Una settantina di esposti, una dozzina di denunce, alterettante interrogazioni parlamentari, tre ricorsi amministrativi, ma la centrale che a Ponza produce energia per l'isola laziale sta ancora lì, in pieno centro, a tre metri dalla spiaggia di Giancos, tra l'andirivieni di auto, moto e dei passanti. Non sono bastati neanche i recenti versamenti di gasolio nelle abitazioni vicine e sull'arenile a creare l'allarme. Nafta a catinelle che ha inquinato la spiaggia: "Scavando la sabbia", mostra Enzo Mazzella ormeggiatore di natanti e imbarcazioni proprio accanto alla centrale, "si tira su petrolio come fossimo negli Emirati arabi".

Ispezioni della guardia di finanza, dell'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente, dei vigili urbani. Verbali e riunioni in Comune e tutto va avanti come prima. Da un trentennio la Società elettrica ponzese continua a produrre energia a trenta centimetri dalle abitazioni, a pochi metri dagli ombrelloni e dalle barche alla fonda nel porto dell'isola, sopra passanti e veicoli che corrono sul Lungomare Cesarano. Ormai è nera di fumo la perlite candida del promontorio di Giancos.

Già nella seconda metà degli anni Venti, quando la "Società anonima elettrica ponzese" accese il primo motore del gruppo elettrogeno, fu protesta e rivolta. Il Piano regolatore del '77 l'avrebbe voluta sul pianoro di Capo Bianco. E negli anni '50 l'Amministrazione comunale continuava a ripetere che sì, quello era il posto giusto. "Il rumore dei motori si faceva sentire anche dai sordi", ricorda Mazzella, "e le vibrazioni lo accompagnano giorno e notte". Le esalazioni di ossido di carbonio, con il ponente, si respirano dalla strada, dall'arenile, dalle barche. Prima del potenziamento dei motori, quella miscela di suoni e oscillazioni minuscole continue - scriveva nel 1984 un perito incaricato dal Tribunale - erano "equivalenti a 30 motori diesel da 1.300 centimetri cubici, sempre accesi", in uno spazio chiuso alle spalle dalla roccia con a lato una galleria.

Ora, anche i versamenti di gasolio.
 
 
Lo seppelliranno vicino alla donna che gli ha dato il suo nome e che ha salvato la sua specie. Ma non subito. Per il momento, nessuno, o meglio nessun umano, può avvicinarsi al grande corpo immobile del re. I suoi sudditi lo hanno pulito, gli hanno dato l'estremo saluto e poi hanno cominciato a fargli la guardia. Gli uomini seguono la scena da rispettosa distanza. Perché non si scherza con i gorilla. Tantomeno subito dopo la morte del loro celebre sovrano. Si chiamava Titus, aveva 35 anni, pesava oltre 200 chili ed era stato a lungo il leader incontrastato dell'ultimo regno dei gorilla: le pendici del vulcano Visoke, lungo il confine del Ruanda, nel cuore dell'Africa tropicale.

Era diventato famoso grazie alla naturalista americana Dian Fossey, al documentario che lei aveva girato su di lui e la sua famiglia, "Gorillas in the mist" (Gorilla nella nebbia), al film interpretato da Segourney Weaver nel ruolo della Fossey e a un più recente documentario della Bbc intitolato "The Gorilla King".

Ora il "re dei gorilla" non c'è più. I ranger del parco nazionale del Ruanda avevano seguito (da lontano) la rapida malattia che lo ha precocemente ucciso. Ma non c'è più nemmeno la donna che gli ha dato la fama: Dian Fossey è stata assassinata nel 1985 da ignoti, nella baracca in cui dormiva vicino al vulcano, un delitto mai risolto anche se tutti i sospetti puntano sui cacciatori di frodo che la zoologa di San Francisco era riuscita a fermare prima che la specie dei gorilla diventasse estinta. Ora le autorità del parco, secondo quanto riporta la stampa britannica, aspetteranno il momento in cui sarà possibile recuperare il corpo di Titus e gli daranno sepoltura nel cimitero del centro ricerche di Karisoka, dove si trova la tomba della scienziata americana e dove continuano gli studi dei gorilla.

La Fossey era venuta a esplorare la catena di vulcani di Mikeno negli anni '70, per fare un censimento dei gorilla. Per due decenni, seguì da vicino e riuscì a stabilire un rapporto con un gruppo guidato da un grande esemplare maschio che lei aveva soprannominato "Uncle Bert", lo zio Bert.

