L'HANNO battezzata "fast fashion" perché i segreti del suo successo sono gli stessi che rendono immortale il cheeseburger: piace, costa poco e si consuma in fretta. Al prezzo di una maglia da boutique puoi comprarne 20 e cambiarne una al giorno per quasi un mese, sfamando il tuo bisogno di essere cool a morsi da 10 euro.

Questo meccanismo non alimenta solo lo sfruttamento della manodopera, spesso minorenne, ma inquina l'ambiente in modo silenzioso e progressivo. La denuncia arriva dal quotidiano britannico The Guardian che spiega quali siano i danni collaterali della moda usa e getta. Il tabloid riporta i dati raccolti dalla Defra (Department for Environment, Food and Rural Affairs) che ha analizzato l'impatto ambientale di diversi materiali tessili a basso costo. E secondo la quale la "McFashion", con il suo menu a base di jeans&T-shirt, produce ogni anno oltre 3 milioni di emissioni di diossina.

Difficile però contrastare un mercato che vive grazie alla riduzione del potere d'acquisto, capillarizzato con negozi in franchisingda Londra a New York, che non segue la moda ma la detta. Star come Jennifer Lopez e Madonna hanno disegnato la linea di queste collezioni, Kate Moss è stata loro testimonial e il tutto è reso ancora più appetibile da un assortimento pazzesco. Le magliette vendute a 5 euro vengono per lo più fabbricate nei Paesi asiatici e sono fatte in cotone e poliestere. Questo mercato copre l'80% della produzione tessile del pianeta e attutisce i costi di spedizione coast to coast consentendo di risparmiare sulla qualità delle materie prime. 
Vietato però generalizzare e puntare il dito contro un sistema che dà lavoro a milioni di persone e permette a tutti di vestire alla moda. Alexandra Shulman, editorialista di Vogue nel Regno Unito, è a favore della "cheap fashion": "Basta colpevolizzare le case produttrici di moda, trovo meraviglioso che si possa acquistare un vestito da sera per 20 sterline e cambiare abito ogni volta che si vuole. Provate a regalare a una teenager una costosa maglia di qualità: la indosserà una volta e poi tornerà a comprare quel miniabito floreale in fibra sintetica che ha visto in centro... Come darle torto!".

Insomma, secondo la giornalista del prestigioso magazine femminile, la moda usa e getta fa bene all'umore e al portafogli, due aspetti da non sottovalutare nell'era del trionfo degli psicofarmaci.

Daniela Tramontano è invece l'ideatrice del progetto "Il filo che unisce", concorso italiano sulla moda etica e sostenibile che nasce per sensibilizzare designer e consumatori a un approccio etico all'abbigliamento. "Ci sono aziende come la Remei AG che coltivano in India cotone biologico - spiega - nei Paesi asiatici c'è un tasso di suicidi altissimo dovuto alle condizioni in cui si è costretti a raccogliere il cotone, coltivato con pesticidi che provocano tumori e altre malattie. Una maglietta venduta a 10 euro cela un mondo di inguistizie e danni ambientali che noi possiamo solo intuire".

Paolo Zegna, vicepresidente di Confindustria e presidente di Milano Unica, il salone italiano del tessile che aprirà nel capoluogo lombardo il prossimo 16 settembre, è comunque ottimista sul futuro del mercato di qualità. "Nel mondo c'è un numero crescente di consumatori disposti a pagare un sovraprezzo per ricevere in cambio il top - spiega - questo non è in contraddizione con lo sviluppo della 'cheap fashion', direi che va in parallelo ed è su questo binario che dobbiamo attestarci".

Il tessile di qualità italiano ed europeo è eco-compatibile, rispetta normative severe e non causa danni all'uomo con l'utilizzo di tinture cancerogene. I vestiti prodotti da questo circuito costano decisamente di più ma, come dice una famosa pubblicità, ci sono cose che non hanno prezzo.

 
 

Nasce a Portland in Oregon la prima palestra che oltre a pensare ai fisici dei propri atleti pensa al rispetto dell’ambiente producendo energia a forza di pedalate.

Aprirà i battenti venerdì la Green Microgym, un’idea di Adam Boesel, personal trainer e amante dell’ambiente. Sarà la prima palestra negli Usa ad usare insieme all’energia solare, anche quella prodotta dall’uso di attrezzi cardio, come biciclette, tappetini meccanici e step.

