Un nuovo edificio completamente a impatto zero sorgerà nell’Università di Washington entro il primo maggio e sarà il risultato e nello stesso tempo l’oggetto di studio del Tyson research center del campus. La struttura che utilizzerà celle fotovoltaiche, tecniche di cattura delle acque piovane e servizi igienici con un sistema per il compostaggio, si candida ad ottenere il più alto riconoscimento per l’efficienza energetica, il certificato Leed Platinum.

Il «Living learning center», questo il nome dell’edificio, ospiterà un programma di ricerca e un’aula di studio per gli studenti dell’università. Se otterrà la certificazione sarà l’unico edificio di questo tipo in tutto il Midwest. «Vogliamo farlo diventare uno degli edifici più verdi del campus se non addirittura il più verde», spiega Kevin Smith, direttore associato del Tyson. «Il Leed è un buon punto di partenza, ma possiamo fare anche meglio», aggiunge.

L’energia che alimenterà la struttura sarà generata dalle celle fotovoltaiche. Il surplus di elettricità generato potrebbe essere venduto alla compagnia elettrica, sottolinea Smith. Le acque piovane saranno raccolte dal tetto, immagazzinate in un deposito sotterraneo, filtrate e sterilizzate. Anche le acque reflue saranno riutilizzate per innaffiare l’area verde circostante o i giardini del campus.

Le toilette inoltre saranno realizzate con un sistema che elimina l’uso di acqua e che permette di riciclare i rifiuti attraverso il meccanismo di compostaggio. Il compost, realizzato attraverso l’eliminazione dell’azoto e delle tossine, può essere sfruttato come fertilizzante.

L’edificio sarà poi ancora più ecocompatibile grazie all’utilizzo di materie prime presenti sul posto, come il legname che sarà scelto tra gli alberi caduti e una particolare specie di cedri, che sono invasivi e devono essere potati spesso. Il truciolato e gli scarti della lavorazione del legno verranno convogliati nel sistema di riscaldamento.

Niente è lasciato al caso in questa struttura a zero emissioni: anche le finestre sono poste in maniera strategica in modo da trasformare la luce solare passiva in energia solare termica per riscaldamento invernale. In estate delle tettoie poste sopra le principali finestre impediranno, invece, il surriscaldamento degli ambienti. Il controllo del micro-clima all’interno delle stanze e gli impianti d’illuminazione permettono un ulteriore riduzione dei consumi di energia.


 
 

Le continue e incontrollate emissioni di gas serra potrebbero, nel lungo termine, togliere il respiro agli oceani, facendo diminuire la quantità di ossigeno nelle loro acque, con potenziali effetti negativi, che potrebbero durare anche migliaia di anni, come la formazione di zone morte dove la fauna marina non potrebbe più vivere.

Lo afferma Gary Shaffer, Niels Bohr Institute, Università di Copenhagen, Danimarca coordinatore di uno studio realizzato al Danish Center for Earth System Science (DCESS),e pubblicato su Nature Geoscience on line di questa settimana.

Shafffer insieme ai suoi colleghi ha realizzato un modello computerizzato con il quale sono stati simulati gli effetti futuri, fino a 100mila anni, delle emissioni dei gas serra di origine antropica su un sistema Terra a bassa complessità. Nel modello sono stati presi in considerazione due scenari di emissioni, moderate ed alte, già utilizzati dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) . Nelle simulazioni, si vede che la superficie oceanica perde ossigeno in risposta al riscaldamento globale, con la perdita della solubilità del gas nell’acqua. Secondo la ricerca, le acque profonde saranno anch’esse interessate dalla perdita di ossigeno a causa del rallentamento del rimescolamento delle acque.

All’inizio si tratterà di zone circoscritte, ma con il tempo queste zone con poco ossigeno si potrebbero espandere fino ad arrivare ad invadere le profondità oceaniche. «Questo meccanismo, prima la perdita dell’ossigeno, poi la formazione di zone morte oceaniche fino ad arrivare alla completa anoxia- spiega Shaffer - potrebbe essere preso come un buon esempio per spiegare le estinzioni di massa avvenute sulla Terra, come quella di 250 milioni di anni fa.

«Il futuro dell’oceano, come grande riserva di cibo - spiega Shaffer - è in pericolo. Basterebbe ridurre l’uso dei combustibili fossili per i prossimi 20-40 anni se si vuole evitare che l’oceano muoia per la perdita di ossigeno».


