Osservazioni satellitari più sofisticate, strumenti più precisi, tecnologie più affidabili. I climatologi in questi anni hanno avuto a disposizione strumenti sempre più efficaci, ma alla fine a svelare le dinamiche con cui si vanno sciogliendo i ghiacci perenni della Groenlandia potrebbero essere delle banali paperelle di gomma, tali e quali a quelle che i bambini usano nella vasca da bagno.

A scommettere su questo metodo di ricerca quanto mai poco ortodosso è Alberto Behar, un ingegnere del Jet Propulsion Laboratory della Nasa dove progetta robottini per l'esplorazione di pianeti lontani. Nei mesi scorsi si è recato sul ghiacciaio Jakobshavn, lo stesso dal quale si ritiene si sia a suo tempo staccato l'iceberg responsabile del naufragio del Titanic. In una delle fenditure che il riscaldamento globale sta provocando nel ghiaccio, Behar ha lasciato cadere novanta paperelle di gomma. Su ognuna ha fatto stampare in tre lingue il messaggio "Esperimento scientifico - Ricompensa", e un indirizzo di posta elettronica a cui rivolgersi per riconsegnarle.

In queste prime settimane non si è ancora fatto vivo nessuno. "Ma non è che siano zone dove va a spasso molta gente", scherza Behar. A lui ovviamente non interessa tanto tornare in possesso delle paperelle, quanto sapere esattamente dove sono state ritrovate. Capirne il percorso potrebbe fornire infatti elementi essenziali nella comprensione di come lo scioglimento dei ghiacci artici influenzerà un eventuale innalzamento del livello del mare. Secondo i calcoli dell'ingegnere, i giocattoli di gomma dopo essere stati risucchiati nelle strette voragini che si aprono sulla superficie del ghiacciaio e dove scorre l'acqua che si forma in seguito allo scioglimento, dovrebbero ricomparire da qualche parte nella Baia di Baffin, al largo delle coste nordorientali del Canada.

Ma il meccanismo esatto con cui questa specie di fiumi carsici scavati nel ghiacciaio contribuiscono a minarlo, spingendolo piano piano a staccarsi dalla terra e ad andare verso il mare, sono ancora sconosciuti. Con un'intuizione che ricorda il Viaggio al centro della terra di Jules Verne (i protagonisti del romanzo si calavano nelle viscere della terra in Islanda per sbucarne fuori a Stromboli), l'idea è quella di capire il percorso esatto delle fenditure. Ovviamente le paperelle potrebbero dare solo un'indicazione di massima, ma Behar nel crepaccio insieme ai giocattoli di gomma ha fatto calare anche una speciale sonda con un trasmettitore gps in grado di fornire informazioni (velocità, accelerazioni, temperature attraversate) sul centro del ghiacciaio.

L'esperimento portato avanti dall'ingegnere della Nasa rientra negli sforzi lanciati dal Consiglio Artico, la federazione che unisce tutti i paesi che si affacciano sul circolo polare, per produrre studi il più accurati possibile su quanto sta accadendo in Groenlandia in vista della conferenza internazionale sui cambiamenti climatici in programma a Copenaghen a fine 2009. Il dibattito nella comunità scientifica su come, quando e quanto si scioglieranno i ghiacci e con quali effetti sull'innalzamento degli oceani è infatti quanto mai serrato. Un confronto che Eric Rignot, un collega di Behar anche lui coinvolto nel progetto, sintetizza così: "E' troppo presto per sperare che la situazione si stabilizzi". "Allo stesso modo - aggiunge - non siamo ancora in grado di prevedere un collasso catastrofico, ma di certo la situazione è molto più critica di quanto chiunque potesse immaginare appena cinque anni fa".

 
 

UNIVERSITA’ DI MILANO
Dopo la Rivoluzione verde del '900, che ha aumentato la produzione di cibo, ora la sfida è migliorarne la qualità, vale a dire mantenere o aumentare i livelli di produzione in modo sostenibile dal punto di vista ambientale, sociale ed economico.

Primo punto: risparmiare l'acqua, bene irrinunciabile ma non inesauribile. Viviamo in un pianeta di sale. Il volume totale d'acqua sulla Terra è di 1.4 miliardi di Km3, ma solo il 2,5% del totale è acqua dolce. Inoltre la maggior parte dell'acqua dolce non è disponibile perché è sotto forma di ghiaccio e di neve permanente o è situato sottoterra in modo non raggiungibile. Si stima che solo lo 0,01% dell'acqua sia disponibile per gli ecosistemi e per gli uomini.

Il 10% dell'acqua utilizzata ogni giorno è usata direttamente dalla popolazione, il 20% dall'industria e il 70% dall'agricoltura. La responsabilità di un uso sostenibile è quindi da ripartire in tre aree nella stessa proporzione. Sul mondo della produzione agricola pesa il grosso della responsabilità dell'emergenza acqua. E anche dell'emergenza cibo, perché senz'acqua non c'è produzione e dunque non c'è cibo. L'alternativa alla fame e alla sete è dunque orientarsi verso piante che abbiamo minor bisogno di acqua per nascere, crescere e produrre commestibili. Il compito è ancora più difficile perché il riscaldamento globale ha avuto due effetti devastanti: ha reso molte piante inadatte, perché incapaci di crescere a più alte temperature, e ha aumentato la percentuale di terreni salini, inadatti anch'essi alla coltivazione.

Il fenomeno si crea perché, quando si irriga il suolo a temperature più elevate, l'acqua evapora e lascia sul suolo il sale. Il 20% dei suoli agricoli irrigui, su 250 milioni di ettari, è interessato dal processo di salinizzazione, il primo passo verso la desertificazione. Certamente esistono sistemi di irrigazione, anche avanzati, ma la tecnologia non è applicabile ovunque, per cui la soluzione sta nella scienza e nella sua capacità di adattare geneticamente le piante all'evoluzione del pianeta: piante che resistono alla siccità, che nascono in terreni salini e che producono cibo con meno acqua.

