E’ Firenze la città che quest’anno chiude la ventesima edizione del Treno Verde di Legambiente e Ferrovie dello Stato. In oltre un mese di viaggio, smog e decibel osservati speciali in sette grandi città italiane: Napoli, Taranto, Pescara, Verona, Alessandria, La Spezia e Firenze.

Per ogni tappa, oltre ai monitoraggi sulla qualità dell’aria e sui livelli di rumore attraverso le rilevazioni condotte dal Laboratorio mobile dell’Istituto sperimentale di Rete Ferroviaria Italiana, sono stati affrontati a livello territoriale i problemi legati al traffico e all’emergenza smog incentivando gli amministratori a trovare soluzioni concrete, efficaci e continuative in tema di mobilità sostenibile, di risparmio energetico e riduzione dell’inquinamento.

Resta ancora alto l’allarme smog: preoccupante la concentrazione di polveri sottili. Nelle sette città monitorate dal laboratorio mobile e dall’equipaggio del Treno Verde è stato registrato almeno un giorno di sforamento da polveri sottili. Primato negativo per Alessandria dove le analisi di Legambiente hanno rilevato addirittura 173 mg/m3 e 121 mg/m3 su un limite massimo consentito di 50mg/m3. Seguono Napoli, Taranto e Verona dove su due rilevamenti in ciascuna città uno supera di oltre il doppio il limite di legge.

Alessandria, Napoli e Verona risultano fuorilegge per le polveri sottili anche dalle analisi del laboratorio di RFI e risultano aver già oltrepassato la soglia dei 35 giorni di superamenti consentiti in un anno, come anche Firenze. Situazione meno grave per Pescara e La Spezia anche se restano critiche le condizioni dell’aria in alcune zone di queste città. Per quanto riguarda gli altri inquinanti, i valori rilevati risultano sempre entro la norma, fatta eccezione per Napoli, unica città a far registrare elevatissimi superamenti di benzene, la cui concentrazione è strettamente collegata al traffico veicolare.

Molto negativo anche il monitoraggio sull’inquinamento acustico. Le sette città raggiunte dal Treno Verde fanno registrare una rumorosità sia diurna che notturna, sempre oltre la norma. In alcuni casi, come a Pescara e Napoli, si registrano superamenti dei limiti che vanno oltre i 10 decibel.

«Il problema dell’inquinamento atmosferico in molte città rimane costante ormai da anni - ha dichiarato il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza - tutti concordano sul fatto che l’imputato numero uno dello smog in città sia il traffico veicolare privato e per questo è necessario ridurlo attraverso l’ampliamento delle ztl, la protezione delle corsie preferenziali, piste ciclabili protette, car sharing, car pooling, intermodalità, parcheggi di scambi e potenziamento dei mezzi pubblici a basso impatto ambientale. Per risolvere il problema nel lungo periodo occorre un impegno più deciso del governo e delle amministrazioni locali nell’invertire i termini dell’attuale sistema di mobilità, investendo nel trasporto pubblico nelle città e nel potenziamento del trasporto su ferro lungo il Paese».


 
 

Eni e Legambiente insieme sul fronte delle energie rinnovabili. Partirà giovedì 2 aprile la prima tappa del progetto “Il Futuro del Pianeta, gli scenari dell’Energia” con cui il gruppo energetico e l’associazione ambientalista, «nel rispetto reciproco delle proprie identità e ruoli, intendono porre le basi per un confronto propositivo sul terreno delle energie rinnovabili».

Nell’Aula Magna del Politecnico di Torino si terrà un convegno internazionale sull’energia dal titolo, “Anche il sole fa la sua rivoluzione” promosso da Eni e Legambiente con la collaborazione dell’Ateneo. A parlare agli studenti sono stati chiamati nomi illustri della comunità scientifica internazionale tra i quali James Barber, professore di biochimica dell’Imperial College di Londra, esperto di fotosistemi, Stefan Glunz Capo del Dipartimento Silicon Solar Cells del Fraunhofer Institut fur Energiesysteme di Friburgo, Martin Green Executive Research Director Arc Photovoltaics Centre of Excellence, University of New South Wales Sidney e Mauro Vignolini Responsabile del progetto Solare Termodinamico a Concentrazione di Enea.

Il convegno, organizzato dall’agenzia Minimega, rappresenta la prima tappa del progetto EnergyThink (www.energythink.it) “Il Futuro del Pianeta, gli scenari dell’Energia”. L’obiettivo comune è, da una parte, stimolare una discussione scientifica di alto respiro e far emergere le nuove opportunità anche occupazionali che questa nuova frontiera rappresenta, e, dall’altra, promuovere presso l’opinione pubblica la grande valenza del risparmio energetico.

