Utilizzando Google Earth, un gruppo di scienziati americani ha realizzato una mappa interattiva che mostra le emissioni di diossido di carbonio, che risultano della combustione di composti organici fossili.

Lo studio, che riguarda gli Stati Uniti, si avvale dell'alta risoluzione del servizio del motore di ricerca per evidenziare la distribuzione sul territorio, nelle zone residenziali e commerciali, permettendo di raggruppare i dati per stato, contea o per individuo.

Il progetto, chiamato "Vulcan" come il dio latino del fuoco, ha richiesto 3 anni per essere completato ed è oggi in grado di quantificare le emissioni di Co2, analizzando combustibili come carbone o benzina.

La mappa rileva l'inquinamento ambientale dovuto a traffico aereo, produzione commerciale ed elettrica, industrie, zone residenziali e trasporti.

"L'accessibilità ai dati online porterà un'informazione chiara e diretta nelle case di tutti" ha spiegato il responsabile del progetto, Kevin Gurney.

Gli Stati Uniti sono oggi responsabili del 25 per cento delle emissioni globali di diossido di carbone, che gli scienziati indicano come il gas con maggiore incidenza sui cambiamenti climatici mondiali, tra quelli prodotti dall'uomo.

"Vulcan" integra i dati forniti dall'Agenzia per la Protezione Ambientale e dal Dipartimento per l'Energia americani, che risalgono al 2002. Ma i ricercatori si ripromettono di incorporarne di più recenti appena possibile.

+ USA CO2 emissions from fossil fuels: 2002 + «NASA-Funded Carbon Dioxide Map of U.S. Released on Google Earth» sul sito della Nasa


 
 

Strano ma vero: inquina di più allevare mucche che guidare automobili. Lo dice un rapporto della Fao (l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura) e lo sostiene con la certezza dei numeri: il settore dell’allevamento di bestiame (bovini, maiali, pecore, piccoli ruminanti e volatili) produce più gas serra rispetto al sistema mondiale dei trasporti (il 18% contro il 14%), inserendosi tra i principali responsabili del riscaldamento globale del pianeta.

Più che un allarme, è un ultimatum:
secondo Henning Steinfeld, funzionario della Fao, «l’allevamento costituisce un grande problema ambientale a cui va posto urgente rimedio». E non solo per salvare l’atmosfera, ha aggiunto, ma anche terre e acque, sottoposte a un lento ma inesorabile degrado. E’ una rincorsa senza prospettive certe: in realtà, le previsioni tendono al peggio. Il settore dell’allevamento, che provvede alla sussistenza di un miliardo e 300 milioni di persone e rappresenta il 40% dell’intera produzione agricola, è in crescita vorticosa: entro il 2050 gli attuali 229 milioni di tonnellate di carne prodotti annualmente diventeranno 465 e i 580 milioni di tonnellate di latte raddoppieranno a 1043 milioni, per effetto della crescita globale del benessere e dell’aumento vorticoso dei consumi in paesi a grande popolazione come Cina, India e Brasile.

Ciò comporterà un altissimo costo ambientale in termini di emissioni di Co2 (sul totale delle emissioni legate all’attività umana, il 9% viene dagli allevamenti), di metano proveniente dal sistema digestivo degli animali (il 37% sul totale prodotto dalle attività umane), e di ammoniaca, responsabile poi dell’acidificazione delle piogge. Rimedi? La Fao ne suggerisce qualcuno: maggior controllo dei pascoli, in modo da non degradare le aree verdi per eccesso di sfruttamento; miglioramento della dieta degli animali, con l’obiettivo di ridurre la fermentazione enterica e le conseguenti emissioni di metano; incentivazione degli impianti di biogas per smaltire il letame; miglioramento dei sistemi di irrigazione; vincoli all’allevamento su larga scala vicino alle aree urbane.

Qualcosa, in Europa, si sta muovendo. In Danimarca, per legge, gli allevatori sono obbligati a «iniettare» il letame nel sottosuolo, per prevenire l’emissione di gas; in Olanda sono operativi progetti- pilota per trasformare un impasto di escrementi, carote e scarti dolciari in biogas da bruciare per ottenere calore ed elettricità. E in Italia? «Rispettiamo la direttiva europea sui nitrati e incentiviamo la produzione di elettricità da biogas — spiega Domenico Gaudioso, responsabile del settore clima dell’Ispra—ma il problema è serio e si dovrebbe fare di più, non tanto per gli allevamenti nuovi, che devono rispondere all’obbligo di contenere le emissioni al suolo e nell’atmosfera, quanto per quelli vecchi. Ma con costi che gli agricoltori, senza incentivi, non possono sostenere ». Il futuro è però questo: il riscaldamento globale si combatterà (anche) mucca per mucca, maiale per maiale, pollo per pollo.


