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Il cambiamento climatico è una «crisi silenziosa» che sta distruggendo il mondo provocando circa 300mila morti l’anno e coinvolgendo circa 300 milioni di persone. L’allarme arriva oggi dalla think tank dell’Onu, Global Humanitarian Forum che, nel suo ultimo rapporto, denuncia che, entro il 2030, le vittime dell’effetto serra potrebbero addirittura quasi raddoppiare arrivando a oltre 500mila. «Si tratta - ha detto il segretario generale dell’Onu Kofi Annan presentando il rapporto - della più grande sfida di emergenza umanitaria dei nostri tempi che causa sofferenza a centinaia di milioni di persone». Annan si è augurato che sarà questo il compito più importante per i capi di stato e di governo che si incontreranno a dicembre a Copenhangen: quello di «mostrare la volontà politica per un accordo ambizioso che affronti il problema ».

Il prezzo che si pagherà altrimenti, ha proseguito Annan, è quello della fame e della malattia su scala mondiale«. Delle 300mila vite perse ogni anno, spiega il rapporto, nove su dieci sono legate al »degrado ambientale«. Anche le morti per inedia, oppure per malattie come la diarrea o la malaria, sono spesso una conseguenza di disastri correlati al cambiamento climatico. La maggior parte delle vittime, pari al 99%, sono nei paesi in via di sviluppo che hanno contribuito - spiega lo studio - solo per l’1% alle emissioni di ossido di carbonio. Circa 45 milioni dei 900 milioni di persone che soffrono la fame sono una conseguenza dell’effetto serra, una cifra destinata a raddoppiare in 20 anni. Una catastrofe globale che ha le sue conseguenze sull’economia: secondo lo studio infatti il costo dell’effetto serra è di circa 125 miliardi di dollari l’anno, cifra che comunque non comprende »i costi della salute, dell’emergenza acqua e di altri shock«. Il rapporto Onu esce a una settimana dal vertice di Bonn che dovrà raggiungere un accordo sul cambiamento climatico da portare sul tavolo di Copenhangen »Il mondo è a un bivio - ha detto Kofi Annan -. Non possiamo ancora ignorare l’impatto dell’effetto serra sugli uomini e questo è quindi un richiamo ai negoziatori per riuscire a raggiungere l’accordo più ambizioso possibile«.

 
 
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Sotto la calotta artica che va assottigliandosi, un oceano di materie prime. Miliardi di barili di petrolio e migliaia di miliardi di metri cubi di gas naturale, probabilmente destinati a intensificare la battaglia geostrategica, già in corso, per le risorse energetiche nascoste all'ombra dei ghiacci eterni. Una potenziale benedizione, secondo i fautori delle trivellazioni senza confini e senza patemi. O una pericolosa e devastante tentazione, secondo gli ambientalisti, preoccupati dello stato di salute di un ecosistema fragilissimo e già a rischio.

Uno studio dell'Us Geological Survey, pubblicato questa settimana su Science Magazine, rivela che il 30% di tutti i giacimenti non ancora scoperti del pianeta di gas naturale e il 13% di quelli di petrolio, sono localizzati sotto i fondali del Polo Nord. Detto altrimenti, la regione più settentrionale della Terra conterrebbe da sola l'equivalente dell'intero fabbisogno mondiale di greggio per 3 anni e di metano per 14 anni. Quest'ultimo dato, soprattutto, porta Donald Gautier, lo scienziato che ha guidato la ricerca, a concludere che «la futura preminenza della Russia nel controllo strategico delle risorse di gas è destinata ad accentuarsi ed estendersi». Gran parte dell'area che contiene il futuro scrigno dell'energia appartiene infatti alla Federazione Russa, già oggi maggior produttore al mondo di gas naturale. Quello degli studiosi americani è il primo rapporto dettagliato sul potenziale energetico dell'Artico, dove la durezza delle condizioni climatiche e orografiche, oltre ai relativi ritardi della tecnologia, ha finora limitato le esplorazioni a poche zone al largo delle coste degli Stati Uniti o della Russia.