Dovremo quindi impegnarci sul miglioramento genetico delle piante coltivate, selezionando piante che resistano ai nuovi stress ambientali: gli agenti patogeni e alla mancanza di acqua. Ogni anno circa il 30% della produzione agricola si perde per questi due motivi, e in Africa si arriva a picchi dell'80%. Evitare queste perdite significa aumentare la produzione senza aumentare le superfici da coltivare e ridurre i costi di produzione. Oggi contro le malattie si utilizzano i pesticidi che hanno il vantaggio di salvare la pianta, ma sono costosi e inquinanti. I laboratori di tutto il mondo sono impegnati nell'obiettivo di rendere le piante più resistenti alle malattie - mettendo nel DNA geni di altre piante che hanno più difese naturali, come quelle selvatiche - e in quello di ottenere piante che siano più efficienti nell'utilizzo di fertilizzanti.

Altro obiettivo è combinare i geni per ottenere piante «water-saving». Un sistema è modificare gli stomi, che sono dei pori presenti sulla superficie delle foglie attraverso i quali la pianta assorbe CO2, ed espelle ossigeno, ma anche il 90% dell'acqua che assorbe attraverso le radici. Al Dipartimento di Scienze Biomolecolari e Biotecnologie dell'Università Statale di Milano, modificando un gene che rende gli stomi un po' più piccoli, abbiamo realizzato una pianta che fa evaporare solo il 60% di acqua e, trattenendone di più, necessita di circa il 30% in meno di acqua. Abbiamo ottenuto questo risultato con l’Arabidopsis, la pianta modello di riferimento, e stiamo trasferendo questi risultati in piante da coltivare: presto vedremo pomodori «water-saving».

Chi è Tonelli Genetista
RUOLO
: E’ PROFESSORE DI GENETICA ALL’UNIVERSITA’ DI MILANO E LEADER DEL GRUPPO DI «GENETICA MOLECOLARE DELLE PIANTE»
RICERCHE: APPLICAZIONI BIOTECNOLOGICHE

 
 

I ricercatori che lavorano nel Mar Artico stanno prendendo atto di un fenomeno particolarmente grave per il riscaldamento globale: l’accelerazione dello scioglimento dei ghiacci continentali e marini al Polo consente la fuoriuscita di milioni di tonnellate di un gas immagazzinato nel passato nei fondali dell’Oceano Artico, il metano, 20 volte più dannoso per l’ambiente del diossido di carbonio, e che accelera ulteriormente il processo di fusione delle calotte polari e dei ghiacci marini.

Il quotidiano britannico The Independent, che oggi dà grande risalto ai risultati preliminari cui sono giunti i ricercatori, spiega come le ingenti scorte di gas metano stiano affiorando in superficie sulle acque dell’Oceano artico, aumentando la concentrazione dei gas ad «effetto serra» in atmosfera e favorendo il riscaldamento dell’Artide e dell’intero pianeta. Secondo gli scienziati, l’improvviso rilascio di metano è stato causa in passato di un rapido aumento delle temperature globali e di drammatici cambiamenti climatici. I ricercatori a bordo della nave che ha seguito tutta la costa settentrionale della Russia hanno rilevato fortissime concentrazioni di metano - talvolta 100 volte superiori ai livelli attuali - in numerose aree vaste migliaia di chilometri quadrati dell’Oceano artico di fronte alle coste siberiane.

Negli ultimi giorni gli scienziati hanno visto alcune zone di mare con numerose bolle di gas metano provenienti dal basso, una sorta di «ciminiere di metano» direttamente dal fondo marino. A loro parere questo significa che gli strati sottomarini di permafrost (suolo perennemente congelato) che fungono da coperchio per evitare che il gas fuoriesca, si sono ormai sciolti, permettendo al metano di uscire dai depositi in cui è intrappolato dall’ultima era glaciale. Il metano è un gas con conseguenze sull’effetto serra venti volte superiori rispetto al diossido di carbonio e il suo rilascio potrebbe innescare una spirale di riscaldamento difficilmente arrestabile.

 
 

Guanti, rastrelli, ramazze e tanta voglia di fare per un’Italia più pulita. Il 26, 27 e 28 settembre torna lo storico appuntamento con “Puliamo il Mondo”, «l’edizione italiana, sottolinea Legambiente, della più grande iniziativa di volontariato ambientale nel mondo».

Nata a Sidney, in Australia nel 1989, l’iniziativa è un «grande progetto internazionale che coinvolge ogni anno, a fine settembre, quasi 40 milioni di persone in circa 120 Paesi». Portata in Italia da Legambiente, “Puliamo il Mondo” da noi compie quindici anni. Com’è tradizione, chiama i cittadini di tutte le età e le amministrazioni locali a liberare dai rifiuti abbandonati i parchi, i giardini, le strade, le piazze delle città, i fiumi e le spiagge. Ma ripulire il Belpaese dall’immondizia abbandonata, recuperandone le aree degradate, è soltanto uno degli obiettivo della campagna, che vuole anche sensibilizzare i cittadini alla cura del territorio, troppo spesso abbandonato all’incuria, e a una maggiore attenzione al corretto smaltimento dei rifiuti.

“Importante” per il successo dell’iniziativa il contributo della Rai, che collabora dal 1995 alla promozione delle giornate di Puliamo il Mondo con trasmissioni, dirette e uno spot di sensibilizzazione e ha rinnovato il suo impegno al fianco di Legambiente. Anche quest’anno, Ambiente Italia di Rai 3 segue la settimana di avvicinamento al fine settimana di volontariato ambientale, presentando, casi, emergenze e progetti in tutta Italia.

«In Italia la partecipazione a Puliamo il Mondo è cresciuta costantemente - ha dichiarato Sebastiano Venneri, vice presidente di Legambiente - e la mobilitazione, negli anni, è riuscita a cambiare il volto di alcune città, con aree degradate trasformate in parchi o centri sociali. A dimostrazione della volontà dei cittadini di prendersi cura degli spazi pubblici e del territorio e del loro importante coinvolgimento riguardo al tema caldissimo dello smaltimento dei rifiuti. “Puliamo il Mondo” è, infatti, anche l’occasione per educare i cittadini a un corretta gestione dei rifiuti attraverso la raccolta differenziata».