Nel 1974, la primatologa decise di chiamare Titus uno dei figli di Bert. Cinque anni più tardi, anche il famoso documentarista e regista britannico David Attenborough entrò in contatto con la stessa famiglia di gorilla e si ritrovò a giocare con Titus, all'epoca un cucciolo, che si divertiva a saltargli sulla schiena.

Sembrava quasi gracile, invece è diventato un gigante e il leader del suo gruppo. Il re. Si sa che ha avuto più figli di ogni altro gorilla conosciuto. E a lui viene ascritto il merito di avere condotto la sua tribù in salvo, lontano dalla zona dei combattimenti, durante la guerra civile che portò al genocidio del 1983 in Ruanda. Titus fu il re dei gorilla per 15 anni. Poi, come in un dramma degno di Shakespeare, il trono fu usurpato da uno dei suoi figli, Kuryama.

Poco per volta, Titus accettò di non essere più il capo. Rimase però lo stesso nel gruppo, che continuò ad avere nei suoi confronti l'affetto e il rispetto riservati a un grande leader. I gorilla, per quanto ancora considerati una specie in pericolo, non sono più a rischio di estinzione. Sotto il vulcano del Ruanda è morto un re, e il suo popolo gli si stringe attorno.
 
 
Per uno che viene dal cinema è una specie di rivalsa. Quanto inchiostro versato sul piccolo schermo che si mangiava quello grande? E il boom dell'home-theatre che allontanava sempre di più dai theatre veri, che qui sarebbero i cinema? Vendetta, tremenda vendetta. La California di Arnold Schwarzenegger ha deciso: entro due anni i mega televisori o sono ecologici o non sono ammessi più in casa. Sì, proprio quelle meraviglie flat screen, a schermo piatto, che appese al muro diventano finestroni su un mondo incredibilmente più bello di quello reale, colori sempre vivi e HDTV, cioè tv ad alta definizione, versioni al plasma, versioni Lcd o Lcd Led.

Dal 2011, dice il provvedimento che la California - prima al mondo - varerà a novembre, i supertv dovranno rispondere a criteri di eco-compatibilità e risparmio, che dal 2013 diventeranno ancora più rigidi. Altrimenti, non se ne fa niente. Saranno anche bellissimi ma sono troppo costosi per la bolletta energetica, soprattutto da 40 pollici in su - che è una misura media, lo schermo più piccolo è quello da 19 pollici. Scrive il Los Angeles Times: non si capisce perché la Stato avrebbe dovuto costruire nuove centrali per rispondere al fabbisogno crescente di "American Idol". Perché questa, sostengono gli ambientalisti, era la prospettiva.

L'uso della tv si mangia già il 10 per cento dell'utilizzo energetico in California, e la colpa è soprattutto di tv al plasma e Lcd, segmenti che prima della recessione avevano tassi di crescita del 40 per cento l'anno. Di crescita e di consumo. Il risparmio preventivo sui costi della bolletta energetica è di 8,1 miliardi di dollari: un bel risparmio per uno Stato che deve comunque ricorrere al 30 per cento di importazione energetica.

Naturalmente ogni rivoluzione ha un costo e la preoccupazione dei produttori è prevedibile. Secondo Doug Johnson, Consumer Electronic Assn, l'asticella dei requisiti ambientali è troppo alta: un quarto degli apparecchi sugli scaffali andrebbero rimossi, dice, il mercato ne soffrirebbe, e per di più molti consumatori potrebbero sempre acquistare gli schermi proibiti su Internet.

Con i nuovi standard, i televisori da 60 pollici (e dai 1000 ai 6000 dollari) in su sarebbero già fuorilegge. Ma molti esperti confidano che i nuovi requisiti possano essere raggiunti in tempi brevi - sicuramente entro due anni. Già adesso, spiegano, molti apparecchi, hanno diritto al bollino "Energy Star", che negli Usa contraddistingue i prodotti che rispettano specifiche ambientali e di risparmio.

I più attivi sono quelli di Vizio, un'azienda che, guarda caso, è californiana, e nel primo quadrimestre si è imposta come leader in America sorpassando marchi storici, dalla Sony alla Samsung, con un 21,6 per cento di crescita all'anno. "Alcuni nostri Lcd rispondono già agli standard più duri che verranno richiesti nel 2013", giura il cofondatore Kenneth R. Lowe.

