Curare la febbre da nucleare con il sole. Montalto di Castro, piccolo comune del viterbese, è riuscito nella sua più grande impresa: l’autosufficienza energetica senza danni alla salute e all’ambiente, sfruttando l’energia solare. Grazie all’impegno di SunPower – SunRay e SMA, Montalto ospita il più grande impianto fotovoltaico d’Italia, capace attualmente di generare circa 40 Gwh l’anno con una potenza istallata di 24 MWp. Un impianto che ora si candida a diventare uno dei più grandi d’Europa, grazie a un secondo finanziamento da 44,5 milioni di euro concesso dalla banca Barclays per la realizzazione dell’ampliamento del parco solare. L’impianto di Montalto continua ad estendersi seguendo diverse “fasi” si sviluppo: quella che verrà terminata entro luglio porterà all’istallazione di altri 9MW, mentre sono attesi rispettivamente per il prossimo ottobre e novembre il completamento del parco da 7MW e quello più grande da 45MW. Per una potenza istallata complessiva che, entro fine anno, raggiungerà un risultato record: 85MW. 
Il sole contro l’energia dell’atomo* Un traguardo, quello degli 85MW entro il 2010, non solo per le aziende che hanno permesso la realizzazione del parco ma soprattutto per una comunità locale che da anni lotta contro l’incubo della produzione energetica da fonti altamente inquinanti. Per comprendere quanto questa rivoluzione solare sia davvero simbolica per questa cittadina basta camminare nel parco e fermarsi in un punto preciso. In lontananza si riesce a vedere la centrale termoelettrica Alessandro Volta nata dalla riconversione della centrale elettronucleare Alto Lazio, una centrale bloccata prima della sua entrata in funzione. Quasi “un eco mostro” che guarda dalla collinetta opposta l’enorme e sconfinata distesa di moduli fotovoltaici che inseguono ogni giorno i raggi del sole. Due alternative energetiche che si guardano e che rappresentano, con soluzioni antitetiche, due volti della stessa necessità: soddisfare il bisogno di energia. A chi pensa che questa lunga distesa di pannelli (circa 78.720 per l’impianto da 24MW) sia fonte di disturbo per gli allevamenti locali basta percorrere i viali di collegamento e sorprendersi di come anche le pecore siano state reclutate per la manodopera, per tagliare l’erba in modo del tutto naturale. E pensare che, prima del via libera ai lavori, era stato lo stesso sindaco di Montalto, Salvatore Carai, a dire “qui neanche le pecore ci volevano venire”, commentando la forte presenza dei tralicci elettrici nei circa 60 ettari di terreno che ora ospitano i pannelli dell’impianto da 24MW. Un impianto, diviso in due grandi aree (il Parco A e il Parco B) che ha già dato ottimi risultati, com’è stato confermato da Mario Riello, Responsabile Vendite in Europa di SunPower, nella presentazione alla stampa organizzata ieri negli uffici della società sul cantiere. “L’impianto è entrato in produzione in tempi record – ha spiegato Riello – se pensiamo che i lavori sono partiti nel febbraio dello scorso anno e sono stati terminati a dicembre 2009”. Grande è stato anche il regalo diretto all’ambiente, grazie a un taglio di circa 22.000 tonnellate all’anno di emissioni di anidride carbonica.

Alcuni dettagli tecnici Per massimizzare la potenza generata, sono stati utilizzati moduli ad alta efficienza SunPower istallati direttamente su un supporto ad inseguimento solare. Un motore da 0,4 kW consente di orientare i pannelli seguendo costantemente l’inclinazione solare, mentre la velocità di questo motore è comandata da un regolatore di frequenza e il controllo avviene sempre in funzione del tempo, calcolando le variabili controllate da altre due attrezzature, inclinometro e GPS. Per l’impianto da 24MW di Montalto, SMA ha invece fornito 36 Inverter. Ogni inverter riceve una potenza media di 666.6kWp e, a valle dell’inverter un trasformatore innalza la tensione fino a 20kV. I 36 inverter sono stati posizionati in 9 cabine per la trasformazione da bassa e media tensione dove sono presenti anche 19 trasformatori. Inverter e cabine sono stati posizionati nel cuore del parco fotovoltaico insieme a un sistema di controllo e monitoraggio con visualizzazioni in tempo reale della potenza e dell’energia prodotta. Controllo e sistemi di sicurezza che, naturalmente, sono stati estesi a tutto il parco. Il sistema di sorveglianza può infatti contare, oltre alla tradizionale recinzione e l’istallazione di 103 telecamere perimetrali a infrarossi, su un cavo con sensore microfonico, un sistema anti fumo e uno di protezione contro le intrusioni nelle cabine. 
Durante l’incontro con la stampa di ieri Riello ha voluto sottolineare quanto sia stato accurato anche il controllo di ogni fase produttiva: “Abbiamo un quality team molto efficiente che ha passato in rassegna ogni step dell’istallazione e valutato con molta severità ogni fase”. Un controllo necessario anche per rispettare le condizioni stringenti dettate al momento del finanziamento per realizzare il Parco A e il Parco B. 120 milioni di euro erogati “a condizione – come ha spiegato sempre il Responsabile Vendite in Europa di SunPower – che rispettassimo una tabella di marcia addirittura settimanale”. Condizioni che, con molta probabilità, Barclays potrebbe avere avanzato anche per la seconda trance del finanziamento da 44, 5 milioni di euro.