 
 

Dalla base californiana di Vandenberg, sta per effettuarsi il lancio di Oco (Orbiting Carbon Observatory), satellite dedicato al monitoraggio atmosferico dell’anidride carbonica. Oco è la nuova missione geo-orbitante nell’ambito del programma Nasa «Earth System Science Pathfinder Program»: fornirà per la prima volta una mappa completa delle fonti naturali e artificiali di anidride carbonica (co2) e dei luoghi in cui viene rilasciata dall’atmosfera e conservata.

I dati che il satellite metterà a disposizione degli scienziati renderanno più precise le previsioni delle future variazioni nella presenza di co2 nell’atmosfera e nella sua distribuzione e fornirà un maggior numero di indizi sugli effetti che queste variazioni avranno sul clima terrestre.

Per compiere un giro completo attorno alla terra Oco impiegherà 16 giorni, nel corso dei quali effettuerà circa 8 milioni di misurazioni.

Il progetto della Nasa, costato complessivamente 278 milioni di dollari, non è il primo dedicato esclusivamente allo studio via satellite del riscaldamento climatico: il mese scorso il Giappone ha lanciato Gosat, impegnato nel monitoraggio dei gas serra.

+ Orbiting Carbon Observatory


 
 

QUESTA crisi può diventare l'occasione per accelerare il cambiamento". Sembra uno slogan di Barack Obama invece lo ha detto Zhang Guobao, direttore generale del ministero dell'Energia a Pechino. La Repubblica Popolare sfida l'America sul tema favorito dell'Amministrazione Obama: anche il New Deal cinese si colora di verde.

Tra gli obiettivi della manovra da 600 miliardi di dollari varata a Pechino per rilanciare la crescita, il risparmio energetico conquista una posizione di rilievo. La Cina investirà 580 miliardi di yuan (circa 58 miliardi di euro) per potenziare la sua produzione di energia nel corso del 2009, ma dal "tutto carbone" del passato la differenza è notevole. Tra i progetti selezionati figurano importanti aumenti di capacità nelle energie rinnovabili, eolica e solare, nonché nel nucleare. La capacità di produzione di energia eolica della Cina già oggi è seconda solo a quella degli Stati Uniti.

Uno studio del Global Wind Energy Council prevede che entro un decennio l'energia prodotta grazie al vento in Cina avrà raggiunto i 122 gigawatt, eguagliando così l'intera produzione di energia della celebre centrale idroelettrica costruita con la diga delle Tre Gole sul fiume Yangze (il più grande impianto idroelettrico del mondo). Uno sforzo importante riguarda anche il nucleare: entro tre anni il governo di Pechino punta ad aprire otto nuove centrali per un totale di 16 reattori. Se oggi il nucleare soddisfa appena l'un per cento del fabbisogno energetico cinese, l'obiettivo è di portarlo rapidamente al 5%.

Il carbone resterà per un bel po' di tempo la materia prima più usata per produrre elettricità in Cina, e i danni di questa dipendenza non riguardano solo l'ambiente: le stesse statistiche ufficiali del governo cinese rivelano che tra le vittime degli incidenti sul lavoro e quelli delle malattie respiratorie l'anno scorso quasi centomila minatori sono morti per estrarre il carbone.

Tuttavia anche in questo settore il New Deal ambientalista cerca di imprimere il segno del cambiamento. Il ministero dell'Energia di Pechino accelera la chiusura progressiva di molte centrali a carbone, prendendo di mira gli impianti più piccoli, vecchi e inquinanti. Complessivamente le centrali termoelettriche a carbone destinate alla chiusura rappresentano una potenza di 13 gigawatt quest'anno, 10 gigawatt nel 2010 e 8 gigawatt nel 2011.

Verranno sostituite con altre centrali a carbone di nuova generazione, più grosse e meno inquinanti, per un totale di capacità pari a 50 gigawatt. La progressiva chiusura di vecchi impianti ha già fatto scendere i consumi medi dai 370 grammi di carbone per kilowattora nel 2005 agli attuali 349. L'entrata in produzione dei nuovi impianti dovrebbe ridurre ulteriormente consumi e inquinamento.

Una centrale termoeletterica della nuova generazione come lo Huaneng Power International di Yuhuan (1 gigawatt) consuma solo 283 grammi di carbone per kilowattora. Resta aperta anche l'opzione del "carbone pulito", cioè i progetti che puntano a catturare e sotterrare le emissioni di Co2: ve ne sono in cantiere sia con aziende italiane che scandinave e giapponesi.

