Non sono servite le piene disastrose del 1994 e del 2000 per mettere in sicurezza il Po. Sono stati inutilmente spesi milioni di euro e altri se ne vogliono spendere per cercare di regimentare e canalizzare invece di recuperare le aree di esondazione naturale del Po e mettere finalmente in sicurezza l’intera Regione. Purtroppo gli interventi per il “ripristino idrogeologico ed ambientale” previsti dal Piano di Assetto idrogeologico del Po del 2001 non sono ancora stati avviati. 

L’Italia sta cercando, ultima in Europa, di fare in fretta e furia il Piano di gestione di bacino idrografico, previsto dalla Direttiva Quadro acque 2000/60/CE, solo per non incorrere nelle sanzioni pecuniare e nel blocco dei contributi europei, mentre  nel frattempo si continua ad artificializzare il Po e i suoi affluenti  aumentando il rischio per le popolazioni rivierasche. 

L’AIPO (l’Agenzia Interregionale per il Po – ex Magistrato per il Po) in collaborazione con la Regione Lombardia, ha promosso un ulteriore studio per la “bacinizzazione” del Po con ulteriore sperpero di denaro pubblico (150.000 euro solo per lo studio di fattibilità): si tratta della riproposizione di una variante di un progetto che ha più di 40 anni e che avrebbe conseguenze disastrose per la sicurezza delle popolazioni rivierasche e per la tutela dell’ambiente. O come sul Toce, già flagellato nel tempo da numerosi eventi alluvionali,  dove è previsto un progetto da circa 12 milioni di euro che più che mettere in sicurezza il tratto interessato tende a ridurne l’area di esondazione, a consumare ulteriore suolo agricolo e forestale e a realizzare costose infrastrutture per le quali sarà difficile anche il monitoraggio e la manutenzione. 

Mentre in Italia si va avanti con un’ottica di fine ‘800, in tutta Europa (sulla Loira in Francia, sul Lech o la Drava in Austria, sul Reno in Germania) si stanno realizzando da anni progetti per la riqualificazione e rinaturazione dei fiumi per garantire la sicurezza idraulica, la tutela e valorizzazione del paesaggio; progetti sempre che nascono dalla collaborazione di, industriali, agricoltori e ambientalisti”.  

Lo scorso anno era stato annunciato lo stanziamento di 180 milioni di euro per il Progetto Valle del fiume Po che dovrebbe prevedere  la sua riqualificazione e tutela; purtroppo di questo progetto e, soprattutto, del suo finanziamento si sono perse le tracce. Si paga inoltre la frammentazione di competenze e la mancanza di un soggetto autorevole e che possa coordinare la pianificazione a livello di bacino idrografico, come peraltro richiesto dall’Unione Europea. Le Autorità di bacino, ora chiamate di distretto, sarebbero quel soggetto, ma in questi ultimi anni sono state delegittimate e private di risorse economiche adeguate, mentre dovrebbero essere consolidate come chiede l’Europa per garantire il “buono stato ecologico” di fiumi e laghi come previsto dalla Direttiva Quadro acque (2000/60/CE) e per ridurre il rischio da alluvioni come previsto dalla recente e non ancora recepita in Italia Direttiva sul rischio alluvionale (2007/60/CE).


IL WWF PER LA TUTELA DELLE ACQUE >>

 
 

Se Michelle Obama potesse venire a Masino tra domani e domenica, potrebbe trovare tutto il necessario per far diventare il suo orto un vero gioiello: un orto vario, pieno, biologico (e italiano!) Il «suo» nuovo e sbandierato orto, semplicemente zappato, coltivato e seminato ai bordi di sofisticati ed eleganti «loans» (i prati all'inglese della Casa Bianca), non è per nulla banale: con le sue future imperfezioni, con i suoi futuri colori allegri e bizzarri, con i suoi futuri successi ed insuccessi, sarà certamente pieno di vita, fragrante e allegro.

Quasi l'opposto dalle ben differenti, sterili (e spesso vuote di significato), rassegne di pratini tosati, azalee potate, rododendri manicurati del giardino presidenziale: un vecchio inno al perbenismo estetico e al «politically correct», al liftato (e alla noia!). In certi momenti, Vico ce lo ricorda da più di 200 anni, il veloce ritmo dei tempi deve trovare la maniera di riflettere e tornare indietro. Così negli orti con un forte senso della realtà e con la dovuta umiltà si stanno abbandonando i veleni ed i loro trattamenti per approdare tra orti puliti, liberi e biologici. Saranno sicuramente meno produttivi e meno perfetti. Ma sani.

