Strade interrotte e transennate con tanto di filo spinato. Sbarramenti di polizia. Divieto assoluto di scattare fotografie. Insulti e minacce. Tutto pur di nascondere il «segreto» della baia di Taiji, la città costiera a sud di Osaka, protagonista del film di Louie Psihovos e Richard O'Barry, «The Cove», premiato all'edizione 2009 del Sundace Film Festival. La pellicola racconta della mattanza di balene e soprattutto delfini che avviene ogni anno in questo angolo di Giappone. Un film documentario che da alcuni giorni è tornato ad essere drammatica realtà.

IL PRIMO «BOTTINO» - La prima battuta di pesca della stagione, iniziata ufficialmente il primo di settembre, si è conclusa con un «bottino» di un centinaio di delfini dal naso a bottiglia e di una cinquantina di balene pilota. La prefettura di Wakayama, in cui si trova la città, ha dichiarato che dei cento delfini catturati, i 40 o 50 esemplari più belli saranno venduti agli acquari, mentre gli altri saranno nuovamente rilasciati in mare. La carne di balena, invece, sarà venduta ai mercati del pesce per essere consumata. La quota assegnata ai pescatori giapponesi dalla International Whaling Commission per quest'anno è di 240 pezzi, tra delfini e balene. Sulla liberazione dei delfini non destinati all'industria dello spettacolo, però, i gruppi animalisti e ambientalisti nutrono seri dubbi.

IMMAGINI RUBATE - L'avvio della stagione è stato contrassegnato dalle proteste e dagli scontri verbali tra i sostenitori della causa animalista e i pescatori della città, che a quanto riferiscono le cronache non hanno affatto gradito l'essere diventati protagonisti di un film. La pellicola era stata realizzata di nascosto, con telecamere radiocomandate mimetizzate tra gli alberi e registrazioni subacquee, dopo che invano i due registi avevano tentato di ottenere l'autorizzazione delle autorità ad effettuare le riprese alla luce del sole. Un diniego interpretato come la volontà di non far sapere come le cose stiano veramente. Le riprese effettuate in gran segreto avevano consentito ai due registi di raccogliere immagini agghiaccianti, come altre ne erano arrivate in passato - sempre catturate di straforo dagli animalisti -, e su tutte quella ormai tristemente famosa del mare completamente colorato di rosso dal sangue degli animali arpionati. Immagini, quelle del nuovo documentario, in grado di sconvolgere gli stessi giapponesi spesso ignari di cosa ci sia dietro i pezzi di pesce già ripulito, porzionato e confezionato che si ri trovano sugli scaffali dei supermercati, come ben si vede in una scena del documentario, accolto con grande interesse in tutto il mondo ma che con tutta probabilità avrà difficoltà a fare breccia in Giappone.

BUSINESS E TRADIZIONE -
Il Paese asiatico ha sempre difeso la propria pesca tradizionale e non a caso è uno di quelli che non ha sottoscritto la moratoria internazionale contro la caccia alle balene. Caccia che le sue navi continuano regolarmente a praticare, con la scusante della cattura a scopi «scientifici». Quanto ai delfini, le autorità nipponiche e le associazioni dell'industria ittica hanno spesso fatto notare che il consumo di carne di delfino o di balena non può essere contestato dalle popolazioni occidentali, che consumano altri tipi di carne senza che questo appaia come un sacrilegio. Insomma, da una parte i delfini e dall'altra manzo e maiali. «E' esattamente la stessa cosa» dicono alcuni abitanti della zona di Taiji, nelle corrispondenze delle agenzie di stampa. Non solo: molti ricordano come la caccia ai mammiferi marini non sia soltanto un business, ma una tradizione culturale, tanto che ogni anno vengono organizzate cerimonie rituali per rendere omaggio agli spiriti dei delfini e delle balene morte.

DELFINI PER BALENE - Gli animalisti però non ci stanno e ricordano come i delfini finiscano «per sbaglio» nelle reti gettate per catturare le balene e come spesso, nei ristoranti, la carne di delfino sia spacciata come carne di balena, particolarmente ricercata e per questo più costosa. Non solo: denunciano livelli di inquinamento da mercurio particolarmente elevati per i mammiferi che vivono in queste acque e che si trasferiscono poi, di conseguenza, nei piatti degli ignari consumatori. Il massacro che si perpetua anno dopo anno, è insomma il messaggio, non è solo crudele, ma anche dannoso in primo luogo per l'uomo.
 