 
 

Un taglio netto allo smog nelle città può regalare ai suoi abitanti almeno cinque mesi di vita in più. Lo hanno scoperto, prendendo come esempio alcune metropoli americane dove già da qualche decennio sono stati adottati provvedimenti contro l’inquinamento, i ricercatori della Brigham Young University e della Harvard School of Public Health (Usa), che ne parlano sul “New England Journal of Medicine”.

Lo studio ha preso in considerazione il livello di smog e l’aspettativa di vita di 51 città fra il 1980 e il 2000. Utilizzando sofisticati modelli statistici, è stato rilevato che gli abitanti, alle soglie del ventunesimo secolo, vivevano 2,72 anni in più rispetto a 20 anni prima. E il 15% di questo “guadagno” è dovuto alla diminuzione dell’inquinamento, causa di malattia polmonari e cardiovascolari.
Parallelamente, in Gran Bretagna è stato stimato che lo smog sta riducendo l’aspettativa di vita della popolazione di otto mesi in media, nonostante i miglioramenti raggiunti nel periodo recente. Limitare ancora di più le emissioni potrebbe aiutare a dimezzare questo valore, fanno notare gli esperti.

Le analisi statunitensi si sono concentrate in particolare su Pm 2.5, misurando dunque i livelli di particelle inquinanti con un diametro pari a un ventesimo rispetto a quello di un capello. Queste possono viaggiare facilmente verso i polmoni e sono state collegate ad asma e malattie cardiache. I ricercatori hanno evidenziato che, per ogni diminuzione di 10 microgrammi per metro cubo di aria di Pm 2,5, le persone guadagnano sette mesi di vita. E in alcune città come Pittsburgh e Buffalo, il calo di inquinamento è stato pari a 14 microgrammi per metro cubo d’aria. In Europa queste valutazioni non sono ancora possibili perché i dati sono stati raccolti solo da poco, ma gli sforzi profusi in questi ultimi anni si pensa possano portare benefici a breve.


 
 

Quasi il 40% dei gas che contribuiscono all’effetto serra ed al riscaldamento del nostro pianeta sono prodotti dalla Terra stessa . Secondo i ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia il 17% di etano, il 10% di propano e il 10% di metano presenti nell’atmosfera derivano dal degassamento terrestre, e cioè dal respiro naturale della Terra.

Fonti naturali, spesso maggiori di altre fonti naturali o indotte dall’attività antropica, che possono avere un impatto notevole per la produzione di ozono. È il risultato di uno studio basato su modelli matematici dell’atmosfera terrestre condotto da Giuseppe Etiope, dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) e da Paolo Ciccioli, chimico dell’atmosfera del Cnr di Montelibretti, pubblicato su Science di questa settimana. In precedenza lo stesso Giuseppe Etiope, con un altro gruppo di ricerca aveva determinato le emissioni geologiche di metano e aggiornato il rapporto dei cambiamenti climatici redatto dall’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change), e, nel 2007, l’ultimo rapporto riporta per la prima volta le scoperte dell’ Ingv.

In un certo senso il lavoro dell’ Ingv risponde alla domanda:«Quanta parte dei gas serra e di altri idrocarburi volatili inquinanti è prodotta dall’uomo e quanta dalla natura?» Secondo i ricercatori sono significative, nell’atmosfera, le percentuali di gas da fonte naturale, tra questi il propano e l’etano, idrocarburi più complessi del metano, che hanno un ruolo importante nella formazione, attraverso processi fotochimici, dell’ozono troposferico, un gas nocivo per la respirazione (l’ozono stratosferico, al contrario, svolge il ruolo positivo di filtro delle radiazioni solari ultraviolette, ed è quindi da preservare).

Etiope e Ciccioli indicano, dunque, il degassamento terrestre come il maggiore responsabile dell’emissione di quantità di etano e propano maggiori di quanto si pensasse. «Siamo partiti dai dati relativi alle emissioni di metano che abbiamo pubblicato negli anni precedenti - spiega Giuseppe Etiope - abbiamo poi esaminato le quantità di etano e propano che si ritrovano insieme al metano nelle esalazioni geologiche e quindi calcolato i loro flussi. Un esercizio relativamente semplice ma che ha dato un risultato sorprendente». Queste emissioni di idrocarburi si trovano principalmente nelle aree petrolifere: il gas accumulato nei giacimenti spesso fuoriesce e arriva in superficie naturalmente, attraverso faglie e rocce fratturate. Questo fenomeno, detto «seepage»(infiltrazione) è più diffuso di quanto si spensi.

