Il concetto di efficienza energetica si conferma decisamente ostico per il governo. Dopo la battaglia per impedire l'obiettivo del miglioramento del 20% entro il 2020 imposto dalla apposita direttiva dell'Unione Europea e dopo aver cancellato l'obbligo di certificazione energetica nella compravendita degli immobili, Palazzo Chigi ha dato un'altra picconata alle misure per ridurre la bolletta energetica nazionale. Questa volta la misura è contenuta nel recente piano anticrisi approvato dall'esecutivo e va a colpire la possibilità di ottenere vantaggi fiscali in caso di interventi di riqualificazione energetica.

La normativa introdotta un paio di anni fa dall'allora ministro dello Sviluppo economico Pierluigi Bersani prevede infatti l'opportunità di detrarre dalla dichiarazione dei redditi il 55% delle spese sostenute, ad esempio, per installare un pannello solare o sostituire un impianto di climatizzazione o cambiare gli infissi alle finestre. Ma ora, con l'entrata in vigore del decreto anticrisi, accedere a questo incentivo sarà molto più difficile.

L'iter per avere accesso alle detrazioni Irpef e Ires diventa decisamente più complesso. Il decreto prevede che per le spese sostenute dopo il 31 dicembre 2007, i contribuenti debbano inviare all'Agenzia delle entrate, esclusivamente in via telematica, "un'apposita istanza per consentire il monitoraggio della spesa e la verifica del rispetto dei limiti di spesa complessivi".

Il provvedimento stabilisce ancora che l'Agenzia delle entrate esamini le domande secondo l'ordine cronologico di invio e comunica entro 30 giorni l'esito della verifica agli interessati. Decorsi i 30 giorni senza esplicita comunicazione di accoglimento "l'assenso si intende non fornito" e il cittadino non potrà usufruire della detrazione.

Per quanto riguarda invece le spese sostenute nel 2008, in caso di mancato invio della domanda o di diniego da parte dell'Agenzia, l'interessato potrà comunque usufruire di una detrazione dall'imposta lorda pari al 36% delle spese sostenute fino ad un massimo di 48.000 euro da ripartire in 10 rate annuali.

Un cambio di registro rispetto ai buoni risultati ottenuti sino ad oggi duramente criticato dall'opposizione e dalle associazioni ambientaliste. "Lo sconto fiscale del 55% sulle ristrutturazioni edilizie a fini ambientali - denuncia il ministro ombra dell'Economia Pierluigi Bersani - era una tipica norma di sostegno all'economia e all'ambiente secondo priorità universalmente riconosciute dal Protocollo di Kyoto in poi. Anche questo viene vanificato, addirittura con effetti retroattivi. Per stare al concreto, chi ha realizzato l'intervento sulla sua casa nel 2008 potrà rimetterci fino a 15mila euro".

"Lo sgravio fiscale del 55% introdotto dal governo Prodi - ricorda ancora il ministro ombra dell'Ambiente Ermete Realacci - è stato utilizzato da 230 mila famiglie e ha messo in moto un volano di affari superiore ai 3 miliardi di euro permettendo di ripagare lo sgravio fiscale previsto, attraverso l'emersione del sommerso e l'attivazione di una nuova economia".

Dura anche la presa di posizione di Legambiente. "Non si comprende - dice il responsabile energia Edoardo Zanchini - la ragione per la quale si è deciso di cambiare un provvedimento che ha avuto un grande successo e che permetteva alle famiglie di risparmiare sulle bollette elettriche e termiche grazie alla possibilità di installare impianti solari termici, caldaie a condensazione, interventi di efficienza energetica. A meno di voler proprio limitare il ricorso a questo tipo di incentivi".


 
 

di Jeremy Rifkin

Le case automobilistiche europee, americane e cinesi stanno facendo appello ai rispettivi governi affinché vengano in loro soccorso con una consistente infusione di capitali pubblici. E avvertono che se gli aiuti non saranno immediati potrebbero andare incontro allo sfacelo. Se da una parte alcuni sono favorevoli a un intervento di salvataggio, perché temono che qualora le case automobilistiche fallissero l'economia subirebbe un colpo catastrofico, dall'altra parte c'è chi sostiene che in un mercato aperto le aziende dovrebbero essere lasciate libere di sopravvivere o di soccombere. Esiste tuttavia una terza strada per affrontare questo problema, che esigerebbe un cambiamento radicale di mentalità in relazione alla natura e al significato di ciò a cui stiamo assistendo e di ciò che dovremmo fare in proposito.

L'introduzione del motore a combustione interna e l'inaugurazione di una infrastruttura di reti autostradali contrassegnarono nel Ventesimo secolo l'inizio dell'era petrolifera e della seconda rivoluzione industriale, nello stesso modo in cui nel Diciannovesimo secolo l'introduzione del motore a vapore, della locomotiva e delle reti ferroviarie avevano contrassegnato l'avvento dell'era del carbone e della prima rivoluzione industriale.