I più spiazzati sembrano invece i consumatori: secondo un sondaggio Zogby, il 57 per cento è contro la proposta. Ma davvero non sanno quello che fanno: grazie alle politiche ambientaliste avviate dalla metà dei 70, i consumi pro capite di energia dei californiani sono rimasti bassi negli ultimi trent'anni, mentre la domanda nazionale è cresciuta del 50 per cento. Per dare un'idea, il consumo pro capite in California è di 0,10 dollari, nello spendaccione Vermont di 5,96 e la media nazionale è di 1,24. Schwarzy può andare orgoglioso del suo popolo. E poi tra due anni lì non potrà neppure sedere più.
 
 
Consumo del suolo, alterazioni del tessuto urbano e sociale, disordine edilizio, degrado, traffico, inquinamento dell'aria, caos acustico e visivo, emergenza rifiuti. Sono queste le principali minacce per il futuro delle nostre città, piccole e grandi.
Se ne occupa Italia Nostra, che domani a Roma presenterà la Giornata Nazionale dei Paesaggi Sensibili.

I paesaggi sensibili sono quella parte di patrimonio naturale, culturale e artistico che nel nostro Paese rischia di scomparire perché messo in pericolo dall'incuria, dalla speculazione edilizia e dai progetti non sostenibili o falsamente sostenibili (come quello di abbattere oltre 500 querce secolari in Sila, in una zona protetta dall'Ue, per trarre energia dalle biomasse, in merito al quale Italia Nostra sta già protestando).

L'anno scorso la mappa dei paesaggi sensibili ha interessato oltre cinquanta località di pregio, dallo Stretto di Messina all'Appia Antica, dalle Cinque Terre alla Murgia materana, dal Delta del Po alla Necropoli di Tuvixeddu, vicino a Cagliari.

Nel 2009 Italia Nostra dedica la sua campagna nazionale alle città considerate nel loro complesso, dal nucleo originario fino alle periferie che oggi si ingrandiscono sempre di più ma che stentano a diventare autonome dal centro. La Carta di Gubbio, i cui principi furono fissati nel 1960 da un gruppo di architetti, urbanisti, giuristi e amministratori pubblici, considera il centro storico come un monumento che va restaurato e conservato: ecco perché, a partire da sabato 19 settembre, meta delle visite di Italia Nostra saranno proprio i centri urbani.

L'associazione propone, in oltre 40 località italiane, decine di eventi volti a promuovere la conoscenza del territorio e a valorizzare la difesa del paesaggio e del patrimonio culturale. Da Palermo a Cosenza, da Brindisi a Matera, da Roma a Siena, da Lucca a Bologna, da Ferrara a Padova, da Brescia a Torino, da Grosseto a Perugia, da Treviso a Trieste, Italia Nostra denuncerà le situazioni di degrado, le alterazioni del tessuto urbano e del profilo volumetrico, l'espulsione dal centro delle funzioni abitative nonché delle attività artigianali e industriali tradizionali. Per non parlare della congestione da traffico e dalla permanenza di attività improprie e invasive, dell'inquinamento visivo e acustico, della situazione degli spazi pubblici, della mancanza di decoro urbano.

Particolarmente interessata L'Aquila, eletta città-simbolo della campagna nazionale: Italia Nostra ha infatti dichiarato il suo centro storico, distrutto dal sisma del 6 aprile, 'monumento di cultura urbana su cui intervenire con un piano completo di restauro e recupero integrale.

Le altre località interessate dal progetto sono Alessandria, Cagliari, Caltanissetta, Campobasso, Cascina (Pisa), Colfiorito (Perugia), Crotone, Faenza, Firenze, Giulianova, La Spezia, Oristano, Sassari, Siena, Siracusa, il Tigullio, Trento, Verbania, i comuni del lago Maggiore, Edolo, Bergamo, Brisighella, Savona, Sarzana.

Il catalogo dei paesaggi più minacciati e il calendario degli appuntamenti saranno illustrati domani mattina, nella sede romana dell'associazione (viale Liegi 33) dal presidente Giovanni Losavio e dal segretario generale Antonello Alici.
 