Giuseppe Etiope è uno dei maggiori esperti di «seepage» e le sue ricerche hanno rivoluzionato gli inventari globali delle sorgenti di metano. L’agenzia americana per l’ambiente (Epa) e quella Europea (Ea) stanno entrambe riformulando i loro inventari. Ora dovranno cambiare le tabelle anche per l’etano e propano. «Questo risultato», spiega Enzo Boschi, presidente dell’ Ingv, «conferma che i processi geologici e geofisici, come il degassamento di idrocarburi, possono avere un impatto significativo sull’atmosfera e nell’ambiente in generale».

Secondo Etiope, le emissioni geologiche di metano ammontano ad almeno 50 milioni di tonnellate l’anno, ovvero 1/7 della quantità emessa dalle attività umane (circa 360 milioni di tonnellate). Ciò equivale all’effetto serra prodotto da più di 200 milioni di auto guidate in un anno. Quella geologica è la seconda sorgente naturale di metano, dopo le cosiddette «Terre umide» e superiore ad alcune sorgenti indotte dall’uomo, come le discariche o il trattamento dei rifiuti. L’emissione geologica di etano e propano sono stimate rispettivamente a circa 2-4 e 1-2,4 milioni di tonnellate ogni anno, ovvero 17% e 10% del totale; mediamente un quarto di quelle indotte dall’uomo (pari a 6.5 milioni di tonnellate).

La scoperta di una nuova sorgente, come quella geologica, aumenta la «responsabilità» della natura e risolve alcuni rebus. «I calcoli atmosferici - spiega Etiope - hanno sempre suggerito una “sorgente mancante” di metano e etano, a cui nessuno ha mai dato una spiegazione esauriente, ovvero doveva esserci da qualche parte una fonte finora sconosciuta. Le nostre ricerche suggeriscono che questa sorgente mancante è proprio quella geologica naturale».

Secondo gli scienziati le emissioni geologiche di idrocarburi gassosi sono sparse in tutto il mondo ed esistono due principali tipi di aree, quelle dei bacini sedimentari dove esistono i giacimenti petroliferi e le aree geotermiche. Esistono probabilmente più di 10 mila seeps sui continenti, in almeno 90 paesi, e l’esalazione diffusa potrebbe interessare una superficie di circa 4 milioni di chilometri quadrati. C’è da chiedersi perché, finora, nei bilanci globali questa sorgente non è stata presa in considerazione? Perché secondo Etiope questa fonte era considerata piccola, trascurabile. Un’ ipotesi sbagliata basata sulla mancanza di misure e dati e nessuno aveva mai fatto studi approfonditi. Ora, però, gli inventari ufficiali delle agenzie ambientali governative come Ipcc o l’Epa degli Stati Uniti stanno modificando le loro tabelle relative al contributo degli idrocarburi gassosi.


 
 

Le primavere potrebbero anticipare sempre di più in futuro. Lo dice uno studio condotto da Alexander Stine e colleghi, University of California, Berkeley, CA, Usa, pubblicato su Nature. Da un confronto fatto dagli scienziati tra le tendenze stagionali attuali e quelle della prima meta del ventesimo secolo, si è visto che le stagioni cominciano prima e che le differenze di temperatura tra inverno e estate stanno diventando meno nette. Stine e colleghi ipotizzano anche che questi cambiamenti sarebbero causati dal comportamento umano sul clima.

Gli scienziati riferiscono di aver confrontato la tendenza delle temperature stagionali della prima e della seconda metà del ventesimo secolo e di aver constato che l’aumento delle temperature in primavera e la loro diminuzione in autunno mostrano una tendenza ad anticipare di 1.7 giorni rispetto a quanto avveniva prima e che, riferendosi al territorio, la differenza tra le temperature estive e quelle invernali è diminuita. Per gli oceani la situazione è meno chiara e l’andamento climatico stagionale più recente registra un alto grado di anomalie che non possono essere spiegate con la variabilità naturale.


