Ottantamila ettari di brughiera, foreste e laghi. E per tetto un cielo di stelle, e che stelle. I visitatori del primo parco europeo dedicato al cielo buio - non a causa delle troppe nuvole ma grazie all'assenza delle illuminazioni esterne prodotte dall'uomo - potranno ammirare presto uno spettacolo inedito e raro come la meraviglia della moltitudine stellare. Il parco - scrive il quotidiano inglese The Guardian - sorgerà nell'area della foresta di Galloway in Scozia e sarà la prima finestra naturale in Europa dedicata alla completa osservazione delle stelle. Un patrimonio naturale dell'umanità che è negato al 90% della popolazione mondiale.

Un cielo tutto nuovo. Facile convincersi di conoscerle già, ma la realtà è un'altra cosa: le brillanti lucine che accendono le nostre notti sono niente rispetto alla quantità di corpi celesti che popolano il cielo. Difficile però vederne più di una manciata, soprattutto nei cieli delle grandi città che, sotto l'effetto delle centinaia di illuminazioni elettriche, vengono soffocati da una vera e propria patina. Diverso l'effetto visivo nei centri abitati più piccoli, nelle zone di campagna, in mare aperto, ma resta quasi impossibile all'uomo godere appieno del patrimonio naturale dell'arcata celeste. Dalla Scozia arriva così la proposta di apertura del terzo parco naturale al mondo - il primo in Europa - con lo scopo di preservare e mostrare ai visitatori la complessità del cielo buio.

Non solo Scozia. Chi vorrà addentrarsi nella totale oscurità del parco di Galloway - che nasce proprio nel 2009, l'anno dell'astronomia - troverà ad aspettarlo non solo stelle cadenti e nursery stellari ma anche galassie distanti, come Andromeda, e aurore boreali. Un angolo unico d'Europa dunque che segue l'esempio dei due parchi americani, uno in Pennsylvania e l'altro nello Utah, che già da diversi anni hanno aderito all'International Dark Sky Association, un'associazione americana che cerca di preservare i cieli più puri del mondo dall'incursione umana e alla quale anche l'Italia partecipa dal 1998 grazie all'Osservatorio astronomico di Campo Catino.

Le cifre. L'inquinamento luminoso è un serio problema ambientale che mette a rischio l'ecosistema, stordito dall'alterazione del ciclo naturale della notte e del giorno. Oltre il 30% dell'energia elettrica utilizzata per l'illuminazione degli ambienti esterni finisce completamente dispersa verso il cielo creando una luminescenza artificiale che oscura le stelle. Nel rapporto sullo stato del cielo notturno in Italia, realizzato dall'Istituto di scienza e tecnologia dell'inquinamento luminoso nel 2001, si apprende che sette italiani su dieci vivono in uno stato di perenne "plenilunio artificiale" causato dall'inquinamento luminoso. Eccessiva dunque la percezione della luminosità del cielo rispetto alla sua reale natura con un preoccupante aumento dell'inquinamento luminoso pari al 10% annuo nella sola Italia.

Come contrastarlo. Negli ultimi dieci anni il movimento di opinione contro l'inquinamento luminoso è cresciuto. Il lavoro di astronomi e astrofili punta soprattutto a mettere a punto norme per tutelare i nostri cieli, come il disegno di legge n° 751 che propone di ridurre entro cinque anni dalla sua approvazione la dispersione di luce e i consumi energetici. Ma non solo. In accordo con Acea, la società laziale di illuminazione pubblica, l'International Dark Sky Association Italia ha proposto già dal 2001 Roma come prima città dark sky grazie all'introduzione di lampade al sodio. Fra le soluzioni più immediate c'è quella dell'utilizzo di lampade direzionali puntate verso la terra con schermature appositamente pensate per l'illuminazione stradale che, ad oggi, rimane la principale causa dell'inquinamento luminoso.

Legato al problema dell'eccessiva luminosità dei cieli c'è anche quello del risparmio energetico e da sette anni le associazioni mondiali che si battono per la riduzione delle emissioni luminose promuovono ogni 21 di dicembre, grazie all'associazione canadese Candle Light, due ore di luce naturale da trascorrere a lume di candela.


 
 

Green Blog - salviamo Gaia augura a tutti voi un Felice Natale!


 
 

Il Natale nelle zone temperate dell’emisfero nord del mondo sarà sempre meno bianco, fino a diventare un evento eccezionale già dalla seconda metà di questo secolo. A sostenerlo è uno studio dell’Istituto sull’impatto climatico di Potsdam, in Germania che prevede che le temperature medie continueranno a salire, con un picco previsto nel 2100.