La seconda rivoluzione industriale si avvia ormai al tramonto e l'energia e la tecnologia che più di altre l'hanno alimentata sono tenute in 'vita artificiale'. L'incredibile aumento del prezzo del petrolio sui mercati internazionali registrato negli anni più recenti indica l'inizio della fine, non soltanto per le automobili che consumano molta benzina, ma anche per lo stesso motore a combustione interna. L'amara realtà è che la richiesta di petrolio in forte aumento a livello internazionale si scontra con scorte e rifornimenti sempre più limitati e sempre più in calo. Ne consegue un prezzo sempre più alto del combustibile, che provoca una spirale inflazionistica e si ripercuote lungo l'intera catena logistica e dei rifornimenti, e che a sua volta funge da freno naturale per i consumi globali, specialmente nel momento in cui il greggio inizia a sfiorare i cento dollari al barile. È questa, infatti, la soglia in cui si collide contro il muro di sbarramento del 'Picco della Globalizzazione'. È a questo punto che il motore economico globale si ferma, che l'economia si contrae, che i prezzi dell'energia scendono perché il mondo intero usa meno petrolio. L'industria dell'auto è un segnale di allarme precoce, che ci fa comprendere come ci stiamo avvicinando al tramonto della seconda rivoluzione industriale.


Il passaggio dal motore a combustione interna a veicoli ricaricabili a idrogeno con celle a combustibile comporta un impegno equiparabile nei confronti di un'infrastruttura adatta alla terza rivoluzione industriale. Tanto per cominciare, la rete elettrica nazionale e le linee di trasmissione dell'energia dovranno essere trasformate, e passare da una gestione attuata tramite comandi e controlli centralizzati e servomeccanici a una gestione decentralizzata e digitalizzata. Daimler ha già firmato un accordo di partenariato con Rwe, società energetica tedesca, e Toyota ha fatto altrettanto con Edf, società energetica francese, per installare milioni di postazioni di ricarica lungo le autostrade, nei parcheggi e nei garage, nelle aree commerciali come in quelle residenziali, per consentire alle nuove automobili di fare il pieno ricaricando le batterie collegandosi semplicemente a una presa.

Per adattarsi a milioni di nuovi veicoli ricaricabili, le società erogatrici di elettricità stanno iniziando a modificare le loro reti, utilizzando le medesime tecnologie che hanno dato luogo alla rivoluzione di Internet. Le nuove reti elettriche, cosiddette reti intelligenti o intergrid, rivoluzioneranno le modalità tramite le quali l'elettricità è prodotta, distribuita e resa disponibile. Milioni di edifici già esistenti - appartamenti residenziali, uffici, fabbriche - dovranno essere modificati o ricostruiti per fungere da 'impianti elettrici autentici', in grado cioè di catturare l'energia rinnovabile disponibile a livello locale - solare, eolica, geotermica, delle biomasse, idroelettrica e prodotta dal moto ondoso di mari e oceani - per generare elettricità che possa alimentare gli edifici, condividendo al contempo l'energia prodotta in eccesso tramite le reti intelligenti, proprio nello stesso modo in cui noi oggi produciamo informazioni e le condividiamo grazie a Internet.

L'elettricità che produrremo nei nostri edifici, a partire dalle energie rinnovabili, potrà essere utilizzata anche per alimentare le automobili elettriche ricaricabili o per creare idrogeno che alimenti i veicoli con celle a combustibile. A loro volta, tutti gli autoveicoli elettrici ricaricabili e a idrogeno con celle a combustibile fungeranno da impianti elettrici mobili, e potranno rivendere l'energia prodotta in eccesso alla rete elettrica.

Il passaggio alle infrastrutture indispensabili per la terza rivoluzione industriale richiederà un ingente sforzo e finanziamenti pubblici e privati. Dovremo trasformare completamente l'industria automobilistica, dotandola di nuove apparecchiature, riconfigurare le reti elettriche, convertire milioni di edifici commerciali e residenziali in autentici impianti energetici. La sola creazione di una nuova infrastruttura comporterà l'investimento di centinaia di miliardi di dollari. C'è chi sostiene che non possiamo permettercelo: in tal caso, però, gli scettici dovrebbero spiegarci come si prefiggono di riportare in crescita un'economia globale oberata dai debiti, che oltretutto dipende in tutto e per tutto da un regime energetico che sta per collassare.

Cerchiamo di essere chiari: i trilioni di dollari con i quali ci si ripromette di riportare in vita l'economia globale non sono niente più che un semplice 'espediente di sopravvivenza'. Se invece intendiamo dare nuova vita all'economia globale, risolvendo al contempo la triplice minaccia costituita dalla crisi finanziaria globale, dalla crisi energetica globale e dalla crisi del cambiamento del clima globale ciò che dobbiamo fare è creare le premesse per una nuova era energetica e un nuovo modello industriale.

