Quattro giorni di lotta all’inciviltà e al degrado, quattro giorni di buona volontà e solidarietà: torna anche quest’anno “Puliamo il mondo”, edizione italiana del più grande appuntamento di volontariato ambientale del pianeta, “Clean Up the World”. La manifestazione, che in Italia è organizzata da Legambiente, si terrà i prossimi 25-26-27 settembre, con un’anteprima a Barga (Lucca) sabato 19 settembre. La manifestazione, alla quale si stima parteciperanno circa 40-60 mila volontari, sarà dedicata quest’anno al tema della solidarietà e cercherà di valorizzare l’opera quotidiana dei volontari che si occupano di protezione civile, servizio antincendi, assistenza ai portatori di handicap, sostegno ai migranti e ai terremotati dell’Abruzzo. I giorni di “Puliamo il mondo” saranno l’occasione per ripulire importanti aree verdi o bonificare situazioni di degrado, ma anche per riflettere su temi etici e sociali di grande importanza. «Iniziative come questa sono importanti - ha detto l’assessore regionale all’ambiente Anna Rita Bramerini intervenendo alla conferenza stampa di presentazione dell’iniziativa - perché sono un’utile opera di presidio contro il degrado, ma soprattutto perché rappresentano l’occasione per testimoniare attraverso gesti concreti la nostra volontà di contribuire al ben pubblico. Ho apprezzato in particolare il tema scelto quest’anno, che dimostra come la cura dell’ambiente sia parte integrante di un più ampio desiderio di contribuire ad un mondo migliore. Spero che molti toscani aderiscano». Il 19 settembre a Barga (Lu) l’anteprima di “Puliamo il mondo” coinciderà con la manifestazione “Non scherzare con il fuoco”, che vuol sensibilizzare l’opinione pubblica sul drammatico problema degli incendi boschivi. Volontari e ragazzi delle scuole, con il sostegno dei gruppi di protezione civile, ripuliranno zone degradate e parteciperanno ad esercitazioni e simulazioni di interventi contro i roghi dei boschi. La manifestazione vera e propria si terrà però nei giorni 25, 26 e 27 settembre. Ci saranno le consuete “battute di caccia” contro i rifiuti, abbinate ciascuna ad un tema particolare. Tra le principali iniziative quella del 25 settembre a Bagno a Ripoli, Rignano sull’Arno, Incisa e Figline Valdarno, dove i ragazzi delle scuole, le associazioni e le cooperative sociali lavoreranno fianco a fianco con dei giovani portatori di handicap fisico e psichico per ripulire il territorio. Il 26 si terranno vari gemellaggi tra i parchi toscani e quelli dell’Abruzzo (quello principale si terrò a Sassalbo, nel Comune di Fivizzano in Lunigiana). Infine il 27 a Firenze (parco delle Cascine) l’iniziativa coinciderà con la “Festa delle badanti e dei Badanti”e alla raccolta parteciperanno le comunità degli immigrati di Perù, Filippine, Sri Lanka, Ucraina, Romania, Moldavia, oltre ad associazioni, sindacati e rappresentanti istituzionali. La giornata si concluderà con una festa in piazza dell’Isolotto. Un’altra iniziativa da segnalare si terrà nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, dove nei giorni di “Puliamo il mondo” sarà organizzato il censimento “al bramito” del cervo nobile, la più grande rilevazione del genere organizzata in Europa. Animali protagonisti anche a Santa Maria a Monte (PI) e Stia (Ar). A Santa Maria a Monte i ragazzi delle scuole, con l’aiuto di asini, effettueranno la raccolta differenziata porta a porta e porteranno poi nelle isole ecologiche il materiale raccolto, mentre a Stia sabato 26 gli asini verranno utilizzati per effettuare la pulizia della impervia scarpata di Parco Palagio. Migliaia di persone in tutto il mondo sono chiamate a far suonare sveglie e portatili lunedì 21 settembre, per «svegliare» i leader mondiali e richiamarli alle loro