L'eolico off shore gira abbastanza veloce? 09/22/2009
Oggi il Sole 24 Ore pubblica un articolo sulle lobby che spingerebbero per l’adozione dei campi eolici off-shore, E cita il rapporto Ewea “Oceans of opportunity” che avevamo messo on-line il 15 di questo mese in un articolo dedicato all’impegno richiesto dall’industria alla Ue per lo sviluppo dell’eolico off shore Il rapporto dell’associazione europea dell’energia eolica, datato settembre 2009, in una settantina di pagine prende in esame il mercato futuro dell’eolico off shore, il suo sviluppo e l’auspicata organizzazione europea per la sua realizzazione, approfondendo gli aspetti finanziari, tecnici e politici di una tale scelta. E lo fa con dati, grafici e tabelle che danno una fotografia del momento, ma spiegano anche le potenzialità nel futuro. Sembra quasi una risposta alla proposta odierna dell’Ocse che in un rapporto invece vede nel ritorno al nucleare la soluzione alla riduzione dei gas serra. L’Ewea al contrario ritiene che da qui al 2020, gran parte dell’energia da fonti rinnovabili nella UE verrà da impianti eolici. Citando uno studio della SEE che dimostra come l’offshore eolico è economicamente competitivo, con un potenziale nel 2020 di 2.600 TWh, tra il 60% e il 70% della domanda di energia prevista, passando a 3.400 TWh nel 2030, (pari al 80% della domanda di elettricità). Il potenziale tecnico di vento offshore invece nel 2020 sarebbe di 25.000 TWh, tra sei e sette volte superiore a quella prevista dalla domanda di energia elettrica, arrivando a 30.000 TWh nel 2030, sette volte maggiore di quanto previsto per la domanda di energia elettrica. La sezione trasporti, energia e infrastrutture del CESE (Comitato economico e sociale europeo) ha organizzato l’evento Save it! Giornate per l’efficienza energetica, che si svolgerà a Bruxelles dal 22 al 25 settembre come contorno a quello che sarà il ‘Global Overshoot Day’, giornata internazionale istituita nel 1987 per sensibilizzare sul problema del deficit ecologico e segnale attivo del momento in cui la produzione naturale di risorse è oltrepassata dal consumo. L’evento CESE potrà contare su una scenografia d’eccezione, esempio concreto di una sostenibilità edilizia che può giocare un importante ruolo nel perseguimento di alti obiettivi d’efficienza energetica. La manifestazione, infatti, ruoterà attorno alla Pallet House, il progetto vincitore del concorso 2008 di architettura sostenibile per studenti europei organizzato dal ‘Cité de l’architecture et du patrimoine’ di Parigi. Costruita interamente sfruttando i pallet precedentemente impiegati in attività di trasporto di elettrodomestici, attività di magazzinaggio e simili, la costruzione si rivela totalmente ecosostenibile ed economica. Le giornate saranno caratterizzare dall’alternarsi di seminari e testimonianze su casi di efficienza energetica, e daranno l’opportunità oltre a visitare la casa di pallets, di parlare con i membri del Comitato e sperimentare in prima persona cosa significhi risparmio energetico. Studiare il Plancton degli oceani è un altra delle alternative che alcuni scienziati stanno affrontando per capire l’effetto che i cambiamneti climatici hanno sulla flora marina e per appurare proporzionalmente quali giovamenti la tutela di questa “foresta invisibile” potrebbe offrire allo stato di salute della terra nei prossimi 100/500 anni. Nello specifico, il progetto “Tara Ocean”, presentato oggi a Venezia in occasione del sesto convegno mondiale sul futuro della scienza, cerca di fare chiarezza sul ruolo della vita marina e della sua utilità visto che “la metà dell’ossigeno che respiriamo viene prodotto dal fictoplanton”. Ad affermarlo il docente della Scuola Normale Superiore di Parigi, il professor Chris Bowler, che, alla guida della ricerca iniziata all’incirca tre settimane fa in Bretagna, utilizzerà delle strumentazioni tipiche della biomedicina e strumenti specifici per osservare le trasformazioni della vita marina, già in fase alterazione. “Vogliamo scoprire il senso della vita planctonica in tutti gli oceani del mondo all’inizio del 21/mo secolo, sottolinea Bowler, perché sarà un punto di riferimento anche fra 500 anni [...]