Le infrastrutture necessarie alla terza rivoluzione industriale creeranno milioni di posti di lavoro 'verdi', daranno vita a una nuova rivoluzione tecnologica, aumenteranno considerevolmente la produttività, introdurranno nuovi 'modelli di business open source' e creeranno molteplici opportunità economiche nuove.

Se i governi non interverranno immediatamente e con determinazione per far procedere celermente la realizzazione di una nuova infrastruttura per una terza rivoluzione industriale, l'esborso di fondi pubblici per sostenere un'infrastruttura economica vecchia e un modello industriale obsoleto decurterà ancor più le risorse finanziarie rimaste, lasciandoci privi delle riserve necessarie a effettuare i cambiamenti fondamentali.


La terza rivoluzione industriale comporta una nuova era di capitalismo allargato, in virtù del quale milioni di proprietari di casa e di aziende esistenti e nuove diventeranno produttori di energia. Così facendo, avrà luogo la transizione verso un'era post-carbonifera sostenibile, che di fatto potrà attenuare gli effetti del cambiamento del clima sulla biosfera terrestre.

Collocando l'industria dell'automobile al centro del cambiamento delle infrastrutture necessarie a passare dalla seconda alla terza rivoluzione industriale, inizieremo a cambiare mentalità, e il dibattito passerà dall'aiuto alle aziende in gravi difficoltà a come investire al meglio in un nuovo schema economico planetario. Investire miliardi di dollari diverrà un presupposto indispensabile e necessario per creare nuove opportunità economiche per tutti nel Ventunesimo secolo.


 
 

Tanti posti di lavoro e dove servono di più. Se è vero, come ha denunciato recentemente il segretario della Cgil Guglielmo Epifani, che in Italia sull'occupazione si sta per abbattere una valanga, a tenerla almeno in parte indietro potrebbe pensarci il vento. Il potenziale occupazionale del settore eolico è infatti enorme: da qui al 2020 i lavoratori, tra diretti e dell'indotto, potrebbero arrivare a toccare quota 66 mila, quintuplicando i numeri attuali.

A ribadire la grande opportunità rappresentata dallo sviluppo delle rinnovabili è uno studio congiunto realizzato da Uil e Anev, l'associazione che raccoglie le aziende che operano nell'eolico. "Lo sviluppo delle fonti di energia pulita - spiega il segretario del sindacato Luigi Angeletti - non è solo finalizzato al rispetto dell'ambiente, ma può innescare processi produttivi rilevanti e conseguenti risultati occupazionali positivi".

Al momento gli addetti all'eolico in Italia, tra diretti e indiretti, sono 13.630. Le potenzialità del vento sono però sfruttate solo in minima parte, mentre entro il 2020, tenendo anche conto dei numerosi vincoli ambientali e paesaggistici, si potrebbe arrivare ad installare impianti per una potenza totale di 16.200 MW in grado di fornire 27,2 TWh di elettricità, pari al 6,7% dei consumi. Obiettivo che una volta raggiunto significherebbe impiegare complessivamente oltre 66 mila addetti.

Ma il vento, si sa, soffia più forte sulle isole e lungo le coste. Per questo, secondo le proiezioni di Uil e Anev, a beneficiare maggiormente dello sviluppo eolico sarebbero la Puglia (11.714 posti di lavoro totali), la Campania (8.738), la Sicilia (7.537) e la Sardegna (6.334). Lo studio fornisce anche i dettagli dell'occupazione per l'intera filiera, precisando le cifre mobilitate dagli studi di fattibilità, dalla costruzione delle macchine, dalla costruzione degli impianti, dall'installazione e dalla manutenzione.

GUARDA LA TABELLA

"Lo sviluppo dell'eolico - aggiunge Angeletti - può creare più occupazione, ma anche più qualificata, per questo abbiamo sottoscritto con Anev un protocollo d'intesa per la realizzazione di corsi di formazione con criteri di periodicità".

Anche se, sottolinea Luigi De Simone, amministratore delegato del gruppo specializzato nelle rinnovabili Icq Holding, le professionalità più elevate in Italia mancano: "Soffriamo un grave gap tecnologico nella progettazione delle turbine e una dipendenza dall'estero che difficilmente riusciremo a colmare".

"Il presupposto per creare occupazione qualificata - precisa il presidente dell'Anev Oreste Vigorito - è completare il quadro normativo mettendo gli operatori in grado di realizzare nuovi impianti". Unitamente allo scetticismo dell'attuale governo, il vero scoglio per far decollare le rinnovabili in Italia, e l'eolico in particolare, è infatti proprio questo. La situazione attuale è un'autentica giungla dove gli agguati sono sempre dietro l'angolo.