responsabilità in vista della conferenza internazionale sul clima di Copenaghen in dicembre. Lo annuncia una coalizione internazionale di organizzazioni non governative. La «flash mob» (mobilitazione flash) è organizzata per le ore 12.18 (la conferenza di Copenaghen inizierà il 18/12), alla vigilia dell’assemblea generale dell’Onu. In 55 paesi sono previsti circa 500 eventi, secondo gli organizzatori, elencati sul sito http://tcktcktck.org. Lo scopo: «fare più rumore possibile perché i governi si impegnino sul fronte del clima». Promuovere la raccolta differenziata e la cultura del riciclo di carta e cartone giocando, divertendosi e magari vincendo qualche premio invitante. Con questi obiettivi, nasce il concorso “Vinci col riciclo”, un web contest organizzato da Comieco - Consorzio Nazionale Recupero e Riciclo degli Imballaggi a base Cellulosica – in cui l’argomento centrale è l’attenzione alla raccolta differenziata. Il meccanismo del concorso è semplice e divertente. Il primo round è su Facebook: basta connettersi alla pagina di Comieco (http://www.facebook.com/VinciColRiciclo) e compilare un breve test d’ingresso, dal titolo “Scopri la tua impronta ecologica”. Il quiz fornisce un profilo, corrispondente a un animale ed è inoltre il primo passo per iniziare la scalata verso il montepremi del concorso, in quanto consente a tutti i partecipanti di accumulare i primi 100 punti in classifica. Da Facebook si verrà indirizzati direttamente alla home page del concorso (www.vincicolriciclo.it) dove è possibile iscriversi. A partire dal 15 settembre, gli iscritti verranno contattati per rispondere ai quiz settimanali. “Quanta carta e cartone sono stati raccolti in Italia nel 2008?” “Quale regione Italiana ne ha raccolto di più?” E’ questa la tipologia di domande del concorso; le risposte sono ricavabili dal sito www.comieco.org. I più bravi concorrenti vincono un week end in un agriturismo della Campania e complementi d’arredo realizzati in cartone riciclato. “Il concorso ci sembra un modo originale per parlare di raccolta differenziata e Internet è di certo un mezzo efficace per promuovere la cultura del riciclo – afferma Carlo Montalbetti, Direttore Generale di Comieco. In Italia la raccolta differenziata di carta e cartone ha registrato anche nel 2008 un significativo aumento. Nonostante la crisi economica che ha provocato un calo dell’immesso al consumo di imballaggi cellulosici, la raccolta differenziata di carta e cartone è infatti cresciuta del 7,1%, pari a 200.000 tonnellate in più rispetto al 2007. La strada tracciata è dunque positiva; ora è importante continuare a lavorare per sostenere la cultura della qualità della raccolta insieme a quella della quantità”. Produrre biocarburanti dai datteri: questa l’idea approvata dal primo ministro iracheno, Nuri al-Maliki propostagli dagli Emirati arabi uniti (Eau) e che consentirebbe di recuperare enormi quantitativi di datteri che rischiano di marcire per le carenze del settore agricolo dell’ Iraq. «Il progetto sosterrà l’economia dell’Iraq incoraggiando gli agricoltori a espandere le coltivazioni di palma da dattero», si legge in una nota del governo di Baghdad. Malgrado le rive del Tigri e dell’Eufrate abbiano estese piantagioni di palme e l’Iraq fosse un tempo uno dei primi esportatori mondiali di datteri, oggi la loro raccolta è del tutto marginale. Un problema che riguarda però l’insieme del settore agricolo iracheno, vessato da una lunga siccità, che si aggiunge a problemi strutturali, come l’elevata salinità dei terreni, l’insufficienza dei sistemi d’irrigazione, di sementi, fertilizzanti, a povertà di capitali e carenze organizzative. Il progetto offerto dagli Emirati, è stato spiegato, consentirebbe di produrre il bioetanolo utilizzando i datteri che gli agricoltori non possono o non riescono a vendere e che stanno marcendo. La nuova industria eco-energetica, spiega la nota, sarà rivolta inizialmente al mercato interno e successivamente, se l’esperimento funzionerà, all’esportazione. L'effetto serra rilancia la Groenlandia 09/13/2009
