Venezia come “Waterworld”, sommersa dall’acqua sempre più spesso e ormai senza speranza. È lo scenario apocalittico tratteggiato da uno studio condotto da Laura Carbognin, ricercatrice presso l’Istituto di Scienze Marine di Venezia, da cui emerge con nettezza un dato: il complesso (e costosissimo) sistema di barriere del Mose potrebbe non funzionare contro il fenomeno dell’acqua alta che, complice il progressivo innalzamento dei mari, potrebbe moltiplicarsi a dismisura da qui al 2100.

Secondo lo studio, che ha preso in esame proprio le previsioni sui cambiamenti climatici mettendoli in relazione con il contemporaneo cedimento del terreno della città (che regge quasi tutta su pali di legno di quattro o cinque secoli fa) , l’acqua alta (ossia quando la marea supera i 110 centimetri) sarebbe non più il fastidioso inconveniente che capita, come oggi, quattro o cinque volte l’anno, ma la norma, con una frequenza stimata dalle 30 alle 250 volte in un anno.

L’impatto sull’ambiente locale sarebbe considerevole: Carbognin lo definisce «un’aggressione insostenibile». Basti pensare all’inquinamento: le acque reflue e gli scarichi fognari rimarrebbero nella laguna cittadina, tra gli antichi palazzi e i portoni delle case, case che a loro volta sarebbero corrose dall’acqua salata molto più che oggi.

Uno scenario inquietante, che però potrebbe addirittura essere ottimista: secondo il climatologo della Nasa Vivien Gornitz, riferisce la rivista New Scientist, il livello del mare sta crescendo più rapidamente rispetto a quanto previsto nelle stime, tanto che il MOSE, che al massimo può far fronte a 60 cm di innalzamento del livello del mare, sarebbe sicuramente insufficiente per evitare un allagamento pressoché perenne della città.

Secondo Carbognin, in ogni caso, Venezia ha bisogno di un rapido sguardo sulle alternative. Ad esempio, il pompaggio di acqua di mare in una falda acquifera sotterranea a oltre 700 metri di profondità sotto la laguna, il che potrebbe «regalare» alla città 30 centimetri di terra emersa ogni decennio.
 
 
La plastica finita negli oceani costituisce una minaccia non solo per il rischio di soffocamento per pesci o uccelli che vi rimangano impigliati o la inghiottano, ma anche perché rilascia sostanze tossiche in grado di influenzare la crescita e lo sviluppo delle specie marine.

Come riposta il quotidiano britannico The Independent infatti i ricercatori dell’università giapponese di Chiba hanno scoperto che la plastica non è così chimicamente stabile come si riteneva quando si trova in un ambiente marino e si decompone in modo relativamente rapido dando luogo a componenti quali il Bisfenolo A e gli oligomeri a base polistirenica (Ps), sostanze che non si trovano in natura.

In particolare, il bisfenolo è in grado di alterare la normale regolazione ormonale degli animali; ma anche il polistirolo - il rifiuto plastico più comune - è in grado di rilasciare numerose sostanze alcune delle quali carcinogene, come i monomeri dello stirene.
 
 
«Sei milioni di persone ogni anno sono costrette a lasciare il proprio territorio a causa dei cambiamenti climatici. Un dato che per il 2050, secondo le stime dell’Unhcr, potrebbe riguardare 200/250 milioni di persone. È questo il profilo dell’emergenza umanitaria degli ecoprofughi, i nuovi migranti costretti a fuggire da desertificazione, inondazioni ed effetti del riscaldamento globale». Lo ha comunicato Legambiente in occasione di Festambiente, festival di ecologia e solidarietà organizzato a Rispescia.

«Secondo le nostre stime - sottolinea l’associazione - la metà dell’onda migratoria sarà causata da catastrofi naturali. Altri 3 di milioni di persone saranno costrette ad emigrare in seguito ai progressivi cambiamenti ambientali, come l’innalzamento del livello del mare e la desertificazione».

