Potamogeton. Il nome non dirà nulla alla maggior parte di voi, ma se siete passati sui lun­garni nelle ultime settimane non avete potuto fare a meno di notarla. È la pianta acquatica che è cresciuta lungo le rive dell’Arno e che sembra soffoca­re l’acqua, aiutare il ristagno, che raccoglie sporcizia e qual­che pesce morto. Potamageton e alghe microscopiche (e forse le gigantesche cozze anodonti) sono cresciute a dismisura complice il caldo e la scarsa portata del fiume, tanto da ostacolare i canottieri quan­do remano tra Ponte Vec­chio e ponte San Niccolò. Un problema non solo «estetico», a rischio è l’ecosistema, ma presto si interverrà. Palazzo Vecchio, infat­ti, ha deciso di tagliare le piante acquatiche infestanti nel tratto tra San Niccolò e il ponte Santa trinita, ma non so­lo. Ponendo fine ad infiniti rim­palli e polemiche, lunedì firme­rà un protocollo con la Provin­cia per dividersi le spese per la pulizia e la manutenzione delle acque e delle rive, mettendo fi­nalmente chiarezza su una vi­cenda che si trascina da anni. «La fioritura delle piante, che non sono alghe come co­munemente si pensa — spiega il direttore dell’ambiente di Pa­lazzo Vecchio, Pietro Rubellini — ci è stata segnalata anche da alcuni cittadini ed effettiva­mente c’è un rischio di eutrofiz­zazione di alghe e piante nel fiume, togliendo ossigeno ai pesci e peggiorando la qualità delle acque. Così abbiamo deci­so di intervenire d’urgenza nei primi giorni di agosto, taglian­do le piante per un’azione pre­ventiva che eviti appunto ogni futuro rischio per l’Arno».

OGNI ESTATE LA STESSA STORIA - La questione dell’eccessiva cresci­ta delle piante si ripete ogni estate: perché non si è agito pri­ma? «C’è un vecchio problema di competenze non chiarite — risponde Rubellini — nel sen­so che il Comune non ha com­petenza sul regime idraulico, ma solo sulla pulitura dei ri­fiuti e le piante e le alghe non sono rifiuti. Ma la nuo­va amministrazione ha de­ciso di affrontare la que­stione e la segreteria del sindaco ci ha invitato ad agire d’urgenza. Parallela­mente — continua il massi­mo responsabile della direzio­ne ambiente — lunedì firmere­mo un protocollo con la prote­zione civile della Provincia per la divisione delle spese e per in­tervenire nei prossimi anni in maniera condivisa dal momen­to che l’eutrofizzazione può di­ventare anche un problema per il deflusso delle acque». Nessun rischio per i pesci o per la qualità dell’acqua? «No. La diga di Bilancino garantisce la corrente minima vitale del fiu­me, rilasciando sei metri cubi di acqua al secondo e dopo le piogge della primavera e di maggio e giugno la diga ha au­tonomia fino a settembre inol­trato. Comunque proprio per evitare rischi futuri vareremo il taglio d’emergenza: bastano qualche migliaia di euro, po­chi giorni e forse chiederemo aiuto ai Canottieri».

CITTADINI PREOCCUPATI - I cittadini hanno telefonato anche ad Arpat, l’ente regiona­le di controllo sull’ambiente. «Il 6 luglio siamo stati sul fiu­me ed abbiamo effettuato alcu­ni prelievi — spiegano da al­l’ente regionale — rilevando anche una forte presenza di al­ghe microscopiche cloroficee, oltre che delle piante ben visi­bili dalle spallette dell’Arno, della famiglia dei Potamoge­ton. Giovedì e venerdì effettue­remo ulteriori analisi sul fiu­me; anche perché ci è arrivata una segnalazione della presen­za di anodonti, le grandi 'coz­ze' che stanno sul fondo dei fiumi ed emergono solo quan­do sono morte». Le anodonti (che possono superare i 15 cen­timetri di lungehzza) sono «ar­rivate » nel 2008 nel Bisenzio e se la loro presenza nel tratto di Arno fiorentino fosse confer­mata significherebbe che c’è un nuovo inquilino vicino Pon­te Vecchio, meno visibile delle nutrie ma altrettanto alieno al­la storia di quello che era defi­nito il «fiume d’argento». Via le piante e il loro brutto impatto, dunque, una situazio­ne che in futuro non si dovreb­be più ripetere; via quasi tutto il Potamogeton, ma — speria­mo — senza allontare i tanti uccelli trampolieri che ormai da anni abitano l’«isola» di San Niccolò e fanno la goia di turisti e bambini.
 