 
Carote, patate e cioccolato: non sono gli ingredienti di una nuova ricetta ma i materiali utilizzati per assemblare una macchina da corsa di Formula 3 ecologica. Il bolide, messo a punto dai ricercatori dell'Università di Warwick, a Coventry, dispone di un motore alimentato da estratti di cioccolato, di una carrozzeria composta di patate e fibre vegetali, e di un volante costruito tramite una speciale resina ricavata dalle carote. Il sedile è invece interamente composto di soia. Si tratta della prima macchina da corsa costruita tramite materiali eco-compatibili.

FORMULA 3-
L'automobile è in grado di raggiungere la velocità di 217,6 chilometri orari e di accelerare fino ai 96,56 chilometri orari in meno di 2,5 secondi. Per il momento ha un solo difetto: l'inusuale motore non rispetta le regole della Formula 3 che non consentono di utilizzare motori biodiesel. «È stato molto emozionante lavorare sul progetto e costruire un prototipo di macchina ecologica. In questo modo speriamo di dimostrare che è possibile ottenere una buona prestazione anche tramite un motore ecologico», ha commentato il progettista dell'auto James Meredith.
 
 
Enormi gabbie d'acciaio attraversate da una corrente elettrica a basso voltaggio: è questa una delle possibili soluzioni per frenare la scomparsa dei coralli, sempre più minacciati dai cambiamenti climatici e dall'aumento dell'inquinamento nei mari di tutto il mondo. Secondo gli scienziati del Marine Research Centre delle Maldive, citati oggi dal quotidiano britannico Guardian, con questo sistema si sono avuti risultati incoraggianti.

ALLARME ESTINZIONE - I coralli, affermano i ricercatori, ricrescono rapidamente su gabbie di acciaio sottomarine. Strutture che loro sperano possano essere d'aiuto nel rigenerare le parti di barriera corallina più pregiudicate e nel proteggere alcune parti più vulnerabili della costa dall'innalzamento del livello del mare. Le barriere coralline supportano un quarto della vita sul nostro pianeta e lo scorso mese il noto naturalista-documentarista David Attenborough aveva lanciato l'allarme: gli attuali livelli di Co2 nel mare sono ormai a livelli superiori a quelli massimi che condannano i coralli all'estinzione. Anche se le gabbie di metallo alimentate a corrente elettrica non possono essere la soluzione definitiva al drammatico, globale problema della riduzione delle barriere coralline, queste mostrano risultati promettenti in progetti finalizzati ad aree limitate, contribuendo in alcuni casi al ripristino della barriera nei punti dove i coralli svaniscono più rapidamente.

«ESCA» PER CORALLI - Un team di ricercatori nell'isola di Vabbinfaru, alle Maldive, ha depositato sul fondo marino una grande gabbia di acciaio. La struttura di 12 metri e del peso di 2 tonnellate è connessa a dei lunghi cavi che le mandano una corrente elettrica a basso livello. L'elettricità innesca una reazione chimica che porta il carbonato di calcio che si trova nell'acqua di mare a depositarsi sulla struttura. I coralli, a quanto pare, trovano la cosa «irresistibile» anche perchè usano il calcio per il loro le strutture abitative delle loro colonie e, in breve tempo, la gabbia ne è stata ricoperta.
 
 
Autovetture trasportate al largo e poi gettate in fondo al mare, in una area davanti alla costa nuorese fra le più belle, ricca di flora e fauna marina mediterranea. Un metodo pratico e sicuramente poco costoso di rottamare e smaltire veicoli (alcuni dei quali rubati e riciclati) per il quale cinque persone di Nuoro e Orosei sono state denunciate con l'accusa di ricettazione, truffa, furto, riciclaggio e inquinamento ambientale.

VICINO L'OASI DI BIDERROSA
- Gli investigatori hanno trovato in mare aperto, a poco più di un chilometro dalla costa di Cala Liberotto, su un fondale sabbioso profondo circa 30 metri, una decina di autoveicoli presumibilmente riciclati. Il sito è distante poche centinaia di metri dall'oasi naturalistica di «Biderrosa», considerata una delle più suggestive zone protette dell'Isola. Il ritrovamento è avvenuto al termine di una serie di servizi di osservazione, anche con perlustrazioni aeree, protrattisi alcuni mesi. L'operazione «Acquaparking» è stata condotta dagli agenti della Polizia di Stato di Nuoro, della Posltrada, coadiuvati dal Reparto Sommozzatori, da un elicottero del Reparto Volo di Abbasanta e da una imbarcazione d'altura ella Polmare di Olbia. Alcuni veicoli sono risultati demoliti irregolarmente e abbandonati in mare, con un danno ambientale di dimensioni considerevoli. Le indagini continuano per individuare altri complici dell'organizzazione che trasportava al largo, con palloni galleggianti che venivano trainati da imbarcazioni, le carcasse delle auto.
 
