Segnali sempre più evidenti di una trasformazione degli equilibri climatici si avvertono in diversi angolo della Terra. Se infatti, da una parte, in India il governo dichiara l'emergenza la siccità, visto che i monsoni si mostrano sempre più deboli e rari sottraendo così un aiuto decisivo che comunque garantiscono all'agricoltura, dall'altra la rivista scientifica Nature segnala che, negli ultimi mille anni, uragani e tempeste tropicali non sono mai state così frequenti nell'oceano Atlantico.

Il governo di New Delhi ha così dichiarato ufficialmente lo stato di siccità in 161 dei 600 distretti della nazione, mentre uno studio internazionale lancia l'allarme sull'esaurimento delle falde freatiche a causa di un eccessivo sfruttamento. A riferirlo è l'agenzia Misna, l'agenzia di stampa internazionale on-line che si avvale della collaborazione di missionari non solo cattolici sparsi in tutto il mondo.

Secondo i metereologi indiani, il nordovest del paese ha avuto un calo delle piogge monsoniche estive (che dovrebbero durare fino a metà settembre) del 42%: del36% nel nordest e del 22% nella parte meridionale del subcontinente, mentre nel centro dell'india sono state registrate il 19% di precipitazioni in meno.

Fonte di grandi disagi, alluvioni e spesso vittime, i monsoni restano di fondamentale importanza per il paese e la sua agricoltura, da cui dipende il 70% degli abitanti, mentre il 60% delle fattorie fa affidamento soprattutto sui monsoni per l'irrigazione.

Pochi giorni fa il ministro delle finanze, Pranab Mukherjee, aveva criticato gli accenti allarmistici dei media, riguardo la siccità, ricordando quella più grave del 1987, che comunque il paese riuscì ad affrontare con ogni mezzo, incluso il massiccio trasporto di acqua via treno da una parte all'altra dell'india.

Le risorse idriche e il loro sfruttamento è l'argomento di uno studio realizzato dagli idrologi dell'ente spaziale americano (nasa), in collaborazione con l`agenzia aerospaziale tedesca, attraverso l'analisi delle immagini satellitari negli stati nordoccidentali del Punjab, Delhi, Rajastan e Haryana, che sono attualmente i più colpiti dall'attuale insufficiente precipitazione.

In quella regione, abitata da 114 milioni di persone, gli esperti hanno calcolato una perdita netta, tra il 2002 e il 2008, di 109 chilometri cubi di acque sotterranee, un decimo delle riserve annuali dell'intero paese. La causa, ipotizzano gli studiosi, non è nell'attuale siccità ma presumibilmente nell'abitudine dei contadini di cercare acqua per l'irrigazione sfruttando in modo eccessivo e non regolamentato le risorse sotterranee.

Quasi all'unisono, dall'altra parte del mondo, la rivista scientifica Nature ha pubblicato uno studio frutto dell'esame dei sedimenti lasciati dagli uragani, fin dal 500 dopo Cristo, durante il loro passaggio sugli stati del Nord America e sui Caraibi.

Utilizzando modelli matematici applicati a metodi di ricerca diversi, per simulare gli eventi del passato, gli scienziati hanno scoperto che la frequenza degli uragani è sensibilmente aumentata negli ultimi 15 anni, superando nettamente la media dell'ultimo millennio.

Un aumento simile si era manifestato solo tra il 500 e l'anno 1000 a causa - a quanto sembra - delle variazioni delle correnti oceaniche conosciute con i nomi di "El Nino" e "La Nina".

Secondo il climatologo dell'università della Pennsylvania e responsabile della ricerca, Michael Mann, l'aumento degli uragani registrato nell'ultimo decennio è dovuto ai cambiamenti climatici e all'incremento della temperatura nelle acqua superficiali degli oceani. "E' una tendenza che si prevede possa peggiorare, con conseguenze gravi per le popolazioni che vivono lungo le coste", ha detto Mann.
 