La risposta della comunità Come si è arrivati a realizzare il parco fotovoltaico più grande d’Italia? Le tappe sono state a volte complicate dalla burocrazia, per il rilascio da parte della Provincia di Viterbo dell’Autorizzazione Unica e della VIA da parte della Regione Lazio. Ma l’idea di realizzare il parco, quando ancora il territorio era stretto nella morsa delle fonti inquinanti, è venuta agli amministratori delegati della SunPower nel novembre del 2007. Meno di tre anni per rendere concreto l’obiettivo, passando attraverso il rilascio delle autorizzazioni, il completamento dell’acquisto dei terreni, la richiesta di finanziamento ma soprattutto lo scoglio più difficile: convincere della “bontà del solare” amministratori e cittadini di Montalto di Castro. Per farlo il sindaco decise di organizzare una Conferenza Pubblica per decidere, insieme ai suoi concittadini, se intraprendere il cammino della prima rivoluzione verde della storia di Montalto di Castro. Il risultato si vede oggi: per dirla con le parole dello stesso sindaco “dal primo dicembre non è stato consumato 1kW di energia inquinante” e sono tutti persuasi della buona riuscita del progetto e della grande convenienza economica per l’approvvigionamento energetico domestico. L’impianto da 24 MW, infatti, a oggi è riuscito a produrre più di quanto fosse stato stabilito sulla carta. Una ricaduta “economica” che non si ferma alla sola bolletta. Grande è stato anche l’indotto in termini occupazionali creato dall’impianto. Per la parte elettrica gestita da Terna in soli tre mesi sono stati impiegati circa 100-150 operai altamente specializzati per lavorare su linee ad alta tensione. Nelle diverse fasi di realizzazione dei parchi già entrati in funzione sono state, invece, impiegate tra le 250 e le 350 persone. Senza contare il personale che si occupa oggi della manutenzione, manodopera tutta locale formata direttamente dalle società che hanno realizzato il parco fotovoltaico. Un piccolo ciclo virtuoso che ha permesso, come ha sottolineato il sindaco Carai “di dare rilancio all’economia consentendo di aprire anche nuove prospettive occupazionali, tanto che, per incentivare l’istallazione di impianti anche di piccola taglia per uso domestico, abbiamo aperto in Comune uno sportello per supportare quei cittadini che intraprendono anche per casa la strada del solare”.

La finalità culturale ed educativa Quello di Montalto non è soltanto un impianto fotovoltaico candidato a diventare uno dei più grandi in Europa. E’ un simbolo, una sintesi di buone pratiche e alta tecnologia in equilibrio con ambiente e territorio. Un simbolo che deve creare cultura, conoscenza e promuovere una riflessione sulla possibilità di sfruttare la potenza del sole come antidoto all’energia dell’atomo. Con questo obiettivo sarà terminato entro l’anno un “Centro Visite” interno al parco che consentirà non solo di conoscere nel dettaglio l’impianto ma anche di poter organizzare seminari e corsi direttamente nella struttura. Già quest’anno un team composto da esperti e tecnici di SunRay e SunPower ha organizzato nelle scuole elementari e medie di Montalto dei corsi sulle energie rinnovabili nati anche con l’obiettivo di raccontare ai più piccoli cos’è e com’è nato il parco fotovoltaico più grande d’Italia. Ma molti altri corsi verranno organizzati in diversi licei del Lazio per far conoscere il modello di Montalto anche fuori dai confini della provincia viterbese. Un modello tanto fortunato per questo territorio da consentire alla Giunta Comunale l’approvazione di una delibera per reinvestire i proventi del grande parco esclusivamente in progetti di carattere ambientale e sociale. Per fare di questo piccolo Comune il simbolo dell’alternativa italiana alla potenza nucleare.