All’inizio del secolo scorso, quando Otto Frederiksen provava e riprovava a piantare semi nella terra brinosa di Qassiarsuk, un piccolo villaggio nel sud della Groenlandia, gli abitanti lo guardavano come un povero pazzo. Oggi, tra le casette rosse, azzurre e verdi con il tetto spiovente dove vivono una settantina di persone, sono spuntati broccoli, carote e zucchine. «Ci stiamo avvicinando alle condizioni climatiche dell'Europa settentrionale», ripete il figlio ultraottantenne Erik Rode Frederiksen, chiamato così in onore del leggendario Erik il Rosso, il Cristoforo Colombo vichingo che nel 986 approdò tra questi fiordi ancora vergini e li trovò verdissimi. I suoi discendenti scomparvero 300 anni dopo, vittime della glaciazione che avrebbe inghiottito l'84 per cento della Groenlandia ibernandolo fino ai nostri giorni. Il cerchio della storia si chiude: il surriscaldamento del pianeta, che avrà effetti catastrofici sull’umanità, regala ora agli uomini dei ghiacci il beneficio mai conosciuto della primavera. «Alterazioni relativamente ridotte della temperatura possono in una prima fase risultare positive, soprattutto nelle zone estremamente fredde», spiega Bob Ward del Grantham Research Insitute on Climate Change della London School of Economics. Ieri mattina due navi commerciali del gruppo tedesco Beluga hanno annunciato d’aver attraversato con successo il mare Artico, il leggendario passaggio a Nord-ovest vagheggiato dagli inglesi sin da 1553, quando il condottiero di Sua Maestà Richard Chancellor si arenò tra gli iceberg e fu costretto a marciare a piedi nella tundra fino alla corte moscovita di Ivan il Terribile. Con la distesa di ghiaccio che fino a una decina d’anni fa bloccava la strada ai naviganti, l’impresa sarebbe stata impossibile. «I cambiamenti climatici non sono un male per tutti, ci sono sempre vincitori e perdenti«, osserva Alessandro Farruggia coautore con Vincenzo Ferrara del volume «Clima: istruzioni per l’uso» (Edizioni ambiente). Nella cittadina di Ilulissat, 4500 persone e 5000 cani da slitta all’ombra del Srmeq Kujalleq, il più grande ghiacciaio del mondo al di fuori dell’Antartide, sulla costa nordoccidentale della Groenlandia, i fiordi sgombri come mai prima d’ora si sono riempiti di turisti. «Li portiamo in barca con noi tra gli iceberg«, racconta il pescatore Karl Thumassen. Nel porto, incorniciato dalle abitazioni rosse e dal cimitero bianco affacciato sulla baia di Disko, ristorantini con i tavoli di legno servono prosciutto di foca e carne di tricheco. E pazienza se non durerà in eterno. Anche gli Inca, concordano i paleo-ecologi, non si sarebbero imposti come la più grandiosa civiltà precolombiana senza l’impennata della temperatura che nel 1100 alterò l’ecosistema andino per oltre 400 anni. Dopo secoli d’astinenza i groenlandesi si godono il loro posto al sole. «I raccolti sono migliori, è vero, il sud del paese sembra rinato», dice al telefono il trentaseienne Mininnguaq Kleist, ex responsabile dell’ufficio d’autogoverno della Groenlandia annullatosi quest’estate dopo l’approvazione danese del referendum per l’autonomia. Oggi Mininnguaq, che gli amici chiamano Minik, si occupa di rapporti con l’Europa al dipartimento affari esteri, a pochi passi dal suo appartamento nel cuore trendy della capitale Nuuk. Anche qui, dove vivono un quarto dei 57 mila abitanti del paese, la terra ha cominciato a fruttare. «Coltiviamo patate, roba che 15 anni fa