Il repertorio è vastissimo: la centrale di Scansano, in Toscana, è finita davanti al Consiglio di Stato dopo una battaglia tra associazioni ambientaliste pro e contro. A decidere sull'offshore progettato in Molise, dopo lo stop della Regione, sarà la Corte costituzionale. Nelle Marche due progetti nella zona di Camerino, inseriti nel Piano energetico regionale, sono stati bloccati dalla sovrintendenza dopo aver ottenuto la Valutazione di impatto ambientale regionale.

"Noi pensiamo che i maggiori colpevoli di questa situazione insostenibile siano proprio le regioni", denuncia Andrea Perduca, responsabile del settore eolico per Sorgenia. "La legge - aggiunge - prevede che gli iter autorizzativi vadano concessi entro un massimo di 180 giorni, ma noi in Campania, Marche e Molise attendiamo da oltre mille giorni e in Puglia da 600. Malgrado la crisi congiunturale, abbiamo pronti investimenti nel vento per 500 milioni di euro, ma ci troviamo nella paradossale impossibilità di spenderli".

"E pensare - rincara De Simone - che le royalties per la produzione di energia vanno proprio alle comunità locali, quasi sempre piccoli centri montani colpiti da spopolamento e invecchiamento demografico, risanando bilanci in difficoltà. Spesso siamo costretti a fare i conti con dei 'professionisti' del dissenso". "Oltre a questa situazione, anche la crisi del credito attualmente non ci aiuta - conclude De Simone - Ma io resto comunque ottimista: il mondo, e anche l'Italia, sono pronti per passare a un uso massiccio dell'energia pulita".


 
 

Ha bussato alle porte istituzionali in tutta Italia, il Wwf, per chiedere una "corsia d'emergenza" alla causa del clima. Una iniziativa per chiedere che si assuma come prioritario il tema dei cambiamenti climatici nel corso del 2009 e invocare per il pianeta un Trattato globale, da chiudersi a dicembre 2009. Una sfida, è convinta l'associazione, che il mondo deve cogliere, per superare la crisi economica attuale e andare verso un mondo a Carbonio Zero.

Conferenze, convegni e cerimonie per celebrare l'avvio dell'Anno del Clima con un Calendario ad esso intestato: il Wwf ha incontrato le amministrazioni di 9 Regioni tra cui i presidenti Soru, Martini, Vendola, Burlando, De Filippo, il sindaco di Venezia, Cacciari, le amministrazioni di Firenze, Roma, Napoli, Milano, Genova, Bari, Torino e oltre 200 Comuni. Tutti hanno ricevuto il "Calendario Anno del clima" e il dossier "Effetto Global Deal". L'evento segue gli incontri con le principali istituzioni nazionali, Presidenza della Repubblica, Presidenza del Consiglio, Presidenza della Camera, Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome, avvenuti nei giorni scorsi.

Dalla città simbolo, Venezia, l'appello di Massimo Cacciari, che ha ricevuto il Calendario Anno del Clima dal direttore generale del Wwf Italia, Michele Candotti. Cacciari ha chiesto al Governo "un indirizzo forte sulle politiche del clima su cui possono inserirsi le amministrazioni locali e fare in modo che il Paese non resti arretrato e sfrutti anche le opportunità di innovazione che la lotta al clima sta offrendo". Il Wwf ha inoltre accolto la richiesta di collaborazione che il sindaco ha rivolto affinché la città diventi la sede della Corte Penale Internazionale dell'Ambiente per la Protezione della salute dell'uomo, del pianeta Terra e dei suoi ecosistemi.

Il governatore dimissionario della Sardegna, Renato Soru, che ha incontrato il presidente onorario del Wwf Italia, Fulco Pratesi, ha sottolineato che proprio in questi giorni molte zone della regione stanno soffrendo degli effetti dei cambiamenti climatici, con alluvioni e smottamenti dovuti allo straripamento dei fiumi. Ancora più significativa appare dunque la sua battaglia per il piano paesistico e contro la cementificazione delle coste e dell'interno. "Il Governo del territorio è fortemente collegato alle questioni del cambiamento climatico" ha sottolineato Soru annunciando tra le azioni che spera di poter concludere quella della messa in efficienza energetica degli uffici delle amministrazioni pubbliche della Sardegna e lo sviluppo delle rinnovabili, nel rispetto delle regole territoriali.

In Toscana, il presidente Claudio Martini ha presentato la proposta di una "road map" regionale per fissare tutti i passaggi anche attraverso un confronto con le altre Regioni. "Piano energetico, piano del paesaggio, fino alla riorganizzazione degli ambiti territoriali dei rifiuti sono tutti obiettivi sui quali, nel corso del prossimo anno, si dovranno raggiungere risultati concreti e per questo stiamo lavorando».

