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Le meduse sono più efficaci del fitoplancton nell’assorbimento e nel trasporto verso le profondità marine della CO2. A rivelarlo una ricerca del Leibniz Institute di Scienze marine di Kiel e del centro nazionale Oceanografico di Southampton che ha esaminato i resti delle meduse Pyrosoma atlanticum, scoprendo che un terzo del corpo di questa specie è costituito da carbonio, scrive Ecoseed.org.

Le meduse di questa specie sono semitrasparenti e sono grandi come un pollice umano. Si muovono in milioni nell’Atlantico e nel loro spostamento trasportano la CO2 verso il fondo dell’Oceano. Nel maggio del 2006 a largo delle coste ivoriane Mario Lebrato del Leibniz Institute e Daniel Jones dell’istituto oceanografico di Southampton hanno scoperto migliaia di carcasse di meduse ad almeno 500 metri di profondità che in seguito alle analisi hanno rivelato un alta percentuale di carbonio.

Questo dato è stato spiegato dai due esperti con la velocità di caduta delle carcasse in fondo al mare. «Non hanno il tempo di decomporsi in acqua. Per questo raggiungono così velocemente il fondale senza cambiamenti incluso il carbonio che contengono», spiegano i due scienziati. «Se questo fenomeno riguardante i corpi delle Pyrosoma atlanticum fosse globale allora dovremmo includerlo nei futuri modelli di sistema sulla terra: trasportando la CO2 dalla superficie dell’oceano alle profondità evitano molto efficientemente che questo gas ritorni nell’atmosfera», ha aggiunto Lebrato.

 
 
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L'umanità potrebbe sopravvivere utilizzando solo energia eolica. Ma c'è di più: basterebbe un sistema efficiente sul territorio americano per coprire l'intero fabbisogno mondiale. Lo dice, e non è una provocazione, uno studio pubblicato (leggi il .pdf, in inglese) sulla rivista dell'Accademia Americana delle Scienze Pnas da Michael McElroy, docente della School of Engineering and Applied Sciences alla Harvard University di Boston.

40 VOLTE IL CONSUMO GLOBALE - Secondo il calcolo eseguito dagli esperti basterebbe una rete di turbine da 2,5 megawatt di potenza (posizionate in modo da non danneggiare l'ambiente, ovvero nei territori non forestali, dove non ci sono ghiacciai e in aree non urbane), che operino ad appena il 20% della loro capacità, per produrre un quantitativo di energia pari a oltre 40 volte il consumo globale corrente di elettricità, oltre cinque volte il consumo globale di energia in tutte le sue forme. L'energia in eccesso potrebbe anche farne scendere il prezzo, aprendo nuove prospettive ad altre tecnologie ecologiche, come le auto elettriche. Oggi l'eolico è pari al 42% di tutta la nuova capacità elettrica installata in Usa nel 2008 ma continua a costituire una frazione minoritaria della produzione complessiva di energia.

IL METODO DI CALCOLO - Lo studio è stato fatto sulla base di simulazioni dei campi di vento utilizzando dati forniti dal sistema Goddard Earth Observing System Data Assimilation System (GEOS-5 DAS). Sezionando il globo in aree di approssimativamente 3.300 chilometri quadri ciascuna, i ricercatori hanno calcolato la velocità dei venti in aree non urbane, non forestali e senza ghiacci. E così hanno individuato la quantità di elettricità potenzialmente prodotta dalle turbine, sulla base della velocità dei venti, della densità dell'aria, della distanza tra le turbine e della dimensione delle eliche. Dunque, conclude l'indagine, una rete di turbine da 2,5 megawatt di potenza che operino ad appena il 20% della loro capacità sarebbe sufficiente per produrre un quantitativo di energia sufficiente a coprire il fabbisogno globale.


 
 
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Sono stati strattonati e respinti con gli idratanti. Una di loro è stata presa selvaggiamente a pugni sul viso. È successo questa mattina, quando i nostri attivisti hanno cercato di effettuare un'ispezione pacifica del peschereccio spagnolo 'Cabo Tinoso Dos' nel porto di La Valletta a Malta. L'aggressione è cominciata nel momento in cui gli attivisti hanno aperto lo striscione con il messaggio 'Bluefin Tuna Massacre' (Massacro del tonno rosso), per evidenziare le attività di pesca non-sostenibile di tali imbarcazioni, parte di una flotta industriale che minaccia l'intera industria del tonno rosso. La nostra protesta non violenta fa parte delle attività di denuncia contro la pesca pirata che vedranno impegnata la Rainbow Warrior nel Mediterraneo per i prossimi mesi.