 
No al nucleare, no al carbone: siamo una metropoli tra le più moderne del mondo, vogliamo diventare una metropoli che usa e consuma solo energia ecologica, da fonti rinnovabili: eolica, solare, idroelettrica. La scelta è di Monaco di Baviera, la postmoderna, iperindustriale e ricchissima capitale bavarese. La quale ha deciso di approfittare del prossimo addio al nucleare per convertire a fondo la copertura del suo fabbisogno d'energia: prima, cioè dal 2015, la totalità delle utenze private, poi dieci anni più tardi, dal 2025, anche quelle industriali e commerciali dovranno ricevere dall'azienda dell'energia elettrica cittadina, la Stadtwerke Muenchen (SWM) soltanto energia ecologica.

E' una scommessa nuova, probabilmente una novità in assoluto a livello mondiale: già esistono in Europa e altrove sulla Terra moltissimi villaggi e cittadine che usano solo energia ecologica e rinnovabile. Ma Monaco è una città di oltre un milione di abitanti nel cuore del vecchio continente, una metropoli prospera e pulsante, una locomotiva economica e finanziaria della Ue: ospita le case madri di aziende global player come Bmw o Siemens, come European Aerospace Eads o il colosso assicurativo Allianz, solo per citarne alcune.

La Baviera, si sa, è uno degli Stati più conservatori della Germania, governato dalla Csu, unione cristianosociale, partito fratello locale della Cdu di Angela Merkel. Ma nel bastione cristianoconservatore la capitale Monaco è un'eccezione: la guida da anni il popolare borgomastro (sindaco) socialdemocratico (Spd) Christian Ude, alla testa di una giunta composta dal suo partito e dai Verdi. Ed è stata la giunta a lanciare il programma di riconversione totale della produzione di energia cittadina.

SWM è l'unica azienda produttrice di elettricità a dimensione cittadina e non regionale o nazionale che in Germania sia rimasta proprietà del comune: le altre sono state privatizzate. E così SWM, di cui sono clienti il 95 per cento degli abitanti della città, negli anni del boom di Monaco, è diventata il quinto produttore tedesco di energia, dopo i colossi Eon, Enwb, Vattenfall e Rwe. Siccome la centrale nucleare di Isar 2, che attualmente fornisce il 25 per cento del fabbisogno di energia della città, verrà spenta nel 2020 nel quadro del programma tedesco di addio all'atomo civile, Monaco ha fretta.

La SWM sta investendo alla grande in progetti per la produzione di energia rinnovabile ovunque: dall'Andalusia, dove finanzia al 50 per cento un'enorme centrale solare che sarà pronta nel 2011, fino a un enorme parco eolico nel Mare del Nord. Ironia della sorte: gli investimenti sono possibili grazie agli utili realizzati ancora dalla centrale nucleare.
 
 
Produrre energia dagli alberi: è ciò che hanno fatto i ricercatori del Massachusetts Institute of Technology (MIT), dimostrando che basta mettere un elettrodo su una pianta e un altro nel terreno per ottenere una scarica di circa 200 millivolt, sufficiente ad attivare un piccolo circuito elettrico. Siamo lontani dalla possibilità di sostituire i pannelli solari con gli alberi, ma l'energia prodotta sarebbe sufficiente per tenere in funzione, ad esempio, piccole apparecchiature antincendio, trasformando boschi e foreste in guardiani di se stessi. "Per quel che ne sappiamo - spiega il professor Babak Parviz, docente di ingegneria elettrica presso l'Università di Washington e coautore dello studio - è la prima volta che si riesce a produrre energia esclusivamente mettendo degli elettrodi negli alberi".

Anche nel dipartimento di Ortoflorofrutticoltura dell'università di Firenze si studia da anni l'elettrofisiologia radicale, ma una possibilità del genere non era stata ancora sperimentata: "Si tratta di una scoperta interessante - spiega il professor Francesco Ferrini, direttore del dipartimento e presidente della Società Italiana di Arboricoltura - generata in realtà da un meccanismo molto semplice. E' dalla fine degli anni '60 che si ipotizza di ricavare energia dagli alberi, il libro The secret life of plants di Peter Tompkins e Christopher Bird ha segnato l'inizio di un nuovo modo di concepire il rapporto tra pianta e uomo. Ma purtroppo degli alberi e delle loro infinite risorse si sa ancora pochissimo".