 
Chiudete gli occhi e immaginate un mondo senza petrolio, dove l'energia è pulita, gli orti producono tutta la verdura di cui si ha bisogno e i supermercati vendono solo cibi a zero chilometri (cioè, prodotti in zona). Poi riapriteli e guardate meglio: un mondo del genere esiste già, è ancora piccolo e imperfetto, ma sta muovendo i primi passi.

Monteveglio, cinquemila anime in provincia di Bologna, è la prima città italiana di transizione. I suoi abitanti si stanno facendo contagiare da un gruppo di ecosognatori che hanno aderito a "Transition town", movimento nato in Irlanda nel 2005 e definito dal Guardian "un esperimento sociale su vasta scala". Oggi in Europa, Giappone, Usa, Canada, Australia, Sud Africa e Nuova Zelanda vivono persone che perseguono lo stesso obiettivo: convertire i centri abitati a un'esistenza ecologica che possa fare a meno del petrolio e dei suoi derivati. Tengono il conto dei barili di greggio estratti, sono certi che la decrescita economica ed energetica sia inevitabile, ma la vedono come un'opportunità. Non alzano la voce e non organizzano azioni dimostrative. Svuotano il mare con un secchiello.

A Monteveglio si praticano quei piccoli accorgimenti che possono migliorare la qualità della vita rispettando l'ambiente: orti in condivisione tra chi ha la terra e chi solo un terrazzo, patate in sacchi di juta per chi non ha spazio, giardini archeologici per specie ormai dimenticate. Chi non ha tempo o voglia di zappare sceglie l'agricoltura sinergica, suda all'inizio e poi guarda crescere, quasi da solo, il suo "orto pigro".

Sono decine le famiglie che aspirando all'autosufficienza alimentare riescono ad evitare i supermercati almeno per frutta e verdura. Altre si uniscono in gruppi di acquisto energetico e installano pannelli solari o impianti fotovoltaici. La vecchia tazza sbeccata, invece di essere buttata, viene affidata al mercatino del riuso che mette in contatto chi cerca e chi offre. L'euro esiste ancora, ma non sarà il solo denaro a circolare: presto potrebbe arrivare anche una moneta locale.

Cristiano Bottone, rappresentante del movimento, spiega che il contagio ecologista, partendo dal basso ha finito con il bussare in municipio: "Gli amministratori stanno lavorando a un piano di riorganizzazione energetica dell'intero paese. Stanno raccogliendo dati per capire quali sono i giorni, le ore e le strade in cui la dispersione è maggiore. Partiranno da lì per ridurre i consumi". Tra i contagiati una fattoria biologica: "Il proprietario sta pensando di trasformarla in una realtà libera dai combustibili fossili". Lentamente, passo dopo passo, in paese si sta diffondendo l'idea che si può vivere in un mondo più pulito. Basta darsi da fare.

Gli eco-sognatori di Monteveglio si sono innamorati di una filosofia nata a Kinsale in Irlanda dove insegnava Rob Hopkins, docente universitario e fondatore del movimento. Da qui l'idea di zone franche, sempre più oil free, è migrata gettando i semi al di là dell'Oceano.

Ad esempio a Sandpoint, cittadina dell'Idaho che ha dato i natali a Sarah Palin, la ex candidata repubblicana alla vicepresidenza degli Stati Uniti. Mentre lei, in Alaska, faceva infuriare gli animalisti con una foto in cui la si vedeva accanto a un'alce abbattuta, i suoi concittadini coltivavano l'orto in cooperativa e si garantivano un'autosufficienza vegetale e biologica. A Bell, in Australia, i residenti si sono messi in testa di acquistare forni a legna e dicono che a guadagnarci non è solo l'ambiente, ma anche il sapore del pane. A Totnes, cittadina inglese nota negli anni '60 come meta hippy, abitano ancora oggi diverse comunità alternative che, insieme a cittadini più tradizionalisti ma comunque ecologisti, cercano di vivere senza combustibili fossili. Hanno cominciato con l'installare su ogni tetto dei pannelli solari e sono arrivati a introdurre una moneta, la Totnes Pound, che serve per acquistare prodotti rigorosamente locali.