"Questo giro di incontri è particolarmente importante poiché - ha spiegato il presidente del Wwf Italia Enzo Venini - pur in presenza di un forte ruolo del Governo rispetto alle scelte sulle grandi infrastrutture energetiche, Regioni e Comuni possono svolgere, infatti, un ruolo fondamentale per assumere e far assumere al Paese il taglio deciso alle emissioni di CO2 come obiettivo prioritario e grande occasione di rilancio dell'economia basata sulla sostenibilità". Le Regioni hanno competenze dirette in settori chiave come autorizzazioni di nuovi impianti, interventi su mobilità e trasporti, autorizzazioni ai piani regolatori e quindi a nuove edificazioni, indicazioni di criteri ed obiettivi di risparmio energetico, e quindi di efficienza nella gestione di impianti ed immobili. Tra l'altro, possono opporsi, sulla base delle preoccupazioni per la sicurezza dei cittadini e per gli alti costi che rischiano di gravare sulla collettività, alla realizzazione di impianti nucleari sul territorio.

E a proposito di Governo, commenta il presidente Venini, "stupisce la tiepida, almeno per ora, risposta del Governo alle nostre iniziative: da circa un mese il Wwf ha chiesto di incontrare i ministri degli Affari esteri, dell'Ambiente, dello Sviluppo economico e delle Infrastrutture ma ad oggi, al di là dell'incontro col responsabile delle relazioni esterne di Palazzo Chigi e della cortese lettera del ministro Frattini, nessuna conferma. In particolare il ministero dell'Ambiente, che rappresenterà le istanze dell'ambiente nel prossimo Summit di Poznan sul clima, non ha confermato alcun incontro nonostante numerose sollecitazioni".

I prossimi dodici mesi vedranno un'intensa attività diplomatica. Già lunedì ben 192 paesi si riuniranno nel Summit Onu di Poznan (Polonia) per provare a raggiungere un accordo in grado di far fronte ai cambiamenti climatici e decidere così il futuro dell' umanità e del nostro pianeta. I cardini del Trattato internazionale sul clima dovranno ruotare attorno a pochi, seppur fondamentali e giganteschi impegni, vale a dire riduzione delle emissioni climalteranti per i paesi industrializzati almeno del 30 per cento entro il 2020; impegno globale di riduzione dei gas a effetto serra dell'80 per cento entro il 2050; finanziamento urgente alle politiche di adattamento nei paesi più vulnerabili; accesso alle tecnologie pulite e sostenibili per le economie in via di sviluppo.


 
 

SONO passati dai 1500 esemplari del 1996 agli attuali quasi 20mila. La colonizzazione della Gran Bretagna da parte dei pappagalli sta procedendo a ritmi sbalorditivi. Una velocità che ha indotto la Bto, una delle più prestigiose società ornitologiche inglesi, a richiamare l'attenzione delle autorità. "Ormai sono di gran lunga più numerosi di molte specie autoctone come il barbagianni, il picchio e il martin pescatore, provocando in alcuni casi seri danni all'agricoltura", spiega John Tayleur al quotidiano Telegraph. L'invito dell'associazione è a monitorare con attenzione la situazione, ma al momento non sarebbe ancora necessario intervenire in maniera drastica. "Per ora - aggiunge Tayleur - sono concentrati in alcune zone specifiche del paese come la periferia occidentale di Londra e il Kent".

A dare vita a queste prolifiche colonie sono stati esemplari riusciti a fuggire dalle loro gabbie una volta arrivati dall'India e dal Sudamerica come animali da compagnia. "Ma poi si sono adattati meglio degli altri al riscaldamento climatico in atto e sembrano anche essere più veloci della concorrenza nel predare le bacche e i semi che ne compongono l'alimentazione", precisa ancora l'esperto della Bto.

Secondo un'altra associazione ornitologica britannica, la Rspb, le specie autoctone messe in minoranza dai pappagalli sono ormai una cinquantina. Per ora questo boom demografico non si è ancora tradotto in un danno, ma il rischio è in agguato. "I motivi del loro declino non sono legati all'ascesa dei pappagalli", chiarisce la Rspd, precisando però che se l'area della colonizzazione dovesse ampliarsi ulteriormente la situazione allora potrebbe diventare decisamente più grave. Altri studi sono più pessimisti e ritengono che le specie esotche stiano già causando grosse difficoltà in particolare ai picchi, con i quali sono in competizione per la scelta degli alberi dove nidificare.

La diffusione dei pappagalli nelle aree metropolitane è un fenomeno documentato anche in Italia, seppure con numeri minori. "Stime precise - dice Marco Gustin della Lipu - non ne esistono, ma possiamo immaginare una popolazione di qualche migliaio di esemplari. Si tratta soprattutto di parrocchetti monaci e del collare. Per ora convivono tranquillamente con i nostri passeriformi. Non rappresentano un minaccia perché si sono diffusi a macchia di leopardo e non sono ancora abbastanza per fare danni seri. Se dovessero dilagare si tratterebbe però di una situazione difficile da gestire".