Questo perché, spiega lo studioso, la durata media della vita di un essere umano è inferiore a quella degli alberi. Una quercia può vivere anche 1000 anni, un leccio o un rovere fino a 500, e i tempi di reazione, a fronte di un qualunque tipo di esperimento, sono quindi molto dilatati. I ricercatori americani sono infatti partiti analizzando la parte degli alberi che si deteriora più velocemente, le foglie: il professor Carlton Himes, altro membro del team che ha realizzato la scoperta, ha trascorso un'intera estate studiando le foglie d'acero, molto comuni in America, e il processo di fotosintesi clorofilliana. Il meccanismo di trasformazione della linfa grezza in linfa elaborata genera una quantità di energia che è possibile intercettare e incanalare, ed è proprio questo che i ricercatori hanno fatto, costruendo un convertitore ad hoc. Gli studiosi hanno anche inserito nel dispositivo un orologio capace di alimentarsi con l'energia prodotta dall'albero e di riattivare il circuito a scadenze prestabilite, in modo da creare un meccanismo che si autoalimenta e non si spegne mai. Proprio come il circuito vitale degli alberi. L'apparecchio nel corso dell'esperimento ha consumato circa 10 nanowatt.

"Quello che abbiamo realizzato - conclude Parviz - è molto diverso dai normali generatori di energia vegetali, ad esempio quelli ottenuti dalla patata. Abbiamo sfruttato non una reazione chimica tra sostanze diverse ma l'energia stessa dell'albero". Una tecnologia tutta naturale che non potrà, per il momento, sostituire le centrali eoliche o quelle a energia solare, ma riuscirà magari a creare un rapporto diverso tra alberi e uomo.
 
 
Elenchi telefonici? No, grazie. A chiederlo è il popolo di internet che, tramite una protesta verde partita dagli Stati Uniti e approdata anche in Italia, invita le compagnie di distribuzione a lasciare agli utenti la possibilità di scegliere se ricevere o meno gli elenchi.

Contro una consegna a pioggia, che spesso non raggiunge chi ne ha davvero bisogno, ma arriva nelle case di chi quegli enormi volumi non li scarterà neanche; contro i costi di produzione e consegna; contro soprattutto lo spreco di carta, acqua e carburante, il movimento chiede la soluzione "opt-in". Ovvero lasciare all'utente la libertà di stabilire, a seconda dei casi, se il servizio sia più o meno utile.

Verrebbero così garantite le necessità dei milioni di consumatori che ancora non usufruiscono del servizio di elenco telefonico online e che continuerebbero a ricevere l'elenco cartaceo, e contemporaneamente verrebbe soddisfatta anche la richiesta di chi lo consulta on line ormai da anni.

Quand'è l'ultima volta che ne avete consultato uno? Se avete bisogno di un numero di telefono cosa fate per procurarvelo? Per molti la risposta sarà internet. Ecco quindi che dagli Stati Uniti parte la campagna "Ban the Phone Book", ovvero "Aboliamo l'elenco". Prima con l'apertura di un sito (http://www. banthephonebook. org) e poi con un sondaggio. Per l'81% dei consumatori intervistati quella dell'opt-in è una soluzione giusta.

Soprattutto a fronte dei dati diffusi dal sito: sarebbero 5 milioni gli alberi utilizzati ogni anno per la realizzazione delle "pagine bianche" americane e le operazioni di riciclo costerebbero ai contribuenti oltre 17 milioni di dollari annui. Inoltre il 75% degli intervistati dichiara di non essere a conoscenza dell'impatto ambientale ed economico delle operazioni di stampa, recapito e riciclaggio dei volumi.

In Italia le voci di protesta sono ancora poche e soprattutto meno organizzate. Un giro rapido della rete consente di scoprire che nel 2008 è stata lanciata una petizione online rivolta al ministero delle Comunicazioni che ha reclutato appena 34 firmatari. "Perché, a partire dal prossimo anno, non si trova il modo di chiedere chi vuole, e chi no, ricevere questi elenchi, riducendo così lo spreco di risorse?". Questo il testo della petizione.

Più seguito è sicuramente il gruppo di Facebook "Eliminiano gli elenchi cartacei per chi ha internet" dove, intorno al fondatore Stefano Belardini, si sono riuniti un centinaio di interessati. "Sono un avvocato ma con degli amici ho fondato una onlus per la costruzione di pozzi di acqua potabile nei villaggi del Mali - spiega Stefano - Per questo sono molto sensibile al tema dell'acqua e in generale a quello dell'ambiente. Basti pensare che per fare un chilo di carta ci vogliono 500 litri di acqua e due chili di legname. E' assurdo che chi ha internet a casa o negli uffici si debba ancora vedere consegnare chili e chili di carta. Vorrei che almeno le persone possano su propria iniziativa dichiarare di non voler ricevere il cartaceo".