"Totnes è diventata la mia seconda città - spiega Ellen Bermann, presidente del movimento in Italia -, ma anche da noi la transizione sta prendendo piede. Abbiamo meno di un anno, ma in questi mesi siamo cresciuti: sempre più persone visitano il nostro sito, partecipano agli incontri, s'inventano nuove pratiche oppure promuovono quelle avviate da realtà diverse, ma con i medesimi obiettivi".

Molti dei transition townies - così si chiamano gli aderenti al movimento - sono iscritti ai Gas, gruppi di acquisto solidale, alle Banche del tempo e ad altre iniziative che considerano in sintonia con il proprio modo di vivere il presente e progettare il futuro. Tra di loro anche Jacopo Fo che, nella sua libera università di Alcatraz, ha ospitato uno dei primi incontri di transizione (VIDEO). D'altronde il padre Nobel si era già immaginato nel libro "L'apocalisse rimandata - ovvero benvenuta catastrofe" una società orfana del petrolio. Lo scambio d'informazioni - sono attivissimi su Internet con un sito wiki, cioè collaborativo - è infatti il primo passo per cambiare le comunità in cui si vive.

Per ora l'unica realtà italiana riconosciuta dalla rete internazionale è Monteveglio, ma gruppi guida sono nati a Granarolo, L'Aquila, Lucca e, ultimo in ordine di fondazione, Carimate in provincia di Bolzano. Altri si stanno organizzando in decine di comuni italiani tra cui Ferrara, Firenze, Mantova, Perugia, Reggio Emilia, Bologna, Bari e anche Palermo, Torino e Roma perché la "Transition town" non è una filosofia adatta solo a piccoli centri. Un esempio? Il quartiere di Brixton a Londra e l'intera città di Bristol.
 
 
Nel Sud del Colorado, nella Riserva indiana Ute, tre bacini d'acqua si sono colorati di verde, verde alga per esser precisi: da lì potrebbe provenire il biocarburante del futuro, un combustibile ricavato da alghe fotosintetiche riducendo al contempo le emissioni di gas-serra. Si tratta dell'impianto pilota, battezzato Coyote Gulch, di un progetto cofinanziato dall'Università di Stato del Colorado (Cus) e da una delle più ricche comunità di nativi americani, gli Ute meridionali.

Da tempo gli Ute cercavano opportunità di investimento in energie alternative che non contraddicessero le loro credenze, ad esempio quella che risorse alimentari ed energetiche non entrino in conflitto mentre al mondo si continua a morire di fame. Esclusi a priori investimenti sul bioetanolo ricavato dal mais, continuavano a ripetersi che "non tutto il verde è buono" finché non hanno incontrato il professore Bryan Willson che insegna ingegneria meccanica presso la Cus e che tre anni fa ha fondato la Solix Biofuels. "L'alga è una fonte ideale per produrre biocarburante - sostengono alla Solix - perché può essere coltivata in climi diversi, usa poca acqua e non toglie terreni all'agricoltura".

Il progetto ha subito affascinato i 1400 membri della tribù dall'ancestrale tradizione erboristica. "È una combinazione tra un vecchio modo di pensare e i tempi moderni. Ci ha ricordato i benefici delle erbe, come la radice di orso (Ligusticum porteri, ndr), che viene raccolta su queste montagne", ha detto Matthew J. Box presidente della tribù che ha investito oltre un milione di dollari in apparecchiature e finanziato per un terzo il capitale da 20 milioni di dollari della Solix. D'altra parte per portare avanti l'esperimento c'era bisogno di terra, CO2 e acqua. Ed è quello che hanno messo a disposizione gli Ute: la loro riserva si trova infatti sopra uno dei più ricchi campi di gas naturale derivato da miniere di carbone.