 
 

Cambiamenti climatici: tutto da rifare. È stato dimostrato che il modello attuale su cui si basano le previsioni ignora le leggi della termodinamica: per sapere se è veramente in atto un riscaldamento globale non dobbiamo misurare la temperatura, ma l'energia complessiva del pianeta. Anche il ruolo dell'anidride carbonica sarà completamente da rimettere in discussione. Seconda notizia: inserire la termodinamica nel puzzle del «global warming» significa ammettere che al momento è impossibile prevedere l'evoluzione del clima. Si arriva così alla terza notizia: mentre infuria lo scontro tra «negazionisti» e «catastrofisti» nasce il terzo polo dei climatologi, gli «scettici».

Comincia tutto da un articolo dell'anno scorso di Roger Pielke dell'Università del Colorado, massimo studioso americano di climatologia, che sul «Journal of Geophysical Research» firma: «L'equazione del clima non è in funzione della temperatura, ma dell'energia complessiva che circola nel sistema-pianeta in tutte le sue forme».

«L’articolo - spiega Teodoro Georgiadis dell’Istituto di Biometeorologia del Cnr - dimostra che l’equazione che definisce la temperatura media globale passa per le regole della termodinamica, la branca della fisica che descrive gli scambi di energia, di cui temperatura e calore sono solo alcuni aspetti». La temperatura, in effetti, sarebbe un indizio insufficiente: non è stato l’aumento di temperatura ad aver causato l’arretramento dei ghiacci del Kilimangiaro, per esempio, ma una rapida diminuzione dell’umidità atmosferica, come hanno dimostrato Kaser e altri autori già nel 2004: «Il disboscamento sotto al Kilimangiaro - spiega Georgiadis - ha dimezzato l’evaporazione d’acqua e, quindi, alle grandi altezze sono diminuite le precipitazioni nevose». E così cambia anche la percezione degli allarmi per l’Antartide: «Come mostrano i satelliti, si ha un progressivo raffreddamento al Polo Sud, se si esclude la penisola che costituisce solo il 10% del continente».

La misurazione della temperatura media dalla Terra, del resto, non è condotta scientificamente. La rete globale di monitoraggio, pur essendo dichiarata a norma dal «Wmo» - l’Organizzazione mondiale di meteorologia - è disomogenea: «Le centraline sono posizionate nelle zone urbane e talvolta addirittura vicino a fonti di calore». E l’anidride carbonica? Si tratta di un processo puramente indiziario. «È inequivocabilmente un gas serra e, quindi, trattiene il calore. Ma con le nuove logiche non è più la prova del presunto aumento globale della temperatura».

Eppure Al Gore era stato chiaro con la sua «hokey stik», il grafico del climatologo Michael Mann che mostra l’impennata della temperatura nell’ultimo secolo. «È citato nel terzo rapporto dell’Ipcc come prova dell’influenza antropica sul clima. Ma, quando gli economisti Ross Mc Kitrick e Stephen McIntyre hanno dimostrato che la statistica era sbagliata, Mann si è rifiutato di replicare». Le linee mostrano una temperatura costante per migliaia di anni «e tuttavia è un’interpolazione errata». Ecco, per esempio, perché nel grafico manca il grande disgelo del X secolo, che permise a Erik il Rosso di scoprire Grün land, la Groenlandia.

Gli antichi pascoli della Groenlandia e la neve di quest’inverno in Italia sono esempi delle discontinuità climatiche, che per ragioni termodinamiche impediscono la formulazione di modelli affidabili. Luigi Mariani dell’Università di Milano sostiene con Georgiadis che «l’aumento di anidride carbonica non è direttamente proporzionale all’aumento della temperatura: l’equazione è forzata senza considerare proprio la termodinamica».

Intanto, la contraccusa al partito degli scettici è già partita: l’impennata della temperatura - si sostiene - è comunque provata dall’accelerazione del ciclo dell’acqua che causa gli uragani, dati che tengono proprio conto della termodinamica. Ma Vincenzo Levizzani dell’Isac-Cnr, con Arnold Gruber dell’Università del Maryland, ha appena concluso uno studio per la «Wmo» su 25 anni di foto satellitari: mostrano sì un aumento delle precipitazioni, senza, però, valore statistico. Insomma, non ci sono dati per stabilire che uragani come Katrina e Dolly siano eccezioni o segni di un trend: il «range» di errore è troppo grande.