Quest’anno “Puliamo il Mondo” si intreccia così con Stop The Fever, l’ultima campagna di Legambiente di sensibilizzazione sui cambiamenti climatici. Riciclare e riutilizzare significa, infatti, meno rifiuti inviati a discariche e inceneritori, riducendo anche le emissioni di CO2, il gas che più di ogni altro è responsabile dell’effetto serra. Già oggi il riciclo, evidenzia l’organizzazione, «permette all’Italia di evitare l’immissione in atmosfera di circa 60 milioni di tonnellate di CO2 all’anno. "Puliamo il mondo", quindi, non si ferma una volta conclusa la tre giorni di mobilitazione dei volontari. Chiede ai cittadini di “prendere un impegno per domani”, riducendo e differenziando i rifiuti nella vita di tutti i giorni».

"Puliamo il Mondo" è presente su tutto il territorio nazionale, grazie all’instancabile lavoro di oltre 1.500 gruppi di “volontari dell’ambiente” che organizzano l’iniziativa a livello locale con il coinvolgimento di scuole, associazioni, comitati e amministrazioni cittadine. Le azioni di pulizia sono previste in tutte le Regioni d’Italia, nei più piccoli centri come nelle grandi città e le adesioni dei comuni per questa quindicesima edizione sono già a quota 1.500, di cui 1.000 piccoli comuni.

Sono molte le storie che si possono raccontare sulle scorse edizioni della campagna di Legambiente. Lo scorso anno, per esempio, ad Amelia (Tr) i volontari hanno liberato dall’immondizia le mura poligonali della città, mentre a Cairo Montenotte (Sv) con l’aiuto dei volontari della protezione civile è stata smantellata una discarica abusiva. Nel Parco delle Alpi Apuane è stato ripulito l’Antro del Corchia, grazie agli speleologi che, con Puliamo il Buio, hanno portato l’iniziativa fin sotto terra e denunciano anche quest’anno insieme a Legambiente il dilagare delle discariche abusive nei luoghi sotterranei.

Legambiente ha portato “Puliamo il Mondo” anche nel continente africano, contribuendo cinque anni fa a lanciare Clean Up Axim in Ghana, organizzata in collaborazione con l’ong Cospe. L’iniziativa si inserisce in un progetto di cooperazione per realizzare un sistema pilota di gestione di rifiuti, di compostaggio e di educazione ambientale ed è diventata una grande manifestazione su più giorni che coinvolge adulti e ragazzi delle scuole. E proprio dalle scuole, in Italia, prenderanno il via i lavori di pulizia straordinaria di Puliamo il Mondo, venerdì 28, per sensibilizzare i ragazzi al tema caldissimo dello smaltimento dei rifiuti.

Alla campagna possono dare la loro adesione amministrazioni comunali, associazioni, comitati di quartiere ma anche singoli cittadini. Per partecipare è sufficiente contattare il circolo Legambiente più vicino, telefonare allo 02. 45475778, oppure ci si può presentare direttamente ai banchetti organizzati nelle varie zone coinvolte per ricevere la sacca degli attrezzi e partecipare alle operazioni di pulizia. Tutte le informazioni relative all’iniziativa sono inoltre disponibili sul sito www.puliamoilmondo.it.

“Puliamo il Mondo” è organizzata con il patrocinio del ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, la rappresentanza a Milano della Commissione Europea e Unep (Programma per l’Ambiente delle Nazioni Unite), in collaborazione con UPI (Unione Province Italiane), Federparchi, Uncem (Unione Nazionale Comuni, Comunità, Enti Montani), Anci (Associazione nazionale comuni italiani) e Fiseassoambiente. Sono sponsor: Snam Rete Gas, Unicredit, Federambiente e Ikea.

+ Puliamo il Mondo

 
 

Per mettere a fuoco il problema dell'energia bisogna considerare che la Terra è come un’astronave che viaggia nell'immensità dell'Universo. Non consuma sue risorse energetiche per viaggiare, ma ha bisogno di tanta energia per i numerosi passeggeri che trasporta: già oggi sono più di 6,7 miliardi, con un aumento di circa 75 milioni all'anno. Ogni minuto nascono 32 indiani e 24 cinesi.

La storia della civiltà è strettamente correlata al progressivo sviluppo delle risorse energetiche, perché con l'energia si può fare tutto, o quasi. Si può anche rimediare alla scarsità di altre risorse; per esempio, se l'acqua potabile scarseggia, se ne può ottenere a volontà dall'acqua del mare, ma al caro prezzo energetico di un litro di petrolio per ogni 3 metri cubi di acqua.

Nell'attuale fase storica l'energia è fornita quasi esclusivamente dai combustibili fossili, ma ci rendiamo conto che sono un regalo irripetibile e quantitativamente limitato che la natura ci ha fatto. Oggi sappiamo anche che il loro uso massiccio e prolungato reca gravi danni all'uomo e all'ambiente. Partendo da questi incontrovertibili dati di fatto, è necessario compiere scelte sagge e prendere rapide decisioni nel campo della politica energetica.

La questione energetica mette l'umanità di fronte ad un bivio. Da una parte c'è la difesa ad oltranza dello stile di vita ad altissima intensità energetica dei Paesi ricchi. Uno stile di vita che non si fa carico dei danni dell'ambiente, non esclude azioni di forza o, addirittura, di guerra per conquistare le riserve fossili residue, non si cura di ridurre le disuguaglianze, si espone ai rischi della proliferazione nucleare e lascia in eredità alle generazioni future scorie radioattive per migliaia di anni. Dall'altra parte la necessità di rispettare i vincoli fisici del nostro pianeta imporrebbe un cambiamento dello stile di vita, che dovrebbe anche essere visto come una scelta etica: uno stile di vita fondato su più bassi consumi energetici, sobrietà e sufficienza. Questa seconda alternativa prevede un periodo di transizione, nel quale dovrà essere progressivamente ridotto l'utilizzo dei combustibili fossili, evitata l'espansione del nucleare e sviluppati tutti i tipi di energie rinnovabili, diffuse e non inquinanti, ciascuna valorizzata a seconda della specificità del territorio.