«La probabilità di nevicate a Natale è già inferiore rispetto a 50 anni fa», ha affermato un ricercatore dell’istituto, Friedrich Wilhelm Gerstengarber.

Anche se quest’anno ci sarà un “Bianco Natale” in molte zone del globo, dall’Asia all’Europa fino al Nord America, i ricercatori hanno rilevato un aumento delle temperature nell’ultimo secolo di 0,7 gradi Celsius con una tendenza che non fa ben sperare.

In città come Londra, Parigi e Berlino, la neve a Natale è già abbastanza rara e sarà sempre più un evento isolato. Persino a Oslo in questi giorni non c’è neve e la pruima parte dell’inverno ha fatto registrare temperature superiori alle medie del passato.


 
 

Appuntamento domenica 28 dicembre 2008, alle 11.30 nell’Aula Magna della Facoltà di scienze dell’Università di Messina e alle 16.30 nell’Auditorium “Lucianum” di Reggio Calabria. In occasione del centenario del terremoto di Messina e Reggio Calabria, il WWF offre alla popolazione delle due città un’occasione per riflettere del territorio, dello Stretto e di altre storie  con il "Monologo per le generazioni che verranno" di Mario Tozzi, geologo, ricercatore del CNR, autore e consulente di programmi RAI, che verrà presentato da Gaetano Benedetto, condirettore del WWF Italia. Il WWF Italia in questa occasione ricorda che l’area dello Stretto di Messina è considerata e riconosciuta universalmente come l'area a più alto rischio sismico del Mediterraneo, per lo scontro esistente tra la placca africana e quella euroasiatica. Nella mappa redatta del National Geographic, è individuata tra le 10 località più a rischio del globo terrestre, con periodicità di un evento disastroso ogni circa 80/110 anni L’area, delimitata dalla Calabria e dalla punta nord orientale della Sicilia (Messina), detiene il primato di regione più sismica d'Italia (Boschi, Bordieri Terremoti d'Italia, Baldini e Castoldi 1998, pag. 15): in quest’area si  sono verificati una ventina dei Big one (i più forti terremoti) italiani, sette dei quali concentrati in appena 125 anni: 1783, 1832, 1835, 1836, 1870, 1894, 1905, 1907, 1908. Ovvero, uno ogni 18 anni. Un’area dove sorgono: la città di Messina, che oggi conta 243.997 abitanti, è la terza città di rango metropolitano della Sicilia, tredicesimo comune d'Italia per numero di abitanti e la quinta città dell'Italia Meridionale (dopo Napoli, Palermo, Catania, Bari e  la città);  e la città di Reggio Calabria, che oggi conta 185.567 abitanti ed è la prima città della Calabria. E dove si calcola che se si ripetesse oggi un sisma di magnitudo analoga  a quella del 1908 nella sola Messina (secondo percentuali che non vanno cumulate): gli edifici danneggiati sarebbero il  52%; quelli danneggiati in maniera grave sarebbero il  44%; e quelli che di cui è previsto il collasso sarebbero il 38%.



Il WWF Italia rispetto alla situazione attuale denuncia:  1.  Sia Messina che Reggio Calabria dispongono solo da pochissimo tempo di un piano comunale di protezione civile (Messina da settembre  e Reggio da giugno, quasi un secolo dopo il grande sisma) ma le popolazioni di entrambe le città non sono informate adeguatamente e non hanno mai partecipato nel loro complesso ad alcuna esercitazione
2. ad oggi non esiste un sistema di allarme in caso di maremoto in nessuna località né tirrenica né ionica, sulle coste siciliana e calabrese dello Stretto di Messina 
3. solo il 25% delle case di Messina e Reggio Calabria è in sicurezza antisismica
4. sia nell’area di Reggio Calabria che in quella di Messina negli ultimi 50 anni si è avuto uno sviluppo edilizio caotico e intensivo (la densità abitativa nel Comune di Reggio Calabria è di oltre 764,1 abitanti per Kmq e a Messina siamo oltre i 1.193,1 ab/Kmq, secondo il censimento ISTAT 2001 quando la media nazionale è di 198 ab/Kmq) e si sono costruiti edifici pubblici e privati e infrastrutture anche in aree a rischio idrogeologico come le fiumare.
Questo è il fragile equilibrio di un territorio dove dovrebbe sorgere il ponte sullo Stretto di Messina. Il progetto redatto da una cordata capeggiata da Impregilo, prevede, la costruzione di un ponte sospeso ad unica campata presentato alla Valutazione di Impatto Ambientale nel gennaio 2003, risulta ancora più lungo del precedente. Il doppio impalcato stradale e ferroviario è lungo 3.300 m, più di 200 m rispetto al progetto precedente presentato agli inizi degli anni ’90 e le torri che lo sorreggono sono ancora più alte, 382,60 m (la torre Eiffel, per fare un paragone è alta appena 300 metri circa) rispetto ai 376 m del progetto del 1992. A questi dati sull’impatto dell’opera principale, si deve aggiungere lo sviluppo delle opere connesse: infrastrutture stradali (15 km) e ferroviarie (12 km).