 
 

Tutti ne parlano, tutti la vogliono, ma pochi credono che sia veramente possibile produrla. L'oggetto del desiderio è l'energia pulita, la fonte in grado di risolvere contemporaneamente due problemi: fermare il cambiamento climatico e permettere al mondo di continuare a funzionare ai ritmi attuali, senza tornare all'età delle caverne. Ma sebbene governi, scienziati e media dedichino sempre più attenzione a questo obiettivo, le statistiche indicano che la maggioranza dell'opinione pubblica è scettica sulla possibilità di realizzarlo. Un libro uscito ora in Gran Bretagna si propone di smentire questa impressione, iniettando una dose di ottimismo nel dibattito sul "Green New Deal", il piano per colorare di verde l'economia planetaria.

In "Ten technologies to save the planet" Chris Goodall, esperto di energie rinnovabili, illustra i "miti da sfatare" sull'argomento: una sorta di decalogo per capire che la rivoluzione verde si può fare, e come. Il suo libro, di cui il Guardian ha pubblicato un'anticipazione, parte dall'energia solare: non è vero che è troppo costosa per essere usata in modo ampio e diffuso, afferma l'autore. I pannelli solari odierni, grossi e costosi, catturano solo il 10 per cento circa dell'energia del sole, ma rapide innovazioni in corso negli Stati Uniti segnalano che una nuova generazione di pannelli solari assai più sottili ed economici potranno catturare molta più energia. La società First Solar, leader del settore, ritiene che i suoi prodotti potranno generare elettricità nei Paesi più caldi tanto economicamente quanto le centrali elettriche entro il 2012. Altre aziende, in Spagna e in Germania, stanno sperimentando nuovi sistemi per catturare i raggi del sole, con risultati incoraggianti. L'Europa potrebbe un giorno ricavare gran parte del proprio fabbisogno elettrico da stazioni di pannelli solari nel deserto del Sahara.

Ma ci sono anche altri miti da sfatare. Come quello che l'energia eolica sia troppo inaffidabile. È falso. Già oggi in certi periodi dell'anno produce il 40 per cento del fabbisogno energetico della Spagna. Non è neppure vero che l'energia tratta dalle correnti marine non porti da nessuna parte: in Irlanda del Nord e in Portogallo hanno cominciato a funzionare i primi generatori a turbina che sfruttano le onde. Falso anche che le centrali nucleari siano più economiche di altre fonti di elettricità a bassa produzione di carbonio: i costi dell'energia nucleare sono incontrollabili, e a meno di ridurli sarebbe più conveniente puntare su centrali a carbone "pulite". È opinione comune che le auto elettriche siano lente e brutte, ma non è vero: ormai sono veloci, belle e avranno presto batterie al litio, in grado di ricaricarle economicamente e rapidamente. Non a caso Danimarca e Israele intendono avere solo auto elettriche, in futuro.

C'è la credenza che i biocarburi (come l'etanolo) siano sempre distruttivi per l'ambiente, ma in futuro non sarà così. Se si ritiene che il cambiamento climatico comporti un maggior fabbisogno di agricoltura organica si deve comunque tener presente che occorrerebbe riuscire ad aumentare le dimensioni dei raccolti di questo tipo. Per quel che riguarda le innovative case a "zero emissioni di carbonio", è vero che sono una priorità, ma molto costosa: meglio puntare sulla riduzione delle emissioni delle case esistenti, come si fa in Germania. Si crede poi che le stazioni elettriche debbano essere grandi per essere efficienti: il futuro invece sarà delle microstazioni. È opinione comune, infine, che tutte le soluzioni ai problemi energetici debbano essere ad alta tecnologia, ma spesso costano troppo. Per cui non bisogna disdegnare la bassa tecnologia.


 
 

Nonostante il periodo di forte crisi economica, il 71% degli italiani è disposto a sostenere, anche con un aumento in bolletta, progetti di qualificazione ambientale. È quanto emerge dall’indagine eseguita da GfK Eurisko per Risl, in occasione del convegno MOPAmbiente, che si è tenuto oggi a Roma su un campione degli intervistati (1.000 cittadini con età superiore ai 18 anni) rappresentativo della popolazione italiana.

L’indagine evidenzia che è cresciuto il tasso di «sensibilità ambientale»: più del 60% degli italiani ritiene che il suo comportamento può contribuire a ridurre l’inquinamento ed avverte l’esigenza di essere informati da istituzioni ed aziende private su ambiente ed energia in maniera più esaustiva e sistematica. Viene confermato dalla ricerca la preferenza verso l’energia solare, che secondo il 59% degli intervistati dovrebbe essere maggiormente incentivata dalle istituzioni, mentre l’energia nucleare viene indicata dal 19% del campione.