Ma l'assottigliamento progressivo delle riserve di greggio (la cui produzione, in mancanzadi nuove scoperte, dovrebbe cominciare a calare dal 2020) e il lento ma progressivo scioglimento della calotta artica, dovuto all'effetto serra, hanno improvvisamente reso più attraente la nuova frontiera energetica del Grande Nord. Con il corollario che tutti i Paesi, i cui confini toccano il circolo polare, sono già pronti a lottare per rivendicare la loro quota del bottino. Oltre a Russia e Usa, anche Norvegia, Danimarca (per via della sovranità sulla Groenlandia) e Canada sono nella partita. «Nel bene e nel male — dice Paul Berkman, dello Scott Institute presso la Cambridge University in Inghilterra — le limitate prospettive di esplorazione altrove e i nuovi progressi tecnologici hanno reso l'Artico sempre più interessante per questo tipo di sviluppo». Nel 2001 Mosca aveva rivendicato formalmente presso le Nazioni Unite i suoi diritti di ricerca nella zona, contestata da tutti gli altri Paesi. Poi, due anni fa, un mini-sottomarino russo aveva piantato una bandiera di titanio sul fondale sotto il Polo Nord, in un'area rivendicata anche da Copenaghen.

All'inizio di maggio, la Russia ha fatto sapere di essere pronta a usare anche la forza militare per proteggere i suoi diritti nella regione. Illustrando le metodologie e i risultati della ricerca, Gautier ha detto che alle stime si è giunti grazie alla creazione di una mappa geologica, che ha permesso di identificare le rocce sedimentarie, potenzialmente in grado di ospitare riserve di petrolio e gas. Queste sono state poi comparate, grazie a modelli matematici di probabilità, a identiche stratificazioni in altre regioni del mondo, che contengono greggio o metano. L'esito è stato ben oltre le aspettative più ottimistiche: «A nostro avviso, a Nord del Circolo polare artico ci sono tra 40 e 160 miliardi di barili di petrolio, abbastanza cioè da soddisfare la domanda mondiale per più di tre anni. E 1,6 milioni di miliardi di metri cubi di gas naturale, che equivalgono a quasi 15 anni di consumo planetario». Ancora più invitante è il fatto che la maggior parte delle riserve si troverebbe sotto la cosiddetta piattaforma continentale, in una zona dove i fondali marini non sono mai a più di 500 metri, quindi relativamente facili da trivellare. Gautier e il suo team tuttavia non hanno volutamente preso in considerazione la praticabilità economica o l'impatto ambientale di eventuali perforazioni. Hanno però ricordato nello studio che, per quanto ingente, la quantità di greggio e gas potenzialmente individuata non è grande abbastanza da modificare gli attuali equilibri tra i grandi produttori mondiali, con la sola eccezione di rafforzare il ruolo dominante della Russia sul gas. Il dilemma sull'opportunità delle trivellazioni rimane quindi aperto, com'era già emerso durante la campagna elettorale americana dello scorso anno. «Drill, baby, drill» (Trivella, ragazza, trivella) era stato il grido di battaglia, dal richiamo ambiguamente sessuale, con cui Sarah Palin, governatrice dell'Alaska, lo Stato americano che si affaccia sull'area del tesoro nascosto, aveva inutilmente tentato di rilanciare le sorti del ticket repubblicano.

Con un compromesso bipartisan, il Congresso degli Stati Uniti ha già autorizzato una limitata attività di perforazione in alcune zone dell'Alaska, ma solo a partire da 250 chilometri al largo delle coste. Già troppo però per gli ambientalisti, mobilitati in difesa di quello che definiscono «il più fragile ecosistema del pianeta». Secondo Lisa Speer, direttrice dell'International Ocean Program al National Resources Defence Council, trivellare l'Artico potrebbe causare il rilascio di elementi tossici come arsenico, mercurio e piombo nell'Oceano: «Abbiamo bisogno di criteri uniformi e severi per ogni attività off-shore di petrolio: un solo Paese ha il potenziale di produrre conseguenze ben oltre i suoi confini». La minaccia a molte specie animali viene evocata da Steve Armstrup, dello stesso Us Geological Survey che ha prodotto lo studio, il quale ricorda che le aree dell'Alaska, identificate nella ricerca come potenzialmente più ricche di riserve di petrolio, hanno anche l'habitat ideale per orsi polari, foche e balene: «Occorrerà — spiega Armstrup — valutare con attenzione cosa significherebbe lo sviluppo di attività di ricerca e produzione di petrolio e gas per queste specie, alcune delle quali sono già oggi a rischio di estinzione».