Progetto che venne aspramente contestato dalle principali associazioni ambientaliste anche per la sottovalutazione del rischio sismico e del delicato equilibrio idrogeologico. Lacune che sono state confermate recentemente dall’ingegnere Remo Calzona, professore ordinario di tecnica delle costruzioni presso la Facoltà di ingegneria dell’Università degli studi di Roma e già coordinatore del Comitato Scientifico della Stretto di Messina SpA, che  nel suo libro “La Ricerca non ha fine – Il Ponte sullo Stretto di Messina” (pubblicato dalla Casa Editrice DEI – Tipografia del genio Civile srl – giugno 2008). ammette che nel progetto preliminare del 2002, diversamente da quanto documentato nel progetto del 1992, sono scomparse le faglie sotto le pile portando a pensare che queste potessero cadere in zone non interessate da faglie.

I dettagli dell'appuntamento del 28 dicembre >>


 
 

HANNO fatto collassare civiltà, hanno costretto gli uomini a ingegnarsi trovando nuovi modi per sopravvivere, hanno prodotto anche importanti cambiamenti positivi nelle organizzazioni sociali ed economiche. La storia dell'umanità è innanzitutto la storia del suo adattamento ai cambiamenti climatici. Anche per questo i paleoclimatologi sono spesso i migliori alleati di chi nega l'origine antropica del riscaldamento globale. La loro tesi è che le mutazioni sono sempre avvenute in ragione dei cicli naturali e il fattore umano non va dunque sopravvalutato.

Brian Fagan, ex docente di archeologia all'Università della California a Sant Barbara passato ormai a tempo pieno nel campo dei divulgatori scientifici (il suo ultimo lavoro The great warming per ora non è stato tradotto in italiano), la pensa però diversamente. Buona parte dei suoi studi si sono concentrati proprio nella ricostruzione di come siccità, alluvioni e innalzamenti delle acque marine hanno plasmato la storia dell'uomo. Quella che stiamo vivendo, avverte, "è una situazione completamente diversa". Allo stesso tempo suoi libri (in particolare La Lunga estate, Codice edizioni) ci aiutano a inquadrare i problemi che ci attendono in una prospettiva storica, senza indulgere in visioni apocalittiche per il momento fuori luogo. Quando il Periodo Caldo Medievale portò abbondanza di raccolti in Europa, molte popolazioni americane dovettero fare i conti con una devastante siccità. Tra queste, i Chumash, nativi della California meridionale, che dopo l'iniziale sbandamento reagirono rinnegando la violenza e "crearono una società completamente nuova diventando più saggi".

Professor Fagan, ci può spiegare meglio cosa accadde alle tribù Chumash?
"Affrontarono la realtà e ne discussero a lungo. Alla fine raggiunsero un accordo tra le varie fazioni per voltare pagina. Il nuovo corso alla lunga ebbe successo e fu accettato da tutti, anche perché fare altrimenti avrebbe significato un suicidio politico".

Può chiarire meglio in che modo i cambiamenti climatici hanno influenzato l'umanità?
"Si può fare un paragone con un sasso che cade in uno stagno. C'è un punto di impatto e delle onde che si riverbano in cerchi concentrici. Queste "onde" sono le conseguenze sociali, politiche ed economiche dei cambiamenti climatici che colpiscono - e a volte distruggono - le civiltà. E' il caso dei Maya: la siccità fu una delle cause del collasso della maggior parte di questa civiltà".

Tra le grandi eredità dei cambiamenti climatici illustrate nei suo libri c'è anche la nascita dell'agricoltura.
"L'addomesticamento delle piante 10mila anni fa portò a un loro rapido cambiamento genetico con la selezione di quelle che avevano caratteristiche più propizie ai raccolti".