sarebbe sembrata una barzelletta», ammette lo scienziato Minik Rosign. Certo, parecchi sono tagliati fuori: difficile immaginare la primavera del remoto paesino di Kullorsuaq, 400 anime al centro di un’isoletta nel profondo nord, dove i medici fanno visita una volta al mese. «Il surriscaldamento penalizza l’entroterra dove le lastre di ghiaccio si assottigliano e i cacciatori non riesco a guidare le slitte come un tempo», continua Mininnguaq. Le aree polari sono coperte da permafrost, terreno ghiacciato con dentro carbonio, muschio, torba, metano, che, liquefatto, è impraticabile. Quelli che possono hanno cominciato a spostarsi nei villaggi di Narsarsuaq, Qaqortoq, Kangersuatsiaq, per dedicarsi alla pastorizia e offrire bed&breakfast ai turisti meno sofisticati. La Groenlandia ha i suoi tempi. Il ghiaccio che sfrangia i fiordi si scioglie meno rapidamente rispetto al mare artico, dove ha uno spessore massimo di 15 metri. Secondo l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), il comitato scientifico delle Nazioni Unite incaricato dell’effetto serra, ci vorrebbero diverse centinaia di anni, forse un migliaio, prima di scongelarla completamente. Magari non succederà mai. Intanto però il presente è strategico, anche perché anticipa l’accesso ai ricchissimi giacimenti di gas e petrolio finora assolutamente blindati. «Stiamo lavorando molto bene, l’estrazione dello zinco è stata notevolmente agevolata dall’innalzamento della temperatura», ci spiega Nick Hall, amministratore delegato della Angus&Ross, la società britannica proprietaria della miniera di zinco Black Angel, una tra le più promettenti risorse nazionali insieme all’alluminio e al greggio della costa orientale su cui sventolano già le insegne della Chevron, della Exxon, della canadese Husky Energy. Scoperta negli anni trenta e scavata tra il 1973 e il 1990, la Black Angel, uno dei maggiori giacimenti del pianeta, è stata finora protetta da una parete invalicabile di ghiaccio. La Angus&Ross l’ha acquistata nel 2003, mentre i prezzi dello zinco schizzavano alle stelle, e nel 2006 due geologi hanno trovato un varco attraverso il South Lakes Glacier che si ritirava a vista d'occhio. Se il termometro cresce di un grado vicino all’equatore, qui ne guadagna almeno quattro. «Tutto merito del cambiamento climatico - concede Nick Hall -, ma in fondo è un ritorno all’epoca verde dei vichinghi». Nel villaggio di pescatori a ridosso della miniera, uomini e donne macellano le foche sulle rocce, ignari del passato lussureggiante dell’isola e incerti sul futuro. «L’effetto peggiore dello scioglimento dei ghiacci della Groenlandia è sulla corrente del Golfo», continua Alessandro Farruggia. Il vecchio continente, distante tremila chilometri, farebbe bene a ricordarsene: «Il meccanismo funziona come un’orologio, quando la corrente calda arriva all’altezza dell’Europa del nord si raffredda, il sale precipita, la corrente fredda e salata torna indietro. Se s’immettesse un flusso rilevante d’acqua fredda e dolce, il ciclo si arresterebbe compromettendo l’equilibrio climatico». È già successo a dire il vero, milioni e milioni d’anni fa. Allora, in piena epoca glaciale, c’era un grande lago tra il Canada e il Nord Dakota. Quando la lingua di ghiaccio che lo conteneva si sciolse e una valanga d’acqua fredda e dolce confluì nell’Atlantico la corrente del golfo s’inceppò per 1100 anni. Come stavolta, ci furono vincitori e perdenti. Sostiene l’archeologo americano Brian Fagan che quel raffreddamento costrinse le genti del Mediterraneo a coltivare la terra, non potendo più raccoglierne i frutti, e gettò le fondamenta dello sviluppo mesopotamico. Corsi e ricorsi. Stavolta potrebbe essere l’umanità intera a soccombere. Intanto sulle tavole tra i fiordi