Eni e Legambiente, si legge in una dichiarazione congiunta, «lanciano il progetto: “Il futuro del Pianeta, gli scenari dell’energia” e si incontrano per la prima volta per discutere i grandi temi legati all’energia». Le sfide energetiche di oggi e ancor più di domani sono formidabili e vanno dalla riduzione degli impatti sul clima all’inquinamento atmosferico, dalla sicurezza degli approvvigionamenti fino alla necessità di stabilire nuove relazione a livello mondiale. La prima impresa energetica italiana e una delle maggiori associazioni ambientaliste condividono la «convinzione che la ricerca sia un elemento essenziale per lo sviluppo del sistema energetico globale futuro basato su fonti pulite, economiche, non esauribili».

La ricerca richiede risorse e impegno, non solo dal punto di vista delle risorse finanziarie, ma delle persone: da qui deriva l’idea del progetto, che vuole portare agli studenti - i potenziali ricercatori e professionisti energetici di domani - le testimonianze di chi si occupa di ricerca oggi, indicando le strade possibili, i temi più impegnativi, le sfide da affrontare e risolvere, con l’obiettivo di incoraggiare l’ingresso nel campo della ricerca. Inoltre, Eni e Legambiente hanno scelto l’università italiana come spazio ideale per sviluppare questo progetto perchè questa rappresenta al contempo luogo della formazione di eccellenza per i ricercatori di domani, opportunità di divulgazione scientifica indipendente e ricerca. Il punto di partenza del progetto è l’energia solare, una fonte pulita, gratuita e inesauribile, il cui sfruttamento futuro su grande scala, che Eni e Legambiente auspicano, dipenderà in maniera cruciale dalla quantità e dalla qualità delle ricerca e dello sforzo tecnologico.

Già oggi il settore solare nel suo complesso registra una forte crescita, «frutto anche di grandi sforzi di ricerca tecnologica, ma in termini assoluti i numeri sono ancora piccoli, e sono necessari sistemi di incentivi per compensare i costi elevati. La rivoluzione del solare non avverrà per caso, ma sarà il risultato di un grande sforzo, globale, di ricerca e sviluppo tecnologico, che necessita delle menti migliori. Gli atenei italiani possono fare la loro parte».


 
 

I cambiamenti climatici non esistono. E se esistessero farebbero un gran bene. Parola di Pdl. Non è una barzelletta. E' una mozione che porta, tra le varie firme di esponenti della maggioranza, anche quelle di Dell'Utri, Nania e Poli Bortone. In polemica con la Commissione europea che dà "per scontata l'attribuzione della responsabilità del riscaldamento globale in atto da circa un secolo nell'atmosfera terrestre all'emissione dei gas serra antropogenici", i parlamentari del centrodestra professano senza esitazione la loro fede scettica. Sostengono che "una parte consistente e sempre più crescente di scienziati studiosi del clima non crede che la causa principale del peraltro modesto riscaldamento dell'atmosfera terrestre al suolo finora osservato (compreso fra 0,7 e 0,8 gradi centigradi) sia da attribuire prioritariamente ed esclusivamente all'anidride carbonica di emissione antropica".

E se invece il mutamento climatico fosse veramente in atto? Niente paura - si legge nella mozione che verrà discussa giovedì in Senato - sarebbe una gran bella cosa: "Se pure vi fosse a seguito dell'aumento della concentrazione dell'anidride carbonica nell'atmosfera un aumento della temperatura terrestre al suolo, i conseguenti danni all'ambiente, all'economia e all'incolumità degli abitanti del pianeta sarebbero molto inferiori a quelli previsti nel citato Rapporto Stern e addirittura al contrario maggiori potrebbero essere i benefici".

Non è puro amore del paradosso. Nel mirino ci sono, ancora una volta, gli accordi di Kyoto e l'impegno dell'Unione europea ad arrivare agli obiettivi del 20 - 20 -20, cioè a far correre la macchina dell'industria europea per renderla in tempi rapidi più competitiva sul mercato internazionale aumentando l'efficienza e diminuendo la dipendenza dai combustibili fossili: "Gli obiettivi intermedi e le relative sanzioni introdotte dal cosiddetto Protocollo di Kyoto e dal cosiddetto Accordo 20-20-20 si muovono in antitesi alla dinamica degli investimenti in ricerca".

Al testo presentato dalla maggioranza verrà contrapposta una mozione dell'opposizione. "Quelle della maggioranza sono affermazioni che fanno a pugni con il consenso scientifico e politico maturato in tutta Europa sui mutamenti climatici e danno la misura della marginalità del governo italiano rispetto al modo in cui i principali paesi industrializzati stanno organizzandosi per rispondere alle due crisi che si intrecciano: la crisi economica e la crisi climatica", commenta Roberto Della Seta, capogruppo pd in commissione Ambiente.


 
 

Dolce. Violento. Emozionante. Appassionante. Pericoloso. Intenso. Uno spettacolo che ha luogo tutti i giorni, tutte le stagioni, tutti gli anni proprio qui, sul nostro Pianeta: tra i ghiacci del Polo come nel deserto africano, nel blu degli oceani come nella foresta pluviale, l'avventura della vita sulla Terra va avanti. Una sorta di reality show di incredibile forza e bellezza, lontano dall'occhio indiscreto dell'uomo.