«Fino ad ora - afferma Maurizio Gubbiotti, coordinatore della segreteria nazionale di Legambiente - sono state le guerre la principale causa delle migrazioni di massa. Oggi, il riscaldamento globale rappresenta il fattore determinante. Sono circa due anni che il numero dei profughi ambientali ha superato quello dei profughi di guerra, eppure non si riesce a dar loro assistenza in maniera adeguata, perchè giuridicamente non sono riconosciuti ’rifugiatì dalla Convenzione di Ginevra».

«Oltre all’immediata necessità di uno status giuridico per i profughi ambientali - prosegue Gubbiotti - la vera urgenza consiste nel capire che molte questioni legate all’ospitalità e all’accoglienza nei nostri Paesi devono in primo luogo essere affrontate attraverso un serio impegno collettivo nella lotta ai cambiamenti climatici».

«Gli effetti del riscaldamento globale e dei cambiamenti climatici - osserva Gubbbiotti - sono già una drammatica realtà in molti paesi, che hanno pagato un prezzo alto per vittime e sfollati. In Brasile quest’anno sono state 1 milione le persone colpite dalle inondazioni con un numero di sfollati tra 400.000 e 600.000, mentre in 350 mila sono stati colpiti in Namibia dalla recente inondazione dovuta alle piogge torrenziali iniziate dal mese di gennaio scorso. Il 50% delle strade e il 63% dei raccolti è a rischio, con anche gravi danni all’economia e per la sussistenza: secondo l’Onu 544 mila persone potrebbero confrontarsi con un’insufficienza di cibo tra il 2009 e il 2010. Dati poco confortanti anche in Angola dove 160 mila persone hanno subito inondazioni, ma è un numero destinato a crescere. E ancora, in Myanmar il ciclone Nargis nel maggio 2008 ha fatto 140 mila vittime, colpendo anche altri 2-3 milioni di persone e costringendo 800 mila persone a sfollare».

«Anche l’Italia ha iniziato a scontare gli effetti del riscaldamento globale in quanto area mondiale ’a più alta vulnerabilità in termini di perdita di zone umide e in particolare degli ecosistemi e della biodiversità marino-costierà. Legambiente stima che saranno sommersi circa 4.500 chilometri quadrati del territorio nazionale, distribuiti in prevalenza al Sud, dove si concentreranno la maggior parte delle aree che andranno incontro a una progressiva desertificazione. A maggior rischio secondo il rapporto Enea è la Sardegna con il 52% del territorio esposto al pericolo della desertificazione», conclude.
 
 
Nuoto allo stato puro. Senza paura di yacht, barche e gommoni. Insomma, solo voi e il mare. Ormai in Italia è un'esperienza rara, alzi la mano chi si spinge ancora al largo. Pochissimi. Venti bracciate e dietrofront, i milioni di italiani che in questi giorni sono al mare ormai sembrano aver rinunciato. Al massimo si nuota paralleli alla riva. Non vale la pena rischiare la pelle per allontanarsi dalla spiaggia e abbracciare tutta la costa con uno sguardo. E non sono fisime: una settimana fa a Recco, in Liguria, un sub è stato ucciso da un motoscafo pirata, come sulle strade. Le rive sono assediate da bolidi che sfrecciano a pochi metri dai bagnanti. I remi sul gommone per spingersi a riva a motori spenti? Un reperto archeologico, nessuno li usa.

In molti stabilimenti - dalla Sardegna all'Adriatico, alla Liguria - a guardare il mare non provi più un senso di libertà, sembra una scacchiera segnata dalle strisce dei galleggianti: la corsia di accesso per i motori e il limite invalicabile per le imbarcazioni oggi assediano la vecchia piattaforma, traguardo eroico per generazioni di bambini alle prime sfide con il mare.

Il nuoto «puro» sembra ormai attività per temerari. Certo, qualche piccola fuga è possibile. A Portovenere domani il mare sarà chiuso ai motoscafi, tutti a nuoto fino all'isola della Palmaria. Ma è solo un giorno. Per provare l'ebbrezza del nuoto (quasi) senza confini bisogna andare a Camogli. Qui a giugno è nato il Miglio Blu: 1.852 metri di nuoto libero da patemi, ma protetto, come una riserva indiana, da una corsia larga dieci metri che segue il promontorio di Portofino fino quasi a Punta Chiappa.

