Business Conference tenutasi a Milano negli scorsi giorni l’associazione ha esortato le aziende italiane del settore cartiero a trovare soluzioni alternative che non implichino la distruzione delle foreste primarie.

I dati diffusi da Greenpeace, parlano di 2,7 milioni di ettari di foreste già distruttein Indonesia per la produzione di pasta da cellulosa e di 5 milioni di ettari per i quali il taglio è già stato pianificato. Questi dati che sentiamo sconvolgenti ma lontani ci riguardano da vicino poiché secondo l’associazione ambientalista la maggior parte deilibri in Italia viene ancora stampata su carta proveniente dalle foreste vergini.

In particolare la multinazionale indonesiana Asia Pulp and Paper (App) ha esportato più di 300.000 tonnellate di cellulosa, utilizzate per produrre 4,3 milioni di tonnellate di prodotti da stampa ed editoriali made in Cina. Parte di questi prodotti erano destinati all’Italia.

Le linee guida che Greenpeace propone per arginare lo scempio sono semplici :

  • non acquistare prodotti legnosi o paste di celulosa che derivano da operazioni forestali di difficile tracciabilità;
  • obbligare i fornitori a tracciare i prodotti ed in particolare a fornire dati certi e verificabili circa  l’origine delle fibre;
  • ridurre considerevolmente l’acquisto di fibre vergini in favore della scelta di prodotti che contengano il massimo livello di fibre riciclate.
La casa editrice Mondadori ha deciso di aprire il dialogo e di aderire, per fasi progressive, alla richiesta. Secondo Riccardo Cavallero, direttore generale Libri Tradedel Gruppo Mondadori :

Una scelta che ci consente di offrire anche ai lettori un’opportunità concreta di acquisto consapevole.

Oltre alle linee guida Greenpeace fornisce altri strumenti per conseguire l’ambìto obiettivodeforestazione zero.

Tra questi la 
classifica degli editori Salvaforeste realizzata nello scorso maggio in base al livello di tracciabilità della carta usata dagli editori, in pratica si chiedeva agli editori se sapessero da dove proveniva la carta che utilizzavano.

All’epoca la Mondadori si trovava in quel 55% di gruppi editoriali, tra cui Gruppo Giunti e Gruppo Mauri Spagnol, che aveva dichiarato di non poter fornire informazioni chiare sulla propria carta.

All’epoca Chiara Campione responsabile Greenpeace della campagna Foreste spiegò che la maggior parte rispose di non saperlo, mentre alcuni riuscivano a ricostruire a ritroso la propria filiera al massimo fino allo stampatore. Qualcuno addirittura scrisse “e io che ne posso sapere?”.

Con l’adesione al nuovo progetto invece il colosso dell’editoria italiana si va a sommare a quel virtuoso 18%  che già al maggio scorso aveva scelto di acquistare solo ed esclusivamente carta sostenibile. Tra questi: Bompiani, Fandango, Hacca e Gaffi.  Ancora più lodevole quel 6% tra cui Marsilio editore che stampa solo su carta FSC che Greenpeace  considera come l’unica certificazione che fornisce garanzie concrete sulla sostenibilità dei prodotti di origine forestale.

Un 20%, tra cui Feltrinelli, non volle neanche rispondere dimostrando eco-coscienza sporca  e scarsa volontà collaborativa. Poco tempo fa anche Feltrinelli rettificò decidendo di voler avviare la rivoluzione verde.

Si dice soddisfatta Chiara Campione, che afferma:"Ci auguriamo  che percorsi simili riusciranno in tempi brevi a garantire di non distruggere un pezzo di foresta ogni volta che acquistiamo un libro."

[Fonti: Ansa.it; Greenpeace.it]

 
 
La centrale nucleare di Daya Bay, in Cina, è al centro di una polemica fondata sui suoi incidenti, presunti o reali. Sarebbero infatti almeno tre i problemi riscontrati negli ultimi cinque mesi, ma i proprietari dell’impianto negano.

Daya Bay è una centrale giovane, inaugurata nel 1993, costruita da Framatome (oggi Areva) con tecnologia PWR, cioè la generazione precedente agli Epr che dovrebbero essere installati in Italia con l’accordo Enel-Edf. Nonostante la giovane età i problemi, seppur di piccola entità, non mancano. Gli ultimi tre ad aprile e maggio e ottobre: tre “microfessure” nel circuito di raffreddamento che furono rivelati alla popolazione diverse settimane dopo. Si disse che non c’era stata fuoriuscita di radiazioni.

A giugno Radio Free Asia tira fuori la notizia che c’è stata una perdita da una barra di combustibile. China Light & Power, proprietaria dell’impianto, smentisce tutto e, ad oggi, non è chiaro cosa sia successo. La popolazione locale, e anche quella di Hong Kong che non è lontana, non ha mai gradito la centrale: manifestazioni prima e durante la costruzione, insofferenza oggi che non riescono a capire se e quando ci sono gli incidenti.