Oltre a mantenersi in forma donne e uomini di una delle città più “verdi” degli Usa, potranno aiutare l’ambiente attivando un generatore che converte calorie in energia.

Boesel presenterà nel suo centro fitness anche un nuovo prototipo di macchina “amica dell’ambiente” composta da quattro biciclette collegate ad un piccolo generatore di energia. Ad ogni pedalata, uno schermo mostra sia le calorie che si bruciano, sia i watt che si producono. Secondo Boesel, ogni ciclista riuscirà a produrre dai 200 ai 600 watt all’ora.

Il sistema di iscrizione, inoltre, ha totalmente soppresso l’uso della carta: ogni aspirante membro della nuova palestra “verde” potrà abbonarsi tramite un sistema elettronico “paperless”. « I clienti della Green Microgym dovranno fare la loro parte per aiutare il nostro pianeta -spiega Boesel al Los Angeles Times-. A Portland la gente è sempre più interessata alle iniziative di trasporto pubblico alternativo o al cibo e ad uno stile di vita sano ed ecocompatibile».

 
 

A vederlo librarsi in volo non dà l'idea della solidità e della sicurezza, eppure il velivolo Zephir 6, un prototipo realizzato nel Regno Unito per l'esercito Usa, ha battuto un importante record di resistenza: quello del volo alimentato esclusivamente a energia solare. Lo Zephyr 6 ha volteggiato nel cielo dell'Arizona per più di tre giorni, 82 ore e 37 minuti per la precisione, anche se il record non ha i crismi dell'ufficialità dal momento che non è stato omologato dalla Federazione Aeronautica Internazionale, assente dal test per volere dell'esercito statunitense. LEGGEREZZA - Ingegneri e militari sono entusiasti del risultato. Il velivolo si è dimostrato capace di incamerare durante le ore luminose del giorno energia sufficiente a procedere a velocità costante per tutta la durata del volo notturno. La resistenza interessa non solo la durata ma anche la capacità di sopportare condizioni estreme: il volo è stato effettuato a un'altitudine di circa 18 mila metri, e la struttura ha sopportato senza danni temperature rigidissime (i quasi -70 C in alta quota) e molto calde (i quasi 45 C registrati al suolo nel deserto dell'Arizona). Anche le turbolenze, nonostante la leggerezza dello Zephir 6 (30 kg il peso totale, pochi etti le lunghissime ali) non hanno causato problemi. Ecco un video del decollo e di alcune fasi di volo.

OAS_AD('Bottom1'); CARATTERISTICHE - Lo Zephir 6 è un concentrato di tecnologie all'avanguardia, molte delle quali messe a punto dagli specialisti inglesi di difesa QinetiQ. L'apertura alare raggiunge i 18 metri, e le ali sono state ricoperte con i migliori pannelli solari – sottili come una pellicola. Non è prevista la presenza bordo di equipaggio umano, si tratta quindi di un Drone, che è stato fatto decollare a mano e pilotato da remoto durante tutto il volo. Nel corso del test è stato verificato il funzionamento di un sistema di comunicazione trasportato dallo Zephir, che sarà il motivo principale della sua futura adozione in ambito militare. La prima applicazione dello sviluppo tecnologico che ha portato a questo prototipo è infatti quella di realizzare un ponte per le comunicazioni delle truppe inviate in missione. «Il vantaggio principale dello Zephir è la persistenza in aria – spiega Chris Kelleher, ingegnere della Qinetiq - Un satellite passa sopra la stessa zona di superficie terrestre due volte al giorno, Zephir sorveglia la stessa zona tutto il giorno«. Sembra quindi chiaro che almeno nei suoi primi passi il drone volerà in cerchio sopra la stessa zona. Prossimo obiettivo: allungare il periodo di volo, portandolo fino qualche mese. E dopo le applicazioni militari, si spera che la tecnologia venga estesa anche alle applicazioni più civili.

 
 


I cambiamenti climatici minacciano seriamente le risorse idriche della regione himalayana, dove è in gioco la sussistenza di 1,3 miliardi di persone: l’allarme, questa volta, viene dagli esperti riuniti a Stoccolma in occasione della Settimana internazionale dell’acqua.