. “E’ facile immaginare che troveremo cose completamente nuove e inattese, visto che la natura è molto creativa nello sviluppare nuove molecole, e ne verranno nuove piste per creare farmaci per la biomedicina”. Un mondo marino modificato, è ciò che potrebbe o sicuramente si presenterà agli occhi degli scienziati negli anni a venire; questa ricerca per tanto, vuole essere un modo “prudente” per affrontare scelte future degli studiosi che, una volta che torneranno ad analizzare quegli stessi ambienti marini di oggi, sapranno anche comprendere meglio i mutamenti che si sono attuati nel tempo e i motivi ai quali quei cambiamenti sono legati. Sarà un impegno su lungo periodo che porterà, attraverso investimenti mirati nelle fonti rinnovabili e nel risparmio energetico, ad una riduzione del 15% delle emissioni dei gas serra entro il 2012. Non è l’obiettivo promesso da un Paese in vista di Copenahgen, ma la Green Team Initiative di Ebay, società leader a livello mondiale nella vendita on-line. Attraverso Carbon eDisclosure Project, un’organizzazione indipendente senza fini di lucro, il gruppo cercherà di ottenere un nuovo volto di sostenibilità, divenendo una delle prime aziende internet a contrare gli sforzi in merito alla propria produzione di gas serra. Come società di e-commerce ha produzione di carbonio relativamente piccola con un impatto ambientale perlopiù associato all’energia consumata nei suoi data center. E sarà dunque questo il punto di inizio. Per il 2010 eBay presenterà una nuova server farm verde, realizzata secondo gli standard LEED), che ospiterà più di un terzo delle apparecchiature ed servizi di gestione dei dati. Un occhio particolare sarà riservato anche al problema dei rifiuti elettronici incrementando il riutilizzo ed estendendo la vita utile degli hardware. Inoltre la società ha già annunciato ulteriori investimenti nelle rinnovabili e dopo l’ufficio realizzato lo scorso anno e dotato di una copertura solare di 650 kW, sistemi di oscuramento e l’impiego di materiali riciclati, il prossimo passo sarà quello di istallare un nuovo impianto solare da 100kW presso gli uffici della società a Denver, Colorado. Parte attiva della strategia sarà affidata ai dipendenti stessi, a cui è affidato un progetto di comunità giardino, attività di riciclo e comportamenti sostenibili all’interno degli uffici. 'Power flower' premia la comunicazione verde 09/22/2009
Domani a Bruxelles verrà premiata la comunicazione. Nello specifico sarà assegnato il premio all’azienda che si è maggiormente distinta nella sponsorizzazione del marchio di qualità ecologica, facendo in modo che l’opinione pubblica ne venisse a conoscenza. Le 18 imprese candidate sono state esaminate da una giuria di esperti e da membri della Comunità Europea che ne hanno analizzato l’originalità e l’efficacia. Contrassegnato da un fiore, il marchio comunitario di qualità ecologica è una garanzia per i cittadini che possono fidarsi dei 20mila prodotti tra cui detersivi, casalinghi, prodotti cartacei ma anche servizi turistico-alberghieri scelti dalla Comunità Europea e reperibili in molti Paesi. Il fiore, simbolo paneuropeo promosso dal 1992, è sinonimo di qualità e di rispetto per l’ambiente, diffuso in numerosi Paesi dell’Europa ma anche in Canada, Cina, india e Nuova Zelanda dove vengono svolti scrupolosi controlli di qualità per l’attribuzione del marchio di merito, tenendo conto di tutti i processi produttivi, dalla nascita fino alla distribuzione. Il sistema è attualmente sotto revisione per cercare di ridurre i costi a carico delle imprese che vogliono essere certificate e in modo da poter aggiungere sempre nuovi prodotti al già lungo elenco. Nonostante l’impegno elvetico nella sostenibilità ambientale, tra il 1990 e il 2005, le emissioni svizzere