Finora il "carbone pulito" è stato rallentato dai costi elevati di queste tecnologie. Ma i leader cinesi sembrano orientati davvero a sfruttare le opportunità create dalla recessione, per operare dei cambiamenti che in passato non sono stati possibili. Fino all'anno scorso l'aumento esponenziale dei consumi di elettricità ha costretto la Cina ad aprire in media due nuove centrali a settimana: una folle corsa che non consentiva tregue e relegava in secondo piano la tutela dell'ambiente.

Con la crisi economica invece il consumo elettrico nel 2008 è cresciuto solo del 5,2% cioè poco più di un terzo rispetto al ritmo di crescita del 2007 (+14,8%). Si è trattato del più basso ritmo di crescita dei consumi elettrici da otto anni a questa parte. Un segnale confortante anche per ciò che sembra rivelare sul modello di sviluppo: la crisi ridimensiona soprattutto settori energivori come la siderurgia.


 
 

Una tazza di tè, una doccia, una bistecca, un chilometro in treno: i nostri minimi gesti saranno misurati in futuro in base a una nuova unità, la produzione di C02, il biossido di carbonio, il gas che è il principale responsabile del riscaldamento globale. Ma questo nuovo modo di leggere la nostra vita di tutti i giorni, espressa in grammi equivalenti di carbonio, un’unità di misura che tiene conto di tutti i gas serra, pone questioni di metodo, che ogni giorno vengono affrontate da una montagna di nuovi studi, credibili o semplicemente comici. Per fare il bilancio di CO2 di una bottiglia d’acqua quale parte attribuire alle emissioni del tragitto in auto fino all’ipermercato? Per una bistecca di 300 grammi, fino a dove spingere l’analisi della filiera dell’allevamento, forte produttrice di metano a causa delle emissioni delle mucche?

L’ultima controversia verte sull’impatto ambientale di una ricerca su internet. Contrariamente a quanto si crede, moltiplicare i viaggi sul web non è sinonimo di «neutralità sulla CO2». Internet infatti consuma molta energia, con la costruzione dei computer, l’alimentazione elettrica della rete, eccetera. La polemica è nata con un articolo del Times che afferma che due ricerche su Google generano in media altrettanta CO2 che far bollire l’acqua in una teiera, sette grammi di CO2 per ricerca. Google ha reagito immediatamente sostenendo che in base ai suoi calcoli una ricerca non genera che 0,2 grammi di CO2.

Alex Wissner-Gross, ricercatore di Harvard citato dal Times, nega di aver dato una cifra specifica per Google e afferma che il suo lavoro riguarda la totalità del web: il risultato, ciascun secondo passato in rete corrisponde a un consumo medio di 20 milligrammi di CO2. «Ma una media in quanto tale non dà molte informazioni, perchè vanno considerate parecchie variabili, come ad esempio la localizzazione dell’utente e dei server, il materiale informatico utilizzato». Per consentire l’analisi personalizzata dell’impatto del carbonio di un sito internet, e tentare di ridurla, l’ingegnere ha creato una utility, CO2stats.

Ma i tentennamenti e le polemiche non devono far perdere di vista l’obiettivo ultimo di questi calcoli di nuovo genere: offrire un elemento di paragone per orientare i comportamenti verso stili di vita meno inquinanti. «È urgente che la persone comincino ad agire. Se attendiamo di avere le cifre esatte, sarà troppo tardi» afferma Hugo Kimber, che dirige la britannica The Carbon Consultancy. «Per la prima volta nella storia la nostra civiltà comincia a misurare il proprio impatto ambientale in modo serio, completo e dettagliato. Una certa variabilità è probabilmente inevitabile» aggiunge Wissner-Gross.


 
 

L’Ue stringe la morsa sui pesticidi, mettendo al bando le 22 sostanze ritenute più pericolose per la salute e per l’ambiente. Dopo tre anni di trattative, il 13 gennaio il Parlamento europeo ha finalmente trovato un accordo per il cosiddetto "pacchetto pesticidi". «Le norme più importanti -riferisce il giornale on line “Galileo”- riguardano il nuovo sistema di autorizzazione delle sostanze attive: quelle altamente tossiche, in particolare quelle cancerogene, mutagene e che danneggiano i sistemi riproduttivi, non potranno più essere autorizzate». «Questo, però, non vuol dire -sottolinea- che quelle attualmente commercializzate verranno immediatamente ritirate».

«Primo perchè -spiega- i provvedimenti entreranno in vigore a due anni dalla pubblicazione sulla gazzetta europea, quindi nel 2011; secondo perchè la licenza dei pesticidi in commercio vale dieci anni e questo significa che un prodotto approvato nel 2003 potrà essere venduto fino al 2013, anche se si trova nella lista nera».