Via | Green et Vert

 
 
Sì lo sappiamo, sembra un po’ la scoperta dell’acqua calda: la Cina è il più grande emettitore di gas ad effetto serra. Da anni gli scienziati di tutto il mondo concordano sul fatto che il colosso cinese abbia superato anche le emissioni di quello che è stato il Paese più inquinante al mondo per anni, gli Stati Uniti. Ma la notizia si fa più interessante quando si scopre che finalmente anche il Governo cinese, in genere molto riservato sui problemi interni, compreso l’inquinamento e gli impatti sul clima, ha apertamente ammesso le proprie colpe.

Ora siamo il numero uno mondiale in volume di emissioni.

Questo è quello che il capo negoziatore sul clima della Cina, Xie Zhenhua, ha detto in una conferenza stampa a Pechino, pochi giorni prima che gli emissari intraprendessero il viaggio verso Cancun, dove si terranno i colloqui internazionali sul riscaldamento globale.

Ovviamente le parole di Xie non erano soltanto una confessione. Il portavoce cinese infatti non ha perso l’occasione per ribadire il concetto che i Paesi ricchi dovrebbero apportare “tagli rigidi” alle loro emissioni, dal momento che nel tempo hanno maggiormente contribuito alla formazione di gas serra intrappolando più calore solarenell’atmosfera. Contemporaneamente dovrebbero dare ai Paesi più poveri lo spazio per far crescere le loro economie, e di conseguenza le emissioni. Come se l’economia e le emissioni cinesi avessero bisogno di crescere ulteriormente. Ma non tutto è negativo:
"La Cina sta adottando misure nella speranza che siamo in grado di raggiungere il picco di emissioni il più presto possibile", ha concluso Xie. Un rapporto del comparto scientifico della Reuters dimostra che la Cina era consapevole da tempo del suo status di maggior contributore delcambiamento climatico globale, e probabilmente per questo il colosso asiatico da anni ha avviato massicci investimenti nella tecnologia pulita, sintomo che il Governo aveva già chiara la situazione ben prima delle dichiarazioni dei giorni scorsi. A questo punto sorge un interrogativo morale: è giusto permettere all’economia cinese di espandersi, portando di conseguenza anche ad un miglioramento del mercato delle rinnovabili, ma a costo di incrementare ancora per chissà quanto le emissioni di gas serra? Probabilmente la risposta la avremo già dopo il congresso di Cancun.

[Fonte: Treehugger]

 
 
La Cina ha riconosciuto ufficialmente per la prima volta di essere il primo paese al mondo per volumi di emissione di gas effetto serra. "Occupiamo ormai il primo posto al mondo per volumi di emissione" ha detto in una conferenza stampa Xie Zhenhua, capo negoziatore di Pechino sulle questioni del cambiamento climatico. Finora le autorità di Pechino non riconoscevano apertamente questo fatto stabilito dalla comunità scientifica e dalle agenzie internazionali come l'Aie. Pechino ha sempre insistito sul calcolo delle emissioni procapite, una classifica nella quale la Cina con il suo miliardo e 300 milioni di abitanti, si piazza nettamente dietro ai paesi industrializzati. Il tema resta delicato, come dimostra il fatto che la frase di Xie Zhenhua non compare nella trascrizione ufficiale della conferenza stampa. Xie ha confermato la posiziona di Pechino che tocca ai paesi sviluppati e agli Usa in particolare di giocare un "ruolo motore" nei negoziati sul riscaldamento globale che si aprono la settimana prossima a Cancun, respingendo l'idea che la Cina debba farsi carico di questa responsabilità. "In ragione dei livelli storicamente elevati di emissioni e delle rilevanti quote pro capite dei paesi sviluppati, questi devono giocare un ruolo motore nelle azioni di attenuazione del riscaldamento climatico, ecco perchè contiamo su un ruolo motore dei paesi sviluppati" ha detto il capo negoziatore. "Speriamo che gli Stato uniti vogkiano giocare un ruolo propulsore e pilotare il processo negoziale nel suo insieme". La Cina e gli Usa, che insieme emettono il 50% della Co2 mondiale, sono considerati i protagonisti del prossimo vertice sul clima di Cancun, anche se la Cina insiste sul suo status di paese in via di sviluppo. Oltre 190 paesi si riuniranno nella cittadina balneare messicana dal 29 novembre al 10 decembre per tentare di trovare un accordo sulla riduzione delle emissioni di gas serra, un anno dopo il fallimento del vertice di Copenaghen, che non è riuscito a individuare un peorcorso preciso per il dopo Kyoto, il trattato in scadenza nel 2012. Di fronte ai deboli progressi negoziali le ambizioni di Cancun sono state riviste al ribasso. Lo stesso segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon ha amessso che in Messico non ci sarà un accordo vincolante. (fonte Afp)  Copyright APCOM (c) 2008
 