 
 
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ACCAREZZARE un pulcino, dar da mangiare alle galline, tosare una pecora oppure mungere una vacca. O ancora salire su un trattore, prendere le uova direttamente dal pollaio, raccogliere l'insalata o i pomodori. Non tutti i bambini hanno avuto l'occasione di entrare in una fattoria o guardare da vicino un orto. Anzi, solo uno su tre si è avvicinato alla campagna e, secondo un sondaggio europeo, i bimbi italiani sono i meno esperti in tema di agricoltura, coltivazioni e allevamento.

Le risposte dei bambini sono state curiose se non stravaganti e fantasiose. Anche se il sondaggio dell'Ue non è recente, i risultati sono considerati ancora validi e sono stati evidenziati dalla Cia-Confederazione italiana agricoltori in occasione della festa nazionale di "Scuola in fattoria", iniziativa promossa per avvicinare i più piccoli alla campagna ma soprattutto educare a mangiare in maniera corretta e sana per contrastare sovrappeso e obesità.

Il sondaggio europeo ha interpellato in particolare i bambini delle scuole elementari che hanno un'immagine particolare della vita in campagna e pensano che l'agricoltore sia un nonno indaffarato, amichevole e altruista. I piccoli pensano che arance, olive e banane crescano nel Regno Unito, le pesche in Finlandia, che il cotone venga dalle pecore, che il pollo abbia quattro cosce (stranamente proprio la parte preferita da mangiare), che lo zucchero non si sa dove venga, che le more sono caramelle, che l'orto sia nel supermercato.

Per i piccoli una fattoria senza animali è quasi inconcepibile. Quasi tre quarti dei bambini europei sono stati in una fattoria almeno una volta e a quasi nove bambini su dieci la visita è piaciuta. La visita è stata più entusiasmante per i bambini spagnoli e irlandesi (64 e 59 per cento rispettivamente), ma meno per i bambini tedeschi e italiani (35 e 27 per cento).

I bambini hanno difficoltà ad associare i prodotti non trattati alla loro forma finale dopo la trasformazione. Per esempio, il 50 per cento dei bambini europei non sa da dove viene lo zucchero, tre quarti non sanno da dove viene il cotone, mentre un quarto crede che cresca sulle pecore. Un terzo dei bambini non è in grado di citare nemmeno un prodotto derivato dal girasole.

La maggior parte dei bambini entra in contatto con la produzione agricola unicamente al supermercato: solo il 10 per cento cita la fattoria come regolare fonte di acquisto per la famiglia. Il numero è più alto in Lussemburgo e Austria (30 e 28 per cento) e più basso in Irlanda (2 per cento), Regno Unito e Spagna (3 per cento entrambe). Quasi un quarto dei bambini non è in condizione di citare un metodo di conservazione del cibo diverso dal congelamento.

Interrogati su quali animali producono latte, tutti i bambini hanno citato le vacche. Tuttavia, tra la metà (Irlanda, Svezia e Italia) e tre quarti (Grecia) dei bambini hanno menzionato anche le capre. Inoltre, in media un bambino su due ha citato le pecore, con una frequenza che va dalla Finlandia, Irlanda e Regno Unito fino alla Grecia, Italia, Portogallo e Spagna.

Forti differenze compaiono quando ai bambini viene chiesto quali prodotti possono essere ottenuti dal latte. Il formaggio è il più citato da tre bambini su quattro. Oltre la metà dei bambini ha citato il burro e lo yogurt e quattro su dieci la crema di latte. Altri prodotti (panna montata, formaggio di latte cagliato, gelato) vengono citati meno frequentemente.

L'iniziativa della Cia è diretta anche a una sana e corretta alimentazione per contrastare obesità e sovrappeso che si riscontrano in maniera evidente soprattutto fra i bambini. I dati parlano chiaro. In Europa la situazione peggiore si riscontra in Gran Bretagna (29 per cento di sovrappeso tra i 5 e i 17 anni, sia nei maschi sia nelle femmine), nei Paesi mediterranei (Cipro, Italia, Malta, Spagna) e del Portogallo. In ogni caso, per l'Organizzazione mondiale della sanità 1 ragazzo su 5 in Europa è sovrappeso. Ogni anno, agli oltre 14 milioni di giovani europei in sovrappeso - 3 milioni dei quali obesi - si aggiungono 400 mila "nuovi" sovrappeso.