La lobby delle aziende chimiche (del vasto settore dell'agricoltura), di fronte agli orti puliti e felici della Casa Bianca, colpiti dalla troppo bio-coscienza di Michelle, sono andati al contrattacco: evidentemente la moda «ecologica» e plateale della presidentessa può portare loro grande danno. Un orto chiacchieratissimo, fotografatissimo (e soprattutto esente di trattamenti), è una pessima pubblicità per i produttori di pesticidi. La difesa è stata netta: un solo produttore produrrebbe (con il metodo tradizionale fatto di irrorazioni a base di polverine e liquidini velenosi) verdure per 124 famiglie americane.

A detta di «lobby», Michelle Obama (indicata come egoista ed elitaria) farebbe invece verdure solo per sé e per la sua famiglia. Ma Michelle Obama non è una produttrice di verdura, è la moglie del Presidente degli Usa e produce, bontà sua, qualcosa che a Lei e alla famiglia piace ed alla quale evidentemente era abituata. Credendoci e potendolo fare non somministra loro verdure «avvelenate». Tutto lì.


 
 

Il mondo supererà il suo obiettivo al 2050 per le emissioni di CO2 con vent’anni di anticipo, nel giro di vent’anni, e in quel periodo la temperatura globale salirà oltre i livelli potrebbero innescare cambiamenti climatici pericolosi.

Secondo uno studio internazionale pubblicato su Nature il mondo ha già prodotto un terzo della CO2 che si è impegnato a emettere dal 2000 al 2050 ed è riuscito a mantenere il riscaldamento globale entro il limite di un grado.

Al ritmo annuale di crescita delle emissioni, il 3% l’anno, i paesi avranno superato il limite totale di 1.000 miliardi di tonnellate entro vent’anni, con vent’anni di anticipo sugli obiettivi fissati dagli impegni internazionali.

«Se continuiamo a bruciare carburanti fossili come ora avremo esaurito il budget di carbonio nel giro di 20 anni e il riscaldamento globale salirà decisamente oltre un grado» dice Malte Meinhausen del Potsdam Institute for Climate Impact Research in Germania, che ha guidato il gruppo di scienziati che ha elaborato lo studio.

«Occorre cominciare presto a ridurre in misura sostanziale le emissioni di CO2, prima del 2020. Se aspettiamo più a lungo il ridimensionamento della CO2 richiederà tremendi costi economici e sfide tecnologiche».


 
 

La chiamano la "medusa assassina" e il soprannome non è di quelli che mettono il buon umore se si pensa che è appena sbarcata nel Mediterraneo. L'allarme arriva dalla Spagna perché la "caravella portoghese", che in realtà è un aggregato di quattro organismi, abita nell'Atlantico e ha sfruttato i venti propizi e la piccola vela naturale di cui dispone per ottenere un passaggio verso i mari caldi. Il rischio è che si trovi bene, riesca a riprodursi con successo e decida di restare.

Al momento nessuno può dire se questo scenario di convivenza forzata con un ospite marino poco gradito sia destinato a trasformarsi in realtà. Anche perché per ora è difficile calcolare la consistenza numerica delle truppe d'invasione. La Physalia phisalis, questo è il nome scientifico, è stata avvistata per la prima volta tre settimane fa davanti a Malaga. E un paio di giorni fa era già all'altezza di Murcia avendo percorso un bel tratto di mare verso la Francia.

Ritrovarsela in acqua durante l'estate non sarebbe piacevole anche perché è una medusa ingannatrice. Il corpo è piccolo, non più di 20 - 30 centimetri, ma i tentacoli sono estremamente sottili, fili insidiosi lunghi fino a 30 metri: difficile per chi fa il bagno accorgersi di un pericolo concentrato in pochi millimetri di membrana così distante dalla "testa" dell'animale. Ma è anche difficile scordarsi un eventuale impatto: oltre al bruciore immediato vanno messi nel conto tachicardia, sudorazione accentuata, spasmi muscolari e qualche difficoltà respiratoria. Secondo il Centro oceanografico Ignacio Franco, tra il 30 e il 50 per cento delle persone colpite da questa medusa finisce all'ospedale. E, in casi di allergia, si rischia anche la morte.

L'Istituto spagnolo di oceanografia precisa che non è la prima volta che la Physalia phisalis fa il suo ingresso nel Mediterraneo ed è probabile che anche questa volta la sua incursione sarà di breve periodo. Ma già in passato ci sono stati momenti in cui si è moltiplicata creando seri problemi sulle spiagge spagnole.

