Il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha aperto il vertice sul clima al Palazzo di Vetro rimproverando la comunità internazionale per la "lentezza glaciale" dei negoziati in un nuovo trattato internazionale che sostituisca il protocollo di Kyoto. Allarme del presidente americano Barack Obama: "Rischiamo una catastrofe irreversibile".

Il vertice è stato organizzato dallo stesso Ban Ki-moon per far uscire dallo stallo i negoziati internazionali in vista dell'appuntamento di Copenaghen a dicembre. Secondo il viceministro degli esteri cinese He Yafei, la Cina lancerà un segnale positivo sulla propria volontà di impegnarsi a contenere le emissioni di gas inquinanti.

Parlando dal podio dell'Assemblea, il Segretario generale ha ricordato che, anche se la conferenza di Copenaghen per accordarsi sul nuovo trattato è a dicembre, "i giorni effettivi per i negoziati sono soltanto quindici". A parere di Ban un fallimento di Copenhagen sarebbe "moralmente ingiustificabile, economicamente miope, politicamente avventato: non possiamo seguire questa strada" perché, ha detto, "la storia potrebbe non offrici un'occasione migliore di questa". Ban Ki-moon ha sottolineato che "abbiamo meno di dieci anni per evitare gli scenari peggiori" causati dal surriscaldamento del pianeta.

Il segretario generale, recentemente in missione al Polo Nord, ha anche avvertito che "sull'Artico i ghiacci potrebbero sparire entro il 2030 e le conseguenze sarebbero sentite dai popoli di ogni continente". Il cambiamento climatico, ha continuato Ban, colpisce soprattutto i Paesi meno sviluppati, e in particolare l'Africa, dove "il cambiamento climatico minaccia di cancellare anni di sviluppo destabilizzando Stati e rovesciando governi". Ban ha lanciato un appello ai Paesi industrializzati, invitandoli "a fare il primo passo", perché "se lo farete - ha continuato il segretario generale - altri adotteranno misure audaci".

Per il capo del Palazzo di Vetro, il nuovo trattato deve includere "obiettivi per la riduzione di emissioni entro il 2020" e "supporto finanziario e tecnologico" ai Paesi in via di sviluppo, cioè quelli che "hanno contribuito di meno a questa crisi ma hanno sofferto di più, e per primi".

Allarmanti le parole del presidente Usa Barack Obama: la minaccia, ha detto, è "grave, urgente e crescente: se non agiremo rischiamo di consegnare alle future generazioni una catastrofe irreversibile". Obama ha detto che gli Stati Uniti hanno "fatto più negli ultimi otto mesi per promuovere la energia pulita e ridurre l'inquinamento da anidride carbonica che in qualsiasi altro periodo della nostra storia", ha sottolineato, rimarcando il cambio di passo in materia di lotta al riscaldamento del pianeta, fatto dalla sua amministrazione rispetto alla politica del suo predecessore George W. Bush.

"Non siamo venuti qui a celebrare i progressi raggiunti - ha detto ancora Obama - ma perché ci sono ancora passi da compiere. Non dobbiamo farci illusioni quanto al fatto che la parte più difficile è davanti a noi", ha affermato il leader della Casa Bianca. Obama ha insistito molto sulle difficoltà che dovranno essere affrontate ma ha sottolineato che "le difficoltà non possono essere una scusa per non agire". "Tutti noi - ha detto ancora - dovremo affrontare dubbi e difficoiltà nelle nostre capitali".

"Il tempo rimasto per correre ai ripari sta per scadere", ha ammonito Obama. "La sicurezza e la stabilità di tutte le nazioni e di tutti i popoli - la nostra prosperità, la nostra salute e la nostra sicurezza - sono a rischio" a causa della minaccia climatica, ha aggiunto il presidente americano che ha invitato Paesi emergenti coma la Cina e l'India "a fare la loro parte" per affrontare il riscaldamento del pianeta adottando "misure vigorose".

Se sul clima ci sarà un atteggiamento "flessibile e pragmatico", "raggiungeremo l'obiettivo di un mondo più pulito e più sicuro", ha detto ancora Obama. "Sappiamo che il futuro del pianeta dipende dal nostro impegno - ha aggiunto - Il percorso è lungo e difficile, non è rimasto molto tempo".

Anche il presidente cinese Hu Jintao è intervenuto al vertice Onu sul clima. Hu Jintao ha annunciato che la Cina intende ridurre le emissioni di anidride carbonica per ogni unità di prodotto nazionale lordo di un "margine notevole" entro il 2020.
 