«I modelli matematici forniscono sempre previsioni: basta inserire i dati sperimentali - conclude Georgiadis -. E’ per questo che piacciono a scienziati, politici e opinione pubblica: un risultato lo danno sempre e comunque». Ma quanto affidabile? «Dipende dai dati: la termodinamica dimostra che allo stato attuale sono insufficienti per elaborare previsioni a lungo termine».


 
 

Il fatto che il 2008 si sia classificato a livello globale all’ottavo posto tra gli anni più caldi degli ultimi due secoli è una conferma dei cambiamenti climatici in atto destinati ad influenzare i cicli naturali, la vita delle persone e le attività economiche. È quanto afferma la Coldiretti nel commentare i dati preliminari raccolti dal Noaa’S - National Climatic Data Center statunitense secondo il quale la temperatura media globale, sulla terra e sugli oceani, dell’anno da poco trascorso è stata di 0,49 gradi centigradi più alta della media registrata nel ventesimo secolo, che è di 13,9 gradi centigradi.

Secondo il centro statunitense dal 1880 ad oggi - riferisce la Coldiretti - la temperatura globale della terra e degli oceani è cresciuta in media ad un tasso di 0,05 gradi centigradi per decennio con una intensificazione negli ultimi trent’anni quando il tasso è stato di 0,16 gradi centigradi per decennio. Nel 2008 gli Stati Uniti ci sono stati 1.690 tornado, ben al di sopra della media di 1.270 registrata negli ultimi dieci anni, che hanno provocato 125 morti.

Anche in Italia il 2008 - continua la Coldiretti - si è classificato al settimo posto nella classifica degli anni più caldi dal 1800 ad oggi con il record degli due secoli che rimane assegnato al 2003, secondo l’istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del consiglio nazionale delle ricerche di Bologna (Isac-Cnr).

Tra gli effetti del surriscaldamento del pianeta c’è la sottrazione alla coltivazione dei terreni più fertili anche per effetto dei fenomeni di erosione dovuti all’innlazamento dei mari. Un rischio che in Italia riguarda direttamente la pianura padana dove si coltiva un terzo del Made in Italy agroalimentare.

Il riscaldamento provoca però anche - precisa la Coldiretti - il cambiamento delle condizioni ambientali tradizionali per la stagionatura dei salumi, per l’affinamento dei formaggi o l’invecchiamento dei vini. Una situazione che di fatto - prosegue la Coldiretti - mette a rischio di estinzione il patrimonio di prodotti tipici Made in Italy che devono le proprie specifiche caratteristiche «essenzialmente o esclusivamente all’ambiente geografico comprensivo dei fattori umani e proprio alla combinazione di fattori naturali e umani». Un paniere di prodotti che - conclude la Coldiretti - ha superato i 20 miliardi di euro in valore e che registra primati mondiali nei vini, nei prodotti a denominazione di origine e nelle specialità tradizionali.

Si tratta - sottolinea la Coldiretti - di una situazione che sta provocando effetti strutturali sulla competitività del Made in Italy che fonda buona parte del suo successo sul territorio e la buona cucina. L’aumento delle temperature provoca infatti anche la migrazione dei prodotti tipici verso nord con un processo che è in realtà in Italia si sta già verificando un significativo spostamento della zona di coltivazione tradizionale di alcune colture come l’olivo che è arrivato quasi a ridosso delle Alpi, le prime arachidi che sono state sperimentate nella Pianura Padana dove si coltivano grandi quantità di pomodoro e di grano duro per la pasta.

Ma i cambiamenti climatici in corso si manifestano anche - sottolinea la Coldiretti - con la più elevata frequenza di eventi estremi con sfasamenti stagionali, precipitazioni brevi ed intense, un maggiore rischio per gelate tardive, l’aumento dell’incidenza di infezioni fungine e dello sviluppo di insetti come le cavallette e la riduzione della riserve idriche. Si tratta di processi - conclude l’associazione - che rappresentano una nuova sfida per l’impresa agricola che deve interpretare il cambiamento e i suoi effetti sui cicli delle colture, sulla gestione delle acque e sulla sicurezza del territorio.