Un unico consiglio: «I nuotatori possono lasciare scritti nome e ora di partenza sul nostro registro, così, se non li vediamo tornare, andiamo a dare un'occhiata», spiega Federico Dodero, presidente della Rari Nantes Camogli, la storica società che in bacheca ha decine di coppe e che oggi, insieme con il comune di Camogli e il parco di Portofino, ha organizzato il Miglio Blu. Decidete voi che fare, niente è obbligatorio qui, ma nel nuoto puro non sono previsti i bagnini. L'unico limite sono le vostre forze.

All'inizio meglio andarci piano, dimenticatevi Michael Phelps e Federica Pellegrini che ancora avete negli occhi. Provate a nuotare ascoltando i suoni che galleggiano nell'acqua e dentro di voi. Dopo qualche decina di metri arriva puntuale quel tam-tam ripetuto, sempre più veloce: sì, è il vostro cuore. Camogli con le sue case alte, strette, come antichi grattacieli, vi scorre di fianco. L'inizio del percorso vero e proprio è sotto l'albergo Cenobio dei Dogi. E qui, per il nuotatore della domenica, arriva la prima crisi. Lucia Benevolo, 35 anni, insegnante lombarda, si aggrappa a un gavitello: «La corsia è indicata da 37 boe, una ogni cinquanta metri. Il problema è che riportano la distanza da percorrere. Mi scoraggio». Puntate lo sguardo al traguardo, consigliano gli esperti, ma Punta Chiappa, nei giorni roventi d'agosto, compare come un miraggio avvolto nella foschia. Al diavolo, ignorate le spiaggette che occhieggiano dalla vicina riva, credeteci, si può fare.

Il trucco è distrarsi, guardare il fondale. Sembra di essere ai Caraibi: ecco un polpo che peserà due chili. Un banco di pesci pascola sulle rocce. L'acqua è un cristallo verde, riflette la vegetazione che si sporge sul mare. Trecento metri sono già andati. E vi tornano in mente le parole di Dodero: «Da quando si è diffusa la voce stanno arrivando appassionati da tutta Italia».

La metà del percorso è raggiunta, adesso tutto sarà in discesa, anche il mare. Avanti, quindi: sopra di voi c'è la chiesa di San Rocco, più avanti San Nicolò di Capodimonte. Il mare è vostro, gli incontri sono rari: «Mi ritiro», sorride Attilio Frasca, universitario di vent’anni, e punta dritto verso una caletta deserta. Una pompata all'orgoglio che, però, subito si sgonfia quando un tipo sulla settantina vi sfreccia a fianco come un vaporetto. Vabbé, qui l'unico confronto è con se stessi.

«Manca poco», si fa coraggio Rosa Alfonsi, adolescente che ha lasciato sulla spiaggia il fidanzato. Ce la farai Rosa, le case di Porto Pidocchio bracciata dopo bracciata sembrano sempre più grandi. Vai avanti, magari pensando ai tempi in cui i pallanuotisti dello storico Camogli si allenavano qui. Nell'acqua non si lasciano orme, ma pare di vederli, i grandi Giuva Baldini e Vio Marciani. «Nel Dopoguerra come piscina per gli allenamenti avevamo il mare aperto, le partite si giocavano nel porticciolo. Altri tempi, dei motoscafi che oggi assediano il Monte di Portofino neanche l'ombra. Il mare era dei nuotatori», racconta Marciani, 82 anni. Nuotare è così bello che quasi non vi accorgete di aver superato il traguardo.

È fatta, in 50 minuti. Adesso non vi resta che… tornare indietro. Unica alternativa un sentiero verticale sulla montagna. Centinaia di gradini o di bracciate, a voi la scelta, la felicità va un po' scontata.
 
 
La Grotta Azzurra, quella che coi Faraglioni è diventata il simbolo dell’isola di Capri in tutto il mondo, utilizzata come fogna da due operai di una ditta di espurgo. Non è il peggiore degli incubi, ma l'incredibile realtà che l’altra notte si è parata davanti agli occhi dei carabinieri.