In Italia, oltre un terzo dei bambini tra i 6 e i 9 anni risulta in sovrappeso o obeso (34,1 per cento), un dato che scende al 25,4 per cento nella fascia tra i 10 e i 13 anni, e precipita con l'adolescenza (14-17 anni) al 13,9 per cento. Per i bambini e adolescenti italiani, al di sotto della maggiore età, l%u2019obesità infantile si attesta al 4 per cento di media, ma secondo recenti studi, nel 2025, mantenendosi questa situazione, l'obesità infantile nel nostro Paese triplicherà, arrivando al 12,2 per cento. Prevenire, magari con una passeggiata in campagna, è quindi meglio che curare.

 
 
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IL concorso "Paesaggi dal treno" indetto da Italia Nostra e collegato alla seconda Giornata Nazionale delle Ferrovie Dimenticate ha i suoi vincitori.

Nella sezione Foto si sono classificati Emanuele Simone (1° premio) per la perfetta armonia dell'immagine sulla linea Brescia-Edolo, Mario Dessì (2° premio) per la suggestione creata dallo zig-zagare di una vecchia littorina delle Ferrovie della Sardegna e Fabrizio Razza (3° premio), per l'integrazione fra natura e opera dell'uomo sulla tratta Roccasecca-Avezzano.

IL SITO DI ITALIA NOSTRA CON TUTTI I VINCITORI

Nella sezione Racconti, il primo premio è andato a Paolo De Stefanis (Quel treno della Majella) per il valore turistico e la citazione della transumanza - migrazione stagionale delle greggi - che costituiva un tipico uso locale della ferrovia; al secondo posto, Alessandro Stramondo (Attorno all'Etna con la Circum) ha raccontato in modo avvincente il dimenticato paesaggio della Circumetnea; Viaggi piccoli piccoli di Vincenzo Oliveri vince il 3° premio per la tematica dei "rami secchi" e la descrizione dell'abbandono delle ferrovie minori ancora aperte ma in pericolo di estinzione.

GUARDA I VIDEO VINCITORI

La sezione Video è stata conquistata da Tonino Pecoraro e Antonello Novellino (1° premio) con Somewhere - Ricordando la stazione di Paestum per il tono poetico e la cura della ripresa. Herbert Cioffi ha ricevuto il 2° premio con Stazione di Sarnico Bergamo, per la gradevole voce di commento, la musica indovinata ma soprattutto i contenuti (racconta ciò che si può fare con un vecchio binario e una stazioncina vuota ma "sempre pronta a far partire un sogno"). Le immagini e la ricostruzione storica sono al centro della motivazione per il terzo classificato, Ferruccio Macor, con Treno Gemona-Sacile.

 
 
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A vederlo da fuori, viene da pensare: quanti palazzi così si potrebbero fare con i rifiuti di Napoli? Questo è di seicento metri quadrati per due piani, e sul tetto ha un bel giardino pensile. E’ il primo edificio fatto con i rifiuti. Proprio immondizia: ripulita, riciclata, ma pur sempre materiali che qualcuno aveva buttato nel bidone, ripresi e trasformati.

Come le 33 mila bottiglie di plastica per isolare le pareti: un materiale che non s’incendia, non fa muffa ed è perenne, nel caso si «accendesse» si consuma quasi al nulla. Il palazzo fatto di monnezza si trova a Conegliano, estremo Nord-Est di Treviso, ed è la sede - guarda caso - di un consorzio di rifiuti: la «Savno», che si occupa della differenziata per 35 comuni e che, attraverso quella raccolta, si è procurata il materiale per le pareti, i pavimenti, l’alluminio degli infissi e il resto.

«Avevamo bisogno di una nuova sede, e perché non costruirla con quello che trattiamo ogni giorno: i rifiuti. Ci siamo messi a un tavolo e abbiamo pensato a come fare, alla fine abbiamo anche vinto un premio internazionale». Riccardo Szumski, di origine polacca ma nato in Argentina, è il presidente di «Savno»: è stato sindaco di Santa Lucia del Piave, e adesso è vice sindaco. «Noi dei piccoli comuni riusciamo a fare cose che forse nelle grandi città spesso non riescono - racconta -, siamo una squadra».

Szumski la fa sembrare una cosa semplice ma non esiste un’impresa che possa mettere insieme tutti, e ci sono voluti venti specialisti, che in un anno hanno progettato e finito il lavoro. All’interno, gli uffici sono tutti esposti in modo che le finestre diano sulla collina, la zona è quella industriale, ma varcata la soglia della Savno la sensazione è di un beato silenzio. Si chiama perfetto isolamento acustico, complici i quotidiani riciclati nel pavimento con il sughero, unito a una temperatura ideale prodotta dalla sonda geotermica a 150 metri di profondità: fresco d’estate e caldo d’inverno, senza termosifoni né condizionatori.