"Oggi le probabilità di una proliferazione delle meduse è aumentata a causa di vari fattori", spiega Silvano Focardi, rettore dell'università di Siena. "In questo caso l'elemento più importante è l'alterazione della catena alimentare determinata dalla scarsità di predatori. Con l'eccesso di pesca abbiamo tolto dal mare i pesci e le tartarughe che mangiavano le meduse e ci troviamo così di fronte a una presenza che non viene più contenuta in modo naturale".


 
 

Le renne trotterellano compatte come un nugolo di storni quando da un boschetto di betulle nane s'alza in volo una coppia di cigni selvatici. Il sole è tramontato da più di un'ora ma il cielo dell'artico norvegese è ancora rosa pallido. "Quest'anno la primavera è in anticipo", dice Isak Mathis Triunf, insaccato nel suo pesk, la pelliccia dei popoli del nord. Isak ha il viso cotto dal freddo, gli occhi chiarissimi.

Da ore, a cavallo di una motoslitta, sta cercando di contenere la mandria, tagliandole la strada quando questa punta nella direzione sbagliata. In poche settimane la temperatura è salita da 50 a 20 gradi sotto zero e le renne scalpitano: vorrebbero migrare verso la costa, dove i pascoli sono più abbondanti e tra un paio di mesi i venti marini le proteggeranno da zanzare grosse come polli. Ma la transumanza, così ha stabilito il parlamento lappone, comincerà soltanto a metà maggio.

Intanto, a poche centinaia di chilometri da qui, i potenti del pianeta stanno per dare inizio al "Great game" petrolifero del prossimo decennio. L'inarrestabile scioglimento dei ghiacci al Polo nord apre nuove rotte per le superpetroliere russe e presto consentirà lo sfruttamento di enormi giacimenti nascosti sotto il pack. "Ho paura", dice Isak. "Per colpa di lupi, aquile, ghiottoni e linci perdiamo tre cuccioli di renna su dieci. Se adesso ci si mettono anche i petrolieri, il nostro avvenire di allevatori sarà davvero a rischio".

Nel terzo millennio, i lapponi, o meglio, i sami, come preferiscono chiamarsi, sono entrati prepotentemente nella modernità: controllano le renne solo con le motoslitte e, anche tra i blizzard che spazzano la tundra, tengono sempre il cellulare incollato all'orecchio. D'estate guidano potenti 4x4 e per radunare le mandrie capita perfino che usino l'elicottero. Il loro passaggio da una vita semi-nomade alla cultura dell'informatica è stato immediato. "Ma sotto questa patina tecnologica c'è uno stile di vita ancestrale, senza il quale gli allevatori di renne non saprebbero fronteggiare né i capricci di animali addomesticati solo per metà né le bizze di un clima feroce", spiega il linguista Ole Henrik Magga, che è stato dal 1989 al 1997 il primo presidente del Parlamento Sami in Norvegia.

Nei secoli, per sopravvivere in un ambiente così impietoso i sami hanno sviluppato un forte senso di adattabilità. Più recentemente, da una democrazia ricca e illuminata come quella norvegese, grazie a questa virtù sono riusciti a strappare leggi con cui oggi possono far valere i loro diritti. Eppure, tra il 1850 e il 1970, la "norvegizzazione" è stata brutale. Ai sami era proibito parlare la loro lingua. I bambini venivano strappati alle famiglie. Gli adulti furono di forza assimilati alla vita occidentale. Solo pochi poterono continuare a lavorare con le renne. Quei pochi che divennero i custodi della cultura sami. "Una volta i norvegesi ci consideravano ignoranti, stupidi, accattoni", ricorda Magga.

Ma le cose sono cambiate. A giorni, sarà inaugurato a Kautokeino il nuovo edificio dell'Università Sami. Ospiterà cattedre di letteratura, pedagogia e scienze naturali, con lezioni dove le antiche pratiche della pastorizia dovranno combaciare con la biologia moderna. La struttura è costata 50 milioni di euro, tutti sborsati dal governo di Oslo. "I norvegesi ci hanno rubato i pesci nei nostri mari, gli alberi delle nostre foreste, la terra, l'oro, i diamanti. Finanziando l'università ci restituiscono una piccola parte di queste ricchezze", dice ancora il professor Magga.

Come spiega Rune Fjellheim, il Parlamento Sami che dirige a Karasjok ha recentemente bocciato un progetto di nuove attività minerarie presentato da Oslo. "Abbiamo posto una condizione allo scavo di miniere sul nostro territorio: che ci venga versata parte dei proventi ricavati dalle future estrazioni", dice Fjellheim. Lo stesso discorso vale per le piattaforme petrolifere al largo delle coste della Lapponia. Ma quando chiediamo al ministro degli Esteri norvegese, Jonas Gahr Støre, se queste richieste gli sembrano legittime, ecco cosa risponde: "No, perché si tratta di risorse off-shore in zone economiche norvegesi. E poi i sami sono norvegesi. Rientrano quindi nel nostro sistema di ridistribuzione delle ricchezze".