I due stavano scaricando in mare, proprio davanti all’ingresso della cavità, i liquami contenuti in un’autobotte poi sequestrata. Avevano adagiato un tubo di gomma nei pressi della scogliera e sversavano il nauseabondo frutto di una giornata di lavoro nelle stesse acque che colmano i sessanta metri ed oltre di uno degli spettacoli della natura più affascinanti.

Le accuse
La coppia di operai - subito arrestata - veniva dalla terraferma, da Castellammare di Stabia, dove ha sede la ditta per cui lavorano. Il più giovane ha 28 anni, l’altro 52. Entrambi sono stati sottoposti agli arresti domiciliari in attesa del processo che dovrebbe svolgersi la prossima settimana. In quella sede dovranno difendersi dall’accusa di deturpamento di bellezze naturali ed illecito smaltimento di rifiuti fognari in zona sottoposta a vincolo ambientale e paesaggistico. Contro di loro anche l’amministrazione comunale di Anacapri, nel cui territorio sorge la Grotta Azzurra, che ha deciso di costituirsi parte civile. Per la «difesa del buon nome della località turistica» e la «tutela igienico-sanitaria dei bagnanti», il Comune assicura inoltre «il proprio impegno nella vigilanza diurna e notturna affinché tali incresciosi episodi non abbiano a verificarsi».

Quando i carabinieri hanno bloccato la coppia di inquinatori, la cisterna del mezzo, della capacità di cinquemila litri, era ormai stata quasi completamente svuotata. Al di là del singolo gesto, il sospetto è che l’episodio della scorsa notte non sia isolato ma nasconda un sistema collaudato di scarichi non autorizzati. I due operai dovranno chiarire alcuni lati oscuri della vicenda e svelare eventuali complicità. I carabinieri hanno infatti avviato un’indagine per stabilire se esistano responsabilità da parte dell’impresa di Castellammare per cui i due erano sull’isola.

Lo smaltimento sull’isola
Qui gli espurghi dei pozzi neri di case private, stabilimenti balneari e esercizi pubblici non collegati al sistema fognario vengono fatti su prenotazione. Il costo si aggira intorno ai 1600 euro a carico. Secondo la procedura, che prevede una serie di controlli, l’autobotte deve tornare carica dall’isola e, una volta sulla terraferma, consegnare il contenuto alle discariche autorizzate. Ma il mezzo sequestrato l’altra notte dai carabinieri era vuoto, il che fa pensare - vista l’impossibilità di far ripartire l’autobotte vuota - che vi fossero altri espurghi da effettuare. Di qui il dubbio degli inquirenti che non si tratti di un episodio isolato.

Intanto da più parti si chiede che vengano effettuate analisi sullo specchio d’acqua: «Abbiamo proprio toccato il fondo. - commenta il presidente di Legambiente Campania, Michele Buonomo -. Questo è un atto criminale, preoccupante ed inaudito. Non si fermano neanche davanti ad una bellezza come la Grotta Azzurra invidiataci in tutto il mondo».
 
 
I turisti non trovano il parcheggio vicino alla spiaggia? E allora via gli alberi della secolare pineta di Tirrenia. A lanciare la proposta di abbattere 70 metri di vegetazione sul litorale per far posto alle auto è stato Antonio Cassone, assessore al personale del Comune di Pisa. Una proposta choc, la sua, che non sembra trovare consensi all’interno della giunta: «È una posizione isolata» si affretta a spiegare il vicesindaco Paolo Ghezzi, garantendo che l’obiettivo resta quello di tutelare la pineta, già provata dalla battaglia con un pericolosissimo insetto, il Mazzococcus, che ha provocato l’abbattimento di seimila pini.

Ma se i politici sembrano compatti nel bocciare la proposta, l’idea trova invece inaspettati consensi tra i titolari degli stabilimenti balneari del litorale, pronti a farsi portavoce delle lamentele dei bagnanti, che approdano alla spiaggia solo dopo estenuanti camminate. «Sono super d’accordo», spiega una delle titolari del bagno Sardegna. E la pineta storica? «Per come è tenuta adesso, tanto vale buttarla giù. Tra gli alberi si trova di tutto, il degrado trionfa sovrano. Ci sono moltissime persone che la usano come toilette, la notte gli extracomunitari ci nascondono i vestiti che poi di giorno vendono in spiaggia. Se questo è il modo di tenere una pineta… Intanto la gente che vuole venire al mare è costretta a fare chilometri a piedi». Posizione condivisa praticamente all’unanimità dai colleghi. «Il mio stabilimento ha un grande parcheggio – spiega Nicola Donati, titolare del bagno Marta, di Marina di Tirrenia – ma non posso ragionare da egoista pensando solo al mio interesse». E allora si butta giù la pineta? «Mica dico di abbattere tutti gli alberi, basterebbe intervenire solo su una piccola fascia. In fondo di pineta ce n’è tanta…».