Non sempre, però. Perché a volte i registi di documentari riescono a cogliere l'attimo, a filmare abitudini e comportamenti delle altre specie, violandone - in senso buono - i segreti. E realizzando ottimi prodotti destinati quasi sempre alla tv, un po' meno frequentemente (vedi La marcia dei pinguini, Il popolo migratore e altri) al cinema. Ma forse mai nessuno è riuscito a portare sugli schermi una vera e propria summa della vita degli animali, e del ciclo delle loro migrazioni, come gli autori di Earth: pellicola in arrivo nei nostri cinema il prossimo 22 aprile (Giornata mondiale della Terra), e che può essere definita il primo docu-kolossal della storia. Sponsorizzato da un marchio prestigioso come la Disney, che proprio con questo film inaugura la sua nuova divisione, Disney Nature: con un occhio all'ambiente e uno al business, produrrà ogni anno opere a contenuto naturalistico.

Narrata dalla voce italiana di Paolo Bonolis (scelta nazionalpopolare per attrarre il grande pubblico), l'avventura di Earth segue il ciclo delle stagioni legandolo alle migrazioni delle varie specie. Risultato: un reality show appassionante che parla di vita e di morte, di fame e di sete, di cacciatori e prede, di vittorie e sconfitte. Con tanti animali protagonisti, ma con tre famiglie che svettano sulle altre: quella di un orso bianco, alle prese con lo scioglimento dei ghiacci; quella di un elefante africano, che percorre centinaia di chilometri alla ricerca dell'acqua; e quella di una balena con cucciolo al seguito, in viaggio dai Tropici all'Antartide. A dirigere sono due registi specializzati in questo tipo di prodotti, Alastair Fothergill e Mark Linfield. Quella che segue è l'intervista esclusiva di Repubblica.it (che ha potuto vedere in anteprima il film, qui a Roma) a Linfield.

Guardando Earth, si capisce che lo sforzo produttivo e registico deve essere stato imponente.
"Proprio così: basta pensare che abbiamo girato in ben cinque anni, con 40 troupe diverse, e in 200 location. Dal Polo all'Antartide, passando per l'Equatore. Le difficoltà sono state innumerevoli, ma la sfida è stata comunque affascinante".

I momenti in assoluto più difficili?
"Forse quando un nostro operatore ha dovuto aspettare praticamente immobile per giorni e giorni, per poter immortalare la danza degli uccelli del paradiso. Ci sono anche capitati degli imprevisti che sono finiti nel film: ad esempio, mentre seguivamo la migrazione della balena mamma e del suo cucciolo, abbiamo visto uscire dall'acqua un enorme squalo bianco che ha azzannato la sua preda. L'Oscar della difficoltà, però, riguarda le sequenze sui pinguini: abbiamo aspettato i sei mesi invernali, al buio completo, per poter catturare le loro immagini alla fine della stagione".

Scelte impegnative. E anche costose, vero?
"Ovviamente. Anche se non so dire precisamente quanto è stato speso, perché contemporaneamente al film abbiamo realizzato anche la serie televisiva Planet Earth per la Bbc, così non so distinguere precisamente tra le due attività. Ma almeno per noi ne è valsa la pena: abbiamo fatto cose che nessuno aveva fatto prima".

E adesso il risultato di questi sforzi arriva nei cinema, con un marchio forte come quello Disney.
"Per noi essere agganciati a un brand così universalmente noto è una grande opportunità. Perché in qualsiasi parte del mondo Disney vuol dire cinema per famiglie di qualità: e questo spero ci aiuterà a portare più gente possibile nelle sale. Del resto per noi Earth non si può definire un documentario, ma un film per famiglie a tutti gli effetti".

Tenete molto al lato educativo di questa operazione?
"Uno degli scopi che volevamo raggiungere era raggiungere le giovani generazioni. Oggi la gente viaggia, è più informata, sembra più aperta: eppure, paradossalmente, stiamo perdendo i legami con le nostre origini, col Pianeta in cui viviamo. In questo senso mostrare lo spettacolo di Earth, il reality show della natura, è sicuramente importante".

Educativo, dunque. Ma anche spettacolare...
"Contiene in sé tutti i generi cinematografici: dal thiller al romanticismo. Nel nostro Pianeta c'è ogni emozione: conflitti, bellezza, violenza. E anche humor, tenerezza, azione. Cosa si può volere di più?".