 
L'Europa teme il "suicidio globale" ma il mondo si presenta in ordine sparso al più affollato vertice sul clima che si apre oggi all'Onu, tra più di 90 leader e i 192 rappresentanti di tutti i paesi membri, alla vigilia della 64esima Assemblea Generale che segnerà la prima volta di Barack Obama da presidente Usa e vedrà sfilare il colonnello libico Mohammar Gheddafi e il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad.

Il segretario Ban Ki Moon, che ha fortemente voluto il summit sul clima, scommette sulla Cina. È il debutto di un presidente cinese all'Assemblea Generale e le aspettative sul discorso di Hu Jintao sono alte. L'emissario Onu Yvo de Boer si è spinto più in là: "Pechino annuncerà una serie di misure che ne faranno un leader mondiale nella sfida al cambiamento climatico". Con annessa stoccata agli Usa: "È ironico che il discorso sarà fatto in un paese convinto che la Cina non stia facendo niente".

Proprio la melina tra Washington e Pechino su chi per primo debba mettere mano alle forbici sulle emissioni (i due giganti sono responsabili del 40 per cento mondiale) ha portato allo stallo che questo summit sarebbe chiamato a superare in vista della Conferenza di Copenaghen di dicembre che dovrà ratificare il dopo Kyoto. Il New York Times ha sintetizzato l'opinione prevalente parlando di sindrome dell "after you", "vada avanti prima lei": tutti guardano alle mosse del prossimo e nessuno si muove.

Gli europei puntano a ridurre del 20 per cento il livello delle emissioni entro il 2020. Obama è riuscito a fare passare alla Camera una legge che va in quella direzione, invertendo la rotta fin qui seguita dall'America, che non aveva mai riconosciuto il trattato di Kyoto, ma il provvedimento è atteso al varco difficile del Senato.

Il summit si svolgerà attraverso quattro tavole rotonde incrociate, esperti e politici faranno la spola, atteso il premio Nobel e Oscar Al Gore. Dice il presidente della commissione Ue Jose Mauel Barroso: "Abbiamo 80 giorni di per sfrondare le foresta di parentesi quadre che limitano l'accordo: se non ne usciamo fuori questo rischia di essere il più lungo suicidio globale della storia".

Lo scenario è ipotizzato nell'allarmante copertina del New York Post che ieri ha dato il benvenuto ai vertice: "Siamo fregati". In un numero speciale il tabloid riporta le conclusioni di un panel commissionato dal sindaco Michael Bloomberg. Lo scenario è devastante. Le alte temperature porteranno la morte tra la popolazione più anziana (gli esperti ricordano i 15mila morti in Francia del 2003) e metterebbero a dura prova le vecchie infrastrutture cittadine, l'innalzamento del livello del mare allagherebbe la metropolitana (che già oggi è a rischio), le riserve di acqua potabile sarebbero a rischio e la rete elettrica collasserebbe.

Il quotidiano non teme di evocare lo spettro di Katrina: l'unico particolare è che il giornale distribuito gratuitamente per tutta New York è un falso, compresa la pagina dei fumetti e le pubblicità. L'hanno realizzato gli attivisti di Yes Men, un duo che già nel 2008 aveva preparato una finta copia del New York Times che annunciava la fine della guerra in Iraq e la condanna di Bush per tradimento. La cosa più preoccupante però è che le notizie riportate sono verificatissime. "Questo potrebbe essere, e dovrebbe essere, il vero New York Post", dice Andy Bichlbaum, uno dei due artisti.

I risultati sono la rielaborazione di un'indagine davvero commissionata dalla città di New York ma poco pubblicizzata, infarcita dal rapporto preparato del Pentagono ma che Bush tenne nascosto al mondo: in fondo anche quello, all'epoca, uno scherzo mica da poco.
 