E se il presidente del parco di Migliarino Giancarlo Lunardi definisce la proposta dell’assessore «impraticabile», i turisti sono divisi. In molti si lamentano della sfacchinata necessaria per arrivare al mare, ma c’è anche chi, come Barbara, fiorentina che da anni frequenta queste spiagge, promette: «Se buttano giù anche uno solo di questi alberi per far posto al cemento, non mi vedranno più».
 
 
Enormi gabbie d'acciaio attraversate da una corrente elettrica a basso voltaggio: è questa una delle possibili soluzioni per frenare la scomparsa dei coralli, sempre più minacciati dai cambiamenti climatici e dall'aumento dell'inquinamento nei mari di tutto il mondo. Secondo gli scienziati del Marine Research Centre delle Maldive, citati oggi dal quotidiano britannico Guardian, con questo sistema si sono avuti risultati incoraggianti.

ALLARME ESTINZIONE - I coralli, affermano i ricercatori, ricrescono rapidamente su gabbie di acciaio sottomarine. Strutture che loro sperano possano essere d'aiuto nel rigenerare le parti di barriera corallina più pregiudicate e nel proteggere alcune parti più vulnerabili della costa dall'innalzamento del livello del mare. Le barriere coralline supportano un quarto della vita sul nostro pianeta e lo scorso mese il noto naturalista-documentarista David Attenborough aveva lanciato l'allarme: gli attuali livelli di Co2 nel mare sono ormai a livelli superiori a quelli massimi che condannano i coralli all'estinzione. Anche se le gabbie di metallo alimentate a corrente elettrica non possono essere la soluzione definitiva al drammatico, globale problema della riduzione delle barriere coralline, queste mostrano risultati promettenti in progetti finalizzati ad aree limitate, contribuendo in alcuni casi al ripristino della barriera nei punti dove i coralli svaniscono più rapidamente.

«ESCA» PER CORALLI - Un team di ricercatori nell'isola di Vabbinfaru, alle Maldive, ha depositato sul fondo marino una grande gabbia di acciaio. La struttura di 12 metri e del peso di 2 tonnellate è connessa a dei lunghi cavi che le mandano una corrente elettrica a basso livello. L'elettricità innesca una reazione chimica che porta il carbonato di calcio che si trova nell'acqua di mare a depositarsi sulla struttura. I coralli, a quanto pare, trovano la cosa «irresistibile» anche perchè usano il calcio per il loro le strutture abitative delle loro colonie e, in breve tempo, la gabbia ne è stata ricoperta.
 
 
Segnali sempre più evidenti di una trasformazione degli equilibri climatici si avvertono in diversi angolo della Terra. Se infatti, da una parte, in India il governo dichiara l'emergenza la siccità, visto che i monsoni si mostrano sempre più deboli e rari sottraendo così un aiuto decisivo che comunque garantiscono all'agricoltura, dall'altra la rivista scientifica Nature segnala che, negli ultimi mille anni, uragani e tempeste tropicali non sono mai state così frequenti nell'oceano Atlantico.

Il governo di New Delhi ha così dichiarato ufficialmente lo stato di siccità in 161 dei 600 distretti della nazione, mentre uno studio internazionale lancia l'allarme sull'esaurimento delle falde freatiche a causa di un eccessivo sfruttamento. A riferirlo è l'agenzia Misna, l'agenzia di stampa internazionale on-line che si avvale della collaborazione di missionari non solo cattolici sparsi in tutto il mondo.

Secondo i metereologi indiani, il nordovest del paese ha avuto un calo delle piogge monsoniche estive (che dovrebbero durare fino a metà settembre) del 42%: del36% nel nordest e del 22% nella parte meridionale del subcontinente, mentre nel centro dell'india sono state registrate il 19% di precipitazioni in meno.