Sui reali numeri di produzione e distribuzione degli elenchi in Italia è proprio la Seat Pagine Gialle, in qualità di editore di PagineBianche e PagineGialle, a fornire i dati aggiornati. Ogni anno vengono distribuite alle famiglie italiane 27,7 milioni di copie del volume PagineBianche e 22,5 del volume Pagine Gialle, utilizzando un totale di 45mila tonnellate di carta. Si tratta di carta speciale per elenchi, acquistata per il 45% in Finlandia, il 45% in Svezia e il 10% in Canada. Sul totale il 30% è carta riciclata e il 70% proviene da foreste oggetto di piani di riforestazione. Dagli anni '70 è inoltre attivo un servizio di ritiro sul territorio italiano degli elenchi distribuiti nell'anno precedente.

A fronte dei milioni di volumi che Seat dichiara di distribuire ci sono però, secondo i dati GfK Eurisko dell'ultimo trimestre forniti sempre da Seat, 23,9 milioni di consultatori. Quanto basta per far pensare che gli italiani che utilizzano gli elenchi cartacei sono un numero inferiore rispetto alle copie distribuite e che probabilmente questi italiani preferiscono la versione online o altri servizi. Per loro, magari non proprio per tutti ma sicuramente per chi ha a cuore la questione ambientale e il risparmio energetico, arriva il consiglio degli avvocati del Codacons. Prima di avviare una petizione è consigliabile aprire un sito internet dedicato, dal quale far partire un sondaggio sull'ipotesi della distribuzione "opt-in". Servirà come cartina al tornasole e come punto di raccolta per gli interessati.
 
 
LE sue acque cristalline ne fanno uno dei paradisi naturali più belli del pianeta, ma ora mettono a repentaglio la sua stessa sopravvivenza. L'arcipelago delle Maldive, 1.192 isole coralline a galla in mezzo all'Oceano Indiano, rischiano entro il 2100 di essere sommerse a causa dall'innalzamento del livello dei mari. Il presidente Mohammed Nasheed non ci sta e, dopo aver annunciato l'acquisto di una seconda patria sulla terraferma nel caso il suo paradiso venisse fagocitato dalle acque, ha deciso di provarle tutte, compreso lo sfruttamento della principale risorsa delle isole: il turismo.

La proposta è ora al vaglio del parlamento maldiviano e se passerà ogni turista per godere degli splendidi atolli dovrà sborsare, oltre ai costi della vacanza, altri 3 dollari al giorno per pagare la "green tax", ossia la tassa verde. Il balzello andrà a finanziare un ambizioso progetto: trasformare le Maldive nel primo paese "carbon neutral" nel giro di dieci anni. Ma impiantare pannelli solari, turbine eoliche e impianti a biomassa per eliminare le fonti di energia fossili, ha un prezzo molto alto. Per la precisione il costo del progetto è stimato in 1 miliardo e 100 milioni di dollari. Il paese però non naviga nell'oro, tanto che il presidente dovrà disertare la conferenza sul clima di Copenaghen di dicembre per mancanza di soldi. Un appuntamento fondamentale per Nasheed, che durante una conferenza a Male, la capitale delle Maldive, ha dichiarato: "La questione climatica è troppo importante per permettere che alcuni disaccordi fermino il processo. India, Cina, Brasile e Stati Uniti devono trovare un punto di contatto. Nessuno uscirà dalla conferenza di Copenaghen come vincitore se non troveranno un accordo. Il problema dovrebbe essere trattato come una questione di sicurezza nazionale, non solo ambientale".

Il progetto per "far andare" le Maldive a energia rinnovabile è stato lanciato a marzo facendo affidamento su finanziatori esteri, che però a causa della crisi economica, stanno latitando. Uno sguardo veloce al bilancio statale e la soluzione è trovata. Oltre un quarto del prodotto interno lordo delle isole deriva dall'industria delle vacanze. Mediamente ogni anno 700 mila turisti (683.012 nel 2008) si abbronzano sulle bianche spiagge maldiviane, per non meno di 3 giorni. Il conto è presto fatto. Tassando ogni singolo visitatore per 3 dollari al giorno, le casse dello stato vedranno una iniezione di 6 milioni e 300 mila dollari l'anno. Mani nelle tasche ai turisti quindi, perché si rendano conto che la loro condotta e quella dei loro paesi può porre fine al mare cristallino e alle bianche spiagge. Italiani in primis, visto che assieme a britannici e tedeschi compongono più della metà dei villeggianti.