 
L’educazione ambientale sbarca nelle scuole italiane. Questa mattina a Palazzo Chigi il ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Mariastella Gelmini e il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, hanno firmato infatti la Carta d’Intenti “Scuola, Ambiente e à” per promuovere tra i giovani l’educazione ambientale e il consumo sostenibile. Per realizzare l’iniziativa i due ministeri stanzieranno complessivamente un milione di euro per il prossimo anno scolastico (2009-2010).

Il progetto si inserisce all’interno della nuova materia di “Cittadinanza e Costituzione” che interesserà dal prossimo anno tutti gli studenti delle scuole di ogni ordine e grado. A settembre, infatti, nel primo giorno di scuola verranno rese note le linee guida dell’iniziativa che porterà in classe anche i temi del ciclo dei rifiuti e della lotta alle ecomafie.

«Oggi - afferma la Prestigiacomo - è una giornata importante per il ministero dell’ambiente. Si tratta di un primo passo e dell’avvio di un percorso che permetterà di sensibilizzare i giovani all’ambiente» sottolinea ancora il ministro ringraziando il ministro Gelmini per sua grande sensibilità su questo tema. «La nostra generazione - rileva il ministro - non ha avuto un insegnamento sulla cultura ambientale a scuola che avrebbe impedito un’emergenza come quella in Campania».

Il comportamento della singola persona, sottolinea ancora Prestigiacomo, «è fondamentale. È per questo che il governo scommette sulle nuove generazioni e sull’educazione ambientale. È importante - rileva la Prestigiacomo - capire sin da bambini come si può aiutare l’ambiente e i bambini ci aiuteranno, noi adulti, ad essere più precisi».

Questo progetto, sottolinea dal canto suo Gelmini, «è stato voluto fortemente dal ministro Prestigiacomo e si inserirà nella nuova materia “Cittadinanza e Costituzione”. Permetterà di promuovere il tema ambientale, il consumo sostenibile, la conoscenza sul ciclo dei rifiuti e sulla lotta a tutte le ecomafie». L’iniziativa, aggiunge Gelmini, «permetterà di far crescere nei più piccoli la cultura ambientale, la legalità. È nei piccoli gesti quotidiani, nelle piccole attenzioni che si può determinare una qualità ambientale migliore di quella di oggi».

Prestigiacomo e Gelmini, inoltre, hanno presentato due concorsi. Il primo, “Le cose cambiano se...” è dedicato alle scuole dell’infanzia e alle scuole primarie e raccoglierà in una pubblicazione le migliori proposte dei bambini per la tutela dell’ambiente e del paesaggio attraverso manifesti, fotografie e disegni. Il secondo “Scuola, Ambiente e Legalita”, prevede invece la realizzazione da parte degli studenti di una campagna di comunicazione sul ciclo dei rifiuti, il consumo sostenibile e la lotta alle ecomafie.
 
 
Lo sfruttamento dei mari è al limite, denunciano le organizzazioni internazionali, e l’unica scelta, se vogliamo ancora pesce in tavola, è l’acquacoltura. Visti i tassi di crescita, potrebbe presto diventare l’unica fonte di prodotti ittici, persino a buon mercato. Un recente rapporto della Fao, l’ente dell’Onu sull’alimentazione, calcola che nel 2006 il 47% dell’intero consumo mondiale giungeva dalle «fabbriche del pesce». Nel 2002 era 13,2%, e appena il 6% nel 1970.