Fonte di grandi disagi, alluvioni e spesso vittime, i monsoni restano di fondamentale importanza per il paese e la sua agricoltura, da cui dipende il 70% degli abitanti, mentre il 60% delle fattorie fa affidamento soprattutto sui monsoni per l'irrigazione.

Pochi giorni fa il ministro delle finanze, Pranab Mukherjee, aveva criticato gli accenti allarmistici dei media, riguardo la siccità, ricordando quella più grave del 1987, che comunque il paese riuscì ad affrontare con ogni mezzo, incluso il massiccio trasporto di acqua via treno da una parte all'altra dell'india.

Le risorse idriche e il loro sfruttamento è l'argomento di uno studio realizzato dagli idrologi dell'ente spaziale americano (nasa), in collaborazione con l`agenzia aerospaziale tedesca, attraverso l'analisi delle immagini satellitari negli stati nordoccidentali del Punjab, Delhi, Rajastan e Haryana, che sono attualmente i più colpiti dall'attuale insufficiente precipitazione.

In quella regione, abitata da 114 milioni di persone, gli esperti hanno calcolato una perdita netta, tra il 2002 e il 2008, di 109 chilometri cubi di acque sotterranee, un decimo delle riserve annuali dell'intero paese. La causa, ipotizzano gli studiosi, non è nell'attuale siccità ma presumibilmente nell'abitudine dei contadini di cercare acqua per l'irrigazione sfruttando in modo eccessivo e non regolamentato le risorse sotterranee.

Quasi all'unisono, dall'altra parte del mondo, la rivista scientifica Nature ha pubblicato uno studio frutto dell'esame dei sedimenti lasciati dagli uragani, fin dal 500 dopo Cristo, durante il loro passaggio sugli stati del Nord America e sui Caraibi.

Utilizzando modelli matematici applicati a metodi di ricerca diversi, per simulare gli eventi del passato, gli scienziati hanno scoperto che la frequenza degli uragani è sensibilmente aumentata negli ultimi 15 anni, superando nettamente la media dell'ultimo millennio.

Un aumento simile si era manifestato solo tra il 500 e l'anno 1000 a causa - a quanto sembra - delle variazioni delle correnti oceaniche conosciute con i nomi di "El Nino" e "La Nina".

Secondo il climatologo dell'università della Pennsylvania e responsabile della ricerca, Michael Mann, l'aumento degli uragani registrato nell'ultimo decennio è dovuto ai cambiamenti climatici e all'incremento della temperatura nelle acqua superficiali degli oceani. "E' una tendenza che si prevede possa peggiorare, con conseguenze gravi per le popolazioni che vivono lungo le coste", ha detto Mann.
 
 
Chiudete gli occhi e immaginate un mondo senza petrolio, dove l'energia è pulita, gli orti producono tutta la verdura di cui si ha bisogno e i supermercati vendono solo cibi a zero chilometri (cioè, prodotti in zona). Poi riapriteli e guardate meglio: un mondo del genere esiste già, è ancora piccolo e imperfetto, ma sta muovendo i primi passi.

Monteveglio, cinquemila anime in provincia di Bologna, è la prima città italiana di transizione. I suoi abitanti si stanno facendo contagiare da un gruppo di ecosognatori che hanno aderito a "Transition town", movimento nato in Irlanda nel 2005 e definito dal Guardian "un esperimento sociale su vasta scala". Oggi in Europa, Giappone, Usa, Canada, Australia, Sud Africa e Nuova Zelanda vivono persone che perseguono lo stesso obiettivo: convertire i centri abitati a un'esistenza ecologica che possa fare a meno del petrolio e dei suoi derivati. Tengono il conto dei barili di greggio estratti, sono certi che la decrescita economica ed energetica sia inevitabile, ma la vedono come un'opportunità. Non alzano la voce e non organizzano azioni dimostrative. Svuotano il mare con un secchiello.