Dalle ricostruzione storiche emerge che l'evento climatico più temibile è sempre stato la siccità. E' ancora così?
"Credo che nel breve periodo la siccità sia il maggiore pericolo che dovremo fronteggiare, specialmente nelle zone semiaride come la Spagna, gli Stati Uniti occidentali, vaste aree dell'America Centrale e dell'Africa. I prossimi 50 anni saranno critici".

Cosa ne pensa del dibattito sul cambiamento climatico e delle perplessità degli scettici?
"Il fatto che stiamo immettendo gas nell'atmosfera in quantità senza precedenti rende i cambiamenti climatici che stiamo vivendo unici rispetto ai problemi vissuti dalle società precedenti la nostra. A mio avviso non ci sono dubbi che siamo in una fase di riscaldamento, molto del quale causato dagli uomini. I cambiamenti climatici che dobbiamo affrontare saranno diversi dal passato soprattutto perché ora sulla Terra siamo in molti di più e in molti viviamo in grandi città densamente popolate".

Nella sua ricostruzione storica dei cambiamenti climatici le società sono state colpite in maniera diversa a seconda del loro tipo di organizzazione sociale, economica e politica. Questo sarebbe vero anche oggi o la globalizzazione ci ha già reso ormai una "civiltà unica"?
"Credo che continueranno ad esserci differenze da posto a posto. Ma effettivamente l'urbanizzazione è ormai un fenomeno globale e le sfide saranno simili per tutti. E' probabile però che culturalmente le affronteremo in maniere diverse".

Siamo ormai in gran parte una società ad alta tecnologia e ad alta conoscenza. Questo è un vantaggio o un limite nell'adattamento ai cambiamenti climatici?
"Siamo estremamente vulnerabili perché viviamo in grandi città e perché le nostre società sono così complesse che i processi decisionali sono lenti e macchinosi. Il mio pensiero al riguardo è sintetizzato nell'ultimo capitolo della "Lunga estate": tecnologia e conoscenza ci aiuteranno molto, ma alla fine ciò che ci permetterà di prevalere sono le nostre qualità di ingegno e la capacità di adattamento in quanto esseri umani, proprio come è accaduto nell'antichità".


 
 

Sembrano semplici oggetti di design per l’illuminazione, ma sono anche in grado di bloccare le particelle inquinanti che si trovano in casa, comprese le polveri sottili se le finestre affacciano su una strada trafficata. Perchè le nostre città sono sempre più nella morsa del traffico, che non si ferma sull’uscio delle abitazioni. Per risolvere il problema arrivano le “filtro-lampade”, riciclabili al 99,9% e con un consumo energetico minimo, pari a quello della spia di un elettrodomestico (da 4 a 12 watt).

Le metropoli italiane risultano, a livello europeo, fra le più colpite dallo smog: Roma è, tra le 26 città più grandi del Vecchio Continente, quella in cui si registrano i valori più alti di polveri sottili. Mentre a Milano ogni anno ci sono almeno 250 ricoveri urgenti dovuti al livello di polveri sottili troppo elevato (secondo uno studio dell’Università Statale di Milano). E anche l’aria che respiriamo tra le mura domestiche è spesso inquinata.

Con le nuove lampade si potrà però ridurre lo smog presente nell’ambiente domestico e migliorare la salute, diminuendo il rischio di allergie. Pollini, fumo, polvere e altri agenti alla base di comuni disturbi vengono infatti eliminati grazie a una ventola all’interno della lampada che aspira l’aria attraverso un filtro che trattiene le particelle inquinanti dannose per l’apparato respiratorio. «L’esigenza di aria pulita anche in casa - sottolinea Andrea Campi, ideatore del progetto FilterDesign - è sempre più diffusa. Perchè non basta più chiudere la porta per lasciar fuori gli agenti inquinanti».