 
 

Chissà se aveva davvero ragione lui, Publio Ovidio Nasone detto Ovidio: «Crudelitas in animalia est tirocinium crudelitatis contra homines», «la crudeltà contro gli animali è un apprendistato della crudeltà contro gli uomini». O il professor Albert Einstein: «Vivisezione, nessuno scopo è così alto da giustificare metodi così indegni». Sono frasi assai citate dagli animalisti. Ma che Ovidio ed Einstein avessero ragione o no, il loro pensiero non sembra aver cambiato l'Europa: la sperimentazione animale è ancora oggi il perno della ricerca scientifica. Dice Stavros Dimas, commissario europeo all'Ambiente: «È di cruciale importanza metter fine agli esperimenti sugli animali». I numeri dicono però che ci vorrà ancora molto tempo. Ogni anno, nei laboratori dell'Unione europea, si compiono esperimenti su oltre 12 milioni di animali. Dati del 2005, gli ultimi disponibili: su 12,1 milioni di animali in generale, 6.430.346 topi, 2.336.032 ratti, 31.535 criceti, 312.681 conigli e lepri, 3.898 gatti, 24.119 cani, 5.312 cavalli e asini, e così via. E ancora: proscimmie e scimmie di piccole-medie dimensioni come le «saimiri» brasiliane, 10.443; grandi scimmie antropomorfe come l'orango, lo scimpanzé e il gorilla: zero (da anni, la Ue vieta ogni esperimento su di loro); serpenti e tartarughe, 2.477; pesci, 1.749.178. Negli Stati della zona euro, dal 2002 al 2005 il numero degli animali-cavia è aumentato di 399.279 unità, pari al 3,1%. I roditori sono il 77,5% del totale. Seguono gli animali a sangue freddo (15%) e gli uccelli (5,4%). Alcune specie sono calate: criceti, capre, proscimmie, quaglie e rettili erano prima il 40% del totale e sono ora il 22%. È invece aumentato del 36% il numero dei bovini. E sono comparsi «nuovi» animali: foche, lontre, scoiattoli, pappagalli, uccelli diamantini. In due parole: nei laboratori si agita un mare di pellicce, gusci, pelli e scaglie, che per gli animalisti cela un massacro intollerabile, e per i ricercatori è una miniera di conoscenza indispensabile per battere le malattie.

Lo scontro ruota su due domande: è giusto, eticamente, far soffrire un essere capace di soffrire? E quanto questa sofferenza può essere giustificata dalla sua utilità scientifica? Una prima risposta è appena giunta da Bruxelles, con il bando dei test nel campo dei cosmetici. Per il resto, ogni Paese ha le sue norme, spesso simili alle «gride» manzoniane. La Ue sta come sempre nel guado, e deve mediare. A volte, fin nei minimi dettagli: in questi giorni, alcuni eurodeputati chiedono alla Commissione Europea di «metter fine immediatamente alla spennatura delle oche vive, causa di irragionevoli dolori». La stessa Commissione propone di aggiornare la direttiva già esistente sulla sperimentazione animale: se verranno accolte le sue proposte, diverrà obbligatoria una «valutazione sofferenza-utilità scientifica», da parte di comitati etici, per ogni ricerca; verrà confermato il bando agli esperimenti sulle grandi scimmie, permessi «eccezionalmente» solo in caso di epidemie mortali. E infine, si promette di migliorare le condizioni ambientali nei laboratori.

Oggi, ammette la proposta Ue, «è impossibile vietare completamente l'uso di animali nelle prove di innocuità o nella ricerca biomedica». E perciò, spiega il commissario Dimas, «la ricerca deve fare il possibile per trovare metodi alternativi e, in assenza di tali metodi, la situazione degli animali ancora impiegati per esperimenti deve essere migliorata». Per gli animalisti non basta, puntano il dito contro «le lobbies farmaceutiche». L'eurodeputata slovena Mojca Drcar Murko, incaricata di stilare il rapporto parlamentare sulle nuove norme, ha ritirato il suo nome dal documento: «L'ambiente dell'industria e della ricerca ha svolto un'intensa azione di lobby contro le regole più severe per i test che causano "severa e prolungata sofferenza". E io mi sono sentita accusare di "avere ucciso la ricerca, dunque i bambini"...».

La Ceaea, Coalizione europea per l'abolizione degli esperimenti sugli animali, vorrebbe vietare i test su tutte le scimmie, grandi e piccole. Troppo presto, dicono gli esperti incaricati dalla Ue: secondo il Comitato sui rischi ambientali e sanitari, copresieduto da uno scienziato tedesco e da un'italiana, Emanuela Testai, «oggi l'uso di primati non umanoidi è essenziale per il progresso scientifico in diverse aree importanti della ricerca sulle malattie». In particolare, «nella comprensione della pato-fisiologia di malattie infettive come l'Hiv-Aids», per le quali queste scimmie sono «l'unica specie suscettibile» (di contrarre il virus, ndr) e perciò «l'unico modello animale utile per studiare la malattia, e per sviluppare vaccini e terapie sicuri ed efficaci». Il Comitato riconosce che «vi sono sviluppi promettenti, per sostituire l'uso delle scimmie, e certi metodi alternativi, come lo studio in vitro o l'uso di altri animali, sono stati sviluppati nell'ultimo decennio».