Per fare la scelta giusta ci vuole una politica che guardi lontano. De Gasperi ha scritto che proprio in questo sta la differenza fra un politico e un vero statista: il politico guarda alle prossime elezioni, lo statista guarda invece alla prossima generazione. Per agire come statisti, i politici dovrebbero ascoltare più spesso gli scienziati che, avendo minori condizionamenti, possono guardare più lontano.

Questo è fondamentalmente lo scopo che ha spinto un folto gruppo di scienziati a rivolgere al governo un appello (http://www.energiaperilfuturo.it), che è stato poi illustrato in un incontro presso il ministero per lo Sviluppo Economico. L'appello sottolinea l'urgenza che nel Paese aumenti la consapevolezza riguardo la gravità della crisi energetica e climatica, insiste sulla necessità del risparmio e di un uso più efficiente dell'energia, mette in guardia contro un inopportuno e velleitario rilancio del nucleare e, infine, esorta il futuro governo a sviluppare l'uso delle energie rinnovabili ed in particolare dell'energia solare.

L'Italia non ha combustibili fossili e neppure uranio. La sua più grande risorsa è il Sole, una fonte di energia che durerà per 4 miliardi di anni, una stazione di servizio sempre aperta che invia su tutti i luoghi della Terra un'immensa quantità di energia, 10 mila volte quella che l'umanità intera consuma. Guardare lontano, quindi, significa sviluppare l'uso dell'energia solare e delle altre energie rinnovabili, non quello dell'energia nucleare.

E' un guardare lontano nel tempo, perché non lascia alle prossime generazioni un immane fardello di scorie radioattive. E' un guardare lontano nel mondo, perché, a differenza dei combustibili fossili e dell'uranio, l'energia solare e le altre energie rinnovabili sono presenti in ogni luogo della Terra e, quindi, il loro sviluppo contribuirà al superamento delle disuguaglianze e al consolidamento della pace.

L'Italia ha più Sole dell'Austria, ma ha una superficie pro capite di pannelli solari termici 20 volte meno estesa. L'Italia ha più Sole della Germania, ma la potenza fotovoltaica pro capite installata in Germania è 30 volte maggiore. Fa specie che in Italia, dove l'unica risorsa energetica ampiamente disponibile è proprio il Sole, la maggior parte dei politici e degli industriali, e persino alcuni scienziati, non si siano ancora accorti che l'attuale crisi energetica offre al nostro Paese una grande opportunità che nazioni meno ricche di Sole hanno già colto, sviluppando nuove industrie e creando nuove forme di occupazione. Il risparmio, l'uso più efficiente dell'energia e lo sviluppo del solare e delle altre fonti rinnovabili sono le azioni necessarie per affrontare il difficile futuro che ci aspetta e per lasciare in eredità ai nostri figli un Paese vivibile.

APPUNTAMENTO A TORINO
La conferenza

«Il futuro delle risorse energetiche: sfide e opportunità»: è il titolo della conferenza che Vincenzo Balzani terrà oggi alle 18 al Centro Congressi del Lingotto di Torino, in occasione del Congresso europeo della chimica.
I problemi
Al centro dell’intervento ci saranno i motivi che, secondo il professore, sconsigliano la scelta del nucleare come alternativa ai combustibili fossili: pericolosità degli impianti, difficoltà a reperire depositi per le scorie radioattive, esposizione ad atti di terrorismo, enormità degli investimenti, aumento delle disuguaglianze tra Paesi tecnologicamente avanzati e Paesi poveri.
La mobilitazione
Il sito dell'appello al governo è: http://www.energiaperilfuturo.it.

Chi è Balzani Chimico
RUOLO: E’ PROFESSORE DI CHIMICA DEI MATERIALI E FOTOCHIMICA ALL’UNIVERSITA’ DIB OLOGNA
RICERCHE: NANOTECNOLOGIA NANOMACCHINE E CHIMICA SUPRAMOLECOLARE


 
 

Nel 1939 un imbianchino megalomane di nome Adolf Hitler scatenò il suo esercito facendo precipitare il mondo verso la catastrofe. Quasi 70 anni dopo un esercito di imbianchini potrebbe salvare il mondo dai disastri del cambiamento climatico. Di questo almeno sono convinti diversi fisici e ingegneri di varie istituzioni scientifiche internazionali che da tempo per combattere il crescente effetto serra vanno sostenendo le potenzialità di un banale rimedio: verniciare di bianco tutto il verniciabile.

"Se cento delle maggiori città del Pianeta dipingessero i loro tetti di bianco e scegliessero per la pavimentazione materiali più riflettenti, sostituendo ad esempio l'asfalto con il cemento, l'effetto di raffreddamento sarebbe massiccio", hanno spiegato i curatori di una ricerca presentata la scorsa settimana a Sacramento in occasione dell'annuale conferenza californiana sui cambiamenti climatici.

"Un tetto di mille piedi quadrati, la dimensione di una casa americana media, se di colore bianco anziché scuro è in grado di annullare l'effetto serra di 10 tonnellate di anidride carbonica immesse nell'atmosfera", ha spiegato uno dei curatori dello studio, il fisico Hashem Akbari del prestigioso Lawrence Berkeley National Laboratory. "Complessivamente - ha ricordato - nella maggior parte delle città i tetti rappresentano il 25% della superficie, mentre la pavimentazione rappresenta il 35%. Passare all'uso di materiali riflettenti nelle cento maggiori aree urbane significherebbe annullare l'effetto di 44 miliardi di tonnellate di gas serra, ovvero più di quanto immettono ogni anno nell'atmosfera tutte le nazioni del mondo".

Il principio di fondo di questa possibile misura per combattere il cambiamento climatico è tanto semplice (da secoli le case dei paesi caldi sono tinteggiate di bianco) quanto scientifico. Le superfici chiare hanno infatti il potere di esaltare l'albedo terrestre, ovvero la quantità di radiazioni solari che vengono riflesse indietro. Lo stesso Ipcc, l'organismo scientifico istituito dall'Onu per monitorare e contrastare il riscaldamento globale, ha più volte denunciato come lo scioglimento dei ghiacci ai poli rischia di far accelerare la crescita delle temperature proprio per il venir meno della loro fondamentale capacità riflettente.