della Groenlandia, si serve cotoletta di tricheco e insalata indigena. Alla salute di Erik il Rosso. È aumentata del 6 per cento la disponibilità di verde urbano per abitante nelle città, a partire dal 2000, raggiungendo una superficie di 93,6 metri quadrati per abitante nel 2008. È quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base dei dati Istat divulgata in occasione del Flormart, il salone internazionale del florovivaismo e del giardinaggio di PadovaFiere. Per l’insieme dei comuni capoluoghi di provincia, la densità calcolata come percentuale di verde urbano sulla superficie comunale, risulta essere pari all’ 8,3 per cento, anch’essa in aumento del 6 per cento rispetto al 2000. Nella classifica delle città più verdi in termini di densità di superficie si posizionano - precisa la Coldiretti - Pisa (71,9 per cento), L’Aquila (45,6 per cento), Biella (35,0 per cento), Massa (34,6 per cento) e Palermo (31,6 per cento). Il positivo aumento che - sostiene la Coldiretti - occorre continuare ad incentivare è anche dovuto ad una maggiore attenzione dei Comuni all’acquisizione di spazi, sottratti alla cementificazione. Una tendenza - precisa la Coldiretti - che recentemente ha visto anche una crescita delle aree destinate ad orti sociali per pensionati, famiglie e fattorie didattiche al fine di favorire l’educazione dei più giovani alla cura del verde e alla corretta alimentazione. In generale - precisa la Coldiretti - valori elevati dell’indicatore sono da imputare alla presenza di vasti parchi naturali, zone boscose, aree protette e riserve naturali, la cui superficie ricade nel territorio comunale. Oltre a migliorare la vivibilità delle città la diffusione di aree verdi urbane concorre alla riduzione dello smog e contribuisce ad assorbire l’anidride carbonica responsabile dei cambiamenti climatici. È anche questo l’obiettivo del progetto «Comuni fioriti», concorso nazionale organizzato da Coldiretti, Asproflor (associazione produttori florovivaisti) e Distretto Turistico dei Laghi, che premia città e borghi che più si distinguono per la cura del verde, le piante e i fiori. Il concorso si svolge tra le Amministrazioni locali che si impegnano a incentivare le fioriture pubbliche e private del loro territorio con l’obiettivo di creare occasioni di riscoperta e valorizzazione della cultura floreale. L’impegno della «comunità locale» può e dovrebbe essere a 360 gradi, con una profonda sinergia tra l’azione dell’amministrazione pubblica (fioritura di vie, piazze, strade, aree verdi, ecc.) e dei privati cittadini (cura e abbellimento di balconi, giardini privati, ecc.). L’apprezzamento dei cittadini per il verde è dimostrato dal fatto che quasi quattro italiani su dieci (37 per cento) dedicano parte del tempo libero al giardinaggio e alla cura del verde, come misura antistress, per passione o per gratificazione personale, sulla base dei dati Istat sulle attività del tempo libero pubblicati nel 2008. Si tratta di un hobby che - sottolinea la Coldiretti - coinvolge allo stesso modo maschi e femmine e che piace ai giovani considerato che è praticato da più di uno su quattro di quelli con età compresa tra i 25 e i 34 anni, anche se l’interesse aumenta con l’età e raggiunge quasi la metà degli over 65. Il florovivaismo è uno dei settori più dinamici del Made in Italy ed in base ai risultati dell’ultimo censimento dell’agricoltura in Italia - conclude la Coldiretti - risultano attive 33.181 aziende florovivaistiche per una superficie coltivata di 38.541 ettari; il 48 per cento di queste aziende si dedicano alla floricoltura, il 43 per cento al vivaismo e solo il 9 per cento a entrambe le attività, mentre i fiori più coltivati in Italia sono nell’ordine i garofani e le rose. Venezia