OAS_AD('Bottom1'); Conclusione: «Gli animali dovrebbero essere usati nella ricerca medica quando è inevitabile e quando non sono disponibili validi metodi alternativi»: ma giungere a rimpiazzarli nei laboratori sarà «un processo lungo e difficile». Le posizioni sono dunque ancora distanti. Ma c'è anche chi intravede un compromesso. Per esempio Andrea Chiti-Batelli, autore di uno dei libri più completi sul tema (Sperimentazione animale, problema europeo, Cedam), propone dei comitati etici aperti ad esperti esterni, e soprattutto la centralizzazione dei test: «È vero che molti esperimenti sono ancora utili e si devono fare (ma se ne fanno anche di molti inutili). E molti dovranno, per varie ragioni, essere ripetuti. Ma perché farli contemporaneamente in più centri di ricerca? Ce ne sono una cinquantina, o poco meno, solo a Milano, e pochi hanno le attrezzature adatte e moderne...».


 
 

Barack Obama ha invitato i leader dei 16 Paesi più ricchi a un forum-vertice su energia e clima in programma a Washington il 27 e il 28 aprile, che trarrà le conclusioni al G8 della Maddalena in Italia dall'8 al 10 luglio. L'obiettivo finale è giungere a un nuovo accordo sui cambiamenti climatici in sede Onu.

Per riattivare il "Major economies Forum sull'energia ed i cambiamenti climatici", Obama ha scritto una lettera a Silvio Berlusconi, in cui si chiede l'aiuto dell'Italia. Il premier, si apprende da fonti governative, ha dato il suo via libera affinchè la riunione si tenga a margine del G8 della Maddalena.

I Paesi invitati a Washington il mese prossimo sono Australia, Brasile, Canada, Cina, Corea del Sud, Francia, Germania, Giappone, Gran Bretagna, India, Indonesia, Italia, Messico, Russia, Sud Africa. La Danimarca parteciperà come presidente della Conferenza del dicembre 2009 in vista di una convenzione Onu sul clima. Al dialogo sono state invitate anche le Nazioni Unite.

Il presidente sta lanciando il forum su energia e clima per facilitare il raggiungimento di un accordo sul riscaldamento globale alle Nazioni Unite, ha spiegato la Casa Bianca. Al summit di Washington i leader delle principali potenze economiche "contribuiranno a generare la necessaria leadership politica" per raggiungere, più avanti durante l'anno, un patto internazionale per tagliare le emissioni di gas serra, si legge in una nota diffusa dalla Casa Bianca.

Le riunioni riservate alla maggiori economie dedicate ai mutamenti climatici e all'energia sono state istituite nel 2007, alla vigilia del G8 di Heiligendamm in Germania, quando il presidente degli Stati Uniti era George W. Bush. Il primo incontro si tenne a Washington il 27 ed il 28 settembre 2007, seguito da altre due riunioni l'anno successivo: il 30 e 31 gennaio 2008 a Honolulu, Hawaii, e il 16-18 aprile 2008 a Parigi. L'incontro del prossimo 27 e 28 aprile sarà quindi il quarto nell'ambito dell'iniziativa.


 
 

Italia, Spagna e Grecia saranno le nazioni europee più colpite dai cambiamenti climatici. Soffriranno agricoltura, industria alimentare e turismo, tre pilastri economici dei paesi mediterranei. Ma ci saranno anche problemi di approvigionamento idrico ed energetico, di salute pubblica, di erosione delle coste e di tenuta delle infrastrutture. E' questo, in sintesi, il quadro da disaster movie che la Commissione Ue renderà pubblico mercoledì prossimo, a pochi giorni dalla convocazione di un vertice straordinario sul clima da parte del presidente Usa Barack Obama.

Appuntamento per preparare al meglio il summit di Copenaghen del prossimo autunno, quando il mondo intero sarà chiamato a mettere nero su bianco una strategia per bloccare l'innalzamento delle temperature (l'Europa lo ha già fatto).

Ma, bisogna rassegnarsi: per quanto riusciremo a mitigare l'effetto serra, i disagi arriveranno lo stesso (e meno faremo, più saranno). Ecco perché mercoledì l'Ue lancerà la strategia sull'"adattamento": da un lato bloccare gli sconvolgimenti climatici (Kyoto 2) e dall'altro prepararsi a convivere con quelli che inevitabilmente arriveranno.

Un piano che l'Italia, come i vicini del Mediterraneo, dovrà prendere molto sul serio, visto che da qui alla fine del secolo il nostro sarà uno dei Paesi più colpiti dalla rivoluzione del clima. Colpa di ondate di caldo, incendi, flessione del turismo, calo della produzione agro-alimentare e scarsità di acqua potabile. Anche la vita nell'Europa del Nord cambierà, ma con un mix di novità positive e negative. Il tutto costerà all'Ue oltre sei miliardi di euro all'anno fino al 2020, cifra che entro il 2060 potrebbe arrivare a 63.