Un colpo al cerchio e uno alla botte. «La direzione intrapresa dall’Ue -prosegue- è comunque quella auspicata dalla Pesticide Action Network Europe, Pan Europe, l’organizzazione che riunisce le associazioni ambientaliste. Le nuove norme, infatti, promuovono metodi non chimici di controllo delle colture, vietano l’uso dei fitosanitari nei pressi di parchi, aree urbane e riserve naturali, e il ricorso agli erogatori aerei per i campi di cereali (a meno di specifiche autorizzazioni)».

«Le sostanze altamente persistenti e bioaccumulabili (mPmB) sono bandite, e i pesticidi ritenuti pericolosi per le api - spiega ancora - potranno essere vietati, come già accade in Italia (Vedi Galileo, Stop ai neonicoticoidi). Sono previste inoltre, zone cuscinetto e l’adozione di misure atte a tutelare le fonti di approvvigionamento di acqua potabile. Buone notizie anche sul fronte della sperimentazione animale: laddove i dati siano già a disposizione o esistano metodologie alternative, le domande di autorizzazione non dovranno essere accompagnate dai risultati di nuovi test».

E non mancano le critiche. Primo. Da un elenco iniziale di 400, l’accordo è stato raggiunto solo per una ventina di sostanze. «La neurotossicità andava inclusa tra i criteri di esclusione, soprattutto considerando l’evidenza scientifica sugli effetti che tali sostanze possono avere sullo sviluppo del cervello nel periodo pre-natale e nell’infanzia, e la loro correlazione con malattie come il Parkison» dice Monica Guarinoni, vicedirettrice dell’Health and Environment Alliance (Heal), organizzazione internazionale che riunisce circa sessanta network ambientalisti europei.

«Per esempio, - prosegue-  avremmo voluto vedere ritirato dal mercato il Chlorpyrifos (presente negli insetticidi Lorsban e Dursban, ndr.): si sospetta infatti che l’esposizione a questa sostanza durante la gravidanza possa provocare ritardi nello sviluppo cerebrale dei neonati». Per il momento, invece, questa e altre sostanze saranno incluse, insieme a quelle immunotossiche, solo tra le “candidate alla sostituzione”, cioè quelle per cui gli stati membri sono tenuti a valutare prodotti alternativi disponibili sul mercato.

La seconda critica, sottolinea ancora on line il giornale di scienza e problemi globali, riguarda invece la cosiddetta “armonizzazione” degli stati membri che, da settembre, permette agli agricoltori di aumentare le dosi di pesticidi. L’Ue ha infatti deciso di uniformare tutti gli stati e tarare il limite dei residui massimi per frutta e verdura su quelli dello stato più permissivo. Conseguenze? «Su 124 campioni analizzati lo scorso ottobre in cinque paesi europei da Pesticide Action Network (e da Legambiente in Italia), -aggiunge- tre sono risultati fuori legge per la direttiva attuale, ma sarebbero stati 37 prima dell’armonizzazione dei limiti».

E il problema non sta solo nella dose massima consentita per il singolo pesticida, «quanto piuttosto -spiega- nell’azione congiunta di più principi attivi. In Italia, dove l’indagine è stata effettuata su 24 campioni venduti dalle catene Coop, Esselunga, Metro, Lidl e Carrefour in sette regioni (Lombardia, Veneto, Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Campania), sono stati trovati 31 principi attivi diversi, con una media di oltre 6 per ogni campione».

«Questo, a nostro avviso, è l’aspetto più preoccupante -commenta Francesco Ferrante, responsabile Agricoltura di Legambiente- nessuno sa cosa provochi l’insieme dei diversi pesticidi, eppure l’Ue non si esprime su questo argomento». E nessuno dei 24 campioni si è meritato l’etichetta di “consigliabile”. Ultima critica, e non per importanza. «Delle sostanze incluse nella lista, molte sono già state abbandonate nella pratica comune» sottolinea Ferrante, per il quale si sarebbe potuto fare uno sforzo in più per la tutela dei consumatori. «Invece l’ago della bilancia continua a pendere dalla parte delle organizzazioni agricole come Agropharma e Copa. La direzione è quella giusta, vero. Ma ci si muove a piccoli passi».


 
 

Adesso diventa più facile calcolare il valore delle foreste. Sapevamo che sono una roccaforte della biodiversità italiana che custodisce circa la metà delle specie vegetali e un terzo di quelle animali presenti in Europa. Sapevamo che rappresentano un cardine del turismo sostenibile, uno dei pochi che continua a crescere mentre il turismo tradizionale arretra perdendo posizioni nella classifica mondiale. Ora è anche possibile quantificare il valore delle foreste dal punto di vista degli impegni di Kyoto, quelli che finora non abbiamo rispettato tanto che nel 2008 abbiamo avuto una sanzione da 1,5 miliardi di euro che si accumulerà con quelle dei prossimi anni (se continueremo a non far niente) finché nel 2012 arriverà il momento di pagare.