come “Waterworld”, sommersa dall’acqua sempre più spesso e ormai senza speranza. È lo scenario apocalittico tratteggiato da uno studio condotto da Laura Carbognin, ricercatrice presso l’Istituto di Scienze Marine di Venezia, da cui emerge con nettezza un dato: il complesso (e costosissimo) sistema di barriere del Mose potrebbe non funzionare contro il fenomeno dell’acqua alta che, complice il progressivo innalzamento dei mari, potrebbe moltiplicarsi a dismisura da qui al 2100. Secondo lo studio, che ha preso in esame proprio le previsioni sui cambiamenti climatici mettendoli in relazione con il contemporaneo cedimento del terreno della città (che regge quasi tutta su pali di legno di quattro o cinque secoli fa) , l’acqua alta (ossia quando la marea supera i 110 centimetri) sarebbe non più il fastidioso inconveniente che capita, come oggi, quattro o cinque volte l’anno, ma la norma, con una frequenza stimata dalle 30 alle 250 volte in un anno. L’impatto sull’ambiente locale sarebbe considerevole: Carbognin lo definisce «un’aggressione insostenibile». Basti pensare all’inquinamento: le acque reflue e gli scarichi fognari rimarrebbero nella laguna cittadina, tra gli antichi palazzi e i portoni delle case, case che a loro volta sarebbero corrose dall’acqua salata molto più che oggi. Uno scenario inquietante, che però potrebbe addirittura essere ottimista: secondo il climatologo della Nasa Vivien Gornitz, riferisce la rivista New Scientist, il livello del mare sta crescendo più rapidamente rispetto a quanto previsto nelle stime, tanto che il MOSE, che al massimo può far fronte a 60 cm di innalzamento del livello del mare, sarebbe sicuramente insufficiente per evitare un allagamento pressoché perenne della città. Secondo Carbognin, in ogni caso, Venezia ha bisogno di un rapido sguardo sulle alternative. Ad esempio, il pompaggio di acqua di mare in una falda acquifera sotterranea a oltre 700 metri di profondità sotto la laguna, il che potrebbe «regalare» alla città 30 centimetri di terra emersa ogni decennio. La plastica finita negli oceani costituisce una minaccia non solo per il rischio di soffocamento per pesci o uccelli che vi rimangano impigliati o la inghiottano, ma anche perché rilascia sostanze tossiche in grado di influenzare la crescita e lo sviluppo delle specie marine. Come riposta il quotidiano britannico The Independent infatti i ricercatori dell’università giapponese di Chiba hanno scoperto che la plastica non è così chimicamente stabile come si riteneva quando si trova in un ambiente marino e si decompone in modo relativamente rapido dando luogo a componenti quali il Bisfenolo A e gli oligomeri a base polistirenica (Ps), sostanze che non si trovano in natura. In particolare, il bisfenolo è in grado di alterare la normale regolazione ormonale degli animali; ma anche il polistirolo - il rifiuto plastico più comune - è in grado di rilasciare numerose sostanze alcune delle quali carcinogene, come i monomeri dello stirene. «Sei milioni di persone ogni anno sono costrette a lasciare il proprio territorio a causa dei cambiamenti climatici. Un dato che per il 2050, secondo le stime dell’Unhcr, potrebbe riguardare 200/250 milioni di persone. È questo il profilo dell’emergenza umanitaria degli ecoprofughi, i nuovi migranti costretti a fuggire da desertificazione, inondazioni ed effetti del riscaldamento globale». Lo ha comunicato Legambiente in occasione di Festambiente, festival di ecologia e solidarietà organizzato a Rispescia. «Secondo le nostre stime - sottolinea l’associazione - la metà dell’onda migratoria sarà causata da catastrofi naturali. Altri 3 di milioni di persone saranno costrette ad emigrare in seguito ai progressivi cambiamenti ambientali, come l’innalzamento del