Del problema si sta occupando da anni anche un gruppo di studiosi italiani dell'Università di Perugia che per dare forza alle loro conclusioni hanno realizzato anche un prototipo da laboratorio che riproducendo gli scambi di calore per irraggiamento tra Sole, Universo e Terra permette di valutare la dipendenza della temperatura della superficie terrestre al variare dalla sua albedo.

Ma non tutti sono convinti che per intervenire contro il riscaldamento globale siano sufficienti pennello e vernice. Vincenzo Artale, oceanografo dell'Enea e membro italiano dell'Ipcc, chiarisce di non aver letto i dettagli dello studio, ma esprime qualche dubbio di carattere generale. "In principio è tutto giusto - spiega - è come simulare delle superfici ghiacciate, nel tentativo di sostituire quelle che si stanno sciogliendo. Ma subito mi viene in mente un problema: queste superficie potrebbero essere costruite in città, alla medie latitudini, al livello del mare. E tutto questo ne attenuerebbe molto l'effetto globale, ossia molta dell'energia che mandi su ti torna indietro per via dell'atmosfera più spessa, della maggiore presenza di nuvole e inquinamento e altri motivi ancora".

Se su scala globale la validità del sistema pare ancora da valutare con attenzione, più facile immaginare un'efficacia del provvedimento su scala locale, per tagliare i costi energetici legati al condizionamento delle abitazioni e ridurre il cosiddetto effetto "isola di calore", ovvero il fenomeno che porta le temperature dei centri abitati a essere stabilmente superiori di qualche grado a quelle registrate fuori dai centri abitati.

E' per questo che lo Stato della California, nell'ambito del suo pacchetto di norme per l'efficienza energetica in edilizia, con un provvedimento del 2005 ha stabilito che tutti le coperture piatte delle strutture commerciali debbano essere di colore bianco e che a partire dal prossimo anno i tetti di tutti gli edifici, sia residenziali che commerciali, sia piatti che spioventi, debbano essere realizzati con materiali riflettenti.


 
 

Oscurità mondiale il 17 Settembre 2008 dalle ore 21.50 alle ore 22.00 !
Proponiamo di spegnere tutte le luci e gli apparecchi elettronici affinché il nostro pianeta possa "respirare"!  Se ci sarà una risposta collettiva l'energia risparmiata sarà tantissima!
Solo 10 minuti e vedremo cosa succede!
Stiamo 10 minuti nell'oscurità, prendiamo una candela e  semplicemente fermiamoci a  guardarla mentre il nostro pianeta respira !
Ricordate che l'unione fà la forza e Internet ha molta  influenza, può essere qualcosa  di veramente grande!
Fate girare questo post anche in altri blog e divulgatelo col passa-parola
e se hai amici che vivono in altri paesi fai girare Loro la notizia con una e-mail! 
Gaia ringrazia!!

 
 

Un giorno forse gli esseri umani potrebbero ritornare alle origini e abitare nelle foreste in case ecologiche costruite a partire dalle radici degli alberi.

È questa la proposta bizzarra lanciata da un gruppo di ricercatori americani e israeliani, del Massachussets Institute of Technology (Mit) e dell’Università di Tel Aviv, come soluzione per salvare il nostro pianeta dagli effetti devastanti dell’inquinamento.

L’idea degli scienziati è quella di costruire tante “case-albero” nelle città a partire dalle radici di un albero vero. Quindi, senza utilizzare il cemento ma solo materiale naturale. Ogni casa potrebbe essere dotata di tantissime “eco-funzioni”, attivabili attraverso pannelli solari o tramite lo sfruttamento del vento. In pratica, tutta l’energia necessaria verrebbe prodotta tramite fonti pulite e i rifiuti prodotti dagli abitanti verrebbero convertiti in sostanze nutritive per gli alberi.

Gli scienziati sperano che queste “case-albero” riportino gli esseri umani alle loro origini, trasformando l’inquinamento e i suoi effetti in un brutto ricordo del passato. La chiave del progetto risiede nella scienza dell’aeroponica e dell’idroponica. La tecnica della coltura aeroponica consiste nel coltivare le piante su supporti di varia forma e struttura generalmente fatti in modo da offrire loro sostegno lasciando le radici esposte all’aria, e in un ambiente nel quale possono essere periodicamente irrorate con una soluzione nutritiva prodotta grazie alle tecniche di coltura idroponica.

Queste tecniche consistono nella produzione di sostanze nutritive organiche, a partire da composti inorganici come l’anidride carbonica e l’acqua. In pratica, i sostegni e le mura delle eco-case sarebbero composte da piante nutrite attraverso sostanze nutritive provenienti da composti inorganici. In pratica, gli esseri umani vivrebbero in case totalmente ecologiche, non costruite con il cemento, ma con sostanze completamente naturali. I disegni del progetto sono pronti e forniti di ogni dettaglio, ma per il primo prototipo bisognerà attendere almeno 10 anni.


 
 

"Le fotografie possono raggiungere l'eternità attraverso il momento", diceva Henri Cartier-Bresson. Lo scatto di Andrea Galli, vincitore assoluto del concorso fotografico organizzato Cts Ambiente in collaborazione con Repubblica.it, racconta la storia di un attimo e lo farà per sempre. C'è un delfino comune, immortalato in quell'infinitesimo di secondo in cui il suo corpo è tutto fuori dall'acqua. C'è la sua immagine riflessa, quasi si stesse specchiando nel mare azzurro intenso. Ha quell'espressione tipica dei delfini, che assomiglia tanto a un sorriso. Dietro di lui gli schizzi dell'acqua e una pinna che spunta, segno che c'è un altro esemplare con lui. Un'immagine che racconta molte altre storie per chi le vuole ascoltare. C'è quella di una specie, che a discapito del nome rischia l'estinzione. C'è la fiducia che il mondo animale continua a nutrire verso gli esseri umani - i delfini circondano la barca e hanno voglia di giocare - nonostante essi si rendano spesso colpevoli della distruzione dell'ecosistema.