"La portata dell'impatto varia da regione a regione. In Europa - scrive la Commissione Ue - quelle più colpite saranno la parte meridionale del continente e il bacino del Mediterraneo. A rischio anche Alpi, isole, aree costiere, urbane e pianure densamente popolate". Un identikit dell'Italia che, pur senza essere citata nel rapporto, viene indicata come a rischio nelle varie cartine che lo accompagnano, come quelle sulla flessione delle colture e delle riserve di acqua potabile.

E ad essere duramente colpito sarà anche il turismo, con la diminuzione di neve nelle zone alpine (non bisogna farsi ingannare da un singolo inverno nevoso) e l'aumento delle temperature nel bacino mediterraneo, con tanto di erosione delle coste, diminuzione del pesce, deterioramento della qualità dell'acqua, aumento esponenziale di meduse e alghe.

Soffrirà anche l'agricoltura, con perdita di fertilità e carestie. Rischiano le foreste, la pesca, l'acquacoltura e gli ecosistemi marini. In pericolo le coste e le infrastrutture, sempre più colpite da fenomeni meteo estremi e da inondazioni (la loro capacità di adattarsi al climate change potrebbe diventare un requisito nell'assegnazione degli appalti). Gli sconvolgimenti delle temperature avranno effetti anche sulla salute animale, vegetale e umana, con un aumento di malattie e infezioni specialmente per anziani, bambini e malati cronici. Andrà in crisi il sistema dell'energia (ci sarà una maggiore richiesta e, nel Sud Europa, una diminuzione di produzione idroelettrica). Per non parlare dell'immigrazione, che gli sconvolgimenti climatici faranno aumentare.

E' per tutti questi motivi che mercoledì Bruxelles lancerà un appello alla classe politica continentale: "E' fondamentale sviluppare politiche che permettano il massimo livello di adattamento visto che il mercato da solo non sarà in grado di farlo". E per farcela da oggi al 2012 si dovranno studiare al meglio gli effetti del cambiamento climatico, per poi passare all'azione dal 2013 integrando ogni aspetto delle politiche europee all'adattamento.


 
 

Ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo, il presidente Barack Obama sembra intenzionato a fare sul serio sulla questione del clima.
«C’è un grandissimo attivismo a livello internazionale, in vista della conferenza Onu di Copenhagen. L’approccio degli Stati Uniti - coinvolgere anche i paesi emergenti, non solo quelli industrializzati - è quello giusto. Sia al G8 dell’Ambiente di Siracusa che al G8 della Maddalena cercheremo un coinvolgimento ampio. Ma il negoziato vero si farà a Copenhagen. È lì che si prenderanno gli impegni per il 2020 e oltre».

Il presidente Bush, sul clima, «remava contro»; se ora gli Stati Uniti prendono in mano il confronto cambia tutto, no?
«Senz’altro. Ma non sarà nel forum dei 16 Paesi o al G8 che si chiuderà l’accordo. La discussione sarà in sede Onu, e verterà sull’aiuto economico che i paesi sviluppati metteranno in campo per aiutare i paesi in via di sviluppo ed emergenti a tagliare le emissioni. Tuttavia, dagli Stati Uniti non arrivano segnali molto incoraggianti per chi avrebbe a cuore un impegno forte sul clima. Dal Congresso Usa arrivano reazioni molto tiepide, per non dire fredde, alle proposte di Obama sul clima e l’ambiente».

Eppure il presidente sembra intenzionato a fissare obiettivi molto ambiziosi di riduzione delle emissioni di gas serra. Persino più ambiziosi di quelli stabiliti dall’Europa con il “20-20-20”, ovvero un taglio del 20%, entro il 2020, delle emissioni di CO2 rispetto al 1990, e un aumento del 20% per le fonti rinnovabili.
«Sarebbe molto positivo, perché se gli Stati Uniti fossero su questa linea l’accordo globale sarebbe vicino. E anche i nostri sacrifici che oggi servono a ben poco - visto che l’Europa incide solo per il 6% sulle emissioni globali - diventerebbero più che simbolici. Gli Usa sono il paese che inquina di più al mondo; un cittadino americano consuma tre volte l’energia che consuma un europeo; l’Italia ha un livello di efficienza energetica che gli Stati Uniti se la sognano. A quel che ci risulta, l’amministrazione Obama pensa a un obiettivo molto più modesto sui gas serra: tornare entro il 2020 alle emissioni del 1990. E nel Congresso non mancano le voci che suggeriscono prudenza, vista la terribile crisi economica in atto. Io non sono molto ottimista sull’eventualità di un accordo globale. E senza accordo globale, il pacchetto europeo rischia di essere una beffa».