Se le Maldive, da sole, non possono far nulla per arrestare i mutamenti climatici, almeno possono dare il buon esempio. E se non verrà seguito, si stanno premurando con una "polizza vita" molto particolare. Per i 350.000 abitanti delle isole, il presidente conta di acquistare terreni in India, Sri Lanka e Australia, dove trasferirsi qualora la vita sull'arcipelago dovesse essere impossibile a causa dell'innalzamento del livello del mare.
 
 
ANCHE gli oceani hanno caldo. A luglio la temperatura alla superficie ha battuto il record da quando nel 1890 sono iniziate le misurazioni sistematiche. La statistica arriva dal National Climatic Data Center statunitense, secondo cui anche agosto sarebbe pronto a piazzarsi in testa alla classifica dei mesi con le acque salate più calde.

La media di tutti gli oceani, nel mese passato, ha fatto toccare al termometro i 17 gradi. Il precedente record risaliva al luglio del 1998 (16,8 gradi). E sono circa 10 anni che si viaggia costantemente al ritmo di mezzo grado oltre il valore medio del secolo scorso (16,4 gradi). Il G8 dell'Aquila fissò in due gradi la soglia di riscaldamento oltre la quale le conseguenze per l'ambiente diventerebbero catastrofiche. Ma si riferiva alle temperature globali dell'atmosfera. Rispetto all'aria, i mari rappresentano una riserva di energia termica molto più duratura e difficile da smaltire.
"Un caldo simile negli oceani non si disperderà da un anno all'altro" conferma a margine della pubblicazione dei dati Andrew Weaver dell'università di Victoria nella British Columbia. Per riscaldare l'acqua, rispetto alla terra, occorre infatti il quintuplo dell'energia. "E l'aumento della temperatura in mare influenza anche la terra. Siamo di fronte a un'altra importante conferma del cambiamento in atto". Nel Pacifico intanto sta per ripartire una nuova stagione di El Nino, la corrente oceanica calda che ogni 3-7 anni si riaffaccia ad aggravare una situazione già compromessa.

Il caldo di questi giorni sulla terraferma è l'altra faccia del caldo dei mari. E in effetti il National Climatic Data Center, sempre a luglio, ha misurato una temperatura media sui continenti di 14,81 gradi, ancora una volta più alta di mezzo grado rispetto alla norma del secolo scorso. Si tratta del nono valore di sempre. E andando a confrontare le varie tabelle, si scopre anche che l'ultimo dato che non oltrepassa la linea media del '900 (combinando il caldo a terra e nei mari) risale al 1976. Da allora tutti gli indicatori di temperatura marciano regolarmente in salita.

Tra le zone più calde del pianeta, secondo i dati statunitensi, a luglio figuravano l'Europa, il Nord Africa e la costa occidentale del Nord America. "In queste aree - si legge nel rapporto del National Climatic Data Center - la media del secolo scorso è stata superata di 2-4 gradi". Nel Mediterraneo l'anomalia della temperatura è di 1,7 gradi. E scricchiola anche il ghiaccio del Polo Nord: "L'estensione del pack artico dal 1979 a oggi si è ridotta del 6,1 per cento per ogni decade". Il mare attorno all'Artico a luglio 2009 ha vissuto uno dei riscaldamenti più incisivi: 5,6 gradi in più rispetto alla media del XX secolo.

Se la banchisa bianca vive tempi difficili, ai tropici i coralli rischiano di perdere il loro rosso. Il riscaldamento e l'aumento di acidità nei mari sono infatti all'origine del colore pallido e slavato delle barriere, che normalmente si presenta alla fine dell'estate e invece è già osservabile in alcune zone dell'America Centrale. Uno studio della Nasa del 2006 dimostrò anche che più gli oceani si riscaldano, più diminuisce la presenza di fitoplancton. Questi minuscoli organismi viventi non solo danno da mangiare ai pesci e al resto della catena alimentare, ma con la fotosintesi clorofilliana assorbono anidride carbonica dall'atmosfera. In anni normali, il loro contributo alla "ripulitura" dell'aria inquinata è addirittura equivalente a quello delle foreste sulla terraferma.
 