 
 

La tecnologia viene in aiuto dei koala. L’animale simbolo dell’Australia, infatti, è al centro di una nuova ricerca dell’Università del Queensland che si avvale di un’ insolita strumentazione. Insolita almeno per quanto riguarda il punto di vista degli animali, e cioè i telefonini. In un’isoletta al largo di Mackay, nella parte nordorientale del Paese è stata installata una rete di telefonia mobile ad uso esclusivo degli studiosi per rendere possibile questa ricerca.
“Il nostro obiettivo”- spiega a Panorama.it il capo progetto William Ellis-“è quello di capire come i koala usino i loro suoni vocali per comunicare tra loro dal momento che sembrano avere un sistema sociale estremamente complesso.” E così ecco applicati negli animali alcuni speciali congegni di tracking satellitare (come quello appeso al koala della foto) per seguirne i movimenti mentre i cellulari sono stati installati sugli eucalipti su cui gli animali vivono. I telefoni portatili si attivano ogni 30 minuti e registrano i suoni per due minuti per poi trasmetterli ai computer dei ricercatori a Brisbane.
“Tra le curiosità che abbiamo notato attraverso i nostri rilevamenti”- sottolinea Ellis- “c’è il fatto che i koala emettono suoni soprattutto di notte e che la metà di essi si verifica con una regolarità quasi matematica intorno a mezzanotte. Stiamo inoltre cercando di capire se i maschi emettano suoni diretti agli altri maschi per cacciarli dal loro territorio o se invece si rivolgano alle femmine per avvicinarle a loro”.
Insomma, il cellulare sembra essere un ottimo strumento per seguire da vicino abitudini amorose e sociali di questa specie minacciata dalla distruzione del suo habitat. I risultati di questo studio potranno, così, aiutare a gestire meglio i koala che popolano la regione, per esempio a stabilire i tempi migliori per introdurre in una popolazione nuovi animali prelevati da zone urbane.


 
 

Le farfalle europee rischiano di volare via in fuga dai cambiamenti climatici e di scomparire per l’impossibilità di trovare un nuovo habitat ospitale in grado di accoglierle.
E’ il rischio svelato sul Climatic Atlas of European Butterflies, un atlante della futura distribuzione geografica delle farfalle europee che tiene conto dei cambiamenti climatici del Vecchio Continente, redatto da Josef Settele del Centro Helmholtz di Ricerca Ambientale in Germania.
In cerca di refrigerio, le farfalle europee si spingeranno sempre più a Nord senza però trovare una casa accogliente dove riparare, in fuga da un’Europa centrale e del Sud sempre più calda. Nello scenario più pessimista dipinto dall’atlante in cui la temperatura europea aumenterà mediamente di 4,1 gradi entro il 2080, in oltre il 95 per cento delle terre occupate oggi da 70 differenti specie di farfalle farebbe troppo caldo per la loro sopravvivenza. Nello scenario migliore, si fa per dire, che prevede un aumento di 2,4 gradi, si stima la perdita del 50 per cento delle terre occupate oggi da 147 differenti specie di farfalle, terre che diverrebbero troppo calde per questi insetti già messi a dura prova negli ultimi decenni in Europa. Specie presenti anche in Italia come la Nymphalis urticae, nota come piccolo guscio di tartaruga, o la farfalla apollo scomparirebbero dall’Europa temperata e andrebbero a ripararsi al Nord.
‘’L'atlante mostra per la prima volta come potrebbero rispondere le farfalle europee ai cambiamenti climatici - conclude Settele - la maggior parte delle specie dovrà redistribuirsi radicalmente per far fronte ai cambiamenti'’. Le migrazioni delle farfalle verso Nord, già iniziate a ritmi di 10 km l’anno per alcune specie, saranno anche indicative del destino degli altri insetti, complessivamente i due terzi delle specie animali.


 
 

L’approvazione al CIPE del progetto preliminare dell’autostrada tirrenica (Cecina-Civitavecchia) non fa smobilitare gli ambientalisti e comitati, pronti a impugnare la delibera di fronte al TAR del Lazio: oggi infatti è stato approvato dal CIPE un progetto che per 2/3 del suo tracciato (da Grosseto Sud a Civitavecchia) deve essere profondamente modificato (secondo quanto richiesto nel suo parere del 13 luglio 2007 dall’allora Ministro dei beni e delle attività culturali Rutelli) e che ancora non è stato sostenuto da un credibile piano economico e finanziario”, così commentano le Associazioni ambientaliste Italia Nostra, Legambiente, WWF, Comitato per la Bellezza e Movimento Ecologista e la Rete dei comitati per la difesa del territorio.
Gli ambientalisti sottolineano: “Il progetto autostradale da Civitavecchia a Grosseto avrebbe, nel suo complesso, un impatto devastante sul paesaggio della Maremma, su aree sottoposte a vincoli naturalistici, culturali ed archeologici, aree agricole di pregio, boschi. Inoltre non è stata data alcuna risposta alle perplessità che riguardano l’iter di approvazione del progetto e la sua reale fattibilità economica. Siamo convinti che la soluzione migliore sia l’adeguamento in sede dell’Aurelia (196 km a 4 corsie + corsie di emergenza, di cui 15 km di variante, per un costo di circa 870 milioni di euro, a valori del 2001) come già previsto dal progetto definitivo Anas del giugno 2001”. Oltretutto, oggi il CIPE ha dato un giudizio positivo di compatibilità ambientale su un progetto che dovrà essere sostanzialmente modificato per soddisfare le richieste della Regione Lazio e ottemperare a quanto richiesto dall’allora Ministro dei beni e delle attività culturali Francesco Rutelli il 13 luglio 2007, che aveva dato parere negativo sul tracciato autostradale elaborato dalla concessionaria SAT da Grosseto Sud a Civitavecchia per ridurre al minimo l’incidenza sui valori paesaggistici e reso integralmente compatibile con le istanze di tutela”.