Ebbene, il sistema di foreste nazionale vale l'11 per cento delle emissioni serra che dobbiamo tagliare. Cioè senza il contributo dei boschi, in termini di anidride carbonica trattenuta dalla crescita delle piante, il nostro "debito serra" aumenterebbe dell'11 per cento. E un quinto di questo patrimonio è custodito nei parchi italiani.

E' uno dei dati che emergerà dal congresso di Federparchi che si terrà domani e dopodomani a Roma. Con quasi 1.100 aree protette e un totale di 3,5 milioni di ettari, (circa il 12 per cento del territorio italiano) il sistema della natura protetta si candida come motore di un modello di rilancio economico in stile obamiano. Una prima mossa è stata il progetto Parchi per Kyoto diventato operativo con la messa a dimora di oltre 7000 alberi in cinque aree protette. Nel corso del ciclo di vita di questi alberi verranno assorbite circa 5 mila tonnellate di anidride carbonica, l'equivalente della CO2 emessa da 300 mila auto che compiono un tragitto di mille chilometri.

E l'abbinata parchi - rilancio economico comincia a far presa anche in altri paesi. Tra gli ospiti del congresso di Federparchi ci sarà l'ambasciatrice dell'Ecuador in Italia, Geoconda Galan Castelo, che racconterà una storia molto particolare. Quella della rinuncia allo sfruttamento petrolifero del parco nazionale di Yasunì per difendere una delle aree più ricche di biodiversità: in questa riserva ecologica amazzonica vivono più di 4 mila specie di piante, 173 specie di mammiferi, 610 specie di uccelli. In un solo ettaro dello Yasunì ci sono tante specie di alberi e arbusti quante sono quelle autoctone di tutta l'America del Nord.


 
 

La Cgil sposa la ricetta del new deal verde per uscire dalla crisi economica e si allea con Legambiente per lanciare un grande piano di interventi in grado di stimolare la ripresa, creare nuovi posti di lavoro (almeno 350 mila, solo per cominciare), favorire l'innovazione e risanare l'ambiente. Il pacchetto di stimoli "rossoverde" è stato presentato oggi nella sede nazionale del sindacato dal segretario confederale Paola Agnello Modica e dal presidente dell'associazione, Vittorio Cogliati Dezza. Una scommessa sulla quale la Cgil crede molto, tanto che inizialmente all'iniziativa avrebbe dovuto partecipare il numero uno Guglielmo Epifani, costretto poi a volare a Bruxelles per impegni più urgenti.

Il ragionamento della Confederazione parte dal durissimo giudizio, condiviso da Legambiente, sulle scelte fatte sino ad oggi dal governo. All'estero, fanno notare le due organizzazioni, da Londra a Pechino, da Washington a Madrid, tutti i principali paesi investono miliardi a tre cifre, puntando decisamente all'innovazione tecnologica legata all'ambiente e al contrasto dei cambiamenti climatici. "Da noi invece ne sono stati annunciati appena 45, dei quali solo 5 sono risorse fresche, mentre le altre sono già programmate da tempo", sottolineano.

A questo si aggiunge il fatto che, secondo il sindacato, palazzo Chigi ha puntato "a rompere la coesione sociale, scegliendo di far pagare l'onere della crisi ai lavoratori". Linea confermata, secondo Agnello Modica, dalle indicazioni che arrivano sugli incentivi auto. "A leggere i giornali - fa notare - c'è ben poco di cui rallegrarsi, manca completamente la questione degli investimenti nei nuovi motori e la salvaguardia degli stabilimenti".

L'alternativa proposta da Cgil e Legambiente è fatta invece di "misure immediatamente cantierabili" che nell'immediato possono dare lavoro a 350 mila persone, "facendo scattare però un effetto volano in grado di creare molta più occupazione". I settori su cui agire sono quattro: energia, edilizia, trasporti e sicurezza ambientale. Ma per farlo, stando all'analisi delle due organizzazioni, non c'è bisogno di risorse aggiuntive. Il primo strumento è cambiare l'ordine delle priorità. "E' sufficiente privilegiare quegli interventi che hanno la capacità di abbattere gli sprechi sociali, ambientali ed economici prodotti dal nostro sistema produttivo", sottolinea la proposta "rossoverde". La seconda leva è "rilanciare la lotta spietata all'evasione fiscale". Infine occorre "qualificare la spesa nella pubblica amministrazione, contrastando attivamente gli sprechi ad ogni livello".