La regione montagnosa dell’Himalaya, che ospita la più vasta area del mondo ricoperta di ghiacciai e la più grande zona di permafrost fuori dalle regioni polari, negli ultimi anni ha assistito a un rapido scioglimento dei ghiacciai e a cambiamenti spettacolari in materia di precipitazioni, secondo gli esperti.

«I ghiacciai dell’Himalaya si ritirano più rapidamente che in tutto il resto del mondo», afferma Mats Eriksson, responsabile del programma per la gestione dell’acqua al Centro internazionale dello sviluppo integrato delle montagne.

Come è normale in regioni di questa altitudine, la lontananza e la difficile cooperazione tra i paesi di questa regione complicano gli studi per comprendere questo fenomeno, ha aggiunto Eriksson, secondo il quale è evidente che «la regione è particolarmente colpita dai cambiamenti climatici». «Il ritiro dei ghiacciai è enorme, fino a 70 metri all’anno», precisa.

Anche Xu Jianchu, che dirige il Centro per gli studi dell’ecosistema montuoso in Cina, assicura che i cambiamenti climatici devastano l’Himalaya, sottolineando per esempio che le temperature sull’altopiano tibetano sono aumentate di 0,3 gradi ogni decennio, il «doppio della media mondiale», fa notare.

È tuttavia difficile quantificare le ripercussioni sulle disponibilità di acqua, ma l’impatto è reale nella regione dove i ghiacciai e la neve contribuiscono al 50% dell’acqua che scorre lungo le montagne e alimenta nove dei più grandi fiumi dell’Asia.

L’Himalaya, conosciuta per «essere il tetto del mondo», si estende attraverso la Cina, l’India, il Nepal, il Pakistan, la Birmania, il Bhutan e l’Afghanistan. La catena montuosa costituisce una risorsa importante d’acqua per una delle regioni più popolate del pianeta, che ospita circa 1,3 miliardi di persone censite nel bacino himalayano.

 
 


Dal progetto Neftih2 (New energy for tomorrow intelligent house), che annovera tra i propri partner anche l’Istituto di tecnologie avanzate per l’energia (Itae) del Cnr di Messina, arriva un nuovo modulo abitativo di 20 metri quadrati, dove una lavastoviglie si attiva automaticamente quando i pannelli solari sono al picco del rendimento, in modo da utilizzare energia pulita e a costo zero. Oltre all’uso delle fonti "verdi" di energia per alimentare la casa infatti, la chiave del futuro sarà ottenere il massimo rendimento con il minor impatto sull’ambiente, senza contare i vantaggi economici per la bolletta dell’elettricità. E non si parla solo di elettrodomestici, ma anche illuminazione, riscaldamento e sistemi di allarme. Il segreto sta nella domotica, la disciplina che studia come rendere la gestione della casa «intelligente», aumentando l’efficienza di tutti gli apparecchi, impianti e sistemi utilizzati in casa.

«La costruzione di un’abitazione che produca da sè tutta l’energia di cui ha bisogno, garantendo comunque un comfort elevato è già un risultato di rilievo - spiega Vincenzo Antonucci, ingegnere dell’Itae-Cnr - ma l’utilizzo della domotica nella gestione delle informazioni provenienti dai sistemi di cui abbiamo dotato il nostro prefabbricato (pannelli solari e per il riscaldamento termico, batterie, celle a combustibile, tutti integrati tra loro) consente di immaginare un futuro in cui ci sarà un interscambio continuo di energia tra l’utente e la rete esterna alla quale sarà collegato, in modo da ottenere riduzione dei consumi, diminuzione della produzione di anidride carbonica e scomparsa dei rischi di blackout». Basta pensare all’estate. «Quando i pannelli solari raggiungono il massimo dell’efficienza - spiega l’esperto del Cnr - una parte della corrente elettrica prodotta potrà essere indirizzata all’esterno, nel caso in cui non fosse necessaria agli usi domestici. Viceversa, in inverno si potrà sopperire al loro minor rendimento prelevando dalla rete il fabbisogno di elettricità non soddisfatto autonomamente».