 
 

Polveri sottili, ossidi di azoto e di zolfo, benzene, ozono ma non solo. Agli inquinanti «classici» che il traffico riversa nelle nostre città, nell’aria che molti respirano in alcune zone d’Italia vanno aggiunti diossine e furani, policlorobifenili, mercurio, piombo o cadmio: composti chimici, tossici e in alcuni casi cancerogeni emessi da fonti industriali. È a questo inquinamento che Legambiente dedica quest’anno “Mal’Aria”, la campagna delle lenzuola bianche annerite dallo smog per chiedere centri urbani più vivibili. A Taranto, città simbolo di questa edizione, lo stabilimento siderurgico dell’Ilva ha prodotto in un anno il 92% delle emissioni di diossina e il 95% degli Ipa da fonti industriali.

Proprio a Taranto, che ospita il più grande polo siderurgico del nostro Paese e detiene il triste primato della città industriale italiana con l’aria più inquinata, Legambiente ha presentato “Mal’Aria industriale”, il libro bianco sull’inquinamento atmosferico da attività produttive e dato il via alla sua storica iniziativa. Lenzuola bianche con la scritta «No allo smog» sono state esposte ai balconi per essere consegnate tra un mese al ministro Prestigiacomo affinchépossa valutare di persona la qualità dell’aria che respirano ogni giorno i tarantini.

«All’industria italiana - ha dichiarato Vittorio Cogliati Dezza - chiediamo il coraggio e la lungimiranza necessari a fronteggiare la crisi economica e finanziaria mondiale, investendo in prodotti innovativi, attraverso l’ammodernamento e la messa in sicurezza degli impianti e la riconversione dei cicli produttivi più obsoleti, come previsto dalla normativa europea, garantendo la qualità del territorio e la vivibilità dell’ambiente circostante, elemento che può contraddistinguere il nostro Paese sui mercati internazionali».

L’Ilva, con i suoi primati nazionali sulle emissioni inquinanti in atmosfera, è finita sul tavolo degli imputati soprattutto per i due record relativi alle emissioni di diossine e furani e di idrocarburi policiclici aromatici. Nel 2007 l’Ilva ha presentato, secondo quanto previsto dal decreto legislativo 59/2005 di recepimento della direttiva europea Ippc, la richiesta di Autorizzazione integrata ambientale (Aia) che dovrà essere rilasciata entro il 31 marzo 2009.

«Ci auguriamo - ha aggiunto Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente - che il governo, a cominciare dal ministro dell’Ambiente, presti tutta l’attenzione che merita una brutta storia di inquinamento come quella di Taranto, per indirizzare gli investimenti dell’Ilva, in tempi certi e brevi, verso quelle tecnologie che adeguerebbero lo stabilimento ai migliori standard europei».

Secondo l’Inventario nazionale delle emissioni in atmosfera di Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, nel 2006 in Italia l’industria ha emesso il 95% del totale dell’arsenico scaricato in atmosfera da tutte le fonti, il 90% del cromo, l’87% dei Pcb, l’83% del piombo, il 75% del mercurio, il 72% di diossine e furani, il 61% di cadmio. Sono stati emesse in atmosfera 388mila tonnellate circa di ossidi di zolfo (SOx), il 78% delle quali deriva da fonti industriali, soprattutto dalla produzione di energia, mentre il 15% è stato emesso dai trasporti non stradali, prevalentemente marittimi. Poco più di 173mila tonnellate di polveri sottili (PM10), emesse per il 28% del totale dalle attività industriali e per il 27% dai trasporti stradali; oltre 1 milione di tonnellate di ossidi di azoto (NOx), il 44% dei quali derivanti dal traffico stradale, mentre il 25% è dovuto all’industria.


 
 

In Argentina provano a boicottare la "Ley de Bosques". La bozza di legge contro la deforestazione selvaggia - pronta già da sei mesi dopo una lunga campagna di Greenpeace che ha raccolto più di un milione di firme - rischia di non essere approvata. Perciò sulle spiagge del Mar del Plata Greenpeace ha installato un gigantesco telefono e tre cabine: basta comporre un numero per chiedere direttamente alla Presidente argentina Cristina Kirchner di difendere la "Ley de Bosques". La "Ley de Bosques" stabilisce che le province non possono rilasciare nuovi permessi a disboscare fino a quando non ci sarà un Piano Territoriale delle zone forestali che rispetti dieci criteri ecologici. Obiettivo: evitare la degradazione della foresta primaria e proteggere contadini e comunità indigene.