Il Coyote Gulch sorge proprio accanto a uno degli impianti per il trattamento del gas naturale: le emissioni di diossido di carbonio prodotte dall'industria vengono "riciclate" per nutrire le alghe e l'eccesso di calore viene usato per riscaldare le vasche di coltura di notte e in inverno. Ad accelerare la crescita delle alghe e a diminuire i costi contribuisce poi il fatto che i fotobioreattori sorgano su un altipiano dove il sole splende 300 giorni l'anno e che le alghe vengano coltivate in contenitori di plastica chiusi e allineati verticalmente.

Secondo gli esperti della Solix, le alghe coltivate nei loro fotobioreattori renderebbero ogni anno cinque volte le tonnellate di carburante per ettaro ricavate dalle colture di soia o di mais. Al lancio dell'impianto, Al Darzins, un responsabile del Centro nazionale di bioenergia del Colorado presso il Laboratorio nazionale per le energie rinnovabili, ha però ricordato che produrre un gallone (circa 4 litri) d'olio di alga costa al momento tra i 10 e i 40 dollari ma che occorrerebbe ridurre i costi a 1 o 2 dollari perché diventi commerciabile. Ed è proprio su questo terreno che si gioca la sfida tra le oltre 200 compagnie che oltre alla Solix stanno cercando la maniera più economica e efficace di estrarre "oro verde" dalle alghe.

Lo scorso dicembre anche il governo britannico ha lanciato un progetto simile, anche i colossi petroliferi stanno scendendo in campo: la Chevron già nel novembre 2007, la ExxonMobil appena un mese fa con 600 milioni di dollari, cinquanta volte il capitale della Solix. La concorrenza però non spaventa gli Ute. Fanno affari in 14 Stati e hanno comunque il migliore rating di debito. Finora non hanno mai fatto un passo falso.
 
 
Le autorità sanitarie di Wugang, nella provincia di Hunan nella Cina centrale, hanno scoperto oltre 1.300 casi sospetti di bambini colpiti da avvelenamento da piombo. E' il secondo caso in agosto. La polizia ha disposto la chiusura degli impianti della "Wugang Manganese Smelting", sospettata di essere all'origine del pericolosissimo inquinamento.

Le popolazione locale, sin dall'apertura della fabbrica - nel maggio dell'anno scorso - aveva protestato per la grande quantità di fumo e di polveri nell'aria. Nel sangue dei 1.354 bambini (circa il 70% di questi sotto i 14 anni) dei quattro villaggi vicino alla fonderia, sono stati riscontrati livelli di piombo che superano gli standard di sicurezza. Diciassette minori, che versano in condizioni gravi, sono stati ricoverati in ospedale.
 
 
E' Verbania il Comune capoluogo in testa alla classifica della raccolta differenziata: nel 2008 ha raggiunto il 73,5% sul totale dei rifiuti. A rivelarlo è il rapporto dell'Istat sugli ''Indicatori ambientali urbani''. La maglia nera invece va a Messina (3,1%), preceduta di poco da Iglesias (3,8), Palermo (4,6), Isernia (5,3) ed Enna (5,4). Napoli, protagonista negli ultimi anni di emergenze rifiuti gravissime, è al 14,5%.

Lo scorso anno sono stati 27 i Comuni che hanno raggiunto l'obiettivo del 45% di raccolta differenziata, secondo quanto disposto dalla normativa: tra i casi più clamorosi va citato quello di Salerno, passata dall'8,6% del 2007 al 48,9% del 2008. Incrementi superiori a 10 punti percentuali si registrano, tra il 2007 e il 2008, anche per Pordenone (+16,7), Biella (+15,1) e Avellino (+12,1). Sopra l'ambita soglia del 45% Novara, Asti (oltre il 60%), Belluno, Rovigo, Lecco, Gorizia, Trento, Treviso, Biella, Alessandria, Bergamo (oltre il 50%), Varese, Salerno, Reggio Emilia, Vicenza, Piacenza, Forlì, Ravenna, Udine, Sondrio, Pordenone, Lucca e Cuneo.

