I paesi dell'Unione europea devono rinunciare ai loro obiettivi di utilizzo dei biocarburanti perchè rischiano di far precipitare nella miseria altri africani e di aumentare le emissioni di Co2. E' il tema della nuova campagna lanciata dagli Amici della Terra che accusa ale società europee di accaparrarsi le terre africane per crescere coltivazioni destinate ai biocarburanti on diretta competizione con le coltivazioni alimentari. Ma le società produttrici di biocarburanti ribattono che si consultano con i governi locali, portano investimenti e posti di lavoro e spesso producono carburanti per il mercato locale. Gli Amici della Terra si aggiungono al gruppo di organizzazioni no profit che sostengono che le comunità locali non vengono adeguatamente coinvolte e che le foreste vengono disboscate come accade da decenni per lo sfruttamento della riserve naturali africane. Nel sul rapporto "Africa: Up for Grabs" il gruppo afferma che per fermare l'accapparramento selvaggio del suolo i paesi Ue devono abbandonare l'obiettivo di produrre il 10% di tutti i carburanti per autotrasporto da biocarburanti entro il 2020. 
 
 


Gli immensi territori africani sembrano la terra promessa per le coltivazioni destinate a produrre biocarburanti. A scapito però dei terreni destinati alle colture alimentari e delle foreste che vengono disboscate. Società europee e asiatiche hanno acquistato almeno 50 mila chilometri quadrati (una superficie pari a quelle di Piemonte, Lombardia e Valle d'Aosta messe insieme) in undici nazioni africane, secondo i dati diffusi dal gruppo ambientalista Friends of the Earth e citati dall'agenzia Reuters. In particolare saranno coltivate canna da zucchero, jatropha e palma da olio, destinate a essere riconvertite in biocarburanti.

BIOCARBURANTI - Secondo i sostenitori dei biocarburanti, si tratta di energia «verde» e rinnovabile a emissione zero di CO2 in atmosfera, perché viene rilasciata una quantità simile a quella assorbita dalle piante nella loro crescita. Ma i critici osservano che le coltivazioni per biocarburanti in realtà sfrattano quelle destinate all'alimentazione umana e animale, fanno insorgere conflitti tribali sulla proprietà dei terreni e, soprattutto per palme da olio e canna da zucchero, vengono disboscate le foreste pluviali per trovare nuovi terreni vergini. Tutto ciò sorpassa di gran lunga i benefici delle emissioni zero di anidride carbonica, spiega Mariann Bassey di Friends of the EarthNigeria.

VISIONI CONTRASTANTI - Kenia e Angola hanno ognuna ricevuto proposte per coltivare 500 mila ettari, in Benin ci sono piani per altri 400 mila ettari destinati a palma da olio. In Tanzania colvitatori di riso hanno già dovuto cedere le loro terre destinate alla canna da zucchero per il bioetanolo. «La competizione per le terre e le coltivazioni alimentari di base come manioca e sorgo dolce soppiantate da altre per i biocarburanti faranno alzare i prezzi sia degli alimentari che delle terre stesse», dice lo studio dell'associazione ambientalista. Altri studi, invece, affermano che l'espansione delle coltivazioni per biocarburanti non avranno effetti negativi e, anzi, l'agricoltura africana potrebbe persino ricavarne benefici. Lo scorso mese ricercatori dell'Imperial College britannico, la società per la riduzione di CO2 e per le rinnovabili Camco e il Forum per le ricerche agricole in Africa (Fara) si sono dichiarati favorevoli alle coltivazioni per i biocarburanti in quanto, dicono, queste faranno incrementare gli investimenti nelle proprietà agricole e nelle infrastrutture con ricadute positive sulla produzione alimentare. E tutto ciò, affermano questi istituti, se adeguatamente gestito non significa automaticamente la distruzione del patrimonio forestale.