 
Completata a di Jiuquan (provincia di Gansu) la prima parte del più grande parco eolico della Cina e del mondo. Lo ha annunciato nel corso della cerimonia di inaugurazione Wang Jianxin, direttore della Jiuquan Development and Reform Commission, il quale ha precisato che sono state installate 3500 turbine per una potenza complessiva di 5.160 MW, di cui 1.150 MW già entrati in esercizio e collegati alla rete. Ai lavori hanno partecipato 20 imprese, di cui 14 cinesi e 6 straniere.Jiuquan si trova in una regione desertica nella parte nord-occidentale della Cina, una delle più adatte all'energia eolica grazie al regime dei venti e alla scarsa densità di popolazione. La potenza totale del parco eolico salirà a 12.710 MW nel 2015 e a 20.000 MW nel 2020. Ma è possibile che in futuro la capacità complessiva possa arrivare fino a 40.000 MW, ha affermato il vicegovernatore del Gansu, Feng Jianshen. Il nuovo impianto sarà solo il primo di 6 giganteschi parchi eolici che la National Energy Administration cinese ha programmato per portare la potenza totale installata nel Paese dagli attuali 12.000 MW a oltre 100.000 MW entro il 2020. L'obiettivo è di soddisfare, a quella data, il 3% della domanda elettrica nazionale da fonti rinnovabili, senza contare l'idroelettrico. Il problema, più che la generazione di elettricità, è la rete di trasmissione ancora insufficiente. La costruzione di nuovi impianti procede infatti a un ritmo talmente veloce da anticipare quella di adeguate infrastrutture, soprattutto nelle zone più remote come il deserto del Gansu. Un problema che le autorità locali stanno affrontando anche con la realizzazione di numerose linee di trasmissione ad altissima tensione (750.000 volt). Copyright APCOM (c) 2008
 
 
Diminuire l'inquinamento fa alzare il prezzo delle materie prime. Gli sforzi della Cina per ridurre le contaminazioni ambientali stanno spingendo a livelli record le quotazioni di alcuni metalli: la causa è la chiusura di numerose miniere e impianti di lavorazione poco sicuri e molto inquinanti. Il paese asiatico, come spiega un'inchiesta del Financial Times, è uno dei maggiori produttori di minerali e metalli, dal piombo al carbone al meno conosciuto antimonio. Proprio quello dell'antimonio - usato per realizzare materiali ignifughi - è il caso più eclatante. La Cina copre il 90% della produzione mondiale: il giro di vite sulle miniere inquinanti ha fatto schizzare il prezzo a circa 11mila dollari a tonnellata, il 150% in più rispetto al gennaio 2009. A dimostrazione della serietà delle intenzioni del governo cinese, quest'anno un terzo della capacità produttiva di antimonio è venuta meno per la chiusura di miniere. Nella sola regione di Lengshuijiang sono state chiuse più di centro miniere illegali. Ma l'antimonio è in buona compagnia: la tendenza a rendere più sicure e meno inquinanti le miniere ha fatto alzare anche i prezzi internazionali di carbone, piombo, stagno e metalli rari. Copyright APCOM (c) 2008
 
 
Diminuire l'inquinamento fa alzare il prezzo delle materie prime. Gli sforzi della Cina per ridurre le contaminazioni ambientali stanno spingendo a livelli record le quotazioni di alcuni metalli: la causa è la chiusura di numerose miniere e impianti di lavorazione poco sicuri e molto inquinanti. Il paese asiatico, come spiega un'inchiesta del Financial Times, è uno dei maggiori produttori di minerali e metalli, dal piombo al carbone al meno conosciuto antimonio. Proprio quello dell'antimonio - usato per realizzare materiali ignifughi - è il caso più eclatante. La Cina copre il 90% della produzione mondiale: il giro di vite sulle miniere inquinanti ha fatto schizzare il prezzo a circa 11mila dollari a tonnellata, il 150% in più rispetto al gennaio 2009. A dimostrazione della serietà delle intenzioni del governo cinese, quest'anno un terzo della capacità produttiva di antimonio è venuta meno per la chiusura di miniere. Nella sola regione di Lengshuijiang sono state chiuse più di centro miniere illegali. Ma l'antimonio è in buona compagnia: la tendenza a rendere più sicure e meno inquinanti le miniere ha fatto alzare anche i prezzi internazionali di carbone, piombo, stagno e metalli rari. Copyright APCOM (c) 2008