livello del mare e la desertificazione». «Fino ad ora - afferma Maurizio Gubbiotti, coordinatore della segreteria nazionale di Legambiente - sono state le guerre la principale causa delle migrazioni di massa. Oggi, il riscaldamento globale rappresenta il fattore determinante. Sono circa due anni che il numero dei profughi ambientali ha superato quello dei profughi di guerra, eppure non si riesce a dar loro assistenza in maniera adeguata, perchè giuridicamente non sono riconosciuti ’rifugiatì dalla Convenzione di Ginevra». «Oltre all’immediata necessità di uno status giuridico per i profughi ambientali - prosegue Gubbiotti - la vera urgenza consiste nel capire che molte questioni legate all’ospitalità e all’accoglienza nei nostri Paesi devono in primo luogo essere affrontate attraverso un serio impegno collettivo nella lotta ai cambiamenti climatici». «Gli effetti del riscaldamento globale e dei cambiamenti climatici - osserva Gubbbiotti - sono già una drammatica realtà in molti paesi, che hanno pagato un prezzo alto per vittime e sfollati. In Brasile quest’anno sono state 1 milione le persone colpite dalle inondazioni con un numero di sfollati tra 400.000 e 600.000, mentre in 350 mila sono stati colpiti in Namibia dalla recente inondazione dovuta alle piogge torrenziali iniziate dal mese di gennaio scorso. Il 50% delle strade e il 63% dei raccolti è a rischio, con anche gravi danni all’economia e per la sussistenza: secondo l’Onu 544 mila persone potrebbero confrontarsi con un’insufficienza di cibo tra il 2009 e il 2010. Dati poco confortanti anche in Angola dove 160 mila persone hanno subito inondazioni, ma è un numero destinato a crescere. E ancora, in Myanmar il ciclone Nargis nel maggio 2008 ha fatto 140 mila vittime, colpendo anche altri 2-3 milioni di persone e costringendo 800 mila persone a sfollare». «Anche l’Italia ha iniziato a scontare gli effetti del riscaldamento globale in quanto area mondiale ’a più alta vulnerabilità in termini di perdita di zone umide e in particolare degli ecosistemi e della biodiversità marino-costierà. Legambiente stima che saranno sommersi circa 4.500 chilometri quadrati del territorio nazionale, distribuiti in prevalenza al Sud, dove si concentreranno la maggior parte delle aree che andranno incontro a una progressiva desertificazione. A maggior rischio secondo il rapporto Enea è la Sardegna con il 52% del territorio esposto al pericolo della desertificazione», conclude. Nuotatori e sub diventano specie protetta 08/23/2009
Nuoto allo stato puro. Senza paura di yacht, barche e gommoni. Insomma, solo voi e il mare. Ormai in Italia è un'esperienza rara, alzi la mano chi si spinge ancora al largo. Pochissimi. Venti bracciate e dietrofront, i milioni di italiani che in questi giorni sono al mare ormai sembrano aver rinunciato. Al massimo si nuota paralleli alla riva. Non vale la pena rischiare la pelle per allontanarsi dalla spiaggia e abbracciare tutta la costa con uno sguardo. E non sono fisime: una settimana fa a Recco, in Liguria, un sub è stato ucciso da un motoscafo pirata, come sulle strade. Le rive sono assediate da bolidi che sfrecciano a pochi metri dai bagnanti. I remi sul gommone per spingersi a riva a motori spenti? Un reperto archeologico, nessuno li usa. In molti stabilimenti - dalla Sardegna all'Adriatico, alla Liguria - a guardare il mare non provi più un senso di libertà, sembra una scacchiera segnata dalle strisce dei galleggianti: la corsia di accesso per i motori e il limite invalicabile per le imbarcazioni oggi assediano la vecchia piattaforma, traguardo eroico per generazioni di bambini alle prime sfide con il mare. Il nuoto «puro» sembra ormai attività per temerari. Certo, qualche piccola fuga è possibile. A Portovenere domani