A infrangere la legge per combattere contro il cambiamento climatico non si commette reato. O meglio. Il reato c’è, ma si sorvola volentieri in nome del bene comune. E’ quanto ha stabilito una giuria britannica - con una sentenza che farà certamente discutere - assolvendo sei attivisti di Greenpeace che l’anno passato avevano assaltato la centale a carbone di Kingsnorth, nel Kent, e avevano dipinto il nome del primo ministro Gordon Brown sulla ciminiera dello stabilimento. Costringendolo alla chiusura.

Il gruppetto di agguerriti manifestanti venne arrestato e la E.ON, la società che possiede la centrale, gli contestò i danni causati: il conto totale per rimuovere i graffiti, infatti, si ammontò a 35 mila sterline. Ma i giurati della corte di Maidstone, dopo due giorni di camera di consiglio, hanno deciso di accettare la linea difensiva e concedere agli imputati la «legittima scusa» - ovvero la clausola che, in base al Criminal Damage Act del 1971, permette di causare danni ad una proprietà se si sta cercando di evitare danni «maggiori e successivi». Ma quali sarebbero, in questo caso? Semplice. Quelli portati dal cambiamento climatico. Causato - anche e in parte - dagli impianti a carbone, i più inquinanti.

Il verdetto, accolto in aula con grida di giubilo, rischia ora di scatenare un polverone politico. Perché nei piani del governo il sito di Kingsnorth dovrebbe accogliere la prima di una nuova generazione di centrali a carbone. Un progetto fortemente voluto dal ministro per le Attività Produttive John Hutton e da quello per l’Energia Malcolm Wicks. «E’ un duro colpo per i ministri e le loro nuove centrali», ha commentato dopo la sentenza Ben Stewart, 34 anni, uno dei sei militanti di Greenpeace finiti sotto processo. «Alla sbarra non c’eravamo solo noi - ha proseguito - ma l’intero progetto. Quando una giuria popolare definisce legittima la chiusura di una centrale a carbone per mano di un gruppo di attivisti che lezione dovrebbe trarre il governo?». Per Stewart la risposta è una sola. «E’ ora che il primo ministro intervenga, mostri la sua leadership, e scelga un futuro pulito per la Gran Bretagna».

Al di là delle affermazioni trionfanti degli attivisti di Greenpeace, considerato in che modo la giuria ha maturato il suo verdetto, il problema è spinoso davvero. A testimoniare in tribunale, infatti, la difesa ha chiamato il professor James Hansen, scienziato della NASA e decano del fronte anti cambiamento climatico. Durante la sua deposizione, durata un’ora e ascoltata con grande attenzione dalla giuria, Hansen ha dipinto uno scenario cupo e ha rivolto un appello a Brown perché «cancelli il piano delle centrali a carbone». I giurati, insomma, hanno dato retta alla scienza: ora tocca alla politica. La decisione finale di Brown è attesa entro la fine dell’anno.


 





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