LA FOTO VINCITRICE

GUARDA LE FOTO PREMIATE 1 - 2

La storia dello scatto.
Andrea, 35 anni, di Castelverde (Cremona), lavora nel campo dell'informatica, è un appassionato di viaggi e un amante della natura. Quella mattina di metà luglio si trovava nel parco marino di Alonissos, in Grecia. "Stavamo facendo il giro dell'arcipelago su una barca a vela, tipica dei pescatori del posto - ricorda - dopo un'oretta abbiamo visto questo gruppo di delfini a 200 metri, grazie al fatto che l'imbarcazione non aveva motore siamo riusciti ad avvicinarci. In un attimo ci siamo trovati circondati: erano da tutte le parti, giocavano e saltavano intorno a noi. E' stata un'emozione fortissima".

I trucchi del mestiere. Insomma, essere nel posto giusto è fondamentale: "Se la foto non è buona, non eri abbastanza vicino" amava ripetere Robert Capa. Ma non basta. "E' stato davvero molto difficile - racconta Andrea - La barca si muoveva, c'era vento e questi animali sono velocissimi. Con me c'erano sei persone e nessuno è riuscito a catturarli. La foto che ho mandato è l'unica riuscita". Quanto ai trucchi del mestiere, sono sempre i soliti: "Per me questo è solo un hobby. Ma sono convinto che l'unico segreto sia fare tanta esperienza - dice il vincitore, che aggiunge senza imbarazzi - poi, per uno scatto ben fatto, ci vuole la giusta dose di fortuna".

IL VIDEO: UN GRUPPO DI STENELLE A LARGO DI MONDELLO

Gli altri vincitori. La giuria del concorso - composta dal giornalista di Repubblica Arturo Cocchi, dal fotografo e giornalista Alfredo Macchi, da Guido Gnone dell'Acquario di Genova, Stefano Manzi della Fipsas (Federazione italiana pesca sportiva e attività subacquee) e dal vicepresidente del Cts, Stefano Di Marco - ha premiato altri 10 concorrenti, a cui vanno altrettante macchine digitali, e ha assegnato 5 menzioni speciali per scatti presi fuori dal Mar Mediterraneo. I criteri sono gli stessi usati per scegliere il vincitore: rarità della specie, difficoltà di avvistamento, valore artistico, qualità delle immagini e difficoltà della situazione di scatto. Tra tutti meritano di essere citati Giorgio Muscetta, per la tartaruga caretta caretta fotografata nella plastica a Gaeta il 16 giugno 2008 e Mario Umiltà, per le belle riprese di un gruppo di stenelle fatte a largo di Mondello, Palermo.

Si ricomincia da un viaggio. Ora al vincitore assoluto, lui che al concorso ha "partecipato per caso, dopo aver visto il sito di Repubblica", resta da scegliere una delle mete messe in palio dal Cts. "Vado sempre all'estero e proprio per questo mi piacerebbe rimanere in Italia. Credo che, lavoro permettendo, andrò a Lampedusa o all'isola di Caprera - racconta Andrea - Quando vedo le foto di quella giornata mi viene voglia di lasciare tutto e ripartire subito verso luoghi incontaminati. E stare solo, in mezzo alla natura".

GUARDA TUTTE LE FOTO DEI LETTORI SELEZIONATE


 
 

Nient'altro che rocce, neve e vento, sparsi su un mare grigio e senza misura. Un arcipelago grande come mezza Europa, piatto come un obitorio, graffiato dall'artiglio di ghiacciai scomparsi, inciso per centinaia di chilometri da indecifrabili striature che la neve riempie tessendo bianche ragnatele. Traiettorie simili a stelle filanti, come se la terra portasse incisi antichi segni celesti. Ecco il labirinto dove è caduto l'ultimo sigillo, l'ultimo segreto del Passaggio a Nordovest.
Qui, nella baia davanti al villaggio di Gjoa Haven nella King William Island, esattamente 105 anni fa, a metà settembre, gli Inuit cacciatori di orsi videro attraccare gli uomini che avevano trovato la strada giusta. I primi stranieri dopo i vichinghi. Roald Amundsen con la sua barca di pochi metri e sei uomini d'equipaggio. Ed è qui, nell'altro Capo Horn, nel luogo cercato inutilmente per secoli e che ha tolto il sonno a Giovanni e Sabastiano Caboto, Henry Hudson, Edward Parry e altri, che si chiude la nostra esplorazione attorno al Polo, circumnavigabile per la prima volta dopo centomila anni.

Nel varco di Bering tra Asia e Americhe abbiamo visto il passaggio a Nordest e quello a Nordovest confluire una tempesta di correnti come cento Mississippi. Sulla costa Nord dei balenieri alascani ci siamo affacciati sulla finestra più impressionante che il nuovo clima ha aperto nella banchisa, una fuga dei ghiacci di trecento miglia verso Settentrione. Ora, dopo gli stretti e il mare aperto, tocchiamo il fondo del labirinto.
L'Artico è peggio del Sahara, dà una più terribile rappresentazione del nulla, specie in questa stagione in cui muoiono la luce e i colori. Dopo le prime deboli nevicate sui licheni, le isole, in controluce, paiono macchie iridescenti di nafta in un mare traslucido come zinco, increspato qua e là da zampate di vento.

La terraferma è un puro miraggio, non ha più consistenza dell'ombra di una nuvola sul mare. L'occhio
non ha niente cui aggrapparsi, e vano sarebbe cercare promontori e falesie come in Bretagna, Irlanda e Scandinavia. La Terra è un ammasso di brandelli stinti, pezzi di biancheria a mollo nella candeggina.

Il nulla comincia molto lontano, nei territori canadesi
del Nordovest, con l'aereo che sorvola un arcipelago di graniti neri affioranti, laghi e foreste, immerso nella pioggia e nella foschia come in un fondale marino. È un cargo con una sezione passeggeri di appena sedici poltrone, così spartano che per fare la pipì in volo i piloti devono attraversare il vano bagagli e raggiungere
la coda del velivolo attraverso una porticina che li obbliga a mettersi quasi carponi.