Del resto, ministro, lei in tante occasioni ha espresso perplessità molto forti sulla riduzione delle emissioni, sulla realizzabilità del protocollo di Kyoto e sull’utilità del «20-20-20» europeo.
«L’Italia comunque rispetterà gli impegni che si è assunta: abbiamo un interesse strategico a investire nelle fonti rinnovabili, ci serve renderci più autonomi per il fabbisogno energetico, investendo nel nucleare, e per noi il risparmio e l’efficienza energetica è fondamentale. Sul pacchetto europeo abbiamo fatto una battaglia di merito: nella ripartizione degli oneri tra i paesi Ue, all’Italia erano stati assegnati obiettivi assolutamente esagerati. Dovevamo tutelare il nostro interesse».

Eppure, gli obiettivi di Kyoto stabiliti per l’Italia sono lontanissimi. Non ce la faremo mai a centrarli.
«C’è poco da dire, la tendenza non è certo quella virtuosa: rispetto al 1990 nel 2012 dovremmo ridurre le emissioni del 6,5%, invece a oggi sono cresciute del 12%. È vero pure che ora sono in campo molti investimenti nelle fonti rinnovabili, nella riconversione energetica. E stiamo passando ai raggi X tutte le principali industrie: devono rispettare certi parametri altrimenti dovranno chiudere».

Davvero? Chiudere?
«Sono prescrizioni. Realisticamente è dura per Kyoto, ma un’inversione di tendenza c’è stata, in vista dell’obiettivo 2020. Il problema è che bisogna fare politiche concrete, non stabilire vincoli e basta. Noi ci stiamo muovendo: gli aiuti per l’auto, gli incentivi per l’efficienza energetica, anche il piano casa che prevede la ricostruzione “ecologica” degli immobili».

Se non ce la facciamo, bisognerà pagare una salata multa...
«Lo vedremo. Non rassegniamoci. Io penso che il trend è stato invertito, che si è capito che stiamo operando in concreto».

E se Barack Obama proponesse obiettivi molto più ambiziosi per salvare il pianeta dal riscaldamento globale, l’Italia dirà di sì?
«Non credo che sarà oggetto del G8. Il nostro impegno c’è già, è il “20-20-20” europeo. Ma serve un accordo globale, e la chiave è il modo in cui i paesi industrializzati aiuteranno quelli emergenti e in via di sviluppo».

SCRIVI Il Modello California MAURIZIO MOLINARI


 
 

La Nazionale di calcio scende in campo con il Montenegro proprio in concomitanza con l’Ora della Terra, l’evento di mobilitazione globale per il clima organizzato dal Wwf, che sabato 28 marzo attraverserà 25 fusi orari (alle 20.30 toccherà all’Italia), spegnendo le luci di città, monumenti simbolo, istituzioni, imprese, case in tutto il mondo. Ed è per questo che il capitano della nazionale, Fabio Cannavaro, seguendo l'esempio di un altro simbolo del calcio, Francesco Totti, in un video schiera la squadra azzurra a fianco dell'iniziativa: «Lanciamo insieme un messaggio di speranza che risuonerà in ogni angolo del mondo». Le luci si spegneranno in 2700 città del Mondo (di cui 100 in Italia) e 83 paesi, con l'obiettivo di coinvolgere un miliardo di persone: qualcuno lo definisce già “il maggior evento globale di tutti i tempi”. L’Ora della Terra sarà una grande "ola di buio": dalle Piramidi al Colosseo, dalla Tour Eiffel al Golden Gate, dal Ponte di Rialto alle Cascate del Niagara. Nell'intento degli organizzatori il messaggio ai leader mondiali lanciato da quest'iniziatova è chiaro: l'emergenza non può attendere oltre. La crisi a cui si va incontro se non si pongono rimedi sulle emissioni di gas serra impone che deve essere raggiunto entro quest’anno un accordo per fermare i cambiamenti del clima.

Il Colosseo senza luci SIMBOLI ITALIANI Il Bel Paese spegnerà i suoi gioielli d’arte, i monumenti più belli, più famosi e più amati in tutto il mondo, dalla Cupola di San Pietro al Colosseo, dal Ponte di Rialto alla Torre di Pisa, il Maschio Angioino e la Reggia di Caserta, l’Arena di Verona, la Valle dei Templi di Agrigento, il Castello Sforzesco di Milano, le due Torri (degli Asinelli e Garisenda) di Bologna, il Castello di Monteriggioni, oltre a decine di palazzi comunali, provinciali e regionali, piazze, strade, mura, castelli, scuole, chiese, rocche e ponti delle più di 100 città italiane che hanno aderito all’iniziativa. A Roma sarà Francesco Totti a spegnere le luci del Colosseo, come da lui stesso annunciato in un videomessaggio

IL GIRO DEL MONDO DEL BUIO - Il "giro del mondo" dell’Ora della Terra attraverserà 25 fasce orarie, dalle coste del Pacifico ai paesi delle coste atlantiche, mirando a contagiare un miliardo di persone con il click di un interruttore per una grande ola mondiale di buio. Tutto inizierà alle 7.45, ora italiana, di sabato 28: dall’altro capo del mondo le prime a spegnersi (alle 20,30 locali) saranno le Chatham Islands, un piccolo arcipelago al largo delle coste neozelandesi, il luogo più lontano dall’Italia poiché distano circa 19.250 chilometri dal centro di Roma“. Dalla Nuova Zelanda in poi sarà un susseguirsi di spegnimenti spettacolari con Sydney, Pechino, Tokyo, Bangkok, Nuova Delhi, Mumbai, passando per Roma, Parigi, Atene, Madrid, Budapest, Copenaghen e finire a ovest con Rio de Janeiro, New York, San Francisco. Chiuderà la maratona Las Vegas.