La gestione del tonno rosso è affidata alla Commissione Internazionale per la conservazione dei tonni dell'Atlantico (ICCAT), un'organizzazione intergovernativa di cui l'Unione europea è membro attivo e influente. Oggi vige un paradossale "piano di recupero", che consente di pescare il 47 per cento in più rispetto al limite massimo sostenibile, per questo siamo convinti che le attuali politiche dell'ICCAT porteranno molte specie all'estinzione.

Dal 2006, proprio gli scienziati dell'ICCAT hanno suonato il campanello d'allarme sullo stato dello stock del tonno rosso. Hanno raccomandato di non pescare al di sopra di 15.000 tonnellate e di proteggere le zone di riproduzione durante i mesi cruciali di maggio e giugno. La pescata effettiva per il 2007 è stata stimata a 61.000 tonnellate, il doppio del limite legale consentito per quell'anno, e più di quattro volte il livello raccomandato per evitare il collasso della popolazione.

Mentre le flotte industriali continuano a saccheggiare nelle aree di riproduzione, le comunità locali, che pescano da generazioni, sono state ridotte a trasferire nelle gabbie gli ultimi esemplari di una specie minacciata, per metterli all'ingrasso prima di esportarli dall'altra parte del mondo.

La pesca eccessiva di questa flotta industriale, rischia di far scomparire completamente il tonno rosso. I Governi dovrebbero istituire riserve marine protette nelle zone di riproduzione delle specie per cominciare a dare una chance di recupero alla popolazione.


 
 
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Le calotte di ghiaccio potrebbero ritirarsi in un “istante geologico”. A dirlo un gruppo di paleoclimatologi dell’Università di Buffalo, che riferiscono su Nature Geoscience di questa settimana, di aver effettuato una serie di studi sul campo e di aver scoperto che un ghiacciaio preistorico, che si trovava nella parte artica del Canada si ritirò rapidamente, nell’arco di poche centinaia di anni. La prova di un arretramento così rapido della calotta ghiacciata conferma in modo chiaro che un fenomeno del genere può capitare sempre della storia della Terra, per cui anche i moderni ghiacciai potrebbero subire riduzioni periodiche importanti. E, secondo i ricercatori, esistono già diverse possibilità che, in futuro, si potranno ripresentare le stesse condizioni climatiche di riscaldamento globale che potrebbe causare lo scioglimento dei ghiacci e un rapido innalzamento dei livelli del mare.

«Molti degli attuali ghiacciai in Antartico e in Groenlandia - spiega Jason Briner geologo al College of Arts and Sciences all’Università di Buffalo - hanno le stesse caratteristiche dell’antico ghiacciaio studiato nell’Artico canadese e, sulla base delle nostre scoperte, possiamo dire che, se si verificassero le stesse condizioni di allora, i ghiacciai potrebbero ritirarsi in un istante geologico».

Secondo Briner le loro scoperte sono particolarmente rilevanti anche per studiare il comportamento dello Jakobshavn Isbrae, il più grande ghiacciaio della Groenlandia. Un “tidewater Glacier” (uno di quei ghiacciai che a contatto con l’acqua del mare si scioglie , facendo staccare grossi blocchi di ghiaccio che formano iceberg che vanno alla deriva),che si sta spostando velocemente e che sta ritirandosi in condizioni ambientali e climatiche che sono simili a quelle in cui si trovavano i ghiacciai preistorici dell’Artico canadese.

Agendo come un “nastro trasportatore”» glaciale, i “tidewater Glacier” rappresentano il meccanismo primario che innesca il drenaggio del cuore della calotta ghiacciata facendo staccare iceberg che poi vanno alla deriva nell’oceano. «Queste “fabbriche di iceberg” - dice Briner - cambiano rapidamente velocità e posizione, ma riuscire a prevedere la loro velocità di arretramento in relazione al riscaldamento globale è una grande sfida».