A Monteveglio si praticano quei piccoli accorgimenti che possono migliorare la qualità della vita rispettando l'ambiente: orti in condivisione tra chi ha la terra e chi solo un terrazzo, patate in sacchi di juta per chi non ha spazio, giardini archeologici per specie ormai dimenticate. Chi non ha tempo o voglia di zappare sceglie l'agricoltura sinergica, suda all'inizio e poi guarda crescere, quasi da solo, il suo "orto pigro".

Sono decine le famiglie che aspirando all'autosufficienza alimentare riescono ad evitare i supermercati almeno per frutta e verdura. Altre si uniscono in gruppi di acquisto energetico e installano pannelli solari o impianti fotovoltaici. La vecchia tazza sbeccata, invece di essere buttata, viene affidata al mercatino del riuso che mette in contatto chi cerca e chi offre. L'euro esiste ancora, ma non sarà il solo denaro a circolare: presto potrebbe arrivare anche una moneta locale.

Cristiano Bottone, rappresentante del movimento, spiega che il contagio ecologista, partendo dal basso ha finito con il bussare in municipio: "Gli amministratori stanno lavorando a un piano di riorganizzazione energetica dell'intero paese. Stanno raccogliendo dati per capire quali sono i giorni, le ore e le strade in cui la dispersione è maggiore. Partiranno da lì per ridurre i consumi". Tra i contagiati una fattoria biologica: "Il proprietario sta pensando di trasformarla in una realtà libera dai combustibili fossili". Lentamente, passo dopo passo, in paese si sta diffondendo l'idea che si può vivere in un mondo più pulito. Basta darsi da fare.

Gli eco-sognatori di Monteveglio si sono innamorati di una filosofia nata a Kinsale in Irlanda dove insegnava Rob Hopkins, docente universitario e fondatore del movimento. Da qui l'idea di zone franche, sempre più oil free, è migrata gettando i semi al di là dell'Oceano.

Ad esempio a Sandpoint, cittadina dell'Idaho che ha dato i natali a Sarah Palin, la ex candidata repubblicana alla vicepresidenza degli Stati Uniti. Mentre lei, in Alaska, faceva infuriare gli animalisti con una foto in cui la si vedeva accanto a un'alce abbattuta, i suoi concittadini coltivavano l'orto in cooperativa e si garantivano un'autosufficienza vegetale e biologica. A Bell, in Australia, i residenti si sono messi in testa di acquistare forni a legna e dicono che a guadagnarci non è solo l'ambiente, ma anche il sapore del pane. A Totnes, cittadina inglese nota negli anni '60 come meta hippy, abitano ancora oggi diverse comunità alternative che, insieme a cittadini più tradizionalisti ma comunque ecologisti, cercano di vivere senza combustibili fossili. Hanno cominciato con l'installare su ogni tetto dei pannelli solari e sono arrivati a introdurre una moneta, la Totnes Pound, che serve per acquistare prodotti rigorosamente locali.

"Totnes è diventata la mia seconda città - spiega Ellen Bermann, presidente del movimento in Italia -, ma anche da noi la transizione sta prendendo piede. Abbiamo meno di un anno, ma in questi mesi siamo cresciuti: sempre più persone visitano il nostro sito, partecipano agli incontri, s'inventano nuove pratiche oppure promuovono quelle avviate da realtà diverse, ma con i medesimi obiettivi".

Molti dei transition townies - così si chiamano gli aderenti al movimento - sono iscritti ai Gas, gruppi di acquisto solidale, alle Banche del tempo e ad altre iniziative che considerano in sintonia con il proprio modo di vivere il presente e progettare il futuro. Tra di loro anche Jacopo Fo che, nella sua libera università di Alcatraz, ha ospitato uno dei primi incontri di transizione (VIDEO). D'altronde il padre Nobel si era già immaginato nel libro "L'apocalisse rimandata - ovvero benvenuta catastrofe" una società orfana del petrolio. Lo scambio d'informazioni - sono attivissimi su Internet con un sito wiki, cioè collaborativo - è infatti il primo passo per cambiare le comunità in cui si vive.