Quella del Cnr è una delle tante iniziative in Italia, spesso in piccole realtà locali, dove esistono già diverse eco-abitazioni. L’ultima inaugurazione di una «casa del futuro» battezzata «Leaf House» è stata a fine giugno nelle Marche, ad Angeli di Rosora, in provincia di Ancona. Oltre ad energia solare e termica, le pareti isolano freddo e caldo, con sistemi avveniristici per l’efficienza energetica e luminosa. Altra casa intelligente è la «Smarthouse Mabo», battezzata a Poppi (Arezzo), in Toscana, lo scorso maggio. Predisposta per la domotica, di classe energetica ’À, ha una spesa annua di energia di circa 600 euro, meno di un terzo rispetto ai quasi 1.900 euro di una casa classica costruita tra il 1995 e il 2005.

Non è da meno il progetto per case popolari riscaldate e illuminate per una spesa di 100 euro l’anno lanciato dal Comune di Crema a maggio. Saranno invece costruiti 70 alloggi eco-sostenibili, fra Foligno (Perugia), Pesaro e Tricase (Lecce) grazie al concorso «abitarECOstruire» promosso da Legambiente e Associazione nazionale cooperative di abitanti/Legacoop. Intanto, in attesa di una eco-casa intelligente per tutti, si può sempre rendere più efficiente quella attuale. Secondo il Wwf un euro investito nella sostituzione dei vetri ne restituisce oltre quattro e un euro speso per isolare i tetti o sostituire caldaie ne rende più di due.

 
 

Sorpresa tra i ricercatori che analizzano i ghiacci artici alla ricerca dell'inquinamento prodotto dall'uomo. Il carotaggio (tecnica che consiste nell'estrarre lunghi cilindri di ghiaccio dal terreno) ha mostrato che l'aria rimasta imprigionata a inizio secolo era più contaminata di cadmio, tallio e piombo di quella odierna. I ricercatori del Desert Research Institute hanno iniziato gli scavi in Groenlandia con il preciso intento di creare una mappa cronologica della qualità dell'aria negli ultimi tre secoli. Gli scavi sono andati in profondità e le carote di ghiaccio estratte hanno permesso di risalire fino all'aria del 1772. Nelle attese degli studiosi il periodo più inquinato sarebbe dovuto essere il decennio 1960-70, epoca in cui il problema dell'inquinamento balzò all'attenzione dell'opinione pubblica. Invece cadmio, tallio e piombo abbondano nell'aria che si respirava in Groenlandia a inizio Novecento. I risultati sono stati pubblicati sui Proceedings of the National Academy of Science. OAS_AD('Bottom1'); FUMO DI LONDRA - Altro che belle époque: per l'Europa l'atmosfera non era certo della più salubri: la seconda rivoluzione industriale portò un po' ovunque per il continente – e soprattutto quella parte che si affaccia all'Oceano Atlantico – fabbriche alimentate a carbone. Sulla costa orientale degli Stati Uniti non si stava molto meglio. Il risultato di tanto carbone combusto è che la concentrazione di cadmio, tallio e piombo era fino a cinque volte superiore a quella odierna, e ben dieci volte di più rispetto all'era pre-industriale. I professori a capo della ricerca, Joseph MacConnell e Ross Edwards, seppur sorpresi invitano a non travisare il significato dei risultati. Ancora oggi i livelli dei tre pericolosi metalli nell'aria sono preoccupanti e il miglioramento, dovuto ai migliorati metodi di combustione e al passaggio agli idrocarburi liquidi, riguarda esclusivamente il Nord Atlantico; «Altre regioni artiche potrebbero registrare dati diversi e aumentati decisamente negli ultimi anni – commenta Edwards - ad esempio a causa della rapida crescita delle economie asiatiche basate in larga parte ancora sul carbone».

 
 

Google non cerca solo il mondo sulla Rete, ma cerca anche nuove soluzioni energetiche nel mondo. L’ultima frontiera esplorata dal popolare motore di ricerca è la tecnologia geotermica: Google, scrive l’Independent, sta investendo 10 milioni di dollari per produrre energia elettrica sfruttando il calore della Terra attraverso un tipo di tecnologia innovativa. L’azienda americana ha già speso centinaia di milioni di dollari nelle cosiddette fonti energetiche alternative, o “verdi”, come l’energia solare, l’eolica e ora quella geotermica.

«È disponibile 24 ore su 24 sette giorni su sette ed è potenzialmente sviluppabile in tutto il mondo. Pensiamo davvero che potrebbe essere un “killer app” nel settore energetico», dice Dan Reicher, capo delle iniziative energetiche di Google. “Killer app” è un termine usato per descrivere i software rivoluzionari.