Per poter prevedere la velocità di arretramento dei moderni “tidewater glaciers”, il gruppo dell’Università di Buffalo , ha studiato il tasso di scioglimento di uno di questi antichi “tidewater Glacier”, scegliendolo della stessa grandezza e forma di un ghiacciaio moderno, in modo di poter calcolare, a lungo termine, la velocità di scioglimento totale di un ghiacciaio di questo tipo. Hanno datato campioni di roccia estratti da un grande fiordo che nell’ultima era glaciale aveva drenato in mare la calotta di ghiaccio che copriva l’Artico nord americano. I campioni hanno fornito molti dati climatici relativi ad un periodo di tempo, che va dai 20mila ai 5mila anni fa, durante il quale si verificò un riscaldamento del clima notevole. «Sebbene lo scioglimento dei ghiacci della calotta avvenne lentamente interessando quasi tutto quel periodo di tempo, il ritiro fu geologicamente improvviso e avvenne in poche centinaia di anni». Secondo gli scienziati il rapido arretramento avvenne quando il ghiacciaio entrò in profondità, circa un chilometro, nelle acque oceaniche e cominciò a galleggiare.

Calcolando che il tasso di arretramento dei ghiacci, dovrebbe essere più alto in acque profonde e facendo un confronto con gli attuali “tidewater Glacier”, che si trovano in Groenlandia e in Antartico, che si stanno ritirando nelle acque profonde , i glaciologi dicono che questi potrebbero cominciare ad arretrare molto più velocemente di quanto sia stato attualmente calcolato.

Proprio ora lo Jakobshavn Isbrae sta scivolando nelle acque del mare profonde un chilometro, il che significa che il suo tasso attuale di arretramento (negli ultimi dieci anni è stato di dieci chilometri) potrebbe continuare per i prossimi cento anni. «Se i moderni ghiacciai continuano ad arretrare a questa velocità e vanno avanti per diverse decine di anni - sottolinea Briner - anche il livello del mare potrebbe aumentare rapidamente, incidendo negativamente sulla vita delle popolazioni costiere. Questo richiederebbe la realizzazione di opere ingegneristiche importanti per arginare le coste e mettere in atto altri sistemi di mitigazione».

La nuova scoperta permetterà agli scienziati di prevedere più accuratamente in che modo il riscaldamento globale inciderà sulle calotte di ghiaccio e quale sarà la tendenza dell’innalzamento dei livelli del mare con l’obiettivo di sviluppare modelli climatici e previsivi del comportamento dei ghiacciai basati su dati più attendibili.

 
 
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TRE miliardi di euro. E' il fatturato delle cosche della criminalità organizzata specializzate nello sfruttamento degli animali. Il dato emerge dal rapporto Zoomafia 2009 della Lega anti vivisezione, curato da Ciro Troiano: una pubblicazione che da dieci anni analizza l'andamento di queste attività illecite. Ecco le principali novità.

Cavalli e scommesse clandestine. E' un pezzo consistente della zoomafia, circa un terzo del fatturato complessivo. Nel 2008 il numero delle corse clandestine bloccate dall'intervento degli agenti è raddoppiato passando da 8 a 16. Aumentato anche il numero delle persone denunciate (296 contro le 261 dell'anno precedente) e dei cavalli sequestrati (147 contro i 114 del 2007). Molti dei cavalli sequestrati erano stati sottoposti a dosi massicce di sostanze vietate (dalla cocaina agli anabolizzanti passando per il viagra). Sostanze proibite che con buona frequenza vengono utilizzate anche nel circuito delle corse normali. Cresce anche il numero dei cavalli rubati (5 mila all'anno secondo alcune stime) e quello delle corse clandestine che avvengono in condizioni di grave rischio per gli animali, in strade bloccate illegalmente al momento della partenza dei cavalli.

Traffico di cani. Con 14 milioni di cani e gatti l'Italia detiene il primato europeo degli animali da compagnia. Un bacino potenziale straordinario per la zoomafia che ha aumentato la sua attività: sono circa 500 mila i cani importati illegalmente ogni anno dai paesi dell'est e venduti a prezzi elevati spacciando falsi pedigree. Alti anche i proventi dei canili che tengono gli animali in condizioni disperate arrivando a incassare due milioni e mezzo di euro l'anno per mille cani.

Biopirateria. Tra i 40 milioni di animali che vivono nelle case degli italiani si contano 30 mila tartarughe, 3 mila grossi felini (leoni, pantere, leopardi) e altre specie protette introdotte illegalmente. Il nucleo operativo della Cites (la convenzione per la protezione delle specie in via di estinzione) solo nel gennaio 2008 all'aeroporto di Torino ha recuperato 2 zanne di avorio, 7 corna di cervo, un'iguana e un coccodrillo imbalsamati, 4 pelli di coccodrillo, 3 pelli di varano, 2 pelli di elefante, 28 pezzi di avorio lavorato. Complessivamente il traffico illecito di fauna esotica protetta frutta 500 milioni di euro l'anno.