 
I cambiamenti climatici continuano a mettere a dura prova il tesoro di biodiversità del nostro pianeta. Nella categoria "a rischio" figurano anche 350 nuove specie scoperte nell'Himalaya orientale in dieci anni di ricerche. Esseri viventi come il più piccolo cervo del mondo, la rana volante e un geco che esiste da 100 milioni di anni. Nell'Himalaya orientale rischia di sparire (o modificarsi in modo irreversibile) la dimora di una varietà sorprendente di specie: 10mila vegetali, 300 specie di mammiferi, 977 di uccelli, 176 di rettili, 105 di anfibi e 269 pesci di acqua dolce. A scattare la fotografia è un dossier del Wwf, «The eastern Himalayas - Where worlds collide» (testo integrale in inglese).

DIECI ANNI DI STUDI - Lo studio riassume le scoperte fatte da diversi scienziati in dieci anni, dal 1998 al 2008, in zone remote e montuose che vanno dall'India nord-orientale all'estremo nord del Myanmar, fino al Nepal e alle regioni meridionali dell'area autonoma del Tibet. Gli esperti hanno individuato più di 350 specie fino a quel momento sconosciute nelle regioni dell'Himalaya orientale: 244 piante, 16 anfibi, 16 rettili, 14 pesci, 2 uccelli, 2 mammiferi, e almeno 60 nuovi invertebrati. Tra questi una rana color verde brillante ("Rhacophorus suffry") che utilizza i lunghi piedi rossi palmati per librarsi nell'aria, un cervo foglia ("Muntiacus putaoensis"), il più piccolo e antico del mondo, con il manto bruno chiaro e gli occhi da cerbiatto, un geco con 100 milioni di anni sulle spalle, scoperto in una miniera di ambra della Hukawang Valley, nelle regioni himalayane dell'estremo nord del Myanmar. Qui, c'è anche la più alta concentrazione di tigre del Bengala e, soprattutto, l'ultimo bastione del rinoceronte indiano.

DELFINI, GIBBONI, LEOPARDI - Proprio in questa terra l'associazione del Panda è impegnata nella difesa degli habitat di specie a rischio come il leopardo delle nevi, la tigre del Bengala, il gibbone dalle mani bianche, il leopardo nebuloso, l'elefante asiatico, il panda minore, il langur dorato, il raro delfino del Gange. «Siamo di fronte a un patrimonio di diversità culturale e biologica che è però estremamente vulnerabile e fragile - osserva Gianfranco Bologna, direttore scientifico del Wwf - e che rischiamo di perdere per sempre, a meno di non agire da subito contro i cambiamenti del clima. Un impareggiabile mosaico di diversità biologica, senza dubbio tra i più ricchi di tutto l'Oriente». Che soffre però di una estrema sensibilità ai cambiamenti climatici. L'Himalaya, dice Mariagrazia Midulla, responsabile del programma clima ed energia del Wwf, potrà essere salvata solo con «un trattato equo e coraggioso, fondato sull'alleanza tra Paesi ricchi e poveri contro la devastazione dei cambiamenti climatici, alimentati in questa parte del mondo anche da un'incontrollata deforestazione». L'appuntamento è alla Conferenza delle Nazioni Unite sul clima, a Copenaghen dal 7 al 18 dicembre, quando i leader del mondo si riuniranno per trovare un accordo su un nuovo trattato che manderà in pensione il Protocollo di Kyoto.
 
 
Potamogeton. Il nome non dirà nulla alla maggior parte di voi, ma se siete passati sui lun­garni nelle ultime settimane non avete potuto fare a meno di notarla. È la pianta acquatica che è cresciuta lungo le rive dell’Arno e che sembra soffoca­re l’acqua, aiutare il ristagno, che raccoglie sporcizia e qual­che pesce morto. Potamageton e alghe microscopiche (e forse le gigantesche cozze anodonti) sono cresciute a dismisura complice il caldo e la scarsa portata del fiume, tanto da ostacolare i canottieri quan­do remano tra Ponte Vec­chio e ponte San Niccolò. Un problema non solo «estetico», a rischio è l’ecosistema, ma presto si interverrà. Palazzo Vecchio, infat­ti, ha deciso di tagliare le piante acquatiche infestanti nel tratto tra San Niccolò e il ponte Santa trinita, ma non so­lo. Ponendo fine ad infiniti rim­palli e polemiche, lunedì firme­rà un protocollo con la Provin­cia per dividersi le spese per la pulizia e la manutenzione delle acque e delle rive, mettendo fi­nalmente chiarezza su una vi­cenda che si trascina da anni. «La fioritura delle piante, che non sono alghe come co­munemente si pensa — spiega il direttore dell’ambiente di Pa­lazzo Vecchio, Pietro Rubellini — ci è stata segnalata anche da alcuni cittadini ed effettiva­mente c’è un rischio di eutrofiz­zazione di alghe e piante nel fiume, togliendo ossigeno ai pesci e peggiorando la qualità delle acque. Così abbiamo deci­so di intervenire d’urgenza nei primi giorni di agosto, taglian­do le piante per un’azione pre­ventiva che eviti appunto ogni futuro rischio per l’Arno».