Il nuovo “app”, chiamato “enhanced geothermal systems” o EGS, sviluppa la tecnologia del secolo scorso che sfruttava l’energia geotermica proveniente da geyser e vulcani per creare elettricità. Con EGS, gli ingegneri perforano il suolo per creare i loro “sfoghi geotermici” in cui versano acqua che con il calore si trasforma in vapore che alimenta una turbina.

«Se perfori abbastanza in profondità, puoi avere rocce bollenti ovunque», spiega Richer. Certo, per contenere i costi, è meglio trovare rocce calde che siano il più vicine possibile alla superficie. Gli investimenti passati di Google in energie “verdi” comprendono 20 milioni di dollari per due compagnie di energia solare, la eSolar Inc e la BrightSource Energy Inc. Altri 10 milioni di dollari sono stati investiti nella compagnia di energiea eolica Makani Power Inec.

 
 

Il balenottero trovato domenica scorsa nella baia di Sydney è stato soppresso stamattina con una massiccia dose di anestetico. Il video del piccolo cetaceo mentre col muso strofinava lo scafo di uno yacht scambiandolo per la madre aveva commosso il giro del mondo. La decisione di sopprimere il cucciolo è stata presa dopo che i veterinari avevano stabilito che era troppo affamato e indebolito per sopravvivere.Troppo piccolo per fare a meno della mamma.

LA GALLERIA FOTOGRAFICA - IL VIDEO

I ranger australiani avevano tentato di riportare al largo il cucciolo di megattera di appena tre settimane nella speranza che trovasse una madre adottiva fra le balene che migrano verso nord, ma l'animale è tornato verso riva e quando le sue condizioni si sono rapidamente aggravate è stato deciso di mettere fine alle sue sofferenze.

Un gruppo di manifestanti si era raccolto sulla spiaggia per protestare contro l'uccisione del balenottero, ma il dipartimento dell'ambiente ha difeso la decisione, affermando di aver fatto tutto il possibile per salvare l'animale, e che erano state esaminate tutte le possibili soluzioni, compresa quella di ''rimorchiarlo'' al largo con natanti della marina militare, prima che le sue condizioni peggiorassero definitivamente.

 
 

«La Gran Bretagna è la sesta maggiore importatrice di acqua al mondo». È quanto emerso nel dossier di “UK Water Footprint”, lanciato dal Wwf, in occasione della settimana mondiale dell’acqua in corso a Stoccolma. Gli inglesi consumerebbero, infatti, per bere e per l’utenza domestica 150 litri d’acqua al giorno. Un consumo virtuale al quale bisognerebbe aggiungere quello nascosto nell’abbigliamento e in altri beni e che porterebbe al calcolo del valore reale di ben 30 volte superiore: 58 vasche da bagno piene d’acqua ogni giorno.

«Lo studio ci dimostra che solo il 38% dell’acqua usata dai cittadini britannici proviene dai fiumi, dai laghi e dal sottosuolo del Regno Unito - ha spiegato il direttore generale del Wwf, Michele Candotti. - Il resto è importato e si nasconde nei beni primari e di largo consumo che il paese compra dall’estero. Il paradosso è che moltissimi di questi prodotti provengono da aree del mondo in cui le risorse idriche sono già sotto stress o lo diventeranno presto».

Dai dati emersi dal dossier: per coltivare un pomodoro importato dal Marocco servono 13 litri d’acqua, in una tazzina di caffè se ne nascondono 140, in una camicia di cotone del Pakistan o dell’Uzbekistan 2.700, provenienti dal fiume Indo o da altri corsi d’acqua che alimentano il Lago di Aral nell’Asia Centrale. Gli eccessivi prelievi per l’irrigazione dei campi di cotone, inoltre, hanno significato per il Lago di Aral una perdita d’acqua del 60% in estensione e dell’80% in volume, negli ultimi 40 anni, con conseguenti danni alle comunità locali e alla biodiversità (il delfino d’acqua dolce presente nell’Indo corre il rischio di estinguersi).

«Non è intuitivo pensare - ha continuato Candotti - che ci voglia più acqua per nutrirsi e vestirsi, di quanta non sia necessaria per dissetarsi o lavarsi. Eppure in ciò che mangiamo, negli abiti che indossiamo sono contenuti incredibili quantità di prezioso oro blu. Per questo è necessario che governi e aziende private identifichino presto le regioni del pianeta a rischio di stress idrico e adottino soluzioni adeguate per un uso sostenibile dell’acqua».