«L’acquacoltura è il settore alimentare che sta più crescendo nel mondo - spiega il professor Uxío Labarta del Csic, il più prestigioso ente scientifico spagnolo -. Bisogna creare però un modello di crescita sostenibile perché la piscicoltura danneggia gli eco-sistemi litoranei». In ogni caso, l’allarme della Fao lascia poche vie d’uscita, anche perché alla fine del XXI secolo gli abitanti del pianeta saranno 9 miliardi. «Il 19% delle risorse è ipersfruttato, il 20% è moderatamente sfruttato, l’8% è esaurito, il 52% è dentro limiti di cattura sostenibile, l’un per cento in via di recupero», denuncia l’agenzia delle Nazioni Unite.

L’allarme arriva anche dalla Ue, che nel documento «Riflessioni sulla Politica Ittica Comune» sottolinea: «L’80% delle nostre riserve è pescato così intensivamente che il suo rendimento è ridotto». E la ecologista Oceana aggiunge: «La pesca eccessiva ha svuotato i mari europei, il 69% delle nostre riserve sono in via di esaurimento». Greenpeace ha poi stilato la lista di 15 specie che diventeranno introvabili: pescatrici, gamberoni, tonni, sogliole.

Ogni anno vengono pescate oltre 90 milioni di tonnellate di pesce, ma nel Mediterraneo soltanto 1,5. Per goderci squisitezze come branzini e rombi, salmoni e orate, dovremo sempre più affidarci a «stabilimenti» come quello di Mira, in Portogallo. Inaugurato lo scorso 21 giugno, proprietà della maggior multinazionale spagnola, Pescanova, è la più grande «fabbrica di pesce» al mondo in mare aperto: 3,5 km di lunghezza. La produzione di rombi prevista per quest’anno è di 3500 tonnellate, l’anno prossimo raddoppierà.

Sempre Pescanova (che ha fatturato nel 2007 1,3 miliardi di euro) sta per lanciare, stavolta sulle coste del Monzambico, una maxi-«fabbrica» di pangasio, pesce vegetariano «low cost» di acqua dolce: vuole portarne sul mercato 10 mila tonnellate annue. «La popolazione mondiale aumenta, consuma sempre di più pesce, noi soddisfiamo questa richiesta - rivendica Enrique de Llano, responsabile all’Acquacoltura della holding iberica -. Consumiamo ogni anno 2 milioni di tonnellate di salmone, quantità che non sarebbe mai possibile pescare nei mari».

E il sapore? Be’, i palati più raffinati dovranno accontentarsi. «Nell’alta cucina, non concepiamo altro pesce che quello selvaggio che sa di iodio, di alghe», sospira il grande chef basco Andoni Luis Aduriz. Non tutti comunque sono così critici. «In assaggi alla cieca, è impercettibile la differenza tra un rombo pescato ed uno di piscifattoria», assicura De Llano.

Il problema è che per garantire la produzione, bisogna nutrire i pesci d’allevamento (12 razioni al giorno) con farina di pesce. «L’acquacoltura ha una faccia nascosta e non è una alternativa alla pesca industriale per il suo consumo di farine, con i suoi scarichi non depurati e per la sua occupazione dei migliori posti della costa», accusa l’organizzazione ambientalista galiziana Adega. Ribatte Labarta: «Il 70% delle farine di pesce è destinato alla produzione avicola e suina, la cui sostenibilità non è messa in discussione da nessuno».
 
 
Una clinica veterinaria dedicata solo ai cani randagi, oppure a quelli che sono stati abbandonati. Un posto, insomma, dove anche i cani senza padrone, rimasti feriti e momentaneamente accuditi da un'associazione o magari da un passante, potranno essere visitati gratuitamente da un veterinario. Un'occasione non solo per salvare vite, ma anche per evitare, ad esempio, che cani affetti da malattie finiscano per trasmettere l'infezione a molti altri.