di gas serra sono aumentate del 3,6%, passando da 61 a 63,2 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. Per il Paese tra i primi ad introdurre a livello nazionale una “carbon tax” sui combustibili fossili, la nota dolente risulta essere il settore economico. Eppure la responsabilità di questo aumento deve essere ricondotto direttamente alle famiglie, responsabili di oltre l’80% della crescita delle emissioni negli ultimi quindici anni. A riportare le statistiche l’Ufficio federale dell’energia elvetico (Ufe), che delinea un quadro percentuale preciso: 56% provenienti dal riscaldamento e il 44% al trasporto personale, sintomo di una popolazione in crescita di un uso sempre più assiduo di aut aereo per gli spostamenti. A contenere la situazione un migliore isolamento degli edifici ed ampi interventi di riqualificazione energetica, spiega l’Ufe. Nello stesso periodo il settore dell’economia ha visto le proprie emissioni aumentare molto poco: l’1% pari a circa 0.4 milioni di tonnellate di CO2 eq. mentre nel frattempo, il prodotto interno lordo è cresciuto del 18,7% in termini reali. Rinnovabili e solidarietà 09/22/2009
“Technological and Psychological Community Empowerment: Social Environment and Renewable Energy in International Emergencies” è il titolo del Seminario che il “Centro Interuniversitario di Ricerca sullo Sviluppo sostenibile” (CIRPS) ha organizzato sabato 19 settembre, nella prestigiosa cornice del chiostro del Convento di San Pietro in Vincoli (oggi sede della Facoltà di Ingegneria dell’Università La Sapienza di Roma), con la partecipazione di “Disabled People International Italy”. Il CIRPS è un Centro di ricerca che aggrega quasi 400 persone tra docenti, ricercatori e tecnici (in maggioranza provenienti dalle undici Università italiane aderenti alla struttura) ed esperti altamente specializzati non provenienti dal mondo universitario, ma coinvolti nei progetti del Centro. Ricercatori e studenti delle Facoltà di Ingegneria e Psicologia dell’Università La Sapienza di Roma hanno presentato i principali progetti sui quali il CIRPS è oggi impegnato, che vanno dal sostegno alla popolazione nelle tendopoli di L’Aquila attraverso la fornitura di energia elettrica di origine fotovoltaica, alla realizzazione di impianti fotovoltaici in 15 penitenziari italiani a cura dei detenuti, alla realizzazione di impianti fotovoltaici a beneficio delle popolazioni del Saharawi (Africa) e di Gaza, alla realizzazione di una piattaforma internazionale di eLearning concepita per contrastare il “digital divide” e infine alla realizzazione di un sistema GIS (Geographical Information System) per il monitoraggio di 120 villaggi in Ciad e Camerun, nei quali sono stati realizzati impianti a energia rinnovabile per combattere la desertificazione. Al di là dell’eterogeneità e della dimensione internazionale, queste iniziative hanno un denominatore comune nella parola chiave “Renew-able”: i ricercatori e gli studenti che lavorano a questi progetti intendono con il termine “Renew” un fattore abilitante, cioè il sostegno offerto alle comunità perché possano sviluppare nuove conoscenze e ricominciare con ritrovata energia. “Able” è riferito alle disagiate condizioni di vita di queste persone, purtroppo tali da comportare vere e proprie disabilità. L’auspicio è che, anche attraverso queste iniziative, quelle che molti oggi chiamano “fasce deboli” possano esprimere il loro potenziale e contribuire pienamente allo sviluppo sostenibile. La speranza è che accada quello che succede alle squadre in lotta per non retrocedere quando la radio in panchina annuncia che una rivale impegnata su un altro campo sta perdendo. Le forze si galvanizzano e quella che poco prima sembrava un'impresa impossibile diventa a portata di mano. Le trattative su un accordo internazionale per contrastare i cambiamenti climatici e regolamentare le emissioni di gas serra stentano a fare passi avanti. Le possibilità che l'appuntamento decisivo della