Per quanto riguarda la sindrome “Nimby” (Not in my backyard), quella per la quale le comunità locali si oppongono alla realizzazione di infrastrutture sul loro territorio, questa è quasi nulla nel caso di impianti ad energia solare: ben il 96% è favorevole. In molti accettano infrastrutture di tipo eolico (l’85%) e i rigassificatori (il 68%), mentre per le centrali nucleari viene confermato, sostanzialmente il dato precedente del 17%.

In merito all’informazione energetica ed ambientale, molto forte è l’esigenza per gli italiani di avere adeguate ed univoche indicazioni da parte, congiuntamente, delle istituzioni e delle aziende che gestiscono gli impianti di produzione/distribuzione di energia (il 60%). Un esempio concreto di questa carenza informativa è emersa riguardo alla conoscenza dei rigassificatori, dei quali solo il 31% ha sentito parlare, e all’interno di tale percentuale solo il 14% ha risposto riportando in modo corretto la definizione di impianti che permettono di riportare il gas dallo stato liquido a quello gassoso.

 
 

Scoperto il segreto della crescita delle piante. Una ricerca italiana pubblicata sulla rivista Science ha individuato il meccanismo che regola lo sviluppo dei vegetali. Adesso diventa possibile ottenere piante in grado di prosperare su terreni aridi o con poca acqua grazie al controllo sulla crescita delle radici, oppure produrre più fiori o frutti senza ricorrere a un uso massiccio di fertilizzanti. La ricerca è stata condotta presso l'università di Roma La Sapienza dal gruppo di Paolo Costantino, del dipartimento di Genetica e biologia molecolare e accademico dei Lincei, ed è stata coordinata da Sabrina Sabatini.

I ricercatori sono riusciti a scoprire il segreto che regola l'equilibrio fra i due principali fattori di crescita delle piante, gli ormoni auxina e citochinina. Negli ultimi anni la ricerca scientifica aveva potuto dimostrare che i due ormoni vegetali agiscono in maniera opposta e bilanciata: l'auxina induce le cellule a dividersi, mentre la citochinina le stimola a differenziarsi.

Ma il meccanismo di interazione era rimasto finora oscuro. La ricerca della Sapienza dimostra come l'auxina e la citochinina interagiscono a livello genetico e molecolare: insieme controllano la crescita delle cellule e di conseguenza la crescita degli organi della pianta.

Utilizzando come sistema modello la radice della pianta Arabidopsis thaliana sono stati identificati i geni tramite i quali i due ormoni comunicano, controllando reciprocamente la produzione e distribuzione l'uno dell'altro, e assicurando così un continuo equilibrio tra lo stimolo alla divisione e quello al differenziamento delle cellule staminali.

Questi risultati aprono nuove importanti prospettive di ricerca fondamentale e di applicazioni biotecnologiche. In particolare offrono la possibilità di comprendere e quindi di controllare la crescita degli organi della pianta e di tracciare un modello di funzionamento delle cellule staminali nelle piante, dal quale si potranno ricavare principi e meccanismi validi anche per quelle umane. Va sottolineato che questi risultati possono essere ottenuti modificando per selezione geni della pianta stessa senza fare ricorso ai contestati Ogm.

Il lavoro, pubblicato sul nuovo numero della prestigiosa rivista scientifica americana, è stato interamente concepito e in massima parte realizzato alla Sapienza. La coordinatrice, Sabrina Sabatini, ricercatore della facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali, è rientrata in Italia nel 2003 presso il gruppo del professor Paolo Costantino grazie a un "career development grant" della fondazione Giovanni Armenise e alla legge sul "rientro dei cervelli".

 
 

MINERALI e rocce, così come la vita sulla Terra, sono in continua evoluzione. Una ricerca condotta da un team di geologi canadesi e riportata sull'autorevole rivista scientifica American Mineralogist, ha scoperto un'improvvisa differenziazione di minerali avvenuta dopo la nascita della vita sulla Terra. Dai risultati ottenut,i il gruppo di ricercatori ha avanzato una rivoluzionaria ipotesi secondo la quale le rocce, così come gli animali e le piante, si sono evolute durante la lunga storia del pianeta.

Secondo Wouter Bleeker, che guida un gruppo di 8 ricercatori del Geological Survey di Ottawa, ipotizza che molte delle rocce della Terra sono "specie" dinamiche che emergono e si trasformano nel tempo, più o meno come fanno le specie viventi, al punto da poter dare adito all'idea che esiste una sorta di "evoluzione minerale". Dice Bleeker: "Il messaggio della nostra scoperta è quello di averci fatto capire che l'interazione tra il mondo minerale e quello organico e biologico è molto più importante di quanto abbiamo sempre pensato, al punto che la vita può influenzare la "nascita" o meno di nuovi minerali".