Cgil e Legambiente non sono entrate nel dettaglio dei possibili interventi, rimandando a un confronto annunciato per il 10 marzo con tutte le categorie produttive, da Confindustria, agli artigiani, agli agricoltori, nella speranza di coinvolgerle nel progetto. "E vero che Confindustria sulla vicenda del pacchetto europeo 20-20-20 ha fatto una battaglia di retroguardia, ma era una battaglia ideologica, mentre noi ci presentiamo con la forza della ragione", sottolinea Cogliati Dezza. All'appuntamento del prossimo mese il sindacato si presenterà forte delle proposte specifiche elaborate in queste settimane dalle organizzazioni territoriali e di categoria.

Un esempio di come si può tenere insieme il circolo virtuoso del new deal verde, Agnello Modica lo ha voluto però anticipare. "In Italia - ricorda - esistono ancora 2 miliardi e mezzo di metri quadrati di coperture in amianto: sostituirle tutte con pannelli solari significherebbe creare occupazione, risparmiare sulle spese sanitarie future e contribuire a tagliare la bolletta energetica delle aziende. Ci guadagnerebbero tutti ed è una cosa che si può fare subito".


 
 

Ecco i primi quesiti sulla sostenibilità dei consumi e l'impronta ecologica arrivate dai nostri lettori. A rispondere è l'esperta del Wwf Eva Alessi. Nei prossimi giorni potete continuare a mandare le vostre domande via posta elettronica all'indirizzo v.gualerzi@repubblica.it

Mi ha molto colpito il fatto che in un caffè siano contenuti 140 litri di acqua (consumo virtuale, ndr). Questi indicatori lasciano un segno molto più di campagne ambientaliste ed ecologiste che - purtroppo - non riescono ad intaccare le abitudini di chi già si dimostra poco sensibile in materia. E' possibile avere una sorta di "tabella" dei consumi nascosti nei generi che utilizziamo di più o nelle azioni che più frequentemente facciamo? Federica Corso Talento

Gentile Federica, il Wwf, infatti, da anni promuove l'applicazione di indicatori di sostenibilità ambientale che misurino l'impatto ecologico prodotto dal nostro modello di sviluppo e dai nostri stili di vita calcolando quanto consumiamo in termini di risorse naturali utilizzate. In tal senso, un'interessante e relativamente nuova declinazione dell'impronta ecologica (che misura la dimensione della domanda umana su ecosistemi planetari) è l'impronta idrica che quantifica, in metri cubi, l'acqua complessivamente utilizzata per produrre beni e servizi consumati all'interno di una nazione o dal singolo individuo.

L'impronta idrica può essere applicata anche a singoli prodotti e, in questo caso, rappresenta il volume totale, comprendente l'intera catena di produzione, di acqua dolce impiegata per produrre il prodotto stesso.
Di dati e tabelle come quelli da lei richiesti ne esistono diversi; di seguito le riporto una tabella estrapolata dalle ricerche di Hoekstra A. e Chapagain K., autorevoli scienziati del Water Footprint Network sul cui sito le consiglierei di andare per ulteriori approfondimenti.

Contenuto medio di acqua virtuale in alcuni prodotti(da Hoekstra A. e Chapagain K., Water footprints of nations: Water use by people as a function of their consumption pattern. Water Resour Manage, 2007, 21, 35-48.)

Nel bagno dell'azienda presso cui lavoro posso scegliere di asciugarmi le mani, sia con la carta (salviettine) che con il ventilatore. Qual è il più ecologico tra i 2 metodi?
Andrea


Caro Andrea, la tua domanda non è affatto banale, dal momento che sono molte le variabili da considerare. Per quanto mi è dato sapere al momento non esiste uno studio indipendente (ossia non finanziato da una delle 2 controparti produttori di salviette e produttori di asciugatori elettrici) sul ciclo di vita dei due prodotti. Per tale motivo il dibattito sull'impatto ambientale è aperto. Quello che posso fare è descriverti alcune, senza alcuna pretesa di esaustività, delle variabili che pesano nella valutazione.

Carta
Numero delle salviettine utilizzate ogni volta che ci si asciuga le mani (1 o quante?); Tipo di carta (riciclata o non?); Tipo di gestione dei rifiuti cartacei (si avviano forme di recupero o la carta è direttamente smaltita in discarica?); Ciclo produttivo operato dalla cartiera (che tipo di energia utilizza? Che tipo di carta impiega? Che metodologie e prodotti usa per lavorare la carta? Che tipo di veicoli utilizza - aerei, treni, navi, camion - per approviggionarsi della materia prima e per distribuire i prodotti? ecc.)