«A meno che non si dimentichi una finestra aperta», sorride Elisa Golfetto mentre ti fa accomodare su poltrone in cartone compresso. Anche la carta da parati, ovviamente riciclata, è in tema: le decorazioni rappresentano il ciclo dello smaltimento dei rifiuti. «Certo lavorare qui è diverso - spiega Elisa -. Intanto per il progetto che rappresenta, è stimolante, e poi siamo tutti giovani, l’età media è sotto i quarant’anni». Il 90% dei deipenednti di «Savno» sono donne, solo 6 gli uomini, compresi il presidente e il direttore Stefano Riedi.

E’ lui il «tecnico» del pool, ci tiene a sottolineare i problemi della raccolta differenziata, troppo poca in Italia, e «Savno» è un esempio in un deserto. Il Conai (Consorzio nazionale imballaggi, che recupera e ricicla) ha un buco di bilancio di 20 milioni - «c’è sul sito Internet» - perchè l’accordo con i Comuni per lo smaltimento non è più sufficiente, le tariffe per la plastica raddoppieranno da luglio, anche questo sta sul sito. In questa parte d’Italia però sembra sappiano trovare sempre le soluzioni. «Stiamo sperimentando un lettore ottico, lo stesso usato in un’azienda di caffè, la Pellini, per selezionare i chicchi migliori». In pratica sopra un nastro passano i rifiuti, il laser li riconosce e un computer li «soffia» via differenziandoli. Semplice, no?

 
 
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Nel 2020 le emissioni di idrocarburi da parte di moto e motocicli saranno più importanti di quelli di tutte le altre categorie di veicoli nell’Unione Europea. Il controllo delle emissioni di questi veicoli è per questo indispensabile, nonostante il loro apporto all’inquinamento dell’aria sia molto consistente soprattutto nelle città. Lo indica lo studio sulle misure per ridurre l’inquinamento dei veicoli a due ruote elaborato dall’università di Tessalonica per conto della Commissione europea.

Secondo la ricerca, il contributo delle due ruote e motore alle emissioni di diossido di azoto (NOx) e le particelle sottili dovrebbe crescere regolarmente di qui al 2020, a causa di un calo di quelle dei veicoli passeggeri e dei mezzi pesanti, come previsto dalle norme Euro 5 e 6. Dovrebbero tuttavia restare poco rilevanti, nell’ordine del 2% per il biossido di azoto e del 5% per le polveri sottili. Le due ruote rappresentano lo 0,7% dei gas a effetto serra emessi nel settore trasporti, così come il 9% del monossido di carbonio e il 12% di idrocarburi.

«In materia di due ruote, la regolamentazione è in ritardo di almeno una dozzina d’anni rispetto a quella per le auto. Proprio perché il loro contributo al traffico è marginale, e percorrono meno chilometri l’anno, la Ue ha trascurato, e in fondo dimenticato il loro impatto ambientale» indica la ricerca. E dunque il margine di miglioramento resta tuttora quanto mai ampio.

L’Associazione dei costruttori europei di motocicli (Acem), che riunisce la maggior parte dei marchi e copre il 95% del mercato europeo, auspica che la regolamentazione Ue si faccia più severa, in materia ambientale, anche per far fronte alla grave crisi del mercato con gli incentivi per la rottamazione.

I ciclomotori oggi sono sottoposti alla normativa Euro 2, le moto di cilindrata superiore ai 50 cm3 alla norma Euro 3. «La Commissione ha già cominciato a lavorare per mettere a punto norme Euro 4 ed Euro 5, rispettivamente all’orizzonte nel 2012 e 2015 -spiega Antonio Perlot, responsabile relazione esterne dell’Acem interpellato dal notiziario ’Journal de l’Environnement- In rapporto all’Euro 3, la norma Euro 5 rappresenterà una riduzione del 50% delle emissioni inquinanti».

Con un parco delle due ruote (escluse le biciclette) di oltre 5 milioni e mezzo di motoveicoli, l’Italia - che detiene uno dei tassi di motorizzazione più elevati del mondo, secondo dietro agli Stati Uniti e, tra i Paesi Ue, primo davanti alla Germania- conta un numero di motocicli di appena 7 volte inferiore rispetto a quello delle autovetture. Ma la loro concentrazione in città come Roma supera oggi gli 800 mila motoveicoli circolanti.