 
“Abbiamo bisogno di rompere il ciclo continuo in cui i grandi inquinatori discutono principalmente su come combattere il riscaldamento globale nella loro stretta cerchia”. Queste le parole di Kim Carstensen, a capo del Global Climate Initiative presso il WWF che continua dicendo:“E’ completamente assurdo parlare di cambiamenti climatici senza dare ascolto a coloro che sono effettivamente interessati da essa”.
Ed è proprio a partire da queste parole che oggi, i maggiori capi di Stato del G20 assieme ai quelli riuniti per il vertice delle Nazioni Unite dovranno dare ascolto a ciò che i leader “minori” delle piccole nazioni insulari, in tutto 42, hanno da dire riguardo le prese di posizione per i cambiamenti climatici.
La conferenza dell’ Alliance Of Small Island States meeting (AOSIS), è la prima di una serie di riunioni in cui verranno ufficializzate le posizioni che soprattutto i paesi industrializzati hanno l’obbligo di dichiarare.
Copenhagen è in diritta d’arrivo ed è un dovere di tutti quello di coinvolgere anche quelle porzioni di territorio che seppur di modeste dimensioni, stanno subendo pesantemente le conseguenze dell’inquinamento.
La siccità, l’inondazione delle coste, gli uragani,la scomparsa delle barriere coralline assieme alla perdita di riserve d’acqua dolce e l’aumentare delle malattie, sono gli effetti negativi che si stanno riversando su questi piccoli lembi di terra, tra i primi a dover essere aiutati, come ha sottolineato anche l’Ufficio delle Nazioni Unite per i rifugiati.
L’obiettivo di mantenere al di sotto dei due gradi centigradi l’aumento della temperatura globale, come da accordi nell’ultimo appuntamento del G8, potrà comunque non essere sufficiente in particolare per i piccoli stati insulari le cui coste sono continuamente a rischio sommersione, a causa dell’ innalzamento del livello del mare dovuto allo scioglimento delle calotte di ghiaccio.
Stabilire un nuovo limite di 1,5 gradi centigradi è ciò che l’ AOSIS si aspetta concretizzi il Vertice, e far si che Copenhagen possa dimostrarsi un ottimo punto di arrivo per l’evoluzione che, il protocollo sui cambiamenti climatici, ha fatto da Kyoto 1997 fino ad oggi.
 
 
E’ stato dato il via libera alla riformulazione della normativa europea sulla qualità ecologica di imprese, organizzazioni beni e servizi come definito dai provvedimenti di riscrittura del regolamento (Ce) n. 761/2001 (recante la disciplina Emas – Eco-Management and Audit Scheme) e del regolamento (Ce) n. 1980/2000 (Ecolabel).
Grazie alle modifiche i criteri e i requisiti saranno semplificati in modo da facilitare l’iter burocratico, ma saranno anche inseriti e richiesti standard ambientali più elevati rispetto al passato, che puntano ad un uso più razionale delle risorse energetiche ed idriche a sostegno di politiche ambientali che mirano alla riduzione degli sprechi.
 
 
Il Centro Comune di Ricerca della Commissione Europea ha reso pubblico oggi l’ottavo Rapporto sullo stato del fotovoltaico mondiale, rendendo noto che il 2008 ha segnato un aumento, in termini di produzione, dell’80% sull’anno precedente: un notevole sorpasso che in cifre si tradurrebbe in circa 7,3 GW.
In Europa la produzione di celle solari è passata da 1,1 GW di 1,9 GW, mentre la capacità installata è triplicata a 4,8 GW, guidata principalmente dalla Spagna, dove le cifre sono addirittura moltiplicate di quasi cinque volte, da 560MW nel 2007 a 2,5-2,7 GW.
A livello più ampio la capacità cumulativa di energia elettrica da fonte solare installata nel mondo è stata di circa 15 GW, con il vecchio continente ancora una volta leader della crescita: all’Europa va, infatti, una cospicua fetta d’istallazioni per una capacità di 9,5 GW, pari a oltre il 60% del totale.
In termini di generazione questo significa che il fotovoltaico europeo ha contribuito nel 2008 per circa 0,35% del consumo finale di elettricità in Europa.
Non traggano in inganno i dati positivi, la crisi economica e finanziaria infatti si è inevitabilmente riflessa sul settore colpendo dunque gli investimenti globali nelle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica, ma assicurano gli analisti appaiono già i primi segni di recupero Nel dettaglio la relazione rileva un significativo rallentamento degli investimenti nella seconda metà del 2008 (-10% nel terzo trimestre, -23% nel quarto), che ha continuato nel primo trimestre del 2009 (-47% rispetto al quarto trimestre del 2008), iniziando ad invertire il trend a partire dal secondo trimestre (+83% rispetto al primo trimestre del 2009).
Altri risultati chiave del rapporto:
• Nel 2008, la Cina è diventata il principale produttore di celle solari con un importo annuo di circa 2,4 GW, seguita dall’Europa con 1,9 GW, il Giappone con 1,2 GW e Taiwan con 0,8 GW. Se la tendenza dovesse continuare la repubblica Popolare potrebbe detenere circa 32% della capacità mondiale di produzione per il 2012.
• Un numero crescente di produttori stanno entrando nel mercato, quindi, la quota dei dieci più grandi produttori di FV è scesa dal 80% nel 2004-50% nel 2008.
• Nel 2008, i moduli solari a film sottile hanno raggiunto il 12-14% della quota di mercato.
• Il solare a concentrazione, mercato emergente, attualmente può contare su circa 17MW cumulativo capacità installata nel 2008.
 