Un quarto delle risorse petrolifere del pianeta si trova nelle regioni artiche. Ora, delle otto nazioni che circondano il Polo, sette sono abitate da popoli indigeni: sami, inuit, nenet russi, aleutini e via elencando. Ma, come sostiene il direttore del centro studi sami Galdu, Magne Ove Varsi, tutte le decisioni che riguardano quelle regioni vengono prese a Mosca, Oslo o Washington. "Vorremmo negoziare anche questioni che riguardano le risorse "nazionali", e non limitarci ad esprimere un parere consultivo". Per trovare un equo compromesso tra sami e imprenditori basterebbe forse attingere alle ricche casse dello stato scandinavo. Amministrando sapientemente gli introiti di gas e petrolio, la Norvegia è infatti diventata la nazione più ricca del pianeta (tra i paesi con più di un milione di abitanti). "Noi sami rappresentiamo appena l'1,5% della popolazione norvegese e i sussidi che ci versa il governo di Oslo non superano l'1 per mille del totale: per tacitare gli scontenti basterebbe aumentare queste indennità", sostiene Varsi.

Sono le undici quando finalmente comincia ad annottare. Chiediamo a Isak se si sente almeno un po' norvegese. "Direi di no. Ma con i norvegesi mantengo ottimi rapporti". Alle tre del mattino, l'allevatore risale sulla motoslitta perché le renne hanno ripreso a muoversi. Prima di uscire all'addiaccio dice: "Negli ultimi anni abbiamo vinto molte battaglie. Ma non possiamo abbassare la guardia". Il mostro è sempre dietro l'angolo.


 
 

LO scopo dichiarato è quello di contrastare "l'egoismo territoriale" che rallenta "il cantiere Italia". Ma l'effetto della legge anti Nimby (not in my back yard, non nel mio giardino), in caso di approvazione, sarà di azzerare, attraverso la minaccia di risarcimenti milionari, i ricorsi alla giustizia amministrativa da parte di associazioni ambientaliste storiche, che difendono ciò che resta del Belpaese da abusi edilizi e colate di cemento.

La proposta di legge 2271 è sottoscritta da 136 deputati del Pdl ed il primo firmatario è l'onorevole Michele Scandroglio, genovese, fedelissimo del ministro Claudio Scajola. Aderiscono, tra i tanti, l'ex ministro Pietro Lunardi, il presidente della commissione Cultura Valentina Aprea, il vice di quella Ambiente Roberto Tortoli, l'ex presidente della Regione Liguria Sandro Biasotti.

Presentata in sordina nei giorni del "piano casa", con due brevi aggiunte all'articolo 18 della legge 8 luglio 1986 (responsabilità processuale delle associazioni di natura ambientale), potrebbe schiacciare all'angolo celebri sigle come Italia Nostra, Legambiente, Wwf, Vas Verdi Ambiente e Società, senza parlare della miriade di comitali locali.

Con la modifica 5-ter qualora il ricorso alla giustizia amministrativa "sia respinto perché manifestamente infondato, il giudice condanna le associazioni soccombenti al risarcimento del danno oltre che alle spese del giudizio". Pensiamo a cosa vorrebbe dire un anno di fermo cantiere per il ponte sullo stretto di Messina tra una prima sentenza favorevole del Tar e una bocciatura del Consiglio di Stato: un risarcimento per milioni di euro.

"È una legge liberticida, intimidatoria, di regime - attacca l'avvocato Daniele Granara, docente alla facoltà di giurisprudenza di Genova, legale in molti ricorsi ambientali - . Confido che venga ritenuta palesemente anticostituzionale visto che l'articolo 24 stabilisce che "Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi"".

Ma per il deputato e coordinatore ligure del Pdl Scandroglio le istanze ambientaliste hanno moltiplicato "comportamenti di protesta contro le scelte infrastrutturali sviluppate da soggetti pubblici e privati... proteste che, conosciute con l'acronimo "Nimby", determinano un ritardo costante del "cantiere Italia"... di gran parte degli interventi pubblici... e della stessa edilizia residenziale". Tutto ciò, prosegue il deputato "senza che sia previsto alcuno strumento di responsabilizzazione delle associazioni di protezione ambientale, le quali, talvolta, presentano ricorsi pretestuosi, con il solo e unico scopo di impedire la realizzazione dell'opera pubblica". Scandroglio aggiunge che, per combattere questa "forma di egoismo territoriale", il governo ha già varato norme per "l'iter accelerato delle opere pubbliche.