Asciugatrice elettrica
Caratteristiche tecniche dell'asciugatrice elettrica (potenza, durata del getto d'aria calda, ecc.); Numero di cicli di asciugatura necessari alla percezione di "mani asciutte", aspetto con forte margine di soggettività (1 o quanti?); Origine dell'energia elettrica utilizzata dalle asciugatrici (da carbone o da fonti rinnovabili?); Ciclo produttivo delle aziende di produzione delle asciugatrici (che energia e materiali utilizzano? ecc.); Grado di riparabilità dell'asciugatrice e di recupero delle singole parti (il prodotto è facilmente riparabile? Sono facilmente recuperabili i suoi componenti? ecc.)

La combinazione di queste variabili porta a risultati molto differenti in merito all'impatto ambientale delle due soluzioni. Non potendo dare dunque una risposta univoca ed esaustiva mi limito a suggerire, ove possibile, l'uso di asciugamani a rotolo di cotone che non sono usa e getta o qualora questo non fosse disponibile all'uso più moderato possibile delle soluzioni da lei presentate.

Che differenza di impronta ecologica c'è tra un maschio adulto italiano vegetariano e uno con dieta onnivora media, ovviamente a parità di altre abitudini e comportamenti?
Massimo


Caro Massimo, il consumo degli alimenti incide in maniera significativa sul calcolo dell'impronta Ecologica e dunque esiste una forte differenza tra le tipologie di alimentazione. È dimostrato che un'alimentazione vegetariana è caratterizzata da impronta più bassa di una onnivora con una certa percentuale di prodotti carnei. Questo perché, come ci insegna l'ecologia, ogni volta che si passa da un livello all'altro della rete alimentare si verifica una perdita di energia. Ad ogni passaggio (es. pianta-erbivoro-carnivoro) viene perso quasi il 90% dell'energia che viene degradato in calore (in linea con il secondo principio della termodinamica).

In quest'ottica appare chiaro come la zootecnica e l'acquacoltura oltre ad un elevato consumo di suolo, richiedano apporti esterni di energia e materia per infrastrutture, alimenti, acqua, medicinali, energia termica, energia elettrica, combustibili per i trasporti, energia per la trasformazione e la conservazione (compresa la catena del freddo) e per la gestione dei rifiuti (deiezioni, resti di macellazione, ecc.). E ancora, alla zootecnia è imputabile un pesante ruolo nell'emissione di gas a effetto serra, secondo dati Fao, addirittura superiore a quello del settore dei trasporti.

Tutto ciò determina l'elevata l'impronta ecologica della carne. Ad esempio, volendo considerare esclusivamente il consumo idrico associato alla produzione, in Italia una tonnellata di carne bovina richiede 21.167 metri cubi, quella ovina 7.572 metri cubi, quella suina 6.377 metri cubi; di contro la stessa quantità di riso richiede circa (dipende dalla varietà) 2000 metri cubi, di soia 1.500 e di latte 861 metri cubi (fonte Hoekstra A. e Chapagain K., Water Resour Manage, 2007, 21, 35-48).

In generale occorre anche tenere presente che l'impronta ecologica dell'alimentazione è ulteriormente condizionata dalla scelta dei prodotti: optare per alimenti di stagione e di provenienza locale permette di ridurre il loro impatto sugli ecosistemi.

E' vero che la lavastoviglie fa risparmiare acqua e energia?
Alessandro Caselli


Caro Alessandro, le cose sono in realtà più complesse. È potenzialmente vero che una lavastoviglie moderna ed efficiente (classe A) possa permettere di risparmiare acqua, ma lo stesso non è sistematicamente detto si possa affermare anche per l'energia. Questo perché, per ogni ciclo di lavaggio, una lavastoviglie consuma quasi 1 kWh (1 chilowatt l'ora), quantità non trascurabile di energia che equivale più o meno al consumo di 10 ore di un televisore tradizionale da 29 pollici.

Il consumo della lavastoviglie varia, inoltre, a seconda dei programmi, e dunque delle temperature, scelti dal momento che la maggior parte dell'energia consumata da questi elettrodomestici serve proprio a riscaldare l'acqua. In tal senso impostando lavaggi a più bassa temperatura si possono ridurre i consumi. Va però detto che nel lavaggio delle stoviglie a mano non si raggiungono mai, per ovvi motivi, temperature particolarmente elevate e questo comporta consumi limitati in termini energetici.

Il consumo di acqua, nel lavaggio a mano, è invece fortemente legato alle modalità personali di insaponamento e risciacquo delle stoviglie. Per ulteriori informazioni su un corretto utilizzo della lavastoviglie e sulla scelta dell'elettrodomestico più efficiente si rimanda al sito di Top Ten Italia che rappresenta uno strumento messo a punto dal Wwf Italia per orientare le scelte dei consumatori.