 
“Lo scenario nucleare sta cambiando rapidamente – afferma oggi in un rapporto all’Ue l’organizzazione economica con sede a Parigi – Molti paesi hanno annunciato e deciso di investire nell’energia nucleare. Per rispettare gli stringenti obiettivi sulle emissioni, i governi dovranno assicurarsi che l’energia nucleare giocherà un ruolo crescente nel mix energetico. L’energia nucleare è una parte importante della soluzione per le questioni del cambiamento climatico, della sicurezza energetica e della competitività – si specifica nella relazione – Ad ogni modo, anche nei paesi dove il nucleare è accettato, finanziare la costruzione di nuovi impianti nel mercato liberalizzato è un problema”.
Quindi l’organismo economico usa il suo peso per far pendere la bilancia delle scelte di politica energetica dei paesi europei, verso l’utilizzo dell’energia nucleare, oltre a quello delle fonti rinnovabili di energia. L’Unione Europea, sempre secondo l’organismo economico, dovrebbe investire sul nucleare, ritenuta la via più breve e economica per rispettare gli obiettivi del taglio dei gas serra, l’ormai famoso pacchetto “20-20-20”. L’Ocse fa quasi pressione affinché i governi si mettano subito all’opera per “ridurre i rischi legati alla costruzione, al finanziamento e alla regolamentazione per portare avanti i progetti” e perchè forniscano “un chiaro e fermo sostegno politico allo sviluppo dell’energia nucleare”.
Deve essere un impegno serio e duraturo, essendo quelli sul nucleare investimenti a lungo termine. I governi, sempre secondo lo studio dell’Ocse, dovranno “costruire un efficace sistema normativo che fornisca adeguati spazi al coinvolgimento del pubblico nel processo decisionale, dando allo stesso tempo agli investitori la sicurezza della quale hanno bisogno per pianificare un investimento così ingente”, e “mettere in campo strumenti per la gestione delle scorie radioattive”.
 
 
Produrre energia utilizzando la sansa è il progetto della provincia di Imperia che potrebbe attivare, da qui a breve, un impianto a biomasse che sfrutti come materia prima i prodotti di scarto derivati dalla lavorazione delle olive nei frantoi.
Domani ad Aribaga (Im), al frantoio Giromela, avrà luogo un incontro promosso dall’Are, Agenzia Regionale per l’Energia della Liguria e Union Camere Liguria, che presenteranno un piano di fattibilità per la costruzione di un impianto a biomasse derivate dalla lavorazione delle olive che rientra nel progetto MORE (Market of Olive Residues for Energy), finanziato dalla Commissione Europea e che coinvolge oltre tra gli enti capofila) altri 4 Paesi europei produttori di olio: Spagna, Grecia, Croazia, Slovenia.
Il progetto risulta essere perfettamente in linea con la politica europea che mira alla riduzione delle emissioni dannose entro il 2020, grazie all’incremento della produzione di energia sfruttando fonti energetiche non fossili. Per maggiori informazioni visitare il sito www.moreintelligentenergy.eu
 
 
Oggi il Sole 24 Ore pubblica un articolo sulle lobby che spingerebbero per l’adozione dei campi eolici off-shore, E cita il rapporto Ewea “Oceans of opportunity” che avevamo messo on-line il 15 di questo mese in un articolo dedicato all’impegno richiesto dall’industria alla Ue per lo sviluppo dell’eolico off shore
Il rapporto dell’associazione europea dell’energia eolica, datato settembre 2009, in una settantina di pagine prende in esame il mercato futuro dell’eolico off shore, il suo sviluppo e l’auspicata organizzazione europea per la sua realizzazione, approfondendo gli aspetti finanziari, tecnici e politici di una tale scelta. E lo fa con dati, grafici e tabelle che danno una fotografia del momento, ma spiegano anche le potenzialità nel futuro.
Sembra quasi una risposta alla proposta odierna dell’Ocse che in un rapporto invece vede nel ritorno al nucleare la soluzione alla riduzione dei gas serra. L’Ewea al contrario ritiene che da qui al 2020, gran parte dell’energia da fonti rinnovabili nella UE
verrà da impianti eolici. Citando uno studio della SEE che dimostra come l’offshore eolico è economicamente competitivo, con un potenziale nel 2020 di 2.600 TWh, tra il 60% e il 70%
della domanda di energia prevista, passando a 3.400 TWh
nel 2030, (pari al 80% della domanda di elettricità). Il potenziale tecnico di vento offshore invece nel 2020 sarebbe di 25.000 TWh, tra sei e sette volte superiore a quella prevista dalla domanda di energia elettrica, arrivando a 30.000 TWh nel 2030, sette volte
maggiore di quanto previsto per la domanda di energia elettrica.
 