 
 
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Un Indiana Jones dell’agricoltura, in missione perenne nelle regioni fra le più inospitali del mondo, alla ricerca di sementi oggi in disuso, e con una certezza: in futuro, grazie a loro, l’umanità potrà continuare a nutrirsi a dispetto del cambiamento climatico e dei suoi brutti scherzi. Questo in sintesi è Ken Street, 43enne australiano, agronomo dell’International Center for Agricultural Research in the Dry Areas - l’organizzazione con sede ad Aleppo, in Siria, che mantiene una banca genetica di semi adatti ai climi aridi. Il compito di Street è trovare semi di piante agricole che stanno per essere cancellate dall’omogeneizzazione dell’agricoltura moderna: «Un errore che potremmo pagare caro: la diversità genetica è un’assicurazione contro il disastro. Se ho più varianti di una specie, anche se una di queste un anno non mi dà raccolto per il clima avverso o per una malattia, le altre possono comunque sopperire alle mie necessità di base».

Ma oggi i metodi agricoli prediligono le alte rese e così si finisce per fare «tabula rasa»: semenze tutte di un tipo, le più efficienti; per tutte le altre, l’inesorabile abbandono. A questo punto l’unico modo per recuperare «varianza genetica» da re-introdurre o da usare per irrobustire le specie agricole da cui dipendiamo è andare nelle zone ancora raggiunte dall’agricoltura moderna. Si comprende allora perché il campo di ricerca di Street finisca per estendersi per tutta l’area compresa fra quella che un tempo era la mezzaluna fertile - dove diecimila anni fa nacque l’agricoltura - e le pendici del Pamir. Certo, trovare sementi d’altri tempi in un’area così vasta è come trovare un ago in un pagliaio. Ma non è questa la sola difficoltà: spesso i problemi più grossi sono legati al fatto che gran parte dell’Eldorado di Street si trova in zone di conflitto. «La parte di Turchia per me più interessante è quella sudorientale - racconta Street -, che è però anche quella dove avvengono gli scontri fra esercito turco e separatisti curdi». Non meno rischioso, per ovvi motivi, l’Iraq settentrionale. Decisamente più semplice l’Iran, anche se non sono tutte rose e fiori. Ma il caso esemplare è l'Afghanistan: «Per secoli l’area è stata il canale di passaggio degli eserciti che imperversavano nell’Asia centrale. Il che ha determinato l’adozione di diversi tipi di agricoltura nella regione».

Non a caso la banca genetica dei semi in Afghanistan era fra le più importanti al mondo; perlomeno fino a quando i taleban non gettarono via tutto per servirsi dei recipienti di plastica in cui erano conservate le sementi. «L’Afghanistan sarebbe il posto migliore per le mie ricerche - dice Street - ma oggi lavorare lì è troppo rischioso». La vita del cacciatore di semi resta complicata anche laddove non ci sono conflitti conclamati: bastano i capricci di poliziotti corrotti e autorità ottuse. Durante uno dei suoi viaggi nel nord del Tagikistan - un’area d’interesse speciale per la sua arretratezza e il persistente uso di coltivazioni «antiche» - Street si trovò bloccato per giorni a Khojand (fondata 2300 anni fa da Alessandro Magno) a causa della studiata lentezza con cui i funzionari locali gli rilasciarono il permesso per entrare nelle valli più remote della regione. Il rapporto con i contadini e gli abitanti delle aree in cui Street si avventura è però tutt’altra cosa: «È gente di una povertà estrema. Eppure tu arrivi lì, cominci a far domande e a chiedere di portarti via un po’ delle loro sementi e loro la prima cosa che fanno è offrirti da mangiare. In un paio di villaggi hanno addirittura ucciso il loro agnello migliore per noi».

Le scorribande di Street hanno dato frutti non da poco: «Abbiamo rinvenuto una variante di grano resistente a una cimice che distrugge i raccolti in Africa, un’altra immune all’afide russo del grano e persino una che riesce a difendersi dall’Ug 99», una peste fungina dello stelo del grano potenzialmente devastante per le coltivazioni di frumento. Tuttavia si potrebbe fare molto di più se a queste ricerche fossero dedicate le dovute attenzioni, sostiene Street: «Anche in termini di fondi: basterebbe una frazione di quelli destinati ad altre minacce all’umanità; quanti miliardi spendiamo per prevenire un rischio potenziale e presunto come il terrorismo? Teniamolo presente: quella alla sicurezza alimentare mondiale è una minaccia chiara ed evidente. Se non addirittura certa».