VETERINARI IN CAMPO - L'idea di un ospedale per i randagi – il primo di questo genere in Italia - è venuta a un gruppo di medici veterinari di Ancona, coordinati dal dottor Luca Giovagnoli. Gli specialisti, insieme all'associazione di volontariato «Rapid dogs rescue» di Mantova, hanno poi lanciato una raccolta fondi su Facebook per finanziare il loro progetto. La sede della «Vet Rescue», così si chiamerà la struttura, sarà ad Ancona, in via delle Grazie 50. I lavori di ristrutturazione sono partiti in questi giorni. La clinica dovrebbe aprire al pubblico entro quattro mesi. Nel frattempo, lo staff di Giovagnoli ha già potuto realizzare degli interventi di sos su alcuni cani in difficoltà. L'obiettivo dei fondatori è di rendere la clinica un punto di riferimento a livello nazionale, soprattutto per le associazioni ambientaliste che necessitano di assistenza veterinaria e la speranza, per il futuro, è di creare centri analoghi in altre regioni. «Non è in alcun modo nostra intenzione sostituire l'operato delle Asl – scrivono i fondatori su Facebook - ma solo di facilitare la vita di quei volontari ed associazioni che ogni giorno devono sopperire alle mancanze delle stesse Asl, con i propri soldi».

EMERGENZE H24 - La clinica garantirà servizio 24 ore su 24 e i veterinari interverranno anche in caso di emergenza, di notte e nei giorni festivi. La «Vet Rescue» sarà dotata di una sala visita e di una sala chirurgica, di un laboratorio analisi e della stanza per la radiologia. Le visite gratuite saranno riservate ai randagi. Ma chi sosterrà economicamente il progetto, con una donazione minima di 35 euro, otterrà in cambio il programma vaccinale di base, per un anno, per il proprio animale domestico, più una visita di controllo annuale gratuita. Inoltre, gli studenti di veterinaria desiderosi di fare tirocinio, saranno i benvenuti. Se il progetto non dovesse andare in porto, l'intera cifra raccolta sarà devoluta all'Ente nazionale protezione animali.

GLI ISCRITTI SU FACEBOOK - La pagina dedicata alla «Vet Rescue» su Facebook ha riscosso un gran successo: 3 mila 364 iscritti, che crescono di giorno in giorno. Le donazioni, invece, latitano: meno di mille euro, per il momento. Il tempo, però, stringe: «La struttura dovrà essere completata definitivamente entro 4 mesi, pena la decadenza delle varie autorizzazioni e del progetto stesso» scrivono i responsabili della “Rapid Dogs Rescue”. Sul sito dell'associazione tutte le modalità per inviare un contributo.
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Il governo del Ghana ha firmato un accordo con una società britannica, la Helveta, per fermare l'esportazione di legname tagliato illegalmente, nella speranza di salvare le foreste del Paese dal disboscamento selvaggio. Presto, su tutti gli alberi del Ghana sarà applicato un codice a barre che consentirà di monitorare, attraverso un software specifico, eventuali esemplari mancanti.

NUOVO CONTROLLO - «Questo sistema permetterà non solo ai governi e alle aziende, ma anche alle Ong e alle Comunità locali, di controllare eventuali irregolarità», ha spiegato Fredua Agyeman, direttore tecnico per il settore delle foreste al ministero dell'Ambiente. Negli ultimi anni, il Ghana è stato uno tra i pochi Paesi africani a siglare un accordo con l'Unione europea, tra i principali importatori di legname, che prevede l'istituzione di un sistema di licenze per garantire che siano rispettate le leggi in vigore nei Paesi produttori.
 