Nel 2008 la raccolta di rifiuti urbani nei 111 capoluoghi di provincia è stata pari a 615,8 kg per abitante (-1,1% rispetto al 2007), confermando l'andamento decrescente registrato l'anno precedente. La percentuale di differenziata risulta pari al 28,5%, 3 punti in più rispetto al 2007. A partire dal 2000 l'andamento è sempre crescente.

Sempre guardando ai dati dello scorso anno, si vede che il servizio di raccolta differenziata è ormai presente in tutti i Comuni capoluogo di provincia. Sono 91 quelli in cui è servita l'intera popolazione residente. Le percentuali, però, variano: nei comuni del Nord risulta mediamente pari al 39,9%, in quelli del Centro al 25,5% e in quelli del Mezzogiorno al 14,5%. Ma gli incrementi rispetto al 2007 si registrano ovunque: +3,3 punti percentuale nel Sud, +2,8 nel Nord e +2,7 nel Centro.

Il rapporto Istat affronta anche il capitolo acqua. Nel 2008, Agrigento è stato il Comune con il consumo pro capite di acqua più basso (35,6 metri cubici per abitante) e Massa quello con il consumo più alto (91,2 per abitante). Il consumo medio è stato di 68,4 metri cubi per abitante, in calo dell'1,9% rispetto al 2007.

E' aumentato, invece, il consumo pro capite di gas metano per uso domestico e per riscaldamento: +7,7% rispetto all'anno precedente, sui 398,0 metri cubi per abitante. In crescita anche il consumo pro capite di energia elettrica per uso domestico: +0,7% a 1.209,2 kWh per abitante.

In generale, Trento, Venezia e Bologna, per il terzo anno consecutivo, risultano i Comuni più rispettosi delle compatibilità ambientali. Bene anche Foggia e in generale le città del Centro-Nord (Biella, Terni, Belluno, Ravenna, Modena, Novara); male Olbia, Iglesias, Siracusa e Massa.
 
 
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DICE che ogni vulcano ha il suo carattere. Che ci sono i maschi, violenti ma prevedibili, e le femmine da cui non sai mai cosa aspettarti. Dice che la notte è il momento migliore per osservarli ma che ci vuole pazienza per sentire la terra che finalmente trema, respira, vive... L'eruzione di un vulcano è qualcosa di magico, un istante irripetibile che lui, da dodici anni, cattura nelle sue fotografie. Molte delle quali pubblicate sul sito Stromboli Online

GUARDA LE FOTO

Marco Fulle, di professione astrologo, è l'uomo che sorveglia i vulcani, il fotografo innamorato di zapilli e fiumi di lava. Il suo ultimo reportage cattura il risveglio del "mostro", com'è chiamato il vulcano indonesiano Anak Krakatoa, mentre illumina i cieli indonesiani tra Giava e Sumatra.

Altre spettacolari immagini, scattate a giugno, mostrano una tempesta abbattersi sul vulcano, responsabile oltre un secolo fa della più violenta eruzione della storia.

L'Anak Krakatoa, che significa "figlio di Krakatoa", sorge sui resti del terribile vulcano Krakatoa, che nel 1883 scatenò un'eruzione nella quale morirono oltre 36 mila persone. L'esplosione, 13 mila volte più potente di quella che distrusse Hiroshima durante la Seconda guerra mondiale, provocò il più grande boato mai udito dagli esseri umani - il suono si udì distintamente anche in Australia e nelle Isole Mauritius - e originò un violentissimo tsunami. La popolazione locale teme ora una nuova eruzione da parte del "figlio del mostro", che cresce senza sosta sulle ceneri del padre dal 1927.

"In realtà ci vorranno decenni, forse un secolo, perchè questo vulcano torni a essere pericoloso". Fulle infatti spiega che le sue fotografie non gli sono costate molta fatica: "E' un vulcano comodo, facilmente osservabile". Altre imprese sono state più complicate, come quando si è arrampicato su l'Ol Doinyo Lengai, un vulcano che si trova nei pressi della Rift Valley, nella Tanzania settentrionale.