Le modifiche richieste (la proposta è al vaglio della commissione giustizia) accennano anche all'applicazione di azioni risarcitorie ai sensi del codice civile in caso i ricorsi respinti abbiano agito "con mala fede o colpa grave", ma secondo l'avvocato Granara questa possibilità è già garantita e prevista. La vera svolta è quindi l'eventualità di un risarcimento in caso di ricorso respinto.

"È chiaro - spiega il presidente di Italia Nostra Giovanni Losavio - che lo scopo specifico della proposta di legge è quello di mettere catene (concrete e psicologiche) alle Associazioni, impedendo di fatto lo svolgimento del proprio ruolo civico con la minaccia di ritorsioni per avere la via spianata a fare del territorio quello che "loro" vogliono".


 
 

C'È chi vorrebbe distruggerlo perché squilla troppo, c'è invece chi vorrebbe vederlo sparire per quella telefonata che non arriva mai. C'è poi chi lo getta via solo per acquistarne uno nuovo. Qualunque sia la fine di un telefonino, il vero problema è che non sarà facile distruggerlo e soprattutto riciclarlo. Lo dimostra un'inchiesta di Altroconsumo pubblicata nel numero di maggio che ha preso in esame 19 apparecchi tra le marche più diffuse (9 monoblocco e 10 a scorrimento) e ne ha verificato l'impatto ambientale: il risultato è che oltre la metà non sono riciclabili e quindi ecocompatibili.

L'inchiesta, precisa l'associazione di consumatori, intende valutare la compatibilità ambientale delle diverse fasi del ciclo di vita del telefonino, dalla produzione, imballaggio, accessori, consumi e smaltimento, limitandosi a fotografare il fenomeno senza voler dare valutazioni sui prodotti, di cui non indica nemmeno il prezzo.

"Il rischio ecologico è fondato", scrive Altroconsumo spiegando con alcune cifre l'entità del pericolo: "per costruire 100 grammi di telefonino occorrono 30 chilogrammi di materiali, molti dei quali tossici e dannosi per l'ambiente". Ancora più imponente il mercato della telefonia mobile che produce esemplari a getto continuo: "Solo in Italia si vendono 17 milioni di cellulari all'anno, apparecchi dalla vita brevissima: mediamente 18 mesi".

I produttori di telefonini lavorano su estetica e hi-tech senza dare alcun valore a "questioni ambientali o all'impatto negativo delle loro scelte". Dal punto di vista normativo, precisa l'inchiesta, "nessuno dei 19 cellulari esaminati presenta problemi, tutti i produttori rispettano la legge". Ed è proprio la legislazione "ancora troppo permissiva" l'anello debole su cui punta il dito l'associazione dei consumatori.

L'esame dei telefonini è iniziato con l'analisi e il peso dei materiali a partire dalle confezioni, cavetti e accessori compresi. Poi si è passati alla fase di smontaggio delle varie componenti, quindi il cellulare è stato sminuzzato in particelle di 4 millimetri per poter effettuare l'analisi chimica per rilevare la presenza di sostanze nocive.

Decisiva nella valutazione la presenza di piombo e di metalli nocivi non contemplati nella normativa Ue, come il nichel, riscontrato in "quantità significativa" in 12 modelli su diciannove, pur essendo un metallo da evitare, scrive Altroconsumo, "perché può sviluppare reazioni allergiche (non sugli utenti, ma su chi ne entra in contatto in fase di produzione o smaltimento)". Stesso discorso per la presenza di composti organici volatili (Cov), "sostanze contenute in colle, vernici e plastiche mal fatte che vengono poi rilasciate per lenta emissione" che dimostrano l'uso di materiali scadenti che "rappresentano un limite alla riciclabilità degli apparecchi, oltre che un rischio per i lavoratori".

Passando alla fase di smaltimento, Altroconsumo spiega che "un telefonino facilmente smontabile si traduce nella possibilità di riciclare le varie parti che lo compongono". Purtroppo, prosegue l'inchiesta, "questa condizione si verifica solo nel 50 per cento degli apparecchi, sia perché sono difficilmente smontabili (le componenti non sono tenute insieme a incastro ma per mezzo di colle e viti) sia per la natura intrinseca dei materiali usati, non riciclabili".