Per ora l'unica realtà italiana riconosciuta dalla rete internazionale è Monteveglio, ma gruppi guida sono nati a Granarolo, L'Aquila, Lucca e, ultimo in ordine di fondazione, Carimate in provincia di Bolzano. Altri si stanno organizzando in decine di comuni italiani tra cui Ferrara, Firenze, Mantova, Perugia, Reggio Emilia, Bologna, Bari e anche Palermo, Torino e Roma perché la "Transition town" non è una filosofia adatta solo a piccoli centri. Un esempio? Il quartiere di Brixton a Londra e l'intera città di Bristol.
 
 
Nel Sud del Colorado, nella Riserva indiana Ute, tre bacini d'acqua si sono colorati di verde, verde alga per esser precisi: da lì potrebbe provenire il biocarburante del futuro, un combustibile ricavato da alghe fotosintetiche riducendo al contempo le emissioni di gas-serra. Si tratta dell'impianto pilota, battezzato Coyote Gulch, di un progetto cofinanziato dall'Università di Stato del Colorado (Cus) e da una delle più ricche comunità di nativi americani, gli Ute meridionali.

Da tempo gli Ute cercavano opportunità di investimento in energie alternative che non contraddicessero le loro credenze, ad esempio quella che risorse alimentari ed energetiche non entrino in conflitto mentre al mondo si continua a morire di fame. Esclusi a priori investimenti sul bioetanolo ricavato dal mais, continuavano a ripetersi che "non tutto il verde è buono" finché non hanno incontrato il professore Bryan Willson che insegna ingegneria meccanica presso la Cus e che tre anni fa ha fondato la Solix Biofuels. "L'alga è una fonte ideale per produrre biocarburante - sostengono alla Solix - perché può essere coltivata in climi diversi, usa poca acqua e non toglie terreni all'agricoltura".

Il progetto ha subito affascinato i 1400 membri della tribù dall'ancestrale tradizione erboristica. "È una combinazione tra un vecchio modo di pensare e i tempi moderni. Ci ha ricordato i benefici delle erbe, come la radice di orso (Ligusticum porteri, ndr), che viene raccolta su queste montagne", ha detto Matthew J. Box presidente della tribù che ha investito oltre un milione di dollari in apparecchiature e finanziato per un terzo il capitale da 20 milioni di dollari della Solix. D'altra parte per portare avanti l'esperimento c'era bisogno di terra, CO2 e acqua. Ed è quello che hanno messo a disposizione gli Ute: la loro riserva si trova infatti sopra uno dei più ricchi campi di gas naturale derivato da miniere di carbone.

Il Coyote Gulch sorge proprio accanto a uno degli impianti per il trattamento del gas naturale: le emissioni di diossido di carbonio prodotte dall'industria vengono "riciclate" per nutrire le alghe e l'eccesso di calore viene usato per riscaldare le vasche di coltura di notte e in inverno. Ad accelerare la crescita delle alghe e a diminuire i costi contribuisce poi il fatto che i fotobioreattori sorgano su un altipiano dove il sole splende 300 giorni l'anno e che le alghe vengano coltivate in contenitori di plastica chiusi e allineati verticalmente.

Secondo gli esperti della Solix, le alghe coltivate nei loro fotobioreattori renderebbero ogni anno cinque volte le tonnellate di carburante per ettaro ricavate dalle colture di soia o di mais. Al lancio dell'impianto, Al Darzins, un responsabile del Centro nazionale di bioenergia del Colorado presso il Laboratorio nazionale per le energie rinnovabili, ha però ricordato che produrre un gallone (circa 4 litri) d'olio di alga costa al momento tra i 10 e i 40 dollari ma che occorrerebbe ridurre i costi a 1 o 2 dollari perché diventi commerciabile. Ed è proprio su questo terreno che si gioca la sfida tra le oltre 200 compagnie che oltre alla Solix stanno cercando la maniera più economica e efficace di estrarre "oro verde" dalle alghe.

Lo scorso dicembre anche il governo britannico ha lanciato un progetto simile, anche i colossi petroliferi stanno scendendo in campo: la Chevron già nel novembre 2007, la ExxonMobil appena un mese fa con 600 milioni di dollari, cinquanta volte il capitale della Solix. La concorrenza però non spaventa gli Ute. Fanno affari in 14 Stati e hanno comunque il migliore rating di debito. Finora non hanno mai fatto un passo falso.