Il turboelica s'infila in un sandwich tra due strati di nubi; dal finestrino ne seguo la posizione in basso, attraverso l'ombra iridescente appoggiata sul dorso della bambagia. Siamo in nove passeggeri per un viaggio di milletrecento chilometri, come da Milano a Tunisi, e con sotto il niente. Non un paese, non una montagna, non una strada. Lo stato del Nunavut è così, non riesci a prenderne le misure. Contiene
due fusi orari, va dai confini dell'Alaska alle porte dell'Atlantico dove si forma la corrente del Labrador, e quando arriva il gelo le sue isole diventano un'unica,
compatta distesa continentale.

Faccio conoscenza con i primi indigeni; sono una via di mezzo tra il cinese e il pellerossa. Una giovane allatta il suo cucciolo sul sedile accanto e parla così piano che
devo avvicinarmi in modo imbarazzante per capire. Agli Inuit devi parlare a bassa voce, se no si spaventano. Chiedo al comandante Bobby Smith cosa significa volare con questi trabiccoli negli spazi artici. "La stagione peggiore è questa. Arrivano tempeste improvvise, le previsioni sono difficili. Si vola bene o in piena estate o nel cuore dell'inverno".

Atterriamo con vento laterale, l'aereo balla, le rocce di Gjoa Haven sono incrostate qua e là di neve fresca. L'aeroporto è una casetta sollevata da terra su zampette di legno, come uno scarabeo, gli addetti al rifornimento dell'aereo aspettano piegati nelle raffiche, intabarrati in tute pesanti. Le antenne paraboliche
puntano verso il basso, segno che siamo molto in alto sul Pianeta Terra. Il paese è a un chilometro appena, ma nessuno fa volentieri la strada a piedi per via degli orsi bianchi. Tempo fa, su una strada simile delle Isole Svalbard una donna che s'era messa a camminare verso l'aeroporto non è mai arrivata a destinazione.

Mi avvertono subito: qui non si muore, si scompare. Un mese fa due canoisti sono partiti verso il Passaggio a Nordovest e non sono mai tornati. "Avevamo detto state attenti - racconta una giovane di nome Catherine qui in trasferta da otto mesi - gli orsi sono affamati per via del ghiaccio che si ritira, ma loro hanno risposto che gli orsi non si sarebbero curati di loro". Invece l'orso affamato va dove vuole, non per niente lo chiamano Pitsulertaq, che vuol dire "il grande viaggiatore". Orsi americani continuano a passare lo Stretto di Bering su pezzi di ghiaccio, ignorando correnti e cortine di ferro.

Il paese, duemila anime, è un accampamento di prefabbricati con in mezzo una casermetta con mensa, l'albergo Amundsen, dove trovo posto accanto alla lavanderia. Niente internet, niente "room service", ed è meglio così. Meglio non avere filtri tra te e il Polo che scivola verso la notte.

Scendo verso il mare, per poco non inciampo su un cane appiattito nella brughiera. Un micidiale cane da slitta, occhi azzurri e mascelle come tenaglie. Prendo una paura bestia, ma lui è legato e scodinzola. Sento abbaiare intorno, mi accorgo che il paese è circondato di cani legati nella brughiera. Decine di cani. Non hanno ripari, e così ognuno s'è scavato un buco per ripararsi dal freddo. I cani del Polo hanno un rapporto simbiotico con l'uomo, anche se è uno sconosciuto. Si aspettano cibo e una carezza, si mettono subito a pancia all'aria.

Un bambino esce di casa, spara in aria con un fucile-giocattolo, viene a chiedere come mi chiamo e mi porge una palla di neve perché la lanci lontano. I bambini Inuit sono tra i più felici del Pianeta. Sempre liberi, senza regole. A metterli in riga basta una natura feroce.

Il vento porta suono di tamburi, nella sala-riunioni c'è una festa per l'arrivo di una piccola nave russa, la "Akademik Loffe", che vedo alla fonda un po' fuori dalla baia. C'è mezzo paese, l'arrivo di una nave qui è sempre un evento. Due Inuit picchiano su una pelle di fegato di foca, tirata su un cerchio di legno. Il suono è cupo, il canto che l'accompagna ricorda le nenie dei pellirosse del Nord. È lì che apprendo il bollettino dello sfacelo.

Cinquecento chilometri a Nord, un pezzo di ghiaccio grande come Manhattan si è staccato dall'isola di Ellesmere e naviga in rotta di collisione con altre isole. Una fetta del ghiacciaio Markham è letteralmente sparita in mare, in pochi giorni, senza lasciare traccia. Il Serson ha "varato" nell'Artico un'isola di 47 miglia quadrate. Lo stesso con il Ward Hunt, uno dei più grandi della Terra, che ha consegnato al mare un'altra gigantesca zattera bianca e s'è talmente fessurato che ci si aspetta una sua rapida disintegrazione. Paradossale: proprio ciò che ha aperto la strada del Polo rende pericolosa la navigazione.

All'inizio trovo solo conferme. Peter Irniq, l'anziano più autorevole di Gjoa Haven ripete quanto ha già riferito al governo di Ottawa. "In nessun altro posto al mondo il riscaldamento globale ha picchiato così duro... Gli Inuit sono una delle ultime culture di caccia della Terra e le loro abitudini sono sconvolte. Temporali in pieno inverno, buriane in estate e ghiaccio che gela sempre più tardi". Jerry Arqviq: "In passato nessuno mai veniva colto di sorpresa dal tempo. Oggi quando vado a caccia sono obbligato a portarmi scorte di cibo e carburante, perché non si sa mai. I nostri vecchi uscivano in mare aperto perché c'erano periodi lunghi di tempo stabile. Oggi nulla è garantito".