conferenza Onu di dicembre a Copenaghen si concluda con un nulla di fatto aumentano di giorno in giorno. Ma mentre la diplomazia internazionale gira a vuoto, a dare un netto taglio alla combustione di fonti fossili ci sta pensando la recessione globale. A fine 2009, secondo le stime diffuse dall'Agenzia internazionale per l'energia in un'anticipazione del suo consueto World Energy Outlook, la quantità di anidride carbonica immessa nell'atmosfera farà segnare una caduta di circa il 2,6% rispetto all'anno precedente, il calo più vistoso da 40 anni a questa parte. "L'ultimo crollo avvenne nel 1981 come conseguenza dello shock petrolifero e della crisi economica", ha ricordato il capo economista della Iea Fatih Birol all'agenzia Reuters. Dal punto di vista strettamente ambientale si tratta di un dato decisamente positivo, ma che rischia di trasformarsi in una vittoria di Pirro se abbandonato a se stesso. L'invito che Birol rivolge ai leader mondiali è infatti quello a domare il drago della CO2 ora che è in terra. "Questa caduta nelle emissioni e negli investimenti nel settore delle fonti fossili - ha osservato commentando le previsioni dell'Agenzia - assumerà un significato solo con un'intesa sottoscritta a Copenaghen in grado di mandare un chiaro segnale low-carbon agli investitori". "Abbiamo avuto un cambiamento per via dei mutamenti nella domanda di energia e del rinvio di molti investimenti energetici - ha aggiunto - ma dobbiamo vedere come sapremo trasformarlo in un'opportunità unica". Il pericolo è insomma che la grande chance offerta da questo arretramento possa non essere colta in tutte le sue potenzialità, lasciando che le emissioni tornino ad impennarsi non appena l'economia si rimetterà a correre. Il calo nelle emissioni di CO2 certificato dalla Iea non arriva comunque inaspettato. Diverse istituzioni nazionali si erano esercitate nei giorni scorsi in proiezioni su scala locale. La Energy Information Administration ha preventivato ad esempio un crollo del 6% nelle emissioni statunitensi, mentre le stime della Deutsche Bank per l'Europa parlano di una diminuzione compresa tra il 4 e il 5%. Mediterraneo caldissimo. Peggio degli Oceani 09/22/2009
Il Mediterraneo si riscalda più degli oceani. Pochi giorni fa il Noaa (National Oceanic and Atmospheric Administration) aveva misurato l'aumento della temperatura della superficie degli oceani nel periodo giugno - agosto: 0,6 gradi sopra la media del secolo. Oggi, dalla Settimana della scienza organizzata dall'Associazione Frascati Scienza, è arrivata la valutazione dell'aumento del Mediterraneo: 1 grado rispetto alla media degli ultimi 30 anni. I dati Enea - Cnr, sempre relativi al periodo giugno-agosto, sottolineano l'accelerazione del riscaldamento delle acque superficiali. Per il Tirreno poi è stata un'estate di record: più 2 gradi rispetto alla media degli ultimi 30 anni. Un mutamento che non si misura più solo confrontandolo con il lungo periodo (la serie storica degli ultimi 150 anni, quelli in cui sono stati raccolti i dati), ma anche rispetto all'immediato, agli ultimi decenni. E ormai non si scalda più solo il velo delle acque superficiali: il cambiamento riguarda gli strati più profondi del mare, quelli che regolano i meccanismi di base. "Il riscaldamento delle acque di fondo, quelle sotto i mille metri, dove risiede la memoria degli eventi climatici del passato, caratterizza soprattutto la parte occidentale del bacino mediterraneo", precisa Vincenzo Artale coordinatore della ricerca. "Per quanto riguarda il futuro dell'area mediterranea si prevede per i prossimi decenni un'intensificazione del riscaldamento e un aumento delle piogge molto intense durante l'inverno". La crescita della temperatura è un segnale di destabilizzazione. Un'altra conseguenza dell'aumento della concentrazione di anidride carbonica è l'acidificazione delle acque. Il pH degli oceani si è abbassato di 0,1 unità, con la possibilità che scenda di ancora 0,5 unità a fine secolo se non