Il Wwf Uk incoraggia, dunque, alcune delle maggiori aziende britanniche, come Marks and Spencer, a calcolare la propria impronta ecologica dei consumi d’acqua. Un calcolo che stabilisca quanta acqua viene consumata sia per i processi produttivi che per lo stoccaggio e l’approvvigionamento. Questo include quella prelevata dai fiumi britannici e dai fiumi dove le materie prime crescono o sono lavorate.

In India e Pakistan il Wwf sta lavorando con gli agricoltori che coltivano piante con grossi fabbisogni idrici quali il riso, il cotone e la canna da zucchero per mettere a punto pratiche agricole che riducano la necessità d’acqua pur mantenendo elevati livelli di produzione. Per la canna da zucchero, ad esempio, si è raggiunta una riduzione dell’uso di acqua del 40% con un aumento della produzione di un terzo.

 
 


Un professore di geografia dell'Università tedesca Mainz, Hans-Joachim Fuchs, sostiene di aver messo a punto un nuovo sistema in grado di rallentare, se non addirittura bloccare, lo scioglimento e l'arretramento dei ghiacciai. Il metodo si basa sulla cattura di particolari venti freddi che si formano sui versanti delle montagne e di indirizzarli verso i ghiacciai in pericolo, così da raffreddarli.

In particolare, Fuchs ha ideato un sistema fatto di schermi in grado deviare i venti chiamati "catabatici" in punti prescelti dei ghiacciai, in particolare sui loro fronti, che solitamente sono le aree più a rischio scioglimento. Tali venti sono noti per essere particolarmente freddi, in quanto si formano quando sulle creste delle montagne l'aria si raffredda e, diventando più pesante di quella sottostante (più calda), precipita lungo le pareti delle montagne, esattamente come fosse un fiume di acqua. I pannelli messi a punto da Fuchs sono in grado di deviare tali masse d'aria fino a farle giungere là dove i ghiacciai mostrano il maggior pericolo di arretramento.
Sottoposti a flussi più o meno continui di aria fredda i ghiacciai rallentano il loro scioglimento. Ci si potrebbe opporre così al loro arretramento, che in questi ultimi anni, in seguito al riscaldamento globale, risulta essere generalizzato in tutti i continenti.

Ai primi di agosto il professor Fuchs e un team di 27 tra ricercatori e studenti ha realizzato un prototipo del sistema "cattura-venti" sul Rhonegletscher, uno dei più noti ghiacciai svizzeri, quello del Rodano. Gli studiosi hanno posizionato un "deviatore del vento" lungo 15 metri e alto 10, ad una quota di 2.280 metri. "Sicuramente il sistema raffredderà così tanto la porzione di ghiacciaio che abbiamo scelto come test, da rallentare al massimo il suo arretramento o, addirittura, da bloccarlo del tutto", ha spiegato Fuchs.

Fino ad oggi gli unici tentativi eseguiti per tentare di rallentare lo scioglimento dei ghiacciai avevano seguito la strada della copertura della superficie con teli che bloccavano l'arrivo sul ghiaccio della radiazione diretta dei raggi solari. Esperimenti del genere sono stati eseguiti anche sul Ghiacciaio dei Forni in Valtellina ad opera dell'Università di Milano. "Il sistema, pur avendo dimostrato che può funzionare, può essere utilizzato solo su piccole porzioni di ghiacciai, là dove, ad esempio, si vogliono proteggerne delle porzioni per evidenti interessi turistici", ha spiegato Martin Funk, glaciologo al Technical Institute di Zurigo (Svizzera). Lo stesso ricercatore tuttavia, è alquanto scettico anche a proposito dell'innovativo sistema messo a punto da Fuchs. "L'azione diretta dei raggi solari sul ghiaccio è assai superiore a quella contrastante dell'aria fredda dei venti catabatici e quindi penso che l'idea di rallentare lo scioglimento dei ghiacciai soffiandoci sopra aria fredda sia alquanto strana", ha continuato il ricercatore svizzero.

Fuchs comunque insiste nel dire che il suo esperimento darà significativi risultati e per l'anno prossimo, se troverà la giusta attemzione economica, effettuerà esperimenti su più grande scala.