Reobert Hazen, che fa parte del team di ricerca, ricostruisce così l'evoluzione dei minerali terrestri. Tra le particelle di polvere presenti quando, circa 5 miliardi di anni fa, il sistema solare andava formandosi non vi era più di una dozzina di minerali. Quando la Terra primordiale iniziò a formarsi, la temperatura e le pressioni elevate che entrarono in gioco portarono ad una prima evoluzione dei minerali presenti che salirono a circa 250. A quel punto l'attività vulcanica, lo scontro tra le prime zolle che costituivano la crosta terrestre e altri processi geologici portarono nell'arco di circa un miliardo di anni alla formazione di circa 1.500 minerali.

Ad un certo punto però, quando la chimica degli oceani e le condizioni atmosferiche andarono trasformandosi di pari passo con la nascita e l'evoluzione della vita terrestre, nel mondo inorganico scattò una scintilla che portò ad una diversificazione senza precedenti del mondo minerale. "Un esempio di roccia che prima della vita non c'era è il calcare, che è di origine organica e che oggi occupa grandi parte della crosta terrestre", spiega Hazen. Ma un gran numero di situazioni diverse portò alla nascita delle circa 4.300 specie di minerali che oggi si conoscono.

"Ovviamente non si deve pensare che l'evoluzione dei minerali abbia seguito o segua la strada darwiniana - ha aggiunto Hazen -, in quanto le rocce non devono combattere per la loro sopravvivenza, tuttavia è indiscutibile il fatto che minerali e rocce abbiano subito un'evoluzione importante nel corso del tempo".

Secondo i ricercatori negli ultimi 2 miliardi e mezzo di anni la mineralogia si è evoluta parallelamente all'evoluzione della vita sulla Terra. Questa ipotesi risulta essere anche una nuova potenziale strada per capire se su lontani pianeti esiste o è esistita la vita, in quanto l'interazione tra gli esseri viventi e le rocce lascia testimonianze importanti che vanno ben al di là della presenza dei singoli fossili, i quali, se non si è direttamente, sul terreno non si possono scoprire.

 
 

Perchè non sparare anche ai piccioni, come si fa con i fagiani o i tordi durante la stagione venatoria? Dopo tutto, per Assoedilizia, l’associazione milanese dei proprietari di case e palazzi, i volatili che popolano le piazze delle città rappresentano una minaccia non solo per i monumenti, ma anche per la salute umana e per questo meritano di finire nel mirino dei cacciatori.

«Non ha senso - ha affermato Achille Colombo Clerici, presidente di Assoedilizia - continuare a considerare i piccioni uccelli selvatici, come i fagiani, ma non comprenderli tra quelli cacciabili». Da qui la richiesta di una riforma della legge sulla caccia e l’inserimento dei piccioni nell’elenco degli animali contro cui si possono puntare le doppiette.

«Mi guardo bene dal chiedere che si apra la caccia in città - ha aggiunto Colombo Clerici - ma almeno si permetta ai cacciatori di poter sparare quando i piccioni si spostano in campagna, in cerca di cibo». Una misura drastica, quella proposta dai proprietari degli immobili, dettata sicuramente da un calcolo: ogni anno, solo a Milano, i privati spendono cinque milioni di euro per ripulire scantinati, griglie e scanalature incrostate con il guano dei circa 100 mila pennuti presenti in città.

Ma a sostenere le ragioni di una proposta simile, destinata a mandare su tutte le furie gli ambientalisti, ci sono anche le considerazioni emerse oggi a un convegno organizzato proprio per sviscerare il «problema». Il guano dei piccioni torraioli trasmette malattie infettive come il psittacosi, il vaiolo e la leptospirosi e spesso questi uccelli sono portatori di zecche.

Tuttavia la proposta di utilizzare la caccia come rimedio alla presenza ingombrante dei piccioni non ha affatto entusiasmato numerosi amministratori locali.
Freddo l’assessore all’Ambiente del Comune di Venezia, città storicamente assediata dai piccioni. «Dopo l’introduzione del divieto alla vendita del mangime e la chiusura dei sottotetti - ha affermato Pierantonio Belcaro - molti piccioni sono migrati nella terraferma».
Fermamente contrario all’ipotesi della caccia anche l’assessore alla Salute di Milano, Giampaolo Landi di Chiavenna. «Personalmente amo gli animali - ha affermato - e credo che sia più efficace il nostro progetto di istallare nel 2009 10 torri piccionaie nelle periferie». Con la migrazione dei piccioni nelle torri e la periodica sostituzione delle uova il Comune di Milano conta di ridurre del 50% il numero dei volatili.