 
 
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Tetti bianchi e non solo per abbattere la Co2. L’idea è semplice, semplicissima, ma potrebbe risultare rivoluzionaria, tanto da essere accolta e rilanciata dal premio Nobel per la fisica e segretario all’Energia Usa, Steven Chu.
Parlando davanti all’autorevole Simposio dei premi Nobel al St. James Palace di Londra, Chu - uno dei massimi esperti mondiali di clima, come ricorda il britannico The Times - ha sostenuto che un’iniziativa globale per cambiare il colore dei tetti, delle strade e dei selciati potrebbe dare un enorme contributo alla lotta contro il riscaldamento globale.
«Ora, voi sorriderete, ma è stato fatto un calcolo: se dipingessimo di bianco i tetti di tutti gli edifici del mondo e se la pavimentazione delle strade fosse uniformemente di un cemento di colore chiaro, piuttosto che nero questo darebbe lo stesso risultato di un blocco della circolazione delle auto di tutto il mondo per 11 anni», ha spiegato Chu.

Le superfici più pallide, viene spiegato in un articolo del quotidiano inglese "Telegraph", potrebbero rallentare il riscaldamento globale riflettendo il calore nello spazio, invece di permettere di essere assorbito dal buio di superfici in cui è intrappolato dai gas serra e l´aumento delle temperature.

La proposta che Chu fa propria è quella avanzata da Art Rosenfeld insieme agli scienziati del Lawrence Berkeley National Laboratory (LBNL) della California. In questo Stato, già dal 2005, è obbligatorio per tutti gli edifici commerciali di avere i tetti dipinti di bianco, una misura che adesso sarà estesa anche alle case residenziali.

Secondo i calcoli di Rosenfeld e dei suoi collaboratori, Hashem Akbari e Surabi Menon, cambiare il colore della superficie delle 100 città più grandi del mondo potrebbe abbattere l’equivalente di 44 miliardi di tonnellate di emissioni di anidride carbonica.

 
 
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Nelle ultime due settimane sono state registrate numerose segnalazioni nel quale si sottolineava che in varie zone delle Alpi Occidentali (torinese e cuneese) la neve lasciava sugli sci “uno strato di sostanza collosa, bituminosa, nera”. Per pulire gli sci è necessario ricorrere a solventi chimici. Questo fenomeno ha creato un allarme diffuso, ripreso dalla televisione nazionale e dai blog nei quali sono state fatte le ipotesi più disparate (“allo scarico in quota di carburante da parte di aerei in difficoltà” oppure “residui di petrolio trasportati dal vento di origine africana e mischiati alla sabbia che l’hanno reso oleosa”).

Il Dipartimento Arpa di Cuneo ha provveduto ad effettuare due campioni di neve, uno in alta valle Stura di Demonte - Colle della Maddalena e l’altro in una località in prossimità del Colle Tenda in Valle Vermenagna, dove il fenomeno appariva più consistente. I campioni sono stati sottoposti ad analisi di tipo chimico e biologico. I primi risultati delle analisi chimiche, che nell’ambito degli scopi istituzionali di Arpa Piemonte sono indirizzate alla determinazione dei composti connessi all’inquinamento di origine antropica, non hanno evidenziato anomale presenze di inquinanti organici ed inorganici.

L’analisi microscopica della parte solida (in sospensione) contenuta nei campioni di neve ha invece evidenziato la dominante presenza di cellule di origine vegetale o comunque naturale. In particolare eccezionalmente numerosa era la presenza di granuli pollinici (una dominanza di Larice nel campione della Valle Stura mentre in Valle Vermenagna erano presenti anche pollini di altre specie vegetali ed una discreta presenza di alghe - Cloroficee e Cianobatteri).

Si tratta quindi, con ogni probabilità di un fenomeno assolutamente naturale, che negli anni scorsi non appariva in quanto la ripresa vegetazionale, coerente con la stagione primaverile avanzata, non avveniva con la neve al suolo e quindi queste sostanze si disperdevano sul terreno. L’eccezionale presenza di neve a quote relativamente basse in questa stagione ha portato alla rilevazione del fenomeno da parte di chi pratica lo sci-alpinismo.