si riducono le emissioni di gas serra. Molti organismi che si costruiscono uno scheletro calcareo - coralli, molluschi, crostacei e molti organismi planctonici - potrebbero avere problemi di stabilità perché il calcare si scioglie nell'acqua acida. Dunque la capacità degli oceani di catturare carbonio formando la vita potrebbe indebolirsi ancora di più accelerando ulteriormente la crescita dell'effetto serra. E' un altro messaggio per il vertice delle Nazioni Unite sul clima che si apre oggi a New York: al vertice di Copenaghen mancano meno di tre mesi. GLI ANFIBI sono le specie animali più minacciate. In Europa ne vivono 85 tra rane, rospi, tritoni e salamandre, di cui il 60% in declino. Una quota superiore a quella dei mammiferi (15%) o degli uccelli (13%). In Italia le specie sono 36 e 9 di queste potrebbero presto essere solo un ricordo. Un quadro allarmante - le cui cause sono la riduzione delle aree umide, l'urbanizzazione, le malattie, l'inquinamento e la caccia indiscriminata- tratteggiato da uno studio italiano pubblicato dala rivista Biological Conservation. "L'Italia ospita il maggior numero di specie complessivo ed è quindi tra i paesi con il maggior declino", dice il biologo Pierluigi Bombi, che insieme a Manuela D'Amen della Università di Roma Tre punta ora il dito contro il cambiamento climatico, un problema sottovalutato nella conservazione degli anfibi italiani. D'Amen e Bombi hanno studiato le 12.500 segnalazioni raccolte in più di dieci anni da volontari sparsi lungo la penisola. Grazie anche a informazioni ecologiche e immagini satellitari hanno ritratto lo stato odierno della fauna anfibia italiana. Secondo i ricercatori il declino è maggiore nelle regioni che hanno subito forti sbalzi climatici. "Il problema sono la diminuzione di acqua e l'aumento della temperatura", dicono. Le pozze stagionali si asciugano prematuramente, e ciò impedisce la riproduzione di rospi e raganelle. "In alcune regioni in cui il calo degli anfibi era attribuito alla distruzione dell'habitat, abbiamo invece visto che la causa principale è stata il clima". Inoltre, ricordano gli scienziati, il clima favorisce l'insorgere di epidemie. Ed ecco quindi la lista delle specie più a rischio. Le elenca Bombi: "Le specie che soffrono di più sono il discoglosso dipinto (una rana presente, in Italia, esclusivamente in Sicilia), l'ululone appenninico (un piccolo rospo con la pancia gialla) e il pelobate fosco (un rospo distribuito nella pianura padana) che sono scomparsi da oltre il 30 % dell'area che occupavano alcuni decenni fa. In particolare il pelobate fosco ha perso più della metà del suo areale anche a causa del cambiamento climatico". Altri anfibi in declino sono la salamandra atra ed il tritone crestato, spariti dal 20% del territorio che occupavano un tempo. E diminuiscono anche il rospo comune, la rana "verde", il tritone italico e la rana italica. Rospi e salamandre non godranno forse del favore degli italiani, ma sono importanti per l'ambiente. Per esempio limitano la proliferazione di topi ed insetti. Edoardo Razzetti, biologo presso il Museo di Storia Naturale di Pavia sottolinea: "Gli anfibi sono un patrimonio della biodiversità che dovremmo trasmettere ai nostri figli. In fondo anche la tigre siberiana non è essenziale per la sopravvivenza umana, ma pensare così vuole dire aver perso il rapporto che abbiamo con gli ambienti naturali". Secondo D'Amen e Bombi i risultati dello studio, serviranno alle istituzioni per la tutela della fauna che regna nelle paludi e negli aquitrini italiani. Bisognerà infatti riconsiderare la protezione degli anfibi in un Mediterraneo destinato ad essere più arido e brullo. Non saremmo certo i primi a farlo, dice Bombi: "In Spagna esistono già studi sulla efficienza delle aree protette nella difesa degli anfibi, dei rettili, ed in generale della biodiversità, che tengono conto dell'impatto che avranno i cambiamenti climatici". |
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