OGNI ESTATE LA STESSA STORIA - La questione dell’eccessiva cresci­ta delle piante si ripete ogni estate: perché non si è agito pri­ma? «C’è un vecchio problema di competenze non chiarite — risponde Rubellini — nel sen­so che il Comune non ha com­petenza sul regime idraulico, ma solo sulla pulitura dei ri­fiuti e le piante e le alghe non sono rifiuti. Ma la nuo­va amministrazione ha de­ciso di affrontare la que­stione e la segreteria del sindaco ci ha invitato ad agire d’urgenza. Parallela­mente — continua il massi­mo responsabile della direzio­ne ambiente — lunedì firmere­mo un protocollo con la prote­zione civile della Provincia per la divisione delle spese e per in­tervenire nei prossimi anni in maniera condivisa dal momen­to che l’eutrofizzazione può di­ventare anche un problema per il deflusso delle acque». Nessun rischio per i pesci o per la qualità dell’acqua? «No. La diga di Bilancino garantisce la corrente minima vitale del fiu­me, rilasciando sei metri cubi di acqua al secondo e dopo le piogge della primavera e di maggio e giugno la diga ha au­tonomia fino a settembre inol­trato. Comunque proprio per evitare rischi futuri vareremo il taglio d’emergenza: bastano qualche migliaia di euro, po­chi giorni e forse chiederemo aiuto ai Canottieri».

CITTADINI PREOCCUPATI - I cittadini hanno telefonato anche ad Arpat, l’ente regiona­le di controllo sull’ambiente. «Il 6 luglio siamo stati sul fiu­me ed abbiamo effettuato alcu­ni prelievi — spiegano da al­l’ente regionale — rilevando anche una forte presenza di al­ghe microscopiche cloroficee, oltre che delle piante ben visi­bili dalle spallette dell’Arno, della famiglia dei Potamoge­ton. Giovedì e venerdì effettue­remo ulteriori analisi sul fiu­me; anche perché ci è arrivata una segnalazione della presen­za di anodonti, le grandi 'coz­ze' che stanno sul fondo dei fiumi ed emergono solo quan­do sono morte». Le anodonti (che possono superare i 15 cen­timetri di lungehzza) sono «ar­rivate » nel 2008 nel Bisenzio e se la loro presenza nel tratto di Arno fiorentino fosse confer­mata significherebbe che c’è un nuovo inquilino vicino Pon­te Vecchio, meno visibile delle nutrie ma altrettanto alieno al­la storia di quello che era defi­nito il «fiume d’argento». Via le piante e il loro brutto impatto, dunque, una situazio­ne che in futuro non si dovreb­be più ripetere; via quasi tutto il Potamogeton, ma — speria­mo — senza allontare i tanti uccelli trampolieri che ormai da anni abitano l’«isola» di San Niccolò e fanno la goia di turisti e bambini.
 
 
Una clinica veterinaria dedicata solo ai cani randagi, oppure a quelli che sono stati abbandonati. Un posto, insomma, dove anche i cani senza padrone, rimasti feriti e momentaneamente accuditi da un'associazione o magari da un passante, potranno essere visitati gratuitamente da un veterinario. Un'occasione non solo per salvare vite, ma anche per evitare, ad esempio, che cani affetti da malattie finiscano per trasmettere l'infezione a molti altri.