Recentemente sono state anche avvistate chiazze di colore giallo sul lago Maggiore. Precisamente di fronte alla costa del comune di Cannero. Si tratta di polline del genere Pinus (famiglia delle Pinaceae). Tale tipologia di polline ha l’andamento crescente e il massimo stagionale in corrispondenza del mese di maggio. Dall’esame della concentrazione (numero di granuli di polline per metro cubo d’aria) e dell’andamento studiato dal 1° al 25 maggio 2009, si denota che il genere Pinus ha registrato i massimi livelli il 20 maggio (190,61 granuli per mc d’aria) e il 22 maggio (156,80 granuli per mc d’aria). Tali dati ne giustificano la diffusa presenza in ambiente acquatico.

 
 
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Il pilota della Marina militare francese l’ha scambiata per una chiazza di petrolio. Troppo estesa, per essere altro, ha pensato. Quando però è giunta sul luogo dell’avvistamento una motovedetta, la sorpresa: si trattava di una enorme, immensa colonia di meduse. Una «macchia» lunga quasi 10 chilometri, larga dai 10 ai 100 metri, che fluttuava a Nord del «dito» della Corsica, a 20 miglia dallo scoglio della Giraglia.

Così, qualche giorno fa, è scattato l’allarme. Dove andrà a parare questa minaccia? In realtà, si tratta di migliaia di «barchette di San Pietro» (il nome scientifico velella-velella), meduse piccole con un diametro oscillante tra i 2 e 7 centimetri, trasparenti e con i riflessi azzurri e verdi, e dal potere urticante minimo. Gli esperti di correnti hanno previsto lo spiaggiamento tra Costa Azzurra e Versilia, con i venti da Sud; in Corsica e Sardegna con la tramontana.

Per qualcuno, le propaggini della colonia sarebbero già giunte in Liguria. Dove sono 15 giorni che si susseguono gli avvistamenti. E così anche in Toscana, a Capri. E nel Nord della Corsica, mentre non sarebbero ancora arrivate in Sardegna. L’allerta è scattata però in Spagna: sono state avvistate decine di «caravelle portoghesi», una medusa oceanica (entra da Gibilterra) ben più pericolosa della «barchetta di San Pietro»: ha lunghissimi tentacoli che rilasciano aculei particolarmente urticanti e che hanno il potere di far abbassare la pressione sanguigna con il rischio di collasso. Allarmi su allarmi, che si rincorrono. E che fanno temere un’altra estate dal tuffo difficile. Come quella di due anni fa. Con una domanda di fondo: le meduse sono in aumento nel Mediterraneo? «È un’ipotesi, ma non ci sono le prove, perché non possiamo contare su dati storici», spiega Alessandro Giannì, biologo marino, direttore delle campagne Greenpeace. «Non sappiamo se è effettivamente è aumentato il loro numero oppure se ci sono più allarmi perchè il mare è più frequentato».

Pochi giorni fa, da Barcellona, l’Istituto di Scienze Marine ha messo in guardia sullo spopolamento delle nostre acque: meno pesce, più meduse. Più o meno come aveva predetto una decina di anni fa un biologo: continuando a pescare senza regola nel Mediterraneo (e altrove), questo l’assunto, sarebbero venuti meno i predatori, quindi le prede, e dunque i «competitor» delle meduse, che sarebbero proliferate. «Nel Mediterraneo non ci sono dati certi che provino questo scenario. Vi sono invece per le acque della Namibia, Giappone e Antartide» spiega Giannì. Dunque, l’ipotesi non può essere esclusa. L’ambientalista parla di «alterazione dell’eco-sistema». Le meduse sono avvistate sempre più sottocosta: «Ma sono fatte per stare al largo. Vuol dire, allora, che il corso delle correnti è mutato». Poi, vi sono altri fattori: l’inquinamento, i cambiamenti climatici, appunto la pesca «Stiamo parlando di un equilibrio delicato: se ci sono meno pesci che si cibano di meduse, come quello azzurro e il pesce luna, oppure le tartarughe, ma soprattutto se ci sono sempre meno pesci che si cibano di plancton, alimento principe delle meduse, diminuisce la mortalità di queste ultime e ci sono le condizioni favorevoli perché possano riprodursi e proliferare» spiega Giannì. Il rimedio? «Smetterla col saccheggio del mare, istituire riserve sottocosta, ma anche al largo» dice Greenpeace. Prima che sia tardi.

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Allarme meduse: i sei rimedi dopo un ”incontro ravvicinato”