 
Sono passati alla storia come grandi domatori d’una natura avversa, eppure lo splendore degli Inca non avrebbe continuato a brillare fino a noi senza l’aiuto del bel tempo, il drastico cambiamento climatico verificatosi durante l’impero della maestosa civiltà precolombiana che alterò l’ecosistema andino per oltre 400 anni. A rivelarlo è uno studio del French Institute for Andean Studies di Lima che, esaminando i sedimenti depositati sul fondo del Marcacocha, il lago nei pressi di Cuzco a 3500 metri sopra il livello del mare, ha messo in relazione l’innalzamento della temperatura registrato tra il 1100 e il 1533 con lo sviluppo dell’agricoltura in zone di montagna mai utilizzate prima. «Gli Inca erano estremamente organizzati e avevano un sofisticato sistema gerarchico ma non sarebbero andati lontano senza il surriscaldamento del clima» dice al Times Alex Chepstow-Lusty, il paleo-ecologo che ha curato la ricerca.

Seguendo l’espansione degli alberi fin sulle vette, gli architetti, che a breve avrebbero progettato la capitale sul Machu Picchu, ridisegnarono il paesaggio in modo da ottimizzare il rendimento del terreno. Scolpirono terrazze coltivabili sui fianchi delle alture impervie; studiarono una rete di canali per l’irrigazione sfruttando la riserva d’acqua garantita dallo scioglimento del ghiaccio; lastricarono di pietre 5230 chilometri per costruire l’Incas Royal Road, la più grande strada del mondo che, racconta l’archeologo americano Victor von Hagen nel saggio La Grande Strada del Sole, sommata alla costiera, li portò ad allargare la propria influenza dall’attuale Colombia agli altipiani del Cile.

«La particolare situazione ambientale creò il perfetto incubatore per l’ascesa di quella civiltà» continua il professor Chepstow-Lusty. Grazie all’abbondanza di granturco e patate gli Inca, circa 8 milioni di persone, riuscirono a liberare energie dai campi e a concentrarle nell’edilizia, nell’amministrazione pubblica, nell’esercito. Quando nel 1533 sbarcarono gli spagnoli, resistettero dieci anni prima che le divisioni interne e la diffusione di nuove malattie segnassero il tramonto dell’impero.

«E’ vero che cambiamenti climatici relativamente ridotti possano in una prima fase risultare utili, soprattutto nelle zone estremamente fredde» ci spiega Bob Ward del Grantham Research Institute on Climate Change della London School of Economics. In Siberia, per esempio: «L'innalzamento della temperatura potrebbe da principio agevolare le condizioni di vita. Guardando al lungo corso però, il parallelo costi-benefici è improponibile. Inoltre oggi il clima muta assai più rapidamente rispetto agli standard geologici». Agli Inca il sole fu lungamente amico, un privilegio eccezionale. Basta tornare indietro al 880 per trovare i Wari, civiltà andina precedente, annientati dalla siccità.
 
 
Il livello degli oceani è destinato ad aumentare e i paesi situati al livello del mare come il Bangladesh e le città poste alle foci dei fiumi potrebbero vedersi coinvolti in allagamenti catastrofici. Un nuovo studio dell’università britannica di Bristol conferma in parte le previsioni dell’Ipcc (il gruppo intergovernativo dell’Onu che si occupa del cambiamento climatico) pur rivedendo le cifre.

Nel rapporto 2007 l’Ipcc aveva previsto che gli oceani si alzeranno tra i 18 e i 59 centimetri entro il 2100. L’incremento dipenderebbe dal riscaldamento stimato tra l’1,1 e i 6,4 gradi centrigradi durante questo secolo, a seconda della quantità di gas serra immessi in atmosfera. Il calcolo è basato sull’espansione termica del mare. Il calcolo più difficile - ha ammesso il gruppo di studio delle Nazioni Unite - è quello derivante dallo scioglimento dei ghiacciai e delle banchise.

La nuova ricerca, guidato da Mark Siddall e pubblicata sulla rivista Nature Geoscience, ha utilizzato i dati derivanti dal corallo fossile e dai nuclei dei ghiacciai per ricostruire le fluttuazioni del livello del mare negli ultimi 22 mila anni, dai livelli dell’ultima era glaciale fino ad oggi. In questo secolo, calcolano gli scienziati britannici, i mari si alzeranno tra i 7 e gli 82 centimetri, includendo tutte le fonti, sulla base di un aumento della temperatura compreso tra 1,1 e 6,4 gradi.