 
Nonostante l’impegno elvetico nella sostenibilità ambientale, tra il 1990 e il 2005, le emissioni svizzere di gas serra sono aumentate del 3,6%, passando da 61 a 63,2 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. Per il Paese tra i primi ad introdurre a livello nazionale una “carbon tax” sui combustibili fossili, la nota dolente risulta essere il settore economico. Eppure la responsabilità di questo aumento deve essere ricondotto direttamente alle famiglie, responsabili di oltre l’80% della crescita delle emissioni negli ultimi quindici anni. A riportare le statistiche l’Ufficio federale dell’energia elvetico (Ufe), che delinea un quadro percentuale preciso: 56% provenienti dal riscaldamento e il 44% al trasporto personale, sintomo di una popolazione in crescita di un uso sempre più assiduo di aut aereo per gli spostamenti. A contenere la situazione un migliore isolamento degli edifici ed ampi interventi di riqualificazione energetica, spiega l’Ufe. Nello stesso periodo il settore dell’economia ha visto le proprie emissioni aumentare molto poco: l’1% pari a circa 0.4 milioni di tonnellate di CO2 eq. mentre nel frattempo, il prodotto interno lordo è cresciuto del 18,7% in termini reali.
 
 
La speranza è che accada quello che succede alle squadre in lotta per non retrocedere quando la radio in panchina annuncia che una rivale impegnata su un altro campo sta perdendo. Le forze si galvanizzano e quella che poco prima sembrava un'impresa impossibile diventa a portata di mano. Le trattative su un accordo internazionale per contrastare i cambiamenti climatici e regolamentare le emissioni di gas serra stentano a fare passi avanti. Le possibilità che l'appuntamento decisivo della conferenza Onu di dicembre a Copenaghen si concluda con un nulla di fatto aumentano di giorno in giorno. Ma mentre la diplomazia internazionale gira a vuoto, a dare un netto taglio alla combustione di fonti fossili ci sta pensando la recessione globale.

A fine 2009, secondo le stime diffuse dall'Agenzia internazionale per l'energia in un'anticipazione del suo consueto World Energy Outlook, la quantità di anidride carbonica immessa nell'atmosfera farà segnare una caduta di circa il 2,6% rispetto all'anno precedente, il calo più vistoso da 40 anni a questa parte. "L'ultimo crollo avvenne nel 1981 come conseguenza dello shock petrolifero e della crisi economica", ha ricordato il capo economista della Iea Fatih Birol all'agenzia Reuters.

Dal punto di vista strettamente ambientale si tratta di un dato decisamente positivo, ma che rischia di trasformarsi in una vittoria di Pirro se abbandonato a se stesso. L'invito che Birol rivolge ai leader mondiali è infatti quello a domare il drago della CO2 ora che è in terra. "Questa caduta nelle emissioni e negli investimenti nel settore delle fonti fossili - ha osservato commentando le previsioni dell'Agenzia - assumerà un significato solo con un'intesa sottoscritta a Copenaghen in grado di mandare un chiaro segnale low-carbon agli investitori". "Abbiamo avuto un cambiamento per via dei mutamenti nella domanda di energia e del rinvio di molti investimenti energetici - ha aggiunto - ma dobbiamo vedere come sapremo trasformarlo in un'opportunità unica".

Il pericolo è insomma che la grande chance offerta da questo arretramento possa non essere colta in tutte le sue potenzialità, lasciando che le emissioni tornino ad impennarsi non appena l'economia si rimetterà a correre. Il calo nelle emissioni di CO2 certificato dalla Iea non arriva comunque inaspettato. Diverse istituzioni nazionali si erano esercitate nei giorni scorsi in proiezioni su scala locale. La Energy Information Administration ha preventivato ad esempio un crollo del 6% nelle emissioni statunitensi, mentre le stime della Deutsche Bank per l'Europa parlano di una diminuzione compresa tra il 4 e il 5%.
 


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