E' possibile evitare di ingerire sostanze tossiche, o devo rassegnarmi e cercare al massimo di limitare i danni, considerando anche le sofisticazioni illegali di cui spesso si sente parlare, collegate anche a volte con la criminalità organizzata?
Daniele Girardi


Caro Daniele, l'alimentazione rappresenta una delle principali vie di esposizione dell'organismo a una vasta gamma di sostanze che possono derivare sia dall'ambiente sia da processi industriali quali la produzione, lo stoccaggio e il trasporto. La migrazione di composti chimici dai materiali di imballaggio o dai contenitori è altrettanto nota così come la presenza di additivi (emulsionanti, conservanti, antiossidanti) che può influenzare la qualità dei cibi.

Il Wwf, con la campagna Detox/Svelenati, ha cercato di sensibilizzare e informare l'opinione pubblica sulle conseguenze di queste sostanze di sintesi che i sistemi naturali hanno difficoltà nel metabolizzare una volta che esse siano state diffuse nell'ambiente. Questo non vuole assolutamente essere allarmistico per i consumatori, infatti la presenza in tracce di questi contaminanti dal punto di vista della salute fa si che non ci siano effetti né diretti né immediati, i rischi semmai sono quelli da accumulo dovuto all'esposizione cronica anche a basse dosi di cocktail di contaminanti.

In tal senso la lettura delle etichette, ammesso si riesca a decifrare l'infinita gamma di sigle, costituisce una buona regola sebbene non esaustiva e per la presenza di sostanze indesiderate (diossine, metalli pesanti, pesticidi, ecc.) e perché esistono delle soglie al di sotto delle quali le sostanze per legge non devono essere dichiarate.

Per ulteriori informazioni sui diversi contaminanti e loro effetti sulla salute le suggerisco di prendere visione del rapporto "Dal mercurio alla diossina: viaggio alla scoperta dei pericoli nel piatto" che, seppur non recentissimo, offre una serie di spunti di riflessione e approfondimento.

Il cibo biologico rappresenta una possibile via per ridurre il carico di sostanze inquinanti a cui siamo sottoposti ma non permette certo eliminare totalmente il rischio nel momento in cui è l'ambiente a essere contaminato. Di qui la necessità di disporre di una normativa efficace che ci tuteli a monte. La regolamentazione Reach approvata dall'Ue in questo senso disegna un nuovo modello su cui l'Europa deve fare affidamento: per legge l'industria e le attività produttive dovranno essere rispettose dell'ambiente e della salute umana.

Il cambiamento però dall'attuale e consolidata situazione verso sostanze chimiche più sicure è ancora una battaglia tutta da vincere. Reach è un regolamento che necessita di un ulteriore rafforzamento per essere davvero efficace; come Wwf continueremo la nostra azione per la promozione di una chimica più sostenibile.

Vai alle risposte successive.


 
 

Prendere la seppia e colpirla violentemente fino a estrarre l'osso. Quindi spremerla per far uscire l'inchiostro. Poi sbatterla per ammorbidirla. Ora è finalmente pronta per essere mangiata. Non è la ricetta di qualche specialità marinara, ma quello che i delfini, grazie alla loro intelligenza, fanno regolarmente per rendere il pasto più gradevole. A documentare questo straordinario comportamento è la ricerca di un gruppo di studiosi australiani pubblicata sulla rivista scientifica PloS On.

Mark Norman, responsabile del Museo delle Scienze di Victoria, insieme ad altri due biologi, Julian Finn e Tom Tregenza, ha monitorato a lungo gli spostamenti di un delfino femmina della specie Tursiops aduncus del Golfo di Spencer, nell'Australia meridionale, osservando uno dei suoi metodi per procurarsi i pasti.

Per prima cosa l'animale era solito spingere la sua preda lontano dai fondali algosi. Una volta raggiunto un tratto sabbioso, procedeva a uccidere la seppia con un colpo secco del naso in grado di spezzarle l'osso. Il delfino sbatacchiava quindi la vittima, colpendola ripetutamente con il naso, in modo da spremere via l'inchiostro. Infine la strusciava nuovamente sul fondo sabbioso fino a far uscire l'osso. A questo punto il pasto, morbido e senza lo sgradevole sapore d'inchiostro, era pronto.

"E' un segno di quanto i loro cervelli siano sviluppati, si tratta di un metodo molto intelligente per pulire un calamaro togliendogli tutte le parti cattive", spiega il dottor Norman. Gli autori della ricerca sono convinti di essere stati testimoni di un comportamento niente affatto straordinario, ma generalizzato, che i delfini sono in grado di calibrare anche alla cattura e la preparazione di altri tipi di prede. "Questo modo di cibarsi - precisa ancora Norman - è stato adattato a alle seppie in particolare e rappresenta un'impressionante capacità di flessibilità comportamentale per un animale che non appartiene alla famiglia dei primati".