«Il fatto che queste cifre siano inferiori ad altre non significa che non sia potenzialmente un rialzo del livello del mare massiccio e molto importante - afferma Siddall - un innalzamento di 50 cm sarebbe pericolosissimo per il Bangladesh e per tutte le aeree sotto il livello del mare. E se 50 cm rappresenta la media mondiale, a livello locale potrebbe significare anche un metro o più, perchè l’acqua si sposta per effetto della gravità. Gli effetti di alluvioni devastanti diventeranno più frequenti. Se il livello del mare si alza di 50 cm, alluvioni che prima si verificavano ogni 100 anni potrebbero accadere ogni 10».

Siddal sottolinea che ci vogliono decenni affinché il riscaldamento atmosferico si traduca nel riscaldamento dei mari, a causa del vasto volume d’acqua: dunque il ventiduesimo secolo e il successivo avvertiranno l’impatto del riscaldamento verificatosi nel ventunesimo.
 
 
Autogrill e Conai hanno lanciato “Destinazione ambiente”, un progetto pilota che invita il viaggiatore a fare la raccolta differenziata anche in autostrada, separando i rifiuti da destinare al recupero e al riciclo. La fase iniziale dell’iniziativa interesserà cinque aree di sosta pilota per poi essere progressivamente estesa a tutti i punti vendita Autogrill distribuiti sulle reti autostradali italiane.

Una volta a regime, tra i 20 e le 25mila tonnellate di rifiuti annui potrebbero essere sottratte alla raccolta indifferenziata e avviate al riciclo. «È di grande interesse per Conai promuovere comportamenti virtuosi da parte dei cittadini per una corretta attività di separazione dei rifiuti di imballaggio così da consentirne l’avvio al riciclo» ha dichiarato Piero Perron, presidente di Conai.

Per l’amministratore delegato di Autogrill Gianmario Tondato Da Ruos «oggi più che mai la riduzione dei consumi idrici, il riciclo dei rifiuti e l’utilizzo di fonti energetiche alternative non devono essere visti come temi immagine ma come elementi competitivi discriminanti capaci di incidere sui costi industriali».

L’amministratore delegato di Autogrill ha poi ricordato che la sostenibilità nel conto economico dell’azienda costa tra i 200 e i 250milioni di euro che rappresentano il 4% del fatturato 2008 che è di 5,8 miliardi complessivi. L’iniziativa lanciata oggi estende la raccolta al consumatore e rientra nel progetto A-future, finalizzato a rivoluzionare le principali caratteristiche degli store Autogrill in un’ottica di sostenibilità. I progetti realizzati sulla rete italiana hanno già prodotto risultati tra i quali ad esempio una riduzione dei consumi energetici pari al 5,7% nel primo semestre 2009 e una riduzione del consumo di carta pari al 70 tonnellate annue.

Tra le iniziative più significative già realizzate vi sono l’Autogrill ecologico di Mensa di Ravenna, l’Archeo Mall nell’area di servizio Casilina Est, gli Autogrill di Brembo e di Villoresi Est e il Delaware Welcome Center negli Stati Uniti. «Per giungere alla realizzazione di una green motor way -ha dichiarato Giuseppe Cerroni direttore generale di Autogrill- è indispensabile per la rete autostradale una disciplina particolare in materia di rifiuti. Serve che le agevolazioni Ires per l’acquisto di macchinari al 50% previste nel dl ’78, che verrà votato domani, riguardi anche le attrezzature ambientali. Serve inoltre un regime autonomo delle autostrade visto che paghiamo a 43 comuni la tassa dei rifiuti senza che ci venga dato nessun servizio».

Infine per il direttore generale di Autogrill «servirebbero contratti di programma per grandi progetti da stipulare con il ministero dell’Ambiente altrimenti avremo interventi spezzettati».
 