In lingua Masai il suo nome significa "Montagna di Dio" e Fulle è riuscito a fotografare l'eruzione del 2008, la più violenta: "E' stato uno spettacolo unico, straordinario". Anche se, per sua stessa ammissione, le eruzioni che più lo affascinano sono quelle dell'Etna: "Gli appassionati dicono che un vulcano è femmina o maschio a seconda del carattere. Ecco, secondo me, l'Etna è femmina, molto poco prevedibile". E se lo dice lui, per cui i vulcani sono pezzi di famiglia, c'è da crederci: "Nella mia passione c'è qualcosa di genetico. Sono sempre stato affascinato dalla notte, dalle comete... E anche le eruzioni si vedono meglio con il buio".

 
 
Le foto c'erano, chiare e dettagliate. "Un metro ogni pixel", gongola Thorsten Markus, il ricercatore tedesco volato da Brema alla Nasa per combattere la battaglia dell'ambiente: "Una risoluzione così non s'era mai vista, trenta volte superiore a quelle che avevamo a disposizione: qui si vede tutto". Cioè non si vede più nulla, perché il ghiaccio di Barrow, Alaska, non c'è più, sparito, inghiottito da quel mare Artico che è sempre meno Glaciale per il surriscaldamento. Sì, le foto c'erano: mille immagini scattate dal supersatellite intorno a sei siti a rischio sull'Oceano. Peccato che quegli scatti praticamente storici, prova visibile del global warming, fossero stati nascosti, proibiti, censurati: proprio da quel George Bush che già aveva classificato come segretissimi altri studi sull'effetto serra, compreso quello firmato, anno 2004, dal suo stesso Pentagono.

Prendete Barrow: è il villaggio più a nord del mondo, nell'Alaska fino all'altro ieri governata da Sarah Palin, con un occhio più alle trivelle petrolifere che ai ghiacci. Quattromila anime affacciate sul nulla eterno, una stazione del servizio meteorologico nazionale che si arrampicò già alla fine dell'Ottocento, e soprattutto la base del Noaa, il National Oceanic and Atmosphere Administration. Ecco, adesso nelle foto desecretate il disastro si vede a occhio nudo: questo, luglio 2006, è l'Oceano davanti a Barrow come è apparso da che mondo e mondo, con la linea dei ghiacci all'orizzonte, e questa è la stessa foto scattata nel luglio 2007, nulla di nulla: la striscia bianca non c'è più.

Le foto, straordinarie davvero, sono state fatte spuntare dal cassetto da un'agenzia governativa, l'Osservatorio geologico degli Stati Uniti, a poche ore dall'allarme lanciato sul clima dall'Accademia nazionale delle scienze, in una mossa che si presume concordata con lo staff dell'amministrazione Obama. L'ambiente è uno dei punti forti del programma di Barack, che appena un mese fa ha sbandierato come una grande vittoria l'approvazione alla Camera del pacchetto clima, malgrado le critiche dei verdi più radical delusi dal Cap and Trade, il meccanismo di compravendita dei "diritti" (ovviamente costosi) di inquinamento. Ora per il piano si prevede però una dura battaglia al Senato, dove già il presidente ha il suo bel da fare con la riforma sanitaria.

Ma le foto nascoste e riapparse aprono anche un altro fronte di lotta: quello per la sopravvivenza della ricerca scientifica. Dice Jane Lubchenco del Noaa: "Immagini come queste ormai sono la prova che cerchiamo, ma la flotta dei satelliti spia non è stata rimpiazzata e ora rischiamo il collasso. Lottiamo in un campo di battaglia in cui l'America si presenta cieca". In febbraio, scrive Suzanne Goldeberg, esperta di ambiente dell'inglese Guardian, un satellite della Nasa che trasportava strumenti per produrre la prima mappa dell'emissione di carbone intorno alla Terra è caduto nell'Antartico appena tre minuti dal decollo.