Trovo anziani che discutono animatamente, ma a voce così bassa che sembrano comparse di un film muto. Parla con i vecchi, mi ha detto Ararad Katchikian, un formidabile armeno che allena cani da slitta sulle Alpi e conosce l'Artico come pochi. I vecchi hanno la memoria, gli scienziati no. "Per questo puoi avere sorprese", mi ha avvertito. Sì, perché alla faccia dell'effetto serra, qui d'inverno arriva ancora un mare
di neve, con temperature anche di meno sessanta nello Yukon. E poi in Islanda, in Patagonia, in California e nel Sud dell'Alaska ci sono ghiacciai che crescono, ma nessuno ne parla.

Difatti la sorpresa arriva. C'è un vecchio che è una foresta di rughe, può avere anche novant'anni e scatarra come un minatore con la silicosi. Si presenta come Harry, dice: "My grandfather of grandfather of grandfather...", il nonno del nonno del nonno..., e sembra che scavi a mani nude per cercare qualcosa nel profondo del tempo. "I miei antenati hanno visto estati calde come questa, con gli orsi che non avevano da mangiare... Qallunaag... è arrivato in una stagione come questa, perché il Grande Passaggio era diventato navigabile...".

Qallunaag? Qui vuol dire "lo straniero", ma prima, tanto tempo fa, voleva dire il vichingo, l'uomo barbuto che sbarcò dai drakkar dopo aver toccato la Groenlandia. Qallunaag: letteralmente "l'uomo dalle folte sopracciglia", quale in effetti era l'abitante dei fiordi scandinavi giunto con le lunghe navi. Me l'ha spiegato Gabriella Mossa, una che ha speso la vita a studiare i popoli del Nord. Ma allora, forse, al tempo dei vichinghi faceva già così caldo... e chissà, forse il Polo è già stato circumnavigabile... Ma Qallunaag se
n'è dimenticato, l'uomo bianco ha la memoria corta.

Ma ora anche i giovani Inuit perdono la memoria, mangiano salsicce e ketchup. La spesa a chilometro zero è finita, e pochi vanno a caccia con le regole antiche. "No understand, no good killing baluga kid", dice Foresta di rughe, "non capiscono che non è giusto ammazzare cuccioli di baluga perché la popolazione potrebbe estinguersi". Il vecchio sente i pericoli che circondano il suo mondo millenario. Su un muro c'è un disegno di bambini sul tema: "cosa rende sani". Sono elencate cose come amore, sport, salute, musica, luce elettrica, ma la prerogativa più importante è scritta a caratteri cubitali: "No alcohol".

Scopro che a Gjoa Haven l'alcol ha fatto danni tali che è stato proibito. Il paese è "Alcohol free". Niente vino e birra nemmeno in albergo. Cena monacale alle cinque e mezza, menù uguale per tutti. Sul piatto niente caribù o carne frollita di foca, ma pollo, riso e verdure. Mangio fra i soliti rocciosi tatuati, lavoratori e tecnici in missione, accanto a un quadro con la faccia di Amundsen, unico umano tra effigi di lupi e orsi.

Corey Dimitrik, operaio di Cambridge Bay di discendenza russa, racconta che nel Passaggio a Nordovest arrivano tutti gli originali, solitari o in coppia, a piedi, in kayak, e fanno distanze pazzesche. Apprendo che due mesi fa è passata per Gjoa Haven la prima nave da crociera, tedesca, e che le petroliere, visto il clima che si riscalda, si preparano a passare in Atlantico col greggio dell'Artico. Scenari inconcepibili solo un anno fa. Intanto la Tv trasmette la partita di rugby Toronto-Winnipeg e fuori ricomincia a nevicare.

Annotta. Per strada giovani locali urlano come lupi, fanno sgommare le moto a quattro ruote. Rispondono con rabbia all'inverno che viene e c'è da capirli. La sera, senza un grappino, è come se una pietra tombale ti allungasse sopra un cono d'ombra. Provo lo stesso orrore di uno che è spinto sull'orlo di un burrone, e capisco che in posti così possa venire la tentazione di abbandonarsi fra le braccia di un gelo anestetico per sparire in silenzio.

Visto da qui, a quest'ora e in questa stagione, il riscaldamento climatico pare l'idea scema di scienziati sedentari. Mi chiedo: ma stiamo davvero andando verso il Grande Caldo? E se non è più il Grande Freddo di una volta, allora che cos'è stato l'inverno in passato nelle terre polari? E se tornasse di nuovo il freddo? Michele Rebesco, un ricercatore dell'Osservatorio geofisico di Trieste appena rientrato dalle Svalbard, mi
ha spiegato che, se i ghiacci continuano a sciogliersi, l'acqua del Polo perderà molta della sua salinità, rallentando l'afflusso delle correnti oceaniche e facendo
precipitare nel gelo il Nordeuropa. Pare che tre milioni di anni fa una grande glaciazione sia iniziata proprio in un momento simile al nostro, segnato da un'atmosfera
satura di CO2.

Telefono a una barca a vela italiana che so appena uscita dalle terre del Labrador dopo una crociera di tre mesi e chiedo che tempo fa da quelle parti. Risponde lo
skipper Alfredo Giacon dal porto di Boston. "Fino a una settimana fa abbiamo avuto solo freddo e burrasche. Non c'è stata quasi estate... Il ponte in tek ha perso il
solito colore giallo ed è diventato verde di muschio. Ci sono state mattine in cui non abbiamo potuto mettere il naso fuori... Devo dire che sono sempre meno ottimista sulla possibilità di navigare a queste latitudini".

A notte, sotto il piumino, mi torna il mente una canzone: il Lamento di lady Franklin, la moglie del capitano che qui, a metà Ottocento, sparì nel nulla con due grandi velieri e i loro equipaggi, mentre cercava il Passaggio a Nordovest. "In Baffin's Bay where the whale fish blow...", nella Baia di Baffin dove la balena soffia / nessuno può conoscere il destino di Franklin / il destino di Franklin nessuna lingua lo può raccontare / Lord Franklin dimora tra i suoi marinai". Il vento miagola nelle fessure della finestra, chissà se l'aereo potrà partire l'indomani. Ma poco importa. Sto già pensando a lei, la bianca regina che viene.