il mare sarà chiuso ai motoscafi, tutti a nuoto fino all'isola della Palmaria. Ma è solo un giorno. Per provare l'ebbrezza del nuoto (quasi) senza confini bisogna andare a Camogli. Qui a giugno è nato il Miglio Blu: 1.852 metri di nuoto libero da patemi, ma protetto, come una riserva indiana, da una corsia larga dieci metri che segue il promontorio di Portofino fino quasi a Punta Chiappa. Un unico consiglio: «I nuotatori possono lasciare scritti nome e ora di partenza sul nostro registro, così, se non li vediamo tornare, andiamo a dare un'occhiata», spiega Federico Dodero, presidente della Rari Nantes Camogli, la storica società che in bacheca ha decine di coppe e che oggi, insieme con il comune di Camogli e il parco di Portofino, ha organizzato il Miglio Blu. Decidete voi che fare, niente è obbligatorio qui, ma nel nuoto puro non sono previsti i bagnini. L'unico limite sono le vostre forze. All'inizio meglio andarci piano, dimenticatevi Michael Phelps e Federica Pellegrini che ancora avete negli occhi. Provate a nuotare ascoltando i suoni che galleggiano nell'acqua e dentro di voi. Dopo qualche decina di metri arriva puntuale quel tam-tam ripetuto, sempre più veloce: sì, è il vostro cuore. Camogli con le sue case alte, strette, come antichi grattacieli, vi scorre di fianco. L'inizio del percorso vero e proprio è sotto l'albergo Cenobio dei Dogi. E qui, per il nuotatore della domenica, arriva la prima crisi. Lucia Benevolo, 35 anni, insegnante lombarda, si aggrappa a un gavitello: «La corsia è indicata da 37 boe, una ogni cinquanta metri. Il problema è che riportano la distanza da percorrere. Mi scoraggio». Puntate lo sguardo al traguardo, consigliano gli esperti, ma Punta Chiappa, nei giorni roventi d'agosto, compare come un miraggio avvolto nella foschia. Al diavolo, ignorate le spiaggette che occhieggiano dalla vicina riva, credeteci, si può fare. Il trucco è distrarsi, guardare il fondale. Sembra di essere ai Caraibi: ecco un polpo che peserà due chili. Un banco di pesci pascola sulle rocce. L'acqua è un cristallo verde, riflette la vegetazione che si sporge sul mare. Trecento metri sono già andati. E vi tornano in mente le parole di Dodero: «Da quando si è diffusa la voce stanno arrivando appassionati da tutta Italia». La metà del percorso è raggiunta, adesso tutto sarà in discesa, anche il mare. Avanti, quindi: sopra di voi c'è la chiesa di San Rocco, più avanti San Nicolò di Capodimonte. Il mare è vostro, gli incontri sono rari: «Mi ritiro», sorride Attilio Frasca, universitario di vent’anni, e punta dritto verso una caletta deserta. Una pompata all'orgoglio che, però, subito si sgonfia quando un tipo sulla settantina vi sfreccia a fianco come un vaporetto. Vabbé, qui l'unico confronto è con se stessi. «Manca poco», si fa coraggio Rosa Alfonsi, adolescente che ha lasciato sulla spiaggia il fidanzato. Ce la farai Rosa, le case di Porto Pidocchio bracciata dopo bracciata sembrano sempre più grandi. Vai avanti, magari pensando ai tempi in cui i pallanuotisti dello storico Camogli si allenavano qui. Nell'acqua non si lasciano orme, ma pare di vederli, i grandi Giuva Baldini e Vio Marciani. «Nel Dopoguerra come piscina per gli allenamenti avevamo il mare aperto, le partite si giocavano nel porticciolo. Altri tempi, dei motoscafi che oggi assediano il Monte di Portofino neanche l'ombra. Il mare era dei nuotatori», racconta Marciani, 82 anni. Nuotare è così bello che quasi non vi accorgete di aver superato il traguardo. È fatta, in 50 minuti. Adesso non vi resta che… tornare indietro. Unica alternativa un sentiero verticale sulla montagna. Centinaia di gradini o di bracciate, a voi la scelta, la felicità va un po' scontata. |
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