Non è un segnale incoraggiante. Ora nel piano di Obama ci sono 170 milioni per recuperare il gap. Per l'istituto di ricerca che lotta nei posti più impervi, come sulla trincea del nulla di Barrow, ne servono altri 390. Bush e Cheney facevano presto a risolvere il problema: bastava nasconderlo nel cassetto. Ma oggi il clima è cambiato, anche alla Casa Bianca. Peccato che insieme ai ghiacci siano spariti anche i fondi.
 
 
Il 14 giugno qui si festeggiava "il giorno della cicogna", tornata dopo secoli di assenza a fare il nido nel Padule di Fucecchio. I pulcini dal lungo becco che pigolano sulla cima della piattaforma messa in sicurezza dall'Enel durante l'inverno sono considerati la prova vivente della possibilità di realizzare uno sviluppo sostenibile. Industria e natura vicine ma non nemiche, due facce dello stesso mondo, realtà compatibili. Un sogno tenacemente inseguito ma continuamente minacciato. Ora più che mai. Perché i 1500 ettari del Padule si trovano in una delle zone a più alto rischio ambientale d'Italia, quella della lavorazione del cuoio tra Valdera, Val di Nievole e Valdarno, un insieme di aziende specializzate che garantisce occupazione a un grosso indotto ma costituisce con i suoi scarichi inquinanti un rischio perenne per l'ecosistema.

La costruzione del depuratore che incanalerà liquami e scarti delle concerie fa discutere da anni questo pezzo di Toscana ricco di fiumi e torrenti che scendono dall'Appennino. Paludi, fossi e canali, pozze naturali e falde di superficie ingoiano tutto ciò che la terra assorbe, compresi i veleni delle manifatture e gli anticrittogamici utilizzati dai vivaisti locali. E d'estate quando le acque si ritirano gli effetti devastanti dell'incuria si mostrano agli occhi dei turisti incantati a osservare il passaggio delle 190 specie migratorie, tra cui aironi e garzaie, che abitano nella riserva protetta.
Sul depuratore la decisione definitiva sarà presa solo ad ottobre. Il progetto attuale, già cambiato rispetto all'originale, non è stato ancora sottoposto a Valutazione d'impatto ambientale.

Ce n'è abbastanza per far scattare l'allarme di ambientalisti e comitati locali. "Quell'area è vincolata da una Convenzione europea", ricorda l'assessore alla Difesa del suolo della Toscana Marco Betti. "E' necessaria la Valutazione d'incidenza, che garantisca che le condizioni del territorio non peggioreranno rispetto ad ora". Le opere di mitigazione ambientale vanno fatte prima di mettere mano all'opera, un rimedio che anticipa il male, come vuole il paradosso del verbo burocratico (per gli interventi riparatori la Regione ha già stanziato 5 milioni). Intanto la consultazione si è allargata agli abitanti di Ponte Buggianese, il comune che stabilirà la localizzazione dell'impianto. "I cittadini sono convocati in assemblea per offrire suggerimenti, proposte e, soprattutto, per discutere", spiega Betti. A settembre la parola passerà al consi-glio comunale. In quell'epoca le cicogne saranno già volate via. E chissà se la prossima estate torneranno.
 
 
Con un applauso di 140 cittadini di Casale Monferrato si è chiusa l'udienza preliminare dell'inchiesta sui quasi tremila casi tra malati e morti d'amianto alla Eternit Italia. Il gup Cristina Palmesino ha rinviato a giudizio per disastro doloso e rimozione volontaria di cautele il magnate svizzero Stephan Schmidheiny e il barone belga Jean Loui De Cartier De Marchienne. Il processo si aprirà a Torino il 10 dicembre.

L'udienza preliminare, nata da un'inchiesta della procura di Torino, riguarda i casi di esposizione all'amianto lavorato in quattro stabilimenti italiani dell'Eternit (Casale Monferrato, Cavagnolo nel Torinese, Ruviera in Emilia e Bagnoli in Campania). Il processo sarà il più grande, per numero di casi trattati e per il ruolo dei dirigenti coinvolti, mai celebrato per questioni legate all'amianto.