 
Saranno anche gli alberi di nove oasi forestali Wwf sparse su tutta la penisola a fornire i dati utili per monitorare gli effetti dei cambiamenti climatici sull’ecosistema forestale italiano.

A seguito del primo corso intensivo, svolto presso la scuola del Corpo forestale dello Stato di Rieti nell’estate 2008, gli operatori delle oasi hanno selezionato gli alberi da monitorare. La valutazione annuale delle chiome darà poi i risultati.

Le oasi coinvolte sono Macchiagrande nel Lazio, Bosco Rocconi, Orbetello e Burano in Toscana, Vanzago e Valpredina in Lombardia, Le Cesine in Puglia, Astroni in Campania e Monte Arcosu in Sardegna.

Il progetto rappresenta una parte del programma “Osservatorio clima”, che il Wwf Italia sta realizzando su base nazionale, insieme a altri partner scientifici, tra cui Università della Tuscia, Università di Roma 3, Museo civico di Zoologia di Roma, e, come partner tecnico, Microsoft.
 
 
Favorire la pratica di turismo sociale tra giovani, anziani, disabili e scuole contribuendo non solo alla crescita socio economica delle popolazioni locali ma soprattutto alla fruizione turistica sostenibile dei parchi. Nasce con questi obiettivi Parchicard, la prima carta dei servizi destinata a promuovere la fruizione dei 22 parchi italiani attraverso sconti ed agevolazioni che il possessore avrà su un ampio numero di esercizi e servizi presenti all’interno delle aree protette.

Realizzato dal Centro Turistico Studentesco in collaborazione con l’Associazione Carta Giovani e con il supporto di Federparchi e Federculture, Parchicard è un progetto finanziato dal Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali. Secondo una recente indagine del Cts, il 50% del campione intervistato ha sostenuto di aver visitato poche volte un parco nazionale e il 34% sostiene di non avere informazioni sufficienti su cosa visitare e sui servizi disponibili. E con Parchicard l’obiettivo è anche dare maggiori informazioni a chi vuole andare nei parchi italiani.

La card, infatti, è accompagnata da una guida ai servizi nella quale vengono indicate le agevolazioni di cui si può usufruire. «Entrambe, la card e la guida, - spiega il Cts - saranno distribuite gratuitamente presso le sedi di Cts, le sedi di alcune Associazioni di turismo sociale, gli Informagiovani e i centri visita dei parchi». In particolare, le agevolazioni riguarderanno musei, centri visita ed aree faunistiche, strutture ricettive e di ristorazione, servizi turistici, servizi di trasporto e noleggio, negozi di artigianato, di prodotti tipici ed esercizi commerciali in genere. Ma non solo. Sarà possibile scaricare la card anche dal sito Internet dedicato.

Ma come vengono vissuti i parchi dagli italiani? La recente indagine di Cts sui bisogni di alcune fasce di popolazione, giovani, anziani, persone disabili e scuole, in relazione ai servizi turistici nelle aree protette, «ha messo in luce -riferisce il Centro Turistico Studentesco- come per il 40% degli intervistati la vacanza in queste si caratterizza principalmente per la scoperta del patrimonio naturale e culturale e la possibilità di fare escursioni in natura».

Se il 43% degli intervistati dal Cts sostiene di visitare spesso luoghi di interesse naturalistico, ancora alta (50%) è invece la quota di coloro che hanno visitato poco o per nulla i parchi nazionali. «La scarsa fruizione -commenta il Cts- è legata in primo luogo alla mancanza di informazioni su cosa visitare, su cosa fare e sui servizi disponibili (34%), seguita dall’accessibilità in termini di collegamenti e inefficienza dei trasporti (20%) e alla possibilità di trovare servizi adatti alle proprie esigenze (14%).

Tra gli altri obiettivi, la Parchicard -conclude il Cts- si pone quindi quello di favorire una modalità di gestione dell’offerta turistica che assicuri l’assenza di ogni discriminazione razziale, religiosa ed economica verso la potenziale domanda».