La "cupola" del bestiame. Sono 100 mila gli animali rubati ogni anno dagli allevamenti. Per fronteggiare la crescente pressione dell'illegalità organizzata, nel 2008 sono stati sequestrati beni e animali per un valore pari a 206 milioni di euro. Con le 20 mila tonnellate sequestrate dai Nas nella lotta contro le sofisticazioni alimentari si potrebbero riempire 1.270 camion per il trasporto degli alimenti. Il reparto più colpito (un terzo del totale) è il settore delle carni e degli allevamenti.

L'assalto al mare. Il saccheggio del mare (traffico di datteri di mare e ricci, spadare, pesca illegale) vale 300 milioni di euro l'anno.


 
 
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I primi visitatori sono stati gli alunni di una scuola elementare di New York, stupiti di attraversare la città passeggiando in un parco sospeso a 10 metri d'altezza e impegnati a non inciampare tra le rotaie e le piante selvatiche. E' appena stato aperto al pubblico, infatti, il primo tratto riqualificato della High Line, la linea ferroviaria in disuso che taglia Manhattan per 2,3 chilometri, lungo le rive del fiume Hudson: quel pezzo di ferraglia e cemento che abbiamo visto in tanti film.

"Invece di distruggere questo pezzo della nostra storia, abbiamo deciso di trasformarlo in un parco assolutamente innovativo" ha dichiarato alla cerimonia di inaugurazione il sindaco di New York, Michael Bloomberg. La sezione attualmente completata, di quello che i newyorkesi hanno già ribattezzato Park on the Sky, copre gli 800 metri che separano la 20esima strada a Chelsea da Gansevoort Street nel Meatpacking District, l'ex distretto dei mattatoi dove sorgerà il Whitney Museum of american Art progettato da Renzo Piano. Percorrendo la vecchia ferrovia per intero si sorvolano i taxi ed i passanti immersi nel traffico, e si incontrano, orti segreti, aree a prevalenza boschiva, zone lasciate alla proliferazione spontanea del verde selvatico, ringhiere ricoperte d'edera, balaustre art déco e graffiti metropolitani. Una riqualificazione urbana inserita all'interno di un progetto ben più grande: la creazione della "Città del domani".

L'ultima tendenza. Il termine "agritettura", coniato dalla fervida fantasia dei newyorkesi, deriva dalla commistione di architettura e agricoltura. Il progetto di riqualificazione della High Line ne è il primo esempio. L'obiettivo è molto semplice: recuperare delle aree industriali dismesse restituendole alla natura, piantando alberi e colture nel rispetto della biodiversità per rendere la città più vivibile, verde e rilassante.

La storia. Fin dagli anni Trenta questo nastro d'acciaio e cemento riforniva la città di latte, carne e materiale da costruzione, viaggiando tra i blocks, a due piani da terra, ma l'ultimo treno è transitato nel 1980 con il suo carico di tacchini surgelati. Dagli anni Sessanta la High Line è caduta progressivamente in disuso e in alcuni tratti è stata addirittura demolita. Ciò che ne è rimasto, la natura se l'è ripreso, coprendo i binari con erba, alberi ed arbusti spontanei. Una "greenway", una "via verde" sospesa nel cuore della Grande Mela che grazie alla determinazione di due abitanti del quartiere è stata trasformata in un parco simile alle Promenade Plantée di Parigi.

Il percorso. La linea ferroviaria in disuso parte dalle gallerie d'arte di Chelsea sulla 34ma strada per arrivare alla Gansevoort Street nel West Village, quartiere che comprende il famoso Greenwich Village e il Meatpacking District, dove al posto dei vecchi mattatoi sono nate boutique, ristoranti, pub e alberghi: il regno della vita notturna cittadina, con club famosi in tutto il mondo come il Cielo, il Level V o il Buddha Bar.

L'investimento. Per riqualificare la High Line, Michael Bloomberg, il sindaco della Grande Mela, nel 2004 ha stanziato ben 50 milioni di dollari. Solo il costo della prima sezione è arrivato a 152,3 milioni: 112,2 dei quali forniti dalla città, 20,3 dal governo federale e 400 mila dallo stato, mentre il rimanente è stato raccolto dai volontari privati di Friends of the High Line.