"Oggi è stata scritta una pagina importante nella tormentata storia dell'amianto in Piemonte, in Italia e credo in tutto il mondo". Questo il primo commento del procuratore Raffaele Guariniello all'uscita dall'aula. "C'è stato un esame approfondito da parte del gup - ha proseguito Guariniello - di tutte le questioni poste: il giudice ha ritenuto fondata la nostra impostazione tanto che ha respinto tutte le eccezioni della difesa". "Questa vicenda rimarca che in materia di sicurezza sul lavoro - ha concluso il magistrato - il ruolo della magistratura è fondamentale e serve che diventi ancora più incisivo".

"Non è una sentenza ma un decreto che dispone il giudizio", ha detto Cesare Zaccone, uno dei legali della difesa, parlando di una "decisione attesa". "Dovremo riformulare le nostre eccezioni e le nostre ragioni", ha aggiunto l'avvocato.
 
 
Le città del futuro saranno bruttine, ecologiche e lillipuziane. Le prime quattro verranno ultimate nel 2016 in Gran Bretagna, e conteranno ognuna 2500 case, tutte a consumo zero, poiché dotate delle ultime tecnologie sul risparmio energetico. Ad ogni angolo di strada sarà inoltre possibile ricaricare le auto elettriche, ovunque si potrà prendere in prestito una bicicletta e i servizi pubblici copriranno capillarmente ogni centimetro quadrato dei nuovi centri urbani. Quanto costerà edificare questi avveniristici agglomerati "verdi"? Il primo ministro Gordon Brown, che si è detto fortemente convinto dell'utilità del progetto, ha appena stanziato l'equivalente di 280 milioni di euro.

Lo scopo delle "eco-towns", così sono state battezzate dalla stampa inglese, è anzitutto didattico: i fortunati abitanti delle case pionieristiche dovranno servire da esempio agli altri cittadini del paese. In Inghilterra, infatti, oltre un quarto delle emissioni di CO2 proviene dell'energia di uso domestico. Ora, come ha spiegato Brown, "per ridurre l'impatto delle attività umane sul clima, ognuno di noi sarà primo o poi costretto a risparmiare sui bisogni di acqua, elettricità e riscaldamento". Per questo motivo, nelle quattro nuove città è previsto un consumo energetico bassissimo: ogni villetta sarà ricoperta di pannelli solari, avrà doppi vetri isolanti e disporrà di un sistema per il riciclo delle acque.

In realtà, i piani edilizi di Gordon Brown erano ben più ambiziosi. Se non ci fosse stata un'alzata di scudi da parte di numerose associazione che tutelano il paesaggio, il premier avrebbe chiesto di costruire non diecimila bensì centomila case ex novo nelle campagne inglesi. Perché, gli hanno chiesto gli attivisti, non concentrare piuttosto gli sforzi e i finanziamenti su le circa ottocentomila case che sono state abbandonate nei decenni? Il ministro delle Infrastrutture, John Healey, s'è difeso sostenendo che "il cambiamento climatico è una sfida che riguarda tutti e che le "eco-towns" rappresentano il modo per vincerla. Per ogni famiglia che vi andrà ad abitare prevediamo un risparmio di circa 600 euro l'anno".

Ma c'è ultimo scoglio che dovrà superare il governo di sua Maestà. Sono le associazioni locali, chiamate ad esprimere un parere vincolante sulla costruzione delle città ecologiche. Molte di loro si sono già schierate contro. Temono, in particolare, una carente urbanizzazione stradale attorno ai nuovi insediamenti, e di conseguenza l'intasamento delle vie di comunicazione già esistenti. Altri, invece, si preoccupano delle conseguenze sulla fauna. "Tutto questo - dice il sindaco di un antico paesino della Cornovaglia - per consentire a pochi eletti di avere in cucina un pannello luminoso che indica a che ora passa il prossimo autobus". E' difficile non condividere il suo scetticismo.
 


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