Che sia possibile limitare l'uso di sostanze nocive, sottolinea l'inchiesta, lo dimostra il Motorola W230, unico telefonino che ha passato il test con il segno + (equivalente a Buono). Gli altri esemplari che hanno raggiunto la sufficienza (Accettabile) sono monoblocco, in gran parte prodotti in Cina: Sony Ericsson J120i, Sony Ericsson T280i, Lg Kp130, Lg Kp100, Nokia 1650, Samsung Sgh-M110, Samsung Sgh-C180. Tra i monoblocco l'unico "Mediocre" risulta il Nokia 2600 Classic. Tra quelli a scorrimento l'unico "Accettabile" è Lg Kf 600, tutti gli altri passano il test con "Mediocre" (Samsung Sgh-F330, Motorola RizrZ8, Samsung Sgh-U700, Sony Ericsson W580i, Nokia 6210 Navigator, Sony Ericsson W760i, Lg Km500, Motorola MotoZ10, Nokia 7610Supernova).

L'inchiesta dimostra in maniera evidente che i modelli a scorrimento sono "meno ecocompatibili" di quelli monoblocco. Altroconsumo si augura quindi che le aziende migliorino il loro status ecologico e suggerisce alcuni obiettivi da raggiungere con il minimo sforzo: sostituire il caricabatterie con un caricatore usb, vendere separatamente gli accessori e renderli utilizzabili su tutti i modelli, ridurre la confezione e i manuali, usare solo plastiche riciclabili e rendere possibile l'uso di due sim card contemporaneamente per evitare un secondo telefonino. Infine, il cellulare fuori uso non va gettato nella spazzatura ma nelle "piazzole ecologiche" allestite dalle aziende di nettezza urbana oppure, quando è possibile, consegnarlo al negozio dove si è acquistato il nuovo telefonino.


 
 

Trentanove dei 1.600 panda di cartapesta che nelle ultime settimane hanno invaso l’Italia - da Piazza del Popolo a Roma alla Tenuta presidenziale di Castelporziano, fino al G8 di Siracusa - sono in vendita da oggi per due settimane nella sezione Aste di beneficenza di eBay.it (http://pages.ebay.it/charity), con le firme di personaggi come Francesco Totti, Morgan, Adriana Volpe, Linus, Platinette, i Pooh, Albertino, il Trio Medusa, Francesco Facchinetti, Alessandro Preziosi, le voci di Radio Deejay e Fulco Pratesi.

I soldi raccolti serviranno a sostenere le Oasi del Wwf e il progetto Wwf per l’Abruzzo, per la grande raccolta fondi che fino al 2 maggio consente anche di donare 2 euro inviando un sms al 48544 oppure chiamando da rete fissa Telecom.

I panda senza autografo si possono invece avere dietro donazione sul sito www.wwf.it .


 
 

HO visitato l'Italia diverse volte negli anni passati ed ho un caro ricordo sia dei luoghi che ho visto sia delle persone che ho incontrato. Ricordo bene la mia ultima visita ufficiale qui cinque anni fa, durante la quale ho partecipato ad una serie di eventi per promuovere il movimento "Slow Food" che ha fatto molto per sostenere le risorse locali e la produzione di prodotti alimentari sostenibili. Senza alcun dubbio in questi giorni, prima in Italia e durante il mio incontro con il Papa al Vaticano ed in seguito in Germania riprenderò il tema della sostenibilità ambientale, sottolineando la problematica del cambiamento climatico ed il bisogno da parte di tutti di raggiungere una maggiore sostenibilità a livello globale se vogliamo proteggere il nostro pianeta per le generazioni future. Basta riflettere sull'aumento della regolarità di alluvioni a Venezia o di cambiamenti nei tempi dello scioglimento delle nevi in montagna (che provocano il rilascio di flussi d'acqua) per vedere gli effetti dei cambiamenti climatici. E la situazione non farà altro che peggiorare se non si agisce subito.

Credo fermamente che la risposta che diamo alla sfida che ci troviamo ad affrontare definirà la nostra era. Nello stesso modo in cui il Rinascimento ha definito per molti di noi in Europa un risveglio dell'identità culturale ed intellettuale alla fine del periodo medievale, le nostre azioni di oggi potrebbero essere ricordate come il rinascimento del nostro modo di vivere, come l'inizio di una nuova epoca con una gestione efficiente dei nostri Paesi.