 
PUR Se è una delle maggiori vagabonde dei mari, i responsabili del Centro Recupero Animali Marini del Parco Nazionale dell'Asinara, struttura del Cts nel Nord Sardegna, quasi non credevano ai loro occhi quando se la sono vista davanti. Domenica scorsa hanno dovuto soccorrere per la prima volta nella storia del centro una Chelonia mydas, la 'tartaruga verde', una specie rarissima, classificata come ad alto rischio di estinzione nella lista delle specie minacciate. Il ritrovamento della Chelonia mydas nelle acque italiane è eccezionale non soltanto perché è una specie ormai rarissima nei nostri mari, ma anche perché abita di solito la parte sud-occidentale del Mediterraneo, dove si contano pochissimi siti di nidificazione.
LE IMMAGINI

Al centro del Cts dell'Asinara la tartaruga verde è arrivata grazie alla sensibilità di una famiglia sassarese, che l'ha trovata non lontano da casa sulla spiaggia di Marritza, una parte del lungo arenile che si estende per chilometri da Porto Torres fino a Lu Bagnu, vicino a Castelsardo. La tartaruga era stremata e ormai incapace di muoversi, un arto era imbrigliato e maciullato da una lenza penetrata fino all'osso. I suoi soccorritori hanno chiamato il Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale di Sassari che ha provveduto a portare la tartaruga verde al Centro Recupero Animali Marini del Parco Nazionale dell'Asinara.

"Vista la rarità della Chelonia mydas - spiega il veterinario del centro, Daniele Denurra - avere la possibilità di salvare un esemplare è importantissimo. L'abbiamo chiamata Green, pesa 40 chilogrammi e stimiamo che abbia circa 15 anni. Le sue condizioni erano pessime quando è arrivata, adesso la stiamo trattando con antibiotici e cerchiamo di salvarle l'arto. Se però fosse necessaria l'amputazione, potrà comunque tornare a nuotare con ottime possibilità di sopravvivenza. Abbiamo già eseguito quattro interventi di questo tipo su Caretta caretta, e il loro monitoraggio dopo la liberazione mostra che riescono a reinserirsi bene in natura".

Come "Green" sia arrivata fino al Nord Sardegna lo spiega l'anomalia nella temperatura dell'acqua di quest'anno. "A questa altezza è raro trovarla - conferma Denurra - ma l'acqua è davvero più calda rispetto al passato e lo prova anche un numero molto più alto di animali che avvistiamo e soccorriamo. La tartaruga verde, al contrario della Caretta caretta, onnivora, è vegetariana e si ciba di piante acquatiche, per trovare le quali si sposta anche di 2mila chilometri rispetto ai siti di origine. Sono pochissime le spiagge del Mediterraneo dove sceglie di nidificare, soprattutto in Libano e a Cipro. La deposizione avviene ad intervalli di 2, 3 o più anni e su 100 schiuse si calcola soltanto 10 piccoli raggiungano l'età adulta. La Tartaruga verde è stata a lungo cacciata per la sua carne, le sue uova e il suo carapace e poiché il suo unico predatore naturale è lo squalo, è soltanto l'uomo a metterne a rischio l'esistenza".

Il ritrovamento di "Green" è un ottimo segnale per l'attività del Centro. "Oltre a occuparci della cura e riabilitazione degli animali - dice la responsabile Laura Pireddu - uno dei nostri compiti principali è fare educazione ambientale e sensibilizzare la popolazione e i pescatori locali. La collaborazione con l'Ente Parco dell'Asinara e l'Università di Sassari sta dando i risultati sperati e sono sempre più frequenti le segnalazioni. Non è soltanto importante che la gente sia informata su cosa deve fare se trova un animale in difficoltà, ma che sia abituata ad osservare nel modo corretto gli animali e a riferire ai centri come il nostro della loro presenza. Al momento nelle nostre vasche per l'ospedalizzazione oltre a Green ci sono quattro Caretta caretta, ma ci attrezzeremo anche per i cetacei. Sono sempre più frequenti infatti le segnalazioni di Tursiopi e stenelle e a ottobre partiremo con un progetto di monitoraggio di questi cetacei".
 


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