I MONUMENTI SI SPEGNERANNO NEL MONDO - Europa: Tour Eiffel, Cattedrale di Notre Dame, Hotel De Ville a Parigi, Piccadilly Circus, Times Square, Stadio del Millennium a Cardiff, Acropoli di Atene, Atomium a Bruxelles, Museo Guggenheim di Bilbao, Cibeles e la Porta di Alcalà a Madrid, Torre di Agbar a Barcellona, Alhambra di Barcellona, Clifton Suspension Bridge a Bristol.
Nel resto del mondo: le Piramidi di Giza, Cristo Redentore a Rio De Janeiro, Table Mountain a Città del Capo, Merlion a Singapore, Opera House di Sidney, Torre CN a Toronto, Taipei 101 in Cina, l’edificio più alto del mondo, Cascate del Niagara, Università di Mosca, Obelisco a Buenos Aires, Gateway Arch di Saint Luis, Golden Gate di San Francisco, Empire State Building a New York, Palazzo delle Nazioni Unite a New York, Piazza del Museo Niemeyer a Brasilia, New World Center e lo Stadio del ‘Nido’ a Pechino, Hong Kong New World Tower a Shanghai, Giardino Hamarikyu a Tokyo, Ponte S. Tejo in Portogallo, Piazza centrale di Copenaghen, Biblioteca di Alessandria, Acropoli di Atene.


 
 

La salvaguardia dell’ambiente è un tema sempre più presente nel dibattito politico e nell’informazione. Ma in che misura è recepito da ognuno e quale grado di impegno genera nei comportamenti? A questa e ad altre domande risponde l’inchiesta «Misura il tuo indice verde», realizzata da Grazia in collaborazione con Enel. Grazie alle 50 domande di un questionario, l’inchiesta ha raccolto le risposte di 8.000 lettrici, disegnando un quadro del coinvolgimento delle donne italiane sui temi ecologici, pubblicata sul settimanale in edicola martedì 24 marzo.

Dal sondaggio risulta alta la consapevolezza del problema, con dati che sfiorano il 100% delle risposte quando si tratta di dichiarare che l’inquinamento priva la vita di piaceri naturali ed essenziali (96,4%) o di definirsi persona sensibile al tema ecologico (93,1%). La quasi totalità del campione (97,4%) ritiene che riciclare sia giusto anche se, all’atto pratico, scende sensibilmente il numero di coloro che lo fanno (89,4%). Le italiane pensano comunque che l’ecologia sia un problema reale (37,2%), un’opportunità per vivere meglio (32,8%) o un’emergenza (27,8%), non certamente una moda (1,9%).

L’acqua è l’elemento che suscita i maggiori timori (la cui carenza in futuro preoccupa quasi un terzo del campione, seguita a breve distanza dalla paura dell’aumento di malattie e del peggioramento della qualità dell’aria), tanto che l`83,5% si dichiara attenta a un consumo responsabile. Un altro settore che vede un buon grado di consapevolezza e di comportamenti virtuosi è quello dei rifiuti, ritenuti responsabili dell’inquinamento e dello spreco energetico dal 51,6%.

C’è ancora da lavorare invece sul fronte dell’energia, sia dal punto di vista dell’informazione che Dell’adozione di abitudini «eco». Un dato in particolare insospettisce: il 63,3% dichiara di spegnere completamente televisore e computer quando non li usa. «Un dato poco credibile», secondo Mario Tozzi, geologo e ricercatore del Cnr (oltreché autore e conduttore della trasmissione Gaia), che ha collaborato alla ricerc. «Credo che la maggior parte degli italiani lasci gli apparecchi in stand-by, consumando per ognuno quattro watt all’ora. Per dare l’idea dello spreco, è stato calcolato che per mantenere accese tutte le luci di stand-by, lavorano ogni giorno in Italia almeno due centrali elettriche».

Per la maggior parte del campione (62,5%) la fonte energetica alternativa è rappresentata Dall’energia solare. «È invece importante concentrarsi su tutte le fonti alternative (sole, vento, biomassa, biocarburante), scegliendo di sfruttarle dove sono più disponibili», commenta Gennaro De Michele, responsabile politiche ricerca e sviluppo di Enel.