Se ciò suona come un'ambizione troppo grande, dobbiamo riflettere brevemente sulla scienza dei cambiamenti climatici per iniziare a vedere quello che succederà se non agiamo subito. In molti tra coloro che sostengono che questa scienza è sbagliata dovrebbero approfondire la loro conoscenza: basta infatti visitare la sede dell'Istituto Statistico Britannico sull'Antartico a Cambridge e chiedere di poter vedere i campioni di ghiaccio estratti da 3 chilometri di profondità che raccolgono il livello di presenza di diossido di carbonio degli ultimi mille anni circa, per vedere con i propri occhi. Il grafico oscilla in modo regolare e stabile tra periodo glaciale ed interglaciale fino alla metà del XVIII secolo, proprio quando iniziò la rivoluzione industriale, ed inizia poi ad accelerare in misura di parti di CO2 per milione fino alla nostra era che è il punto in cui il grafico indica la gravità della situazione.

Al momento stiamo esaurendo rapidamente le riserve di carburante fossile della Terra, bruciando più risorse di quelle disponibili. Facendo così, inquiniamo l'atmosfera con grandi quantità di diossido di carbonio che cattura l'energia solare provocando il riscaldamento globale. In parole più semplici, stiamo distruggendo il pianeta con una doppia azione: prima di tutto bruciando troppi carburanti fossili, e poi cambiando in modo significativo la temperatura del nostro pianeta.

Il problema che stiamo creando per le nostre generazioni future è così grande che gli scienziati continuano a rivedere le loro valutazioni sugli effetti catastrofici del cambiamento climatico.
In base alle ultime relazioni, il livello del mare potrebbe aumentare di un metro in questo secolo con gravi conseguenze per 600 milioni di persone e occupando ampie fasce di terra. Paesi come l'Egitto e l'India ne subirebbero enormi conseguenze, mentre le isole più piccole scomparirebbero del tutto.

In base alle previsioni, il numero di persone a rischio alluvione aumenterà su base annuale dagli attuali cinque milioni a 370 milioni entro la fine di questo secolo. In paesi costieri come l'Italia o la Gran Bretagna, queste previsioni sono decisamente allarmanti.

Ma l'aumento del livello del mare è solo una delle diverse conseguenze dei cambiamenti climatici, tra cui vi è anche la riduzione drastica delle riserve d'acqua e condizioni climatiche estreme che provocherebbero seri danni sia sulle proprietà che sulle persone.
Se si considerano le conseguenze che questi fattori avranno sul movimento di una popolazione in continua crescita, si prevedono letteralmente centinaia di milioni di rifugiati ambientali.

Se, come me, pensate che abbiamo raggiunto un punto di svolta nella nostra storia e che ciò che faremo nei prossimi anni creerà le basi per come saremo giudicati dalle generazioni a venire, sarete senza dubbio d'accordo sul fatto che sia necessaria una collaborazione tra comunità, nazioni e continenti per fornire una risposta globale a questa sfida mondiale. Durante la mia visita in Italia cercherò di definire le modalità di azione ed i principi che possono aiutarci nella nostra ricerca di una maggiore sostenibilità ambientale.

Ma indipendentemente dai dettagli, il punto fondamentale che vorrei sottolineare è che è necessario agire ora, con urgenza. Mi piacerebbe che non fosse così e che fosse possibile continuare a portare avanti il business nello stesso modo.
Sfortunatamente non e così, e se dovessimo continuare ad usare le stesse modalità, lasceremmo un'eredità terribile ed avvelenata ai nostri figli e nipoti. Spero sinceramente che i nostri due Paesi, le cui storie si sono incrociate per più di 2000 anni, si uniscano nuovamente con un obiettivo unico verso un futuro equo, sicuro e sostenibile.


 
 

La sfida decisiva per il futuro del pianeta sarà sul clima. Una sfida che, per essere vinta, ha bisogno di un "rinascimento ambientale". Questo il messaggio che Carlo, principe di Galles, ha lanciato ai parlamentari italiani oggi con la conferenza sui cambiamenti climatici, che l'erede al trono d'Inghilterra ha tenuto nella sala della Lupa di Montecitorio. Quindi, con la consorte Camilla, duchessa di Cornovaglia, il principe si è trasferito, scortato da un imponente corteo di macchine scure, in Vaticano per la sua prima udienza con Benedetto XVI.

E' cominciata così la giornata romana dell'erede al trono d'Inghilterra, giunto ieri nella capitale con la consorte su invito del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che ospita la coppia reale negli Appartamenti imperiali del Quirinale.

Il discorso alla Camera. Calorosa l'accoglienza riservata alla coppia dal presidente della Camera Gianfranco Fini che ha donato all'erede d'Inghilterra una stampa antica del Galles, mentre Carlo ha donato un tagliacarte in argento con lo stemma reale. Poco dopo le 11, con qualche minuto di ritardo rispetto all'agenda del cerimoniale, il principe del Galles con Camilla e Fini si sono spostati nella sala della Lupa per la conferenza.