 
 
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Via libera al gelato ogm. Dopo il semaforo verde della Commissione europea, già quest'estate nei 27 paesi della Ue si potranno vendere coni "very strong", capaci di resistere a temperature polari senza perdere cremosità. Grazie a un gene rubato a un pesce artico, i gelati transgenici saranno resistenti come dischi dell'hockey su ghiaccio: potremo metterli nel più glaciale dei freezer per farli resistere più a lungo senza squagliarsi.

La proteina sintetica utilizzata dalla Unilever si chiama Isp (Ice Structuring Protein) ed è derivata da un lievito geneticamente modificato. Avendo ottenuto l'approvazione prima dell'Efsa (l'Autorità europea per la sicurezza alimentare) e poi della Commissione europea, potrà essere inserita nella categoria dei novel foods come ingrediente alimentare nel ghiaccio.
Ma non tutti sembrano apprezzare la concentrazione tecnologica sulle performance termiche del gelato. "I ricercatori dell'Indipendent Science Panel già nel 2006 avevano dimostrato che la proteina della Unilever costituisce un allergene - commenta Nicoletta De Cillis, della Fondazione Diritti Genetici - Per di più il nuovo ingrediente sarà etichettato semplicemente come proteina Isp in base alla attuale normativa Ue che non sottopone casi come il gelato della Unilever alla regolamentazione prevista per gli Ogm".

La Unilever difende la sicurezza del suo brevetto perché il lievito ogm viene rimosso nel prodotto finale, e sostiene che i nuovi gelati saranno più dietetici e meno costosi. "La normativa varata nel 2000 è molto rigorosa", aggiunge Leonardo Vingiani, direttore di Assobiotec. "Non si può essere favorevoli all'Efta quando boccia un prodotto ogm e contrari quando ne approva un altro. È ora di affrontare la materia in maniera scientifica".

Preoccupata invece Coldiretti che ha reso pubblica una ricerca Swg da cui risulta che le proteine transgeniche non sono gradite a tre italiani su quattro. Secondo l'associazione degli agricoltori, si mette a rischio l'immagine generale di un settore del made in Italy che ha visto aumentare le esportazioni di gelato del 43 per cento in termini di fatturato nel primo mese del 2009. In Italia il mercato dei gelati vale 5 miliardi di euro: 15 chili l'anno a persona per coppe, coni, bastoncini e vaschette per il 60 per cento di tipo artigianale.

Ed è proprio questo il centro della polemica. I produttori italiani vogliono rafforzare un trend che ha visto salire i consumi dei prodotti locali e dei gelati a "chilometri zero": dall'amarone in Veneto al pistacchio di Bronte in Sicilia, dal bergamotto in Calabria ai frutti di bosco di Cuneo, dal gelso siciliano al latte di asina veneto, dal gelato di ricotta al gelato al latte di bufala. Grazie alla creatività italiana si è arrivati ormai a 600 tipi di gusti e le gelaterie artigianali sono ormai 35 mila.

 
 

Usiamo troppi fertilizzanti e la Terra si ammala. Falde acquifere inquinate da nitrati e fosfati, superfici contaminate, inquinamento atmosferico da ammoniaca e ossidi di azoto, alghe cresciute a dismisura a causa dei fertilizzanti arrivati fino al mare e che, togliendo ossigeno al resto della vita marina, seminano morte. La denuncia arriva dalle pagine della prestigiosa rivista Science, in cui uno studio svela i disastri provocati dall'abuso di fertilizzanti soprattutto in Cina e in alcuni paesi dell'Occidente, mentre nel Sud del Mondo - e in Africa in particolare - la terra e' povera e le coltivazioni producono scarse quantita' di cibo.

 
 
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I newyorchesi da anni seguono il lento accumulo del debito federale, ma da oggi potranno anche tenersi aggiornati in tempo reale sull’andamento delle emissioni di gas serra.

Un contatore di CO2 è montato su un cartellone di oltre 20 metri altezza all’esterno del Madison Square Garden e della Pennsylvania Station, non lontano dall’Empire State Building. Le cifre digitali segnalano ai passanti il quantitativo di gas serra presenti nell’atmosfera. La cifra, aggiornata in tempo reale, ha superato i 36 mila miliardi di tonnellate.

Secondo i promotori questa iniziativa servirà a rendere i cittadini consapevoli dei rischi derivati dal riscaldamento globale, perché avranno un dato oggettivo di fronte a loro. Il cartellone dovrebbe inoltre pubblicizzare il vertice sull’ambiente previsto per dicembre a Copenaghen.