  Gli ambientalisti rilevano, inoltre, che non si hanno notizie del nuovo piano economico-finanziario che la SAT deve presentare per dimostrare come questa nuova costosissima autostrada (3 miliardi e 600 milioni di euro circa) si possa ripagare, nonostante i modesti dati di traffico attuali e previsti (17.000 autoveicoli oggi e 26.500 autoveicoli/giorno al 2030, quando un’autostrada si ripaga solo in parte con 70-80 mila autoveicoli/g), senza che si arrivi a concordare l’applicazione di pedaggi molto alti e una concessione quarantennale. Così come non si ha notizia di eventuali esenzioni dal pedaggio per il traffico di breve distanza. Questa opera, tra l’altro, mai potrà ottenere sovvenzioni europee perché sia il Libro bianco sui Trasporti del 2001 che la decisione assunta nel 2004 per lo sviluppo delle reti di trasporto transeuropee concentrano gli interventi su ferrovie e autostrade del mare.

  Infine, gli ambientalisti sottolineano come da parte delle due amministrazioni regionali interessate ci sia stato un diverso approccio al problema: la Regione Lazio, disponibile al confronto, ha compiuto uno sforzo di riprogettazione sostanziale dell’opera, anche se ancora non soddisfacente, al fine di ridurre il consumo del suolo e sulla quale verrà data una valutazione definitiva una volta conosciuto il progetto. La Regione Toscana ha finora negato di voler rivedere il progetto, non ha fatto nulla per limitare il devastante impatto sul paesaggio della Maremma grossetana di un tracciato totalmente in variante fra Capalbio e Grosseto. Inoltre, su istanza della Regione Lazio è stata richiesta la ripubblicazione ai fini della VIA del progetto definitivo, richiesta che era stata sostenuta a suo tempo anche dall’ingegner Bruno Agricola, direttore generale della direzione salvaguardia ambientale del Ministero dell’Ambiente in una lettera del 10 maggio 2007: ripubblicazione che dovrà riguardare, ad avviso degli ambientalisti, almeno l’intero tracciato Civitavecchia-Grosseto.

Il Gruppo di Lavoro Movitalia coordinato dal WWF >>


 
 

Greenpeace lancia oggi su Bonsai tv la campagna video-auguri 'Take action for the planet'. Trenta secondi di attenzione su cinque temi di scottante attualità che per Greenpeace si concretizzano in cinque buone pratiche di comportamento. Scelte sostenibili per l'albero di Natale, il cenone, i regali, gli addobbi per la casa e le vacanze. Visita il sito dell'EcoNatale Ecco i consigli per un Natale più verde:
1. Non comprare un albero vero ma utilizza i rami di potatura dei nostri boschi
2. Per il cenone scegli il pesce azzurro. Evita tonno, pesce spada e gamberi pescati in maniera selvaggia e spesso illegale.
3. Se regali oggetti in legno controlla che abbiano il marchio FSC, garanzia di un legno proveniente da foreste gestite in maniera responsabile. Per i prodotti hi-tech assicurati che la casa produttrice sia amica dell'ambiente.
4. Per le luci della tua casa utilizza solo lampadine a basso consumo
5. Evita viaggi in aereo a favore di quelli in treno e in nave.

Sulla pagina dell'EcoNatale con Greenpeace è possibile cliccare su una o più delle cinque buone pratiche. Il conteggio dei click permetterà di elaborare una sorta di rilevamento delle emergenze ambientali maggiormente sentite dagli utenti della rete.