Circa un anno fa – partecipando a una cyberazione di Greenpeace - un milione e mezzo di argentini hanno chiesto l'approvazione della "Ley de Bosques". In questi giorni una forte lobby sta cercando di indebolire la legge. La presidente Kirchner prende tempo e non si decide a firmare.

Ma intanto già un migliaio di persone hanno fatto la fila a Mar del Plata per chiamare il numero (011) 4000-5580, il Telefono Rosso di Greenpeace, che devia le chiamate alla Presidenza argentina. Chiedono l'approvazione della "Ley de Bosques" e una politica seria contro la deforestazione.


 
 

La confisca dei terreni di Punta Perotti, secondo la Corte europea dei diritti dell'uomo, è avvenuta in violazione del diritto della protezione della proprietà privata e della Convenzione dei diritti dell'uomo.

Alle società Sud Fondi, Iema e Mabar, che si sono rivolte alla Corte di Strasburgo nel 2001, i giudici hanno riconosciuto un indennizzo (per la verità alquanto modesto) pari a 40mila euro ciascuna, 30mila per le spese processuali e 10mila per i danni morali.

Secondo i giudici di Strasburgo, lo Stato italiano ha violato l'articolo 7 della Convenzione dei diritti dell'uomo che sancisce che non può essere inflitta una pena se quest'ultima non è prevista dalla legge. La Corte europea conferma così quanto a suo tempo venne rilevato dalla Corte di Cassazione italiana quando assolse i costruttori di Punta Perotti "per aver commesso un errore inevitabile e scusabile nell'interpretare le disposizioni di legge regionali, essendo queste oscure e mal formulate".

Nella sentenza dei giudici europei si legge che al tempo in cui si svolsero i fatti "le leggi in materia di confisca in Italia non erano chiare e quindi non permettevano di prevedere l'eventuale sanzione". I giudici di Strasburgo hanno anche condannato l'Italia per la violazione del diritto alla proprietà privata, perché la confisca illegale ha costituito un'ingerenza nel legittimo diritto dei ricorrenti di beneficiare delle loro proprietà.

Ai giudici, che hanno riconosciuto un indennizzo pari a 40mila euro ciascuna, 30mila per le spese processuali e 10mila per i danni morali, le società in realtà avevano chiesto un indennizzo totale assai più elevato. Sud Fondi aveva chiesto in tutto 274milioni di euro, Mabar 62 milioni e Iema quasi 14 milioni.

L'abbattimento, nell'aprile del 2006, del terrificante complesso residenziale costruito sul lungomare di Bari (guarda le foto) ha rappresentato una delle vittorie storiche contro gli ecomostri e l'illegalità edilizia.

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Dopo un lunghissimo iter giudiziario e molte campagne d'opinione partite nel 1997, l'ultima parola era stata espressa dalla Corte di Cassazione nel 2001 con una sentenza che assolveva gli imprenditori dalle contestazioni penali, ma autorizzava la confisca dei suoli e degli immobili in quanto abusivi (sono stati realizzati a poche decine di metri dalla battigia) e attribuiti al patrimonio del Comune di Bari. Altri cinque anni sono stati poi necessari perché il gigantesco complesso fosse effettivamente raso al suolo.

"Il verdetto della Corte europea dei diritti dell'uomo - commenta il sindaco di Bari Michele Emiliano - conferma ciò che avevo sempre detto e cioè che il Comune di Bari non spenderà nulla ma che è lo Stato condannato a risarcire per l'esproprio". Emiliano ha spiegato di condividere in pieno il verdetto, e si è detto quindi "pronto a collaborare con il governo e con le società ricorrenti per trovare una soluzione risarcitoria negoziale". "Il Comune - ha aggiunto - è a disposizione per definire accordi di programma con cui mettere a disposizione ai soggetti da risarcire volumi edilizi analoghi a quelli confiscati per compensare".

Sebastiano Venneri, vicepresidente di Legambiente, una delle associazioni che più si sono battute per far finire lo scempio di Punta Perotti, sottolinea invece "l'abbattimento rimane una grande vittoria dell'ambiente contro la piaga dell'abusivismo e lo scempio del territorio, il lieto fine di una lunga battaglia condotta senza tregua". "La sentenza della Corte di Strasburgo - precisa - si occupa solo della decisione di confiscare i terreni ai proprietari ma non inficia minimamente la legittimità dell'abbattimento previsto da una legge dello Stato e che sarebbe stato fatto comunque a prescindere dal proprietario del terreno".