[fonte: Rinnovabili.it]
 
 
Ormai non è più possibile parlare solo di “quando” il petrolio finirà di essere la più tragica testimonianza dell’errore umano nel Golfo del Messico. Ora bisogna pensare al come: come riportare, per quanto possibile, tutto com’era circa quarantuno giorni fa. Pensare a come superare il “più grave disastro ambientale della storia degli Stati Uniti”. Pensare a cosa il disastro della BP ha insegnato al presidente Usa Obama e soprattutto non ragionare in futuro solo in termini economici. Per Barak Obama ogni giorno in più segnato dal calendario è un paletto che segna il confine tra quello che non sarebbe mai dovuto accadere e quello che si sarebbe potuto fare per non farlo accadere. 
Un errore forse prevedibile quello che ha dato origine alla “Marea Nera” non solo perché, come riportano in questi giorni molti quotidiani come il New York Times, la BP avrebbe insabbiato la verità nei suoi dossier di un anno fa, ma perché l’estrazione del petrolio dal cuore della terra non è certo operazione da autorizzare con grande tranquillità. Il vero problema è stato non badare ai limiti delle perforazioni off shore, lecite perché energeticamente necessarie alla nazione, non prendendo in considerazione che una fuoriuscita di petrolio sarebbe diventata l’eccezione che conferma la regola. La regola del mercato del greggio che ha spinto anche il Presidente Usa a proseguire sulla strada delle estrazioni per continuare a rifornire un paese “energivoro” come gli Stati Uniti. 
Ora che il disastro c’è Obama frena, osserva la marea dalle coste della Louisiana, sceglie la politica del “la pagherete cara” e mette nelle mani di chi ha provocato il disastro la guida delle operazioni di contenimento della fuoriuscita di greggio. Ora non conta solo la stima dei danni, quotidiani e futuri, che il petrolio della BP sta creando all’ecosistema e alla popolazione. Non conta più l’immagine pubblica del Presidente nobel per la Pace. Per Obama ora è tempo di pensare a come cambiare rotta, come superare il trauma e virare verso una politica energetica alternativa.

A invocare un “New Deal” energeticamente sostenibile è stato oggi, dalle pagine di Repubblica, Pascal Acot, esperto di fama mondiale di scienze climatiche e ambientali e ricercatore di Storia delle scienze presso il Cnrs di Parigi. Nell’intervista Acot punta il dito contro Obama. Parole infuocate che invitano a ripensare questo disastro ambientale alla luce della corsa forsennata all’estrazione del petrolio. “La moratoria annunciata da Obama non basta. Non si può stare fermi ad aspettare che il peggio sia passato per poi ricominciare a tirar fuori il greggio come se nulla fosse. Questo – ha detto – è l’ultimo campanello di allarme, ignorarlo vorrebbe dire assumersi una responsabilità gravissima [perché] quando si agisce contro la natura la natura si ribella”. Acot, che ha dedicato molti anni allo studio dei grandi disastri ecologici, ha sempre sostenuto, infatti, che “non esistono catastrofi ‘naturali’ ma disastri sociali, provocati cioè dalla negligenza dell’ Uomo”.Che l’Uomo di cui parla il ricercatore francese sia poi la declinazione della Politica o dell’Economia è questione di prospettiva storica. Ed Acot, infatti, non ha mancato di sottolineare che questa potrebbe essere “l’occasione per discutere il rapporto tra le grandi lobby industriali e la politica”. Nel disastro del Golfo del Messico l’ Uomo potrebbe essere la cieca volontà di rincorrere l’autosufficienza energetica attraverso il petrolio, ignorando quell’energia pulita che viene dagli elementi naturali della terra di cui, in campagna elettorale, anche Obama era un fervente sostenitore. 
Ora che la Marea Nera è diventato il peggior incubo di Obama bisogna ripartire da capo, riformulare la prospettiva energetica del suo Paese. Un atto di coraggio quello che probabilmente costerà ad Obama sostegno e consenso. In questo Acot si è fatto interprete di richieste sempre più condivise anche all’interno degli Stati Uniti poco inclini, fino ad ora, a fare delle energie rinnovabili il motore di traino dell’economia del futuro. “Obama deve prendere una decisione coraggiosa. Nel Golfo del Messico ci sono riserve di greggio comprese tra 3 e 15 miliardi di barili – ha sottolineato il ricercatore francese – Lasciamole dove stanno. L’industria del petrolio minaccia la salute del mare e quella dell’atmosfera: bisogna passare a un nuovo modello energetico basato sull’efficienza e sulle fonti rinnovabili. Solo così si riuscirà a prevenire sia altri disastri di questo tipo sia le conseguenze ancora più preoccupanti del caos climatico crescente prodotto soprattutto dall’uso dei combustibili fossili”.

