Con l’attuale trend di consumi, nel giro di trent’anni ci servirà unaltro pianeta. L’allarme arriva dal Rapporto internazionale sul pianetadel Wwf, un lavoro biennale che viene presentato questa mattina a Romadal suo direttore scientifico Gianfranco Bologna, da Riccardo Valentinidel Cnr, dal segretario generale dell’Aspen Institute Angelo MariaPetroni e da Piero Angela.

«Oltre la recessione economica, il mondo rischia quella ecologica». Conquesta frase ad effetto, ma basata su calcoli scientifici, Bolognaspiega le «evidenze scientifiche» che emergono dagli studi del Wwf,tradizionalmente legati alla protezione delle singole specie ma estesigià da alcuni anni, per chiare ragioni storiche, a tutto l’ecosistema.Proprio seguendo questa prospettiva il documento parte da un’analisidella vita di 1800 specie di vertebrati (mammiferi, uccelli, rettili,pesci e anfibi) dal 1970 ad oggi, stabilendone un declino numerico del30 per cento, per arrivare poi alla situazione della Terra e del suorapporto con l’uomo. Questa seconda parte è affrontata attraverso dueindici: l’impronta ecologica e quella idrica. La prima è la misura diquanto ogni uomo sfrutti il pianeta per vivere. E’ un indicatorestrettamente legato al consumo e si calcola in ettari globali, cioèettari con la capacità media di produrre risorse e assorbire materialidi scarto. L’impronta ecologica è data dunque dalla somma di tutti iterreni agricoli, i pascoli, le foreste e i patrimoni ittici che unPaese utilizza per vivere.

Dal 1986 sta succedendo qualcosa di anomalo. Grazie alla tecnologia,l’uomo ha iniziato a utilizzare più risorse di quelle che la Terra è ingrado di produrre. Nel 2005 si calcola addirittura che questadifferenza sia stata del 30 per cento (per coincidenza un numero ugualea quello del declino animale). Si è avviato insomma un deficitplanetario, da cui la definizione di recessione ecologica, destinato araggiungere il cento per cento nel 2040 se il mondo avanzato noncambierà stile di vita. «Altrimenti, ci servirà un altro pianeta», nonscherza Bologna, che aggiunge: «Molto dipenderà dal nuovo presidenteamericano, ma anche l’Italia può avere un peso sull’argomento, perchéospiterà l’ultimo G8 di luglio 2009 prima della chiusura del nuovoaccordo di Kyoto a Copenaghen. Peccato che il nostro Paese secondol’agenzia europea sia ancora indietro pure su Kyoto».

Dalla ricerca, quindi, risulta chiaro che l’uomo sta usando più di ciòdi cui abbisogna per vivere. Ovviamente non è ovunque così. Consumanotroppo Emirati Arabi, Stati Uniti, Kuwait, Danimarca, Australia e altrifino all’Italia che sta al 24° posto. Ma sprecano pochissimo, peresempio, Congo, Haiti, Afghanistan e Malaqi. Inutile aggiungere che infondo alla classifica sono concentrati i Paesi del Sud del mondo.

L’Italia si classifica invece al 4° posto dopo Stati Uniti, Grecia eMalesia per un altro indicatore, utilizzato per la prima volta nelrapporto del Wwf: l’impronta idrica. Similmente a quella ecologica,l’impronta idrica rappresenta le risorse liquide utilizzate perprodurre beni e servizi di una nazione. Anche qui l’uomo, specialmentenei Paesi agricoli, spreca tanto. Ad esempio, nell’intera catenaproduttiva, dalla coltivazione dello zucchero nei campi fino allazolletta da sciogliere nel té, un chilo di zucchero costa 1500 litrid’acqua. Così occorrono 2900 litri per trasformare un seme di cotone inuna maglietta e 15500 per far arrivare un chilo di manzo dalla stallasul piatto del ristorante. Nel frattempo, qualcuno in Somalia muore disete.

Il rapporto indica anche alcune soluzioni. «Prima di tutto - rivelaBologna - bisogna considerare che la potenzialità del risparmioenergetico mondiale è oltre il 50 per cento. Il che significa iniziarea domandarsi in ogni processo produttivo “Quanto consuma?”. Poi bisognacostruire edifici ecologici e snellire le reti di trasporto perdiminuire l’inquinamento. Insomma, in Finanziaria va affiancata allacontabilità economica, quella ecologica».
 





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