 
 
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Viene paragonato a un frammento di Sole racchiuso in una bottiglia che, almeno si spera, dovrebbe dare energia illimitata. Questa è l’immagine più semplice ed efficace per fare capire qual è l’obiettivo di «Iter», il megaprogetto di un prototipo di reattore a fusione nucleare con cui si vorrebbe ricreare, in uno speciale contenitore, lo stesso tipo di energia delle stelle. Un progetto ambizioso, a vasta partecipazione internazionale, che ripropone in chiave moderna il mito di Prometeo, il donatore del fuoco perpetuo al genere umano. Ma come l’infelice storia di Prometeo, anche quella di Iter corre il rischio di trasformarsi in un tormentone. Proprio mentre a Mito, in Giappone si sono riuniti i rappresentanti dei sette Paesi che hanno dato vita alla grande collaborazione scientifica (Stati Uniti, Unione Europea, Russia, Cina, Giappone, India e Corea) per fare il punto sullo stato dei lavori, la Bbc ha ripreso alcune indiscrezioni sulla preoccupante lievitazione dei costi del progetto e sui ritardi che potrebbe accumulare.

COSTI E TEMPI-
I costi complessivi del progetto ITER sarebbero passati dalla previsione iniziale di quasi 5 miliardi di euro formulata nel 2001 a oltre 10 miliardi; i tempi di accensione del prototipo sarebbero slittati in avanti di alcuni anni, dal 2018 al 2025; e quanto alla speranza di arrivare a una filiera operativa di centrali a fusione nucleare, non si parlerebbe più di qualche decennio ma addirittura di un secolo. Il comunicato ufficiale uscito dalla riunione giapponese non fa cenno a questa sfilza di preoccupazioni e il direttore generale del progetto, il giapponese Kaname Ikeda, si limita a parlare genericamente della messa in opera di «un nuovo modello di cooperazione globale sotto agli occhi del mondo intero», e della sua fiducia che siamo «nella strada giusta per dimostrare che la fusione nucleare è una fonte di energia senza limiti e sicura». Ma le preoccupazioni diffuse dalla Bbc sono state confermate a Corriere.it dal professor Romano Toschi, che è il rappresentante italiano del Ministero della Ricerca Scientifica presso il Comitato consultivo Europeo sulla Fusione (CCFU): «Sono io stesso l’autore dell’ultimo Rapporto sui costi e posso precisare che, a causa soprattutto degli aumenti delle materie prime, calcoliamo che solo il contributo europeo alla realizzazione della macchina passerà dai circa 2,5 miliardi di euro a 5. E poiché l’Europa deve coprire circa il 45% della spesa, si può dedurre a quanto ammonterà il costo totale».

IL SITO - In conseguenza degli aumenti anche la quota di partecipazione italiana è destinata a raddoppiare, passando da circa 300 a 600 milioni di euro, almeno la metà dei quali, tuttavia, dovrebbero rientrare sotto forma di commesse alle nostre industrie che contribuiranno a costruire i vari pezzi della macchina. Il maggiore onere economico in assoluto sarà a carico della Francia che si è aggiudicata, in cambio, l’assegnazione del sito in cui sorgerà l’impianto. Si tratta di Cadarache, una sessantina di km da Marsiglia, dove, in un’area di 400 mila metri quadrati, sono già iniziati i lavori che ospiteranno il reattore e tutte le infrastrutture accessorie.

 LA «BOTTIGLIA» - Quanto alla «bottiglia» in cui dovrà essere riprodotto un pezzettino di Sole, essa sarà costituita da un contenitore a forma di ciambella, un tokamak per usare il gergo dei fisici. Al suo interno un plasma di deuterio e trizio (due parenti stretti dell'idrogeno), tenuto sospeso da un intenso campo magnetico, sarà portato fino a temperature di 100 milioni di gradi. In queste condizioni fisiche i nuclei atomici di deuterio e trizio saranno forzati a incollarsi l'uno all'altro, avviando la reazione di fusione nucleare. Il processo darà luogo alla formazione di neutroni altamente energetici che libereranno il calore necessario al funzionamento di una turbina a vapore per la generazione di elettricità. Nei tanti tokamak realizzati finora il processo di fusione è durato solo una manciata di secondi, poi si è arrestato a causa di forti turbolenze. Iter dovrebbe riuscire a governare meglio il plasma per poter accendere e spegnere il processo di fusione secondo le necessità.