"Un alfiere dell'ambiente". Fini si è rivolto al principe del Galles definendolo "un alfiere" della cultura ambientale ed ha anche definito un "elemento di grande interesse" il rifiuto degli ogm del principe Carlo. Poi, Carlo d'Inghilterra si è rivolto ai parlamentari riuniti nella sala della Lupa (il discorso, lungamente applaudito, è durato oltre 30 minuti), e ha sottolineato come l'Italia, in qualità di presidente di turno del G8, si trova "nella condizione ideale per dare prova di leadership a livello mondiale" nella lotta ai cambiamenti climatici e "per contribuire a porre le fondamenta per un accordo storico" in vista della Conferenza sul clima di Copenaghen a dicembre.

"La storia ci giudicherà". Carlo ha chiesto di fare in fretta perché "rimangono solo 99 mesi prima di raggiungere il punto di non ritorno", poi, ha avvertito allarmato, "la storia ci giudicherà " per come il mondo avrà affrontato questa sfida. Analizzando i vari aspetti della questione climatica e ambientale il principe ha aggiunto "che all'innalzamento del livello dei mari e al degrado delle acque dolci si sommeranno gli effetti di fenomeni climatici estremi, che apporteranno danni ai territori e avranno un impatto negativo sulle coltivazioni".

L'Abruzzo. Il principe, in apertura del suo discorso sul clima, ha ricordato anche il terremoto che il 6 aprile scorso ha colpito l'Italia: "Le popolazioni de L'Aquila e dei paesi vicini - ha affermato - continuano a essere presenti nei nostri pensieri e nelle nostre preghiere".

Un cuscino per Camilla. Camilla ha assistito all'intervento del marito seduta con uno speciale 'supporto lombare' dietro la schiena: un cuscino rivestito di tartan (la tradizionale fantasia di colori scozzese) di quelli utilizzati da chi soffre di mal di schiena. Il cuscinetto è stato posto all'ultimo minuto sulla sedia destinata alla duchessa di Cornovaglia al tavolo della presidenza, e tolto da un addetto non appena lei si è alzata. Prima di lasciare il Palazzo Camilla, con abito scuro, si la duchessa si è trattenuta per qualche minuto nella studio di Fini per indossare una veletta nera, come richiede la seconda visita della giornata, quella al Vaticano.

La visita al Papa. Il principe Carlo d'Inghilterra e sua moglie hanno fatto ingresso nella Santa Sede a bordo di una Maserati messa a loro disposizione dal cerimoniale di Stato. Il colloquio tra il Papa e il principe Carlo, presente anche la moglie Camilla, è durato circa 15 minuti, si è svolto in inglese e senza interpreti, nella biblioteca papale.

Al termine dell'udienza, Carlo e Camilla sono scesi alla prima loggia del Palazzo Apostolico per incontrare il segretario di Stato Tarcisio Bertone. Camilla ha assistito anche a questo secondo colloquio. Entrambi gli incontri sono definiti "cordiali" dalla nota vaticana. Fra i temi trattati, "la promozione umana e lo sviluppo dei popoli - sottolinea la nota del Vaticano - , la difesa dell'ambiente e l'importanza del dialogo interculturale e interreligioso per la promozione della pace e della giustizia nel mondo".

I doni. Camilla, divorziata e al suo primo incontro con il papa, era visibilmente, mentre il principe Carlo, che era in Vaticano per la terza volta dopo la visita ufficiale con Diana dell'85 e quella in occasione dei funerali di Giovanni Paolo II, era più disinvolto. Molto cordiale il pontefice. Carlo ha portato in dono al pontefice un set di 12 piatti da dessert in ceramica dipinti a mano, con disegni di fiori del suo giardino di Highbrow, parte di una più ampia collezione di 60 pezzi. ''Non so se possano esserle di qualche utilità'', ha detto dandoglieli. Il Papa ha ricambiato con un'incisione della Basilica di San Pietro secondo il progetto originale, prima dell'intervento di Michelangelo e con le tradizionali medaglie del pontificato. Congedandosi, Carlo e il pontefice hanno anche parlato di Giovanni Paolo II: ''Un uomo meraviglioso - ha ricordato il principe di Galles -, ci manca terribilmente''.

Carlo e il fotografo. Un fotografo del Sun ha avuto questa mattina il privilegio di essere elogiato dal principe Carlo davanti al Papa, durante le pose di rito subito prima dell'incontro privato nel palazzo apostolico. "Mi ha seguito per 35 anni - ha detto al pontefice il principe di Galles, riferendosi al fotografo Arthur Edwards - è un uomo meraviglioso e - ha aggiunto - è anche cattolico".