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C’era una volta il mercato dei Certificati Verdi… e a dire la verità c’è ancora ma con qualche non trascurabile differenza. Il meccanismo che assicurava l’equilibrio tra domanda e offerta e al tempo stesso una garanzia di sostegno alla crescita delle fonti rinnovabili, ha ricevuto un duro colpo dalla manovra finanziaria varata dal governo e pubblicata ieri in Gazzetta Ufficiale dopo la firma del Presidente Napolitano. Come già annunciato nei giorni passati il testo del Decreto-Legge 31 maggio 2010, n.78 recante “Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica”, riporta all’articolo 45 l’abolizione retroattiva dell’obbligo di riacquisto da parte del Gestore dei Servizi Energetici dei Certificati Verdi (CV) in eccesso in dote agli operatori delle rinnovabili. Introdotti nel 1999 tramite il decreto che stabiliva l’obbligo d’immissione nel sistema elettrico nazionale d’una quota minima di elettricità “rinnovabile”, tali titoli hanno dato vita a un importante mercato, in cui la domanda è data dai soggetti sottoposti all’obbligo e l’offerta è costituita dai produttori di elettricità con impianti aventi diritto agli stessi certificati.
A partire dal 2008, entro giugno di ciascun anno, il GSE, su richiesta del produttore ritirava i CV in scadenza nell’anno (i titoli hanno una validità triennale) in eccesso rispetto a quelli necessari per assolvere l’obbligo, sistema che garantiva tra l’altro l’elusione di eventuali speculazioni derivanti dall’oscillazione artificiosa dei prezzi dei CV. 
Ancor prima che Napolitano emanasse il decreto-legge le associazioni di settore e le organizzazioni ambientaliste avevano manifestato apertamente il proprio dissenso e la propria preoccupazione senza tuttavia sortire alcun effetto. La misura bollato da più voci come un “errore incredibile” non solo, di fatto, congela un meccanismo dimostratosi efficace a stabilizzare il mercato ma getta un’ipoteca sul fattore occupazionale legato alle rinnovabili. La mossa congelerebbe titoli per un valore di diverse centinaia di milioni; secondo quanto riportato dall’Autorità per l’energia nel 2012 l’ammontare dei pagamenti per i CV sarà superiore al miliardo di euro e poiché la misura sarebbe retroattiva, andrebbe a colpire anche l’acquisto obbligatorio per il triennio 2009-2011 stimato per il solo 2009 pari a 650 milioni di euro
Da una prima analisi svolta dall’Anev la manovra risulterebbe in grado di compromettere seriamente le iniziative già in essere, che nel solo settore eolico al 2009 vedono occupati circa 25.000 lavoratori (con un incremento di circa 5.000 unità nel solo anno 2009), tra settore e indotto e tutti gli investimenti in corso di finanziamento a discapito di quel trend tutto positivo che in questi ultimi tempi è riuscito anche a sfidare la crisi economica.
Come ha tenuto a sottolineare anche Edoardo Zanchini, responsabile energia di Legambiente, l’effetto sarebbe, innanzitutto di far crollare il prezzo dei certificati verdi, limitando il ritorno degli investimenti già realizzati e di quelli programmati. Al crollo del prezzo di scambio ed alla certa fase di stallo nell’investimento in nuovi impianti – predicono le associazioni – seguirà quasi certamente un blocco di nuove assunzioni e una perdita di occupazione. A destare il maggiore disappunto sono soprattutto due questioni come spiegano i diretti interessati: innanzitutto questo provvedimento, basandosi un meccanismo di mercato e non su finanziamenti pubblici, non avrebbe alcun effetto per le entrate dello Stato. Inoltre “presenta profili di illegittimità rispetto alla modifica retroattiva del sistema che – si legge nella nota stampa – andrebbe a generare sui progetti già in essere una grave situazione di insolvenza i cui effetti sarebbero, oltre ai danni economici indicati in centinaia di milioni di euro e di perdita di livello occupazionale, anche i mancati benefici ambientali che a loro volta genererebbero al 2020 costi inaccettabili e insostenibili per il sistema Paese”.

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