VETERINARI IN CAMPO - L'idea di un ospedale per i randagi – il primo di questo genere in Italia - è venuta a un gruppo di medici veterinari di Ancona, coordinati dal dottor Luca Giovagnoli. Gli specialisti, insieme all'associazione di volontariato «Rapid dogs rescue» di Mantova, hanno poi lanciato una raccolta fondi su Facebook per finanziare il loro progetto. La sede della «Vet Rescue», così si chiamerà la struttura, sarà ad Ancona, in via delle Grazie 50. I lavori di ristrutturazione sono partiti in questi giorni. La clinica dovrebbe aprire al pubblico entro quattro mesi. Nel frattempo, lo staff di Giovagnoli ha già potuto realizzare degli interventi di sos su alcuni cani in difficoltà. L'obiettivo dei fondatori è di rendere la clinica un punto di riferimento a livello nazionale, soprattutto per le associazioni ambientaliste che necessitano di assistenza veterinaria e la speranza, per il futuro, è di creare centri analoghi in altre regioni. «Non è in alcun modo nostra intenzione sostituire l'operato delle Asl – scrivono i fondatori su Facebook - ma solo di facilitare la vita di quei volontari ed associazioni che ogni giorno devono sopperire alle mancanze delle stesse Asl, con i propri soldi».

EMERGENZE H24 - La clinica garantirà servizio 24 ore su 24 e i veterinari interverranno anche in caso di emergenza, di notte e nei giorni festivi. La «Vet Rescue» sarà dotata di una sala visita e di una sala chirurgica, di un laboratorio analisi e della stanza per la radiologia. Le visite gratuite saranno riservate ai randagi. Ma chi sosterrà economicamente il progetto, con una donazione minima di 35 euro, otterrà in cambio il programma vaccinale di base, per un anno, per il proprio animale domestico, più una visita di controllo annuale gratuita. Inoltre, gli studenti di veterinaria desiderosi di fare tirocinio, saranno i benvenuti. Se il progetto non dovesse andare in porto, l'intera cifra raccolta sarà devoluta all'Ente nazionale protezione animali.

GLI ISCRITTI SU FACEBOOK - La pagina dedicata alla «Vet Rescue» su Facebook ha riscosso un gran successo: 3 mila 364 iscritti, che crescono di giorno in giorno. Le donazioni, invece, latitano: meno di mille euro, per il momento. Il tempo, però, stringe: «La struttura dovrà essere completata definitivamente entro 4 mesi, pena la decadenza delle varie autorizzazioni e del progetto stesso» scrivono i responsabili della “Rapid Dogs Rescue”. Sul sito dell'associazione tutte le modalità per inviare un contributo.
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Il governo del Ghana ha firmato un accordo con una società britannica, la Helveta, per fermare l'esportazione di legname tagliato illegalmente, nella speranza di salvare le foreste del Paese dal disboscamento selvaggio. Presto, su tutti gli alberi del Ghana sarà applicato un codice a barre che consentirà di monitorare, attraverso un software specifico, eventuali esemplari mancanti.

NUOVO CONTROLLO - «Questo sistema permetterà non solo ai governi e alle aziende, ma anche alle Ong e alle Comunità locali, di controllare eventuali irregolarità», ha spiegato Fredua Agyeman, direttore tecnico per il settore delle foreste al ministero dell'Ambiente. Negli ultimi anni, il Ghana è stato uno tra i pochi Paesi africani a siglare un accordo con l'Unione europea, tra i principali importatori di legname, che prevede l'istituzione di un sistema di licenze per garantire che siano rispettate le leggi in vigore nei Paesi produttori.
 
 

Se le campagne tradizionali per la sensibilizzazione alla raccolta differenziata e al riciclaggio dei rifiuti non producono effetti positivi degni di nota, prova a scendere in campo la tecnologia. Un gruppo di ricercatori del MIT - Massachusetts Institute of Technology ha annunciato un progetto di mappatura dei rifiuti basato su speciali etichette elettroniche.

IL PROGETTO - Ogni tipologia di scarto avrà il proprio chip che monitorerà la vita dei rifiuti dal momento in cui finiscono nella pattumiera a quando vengono smaltiti definitivamente, seguendo passo dopo passo tutto il percorso dal cestino di casa fino alla discarica e oltre. Un tentativo, dunque, per rendere trasparente la catena di raccolta, sottolineando eventuali inefficenze nel sistema di smaltimento e riciclaggio.

PRIMI TEST - Le città campione che testeranno per prime il «Trash Track» - questo il nome del sistema tecnologico - saranno Seattle e New York, dove verranno analizzati costi e metodologie dell’ultimo cammino degli oggetti di uso comune, nel tentativo di aumentare la consapevolezza dei cittadini circa l’impatto ambientale della spazzatura. Il compito spetterà ad alcune famiglie volontarie che consentiranno l’applicazione delle etichette elettroniche su un campione selezionato di rifiuti. Attraverso un sistema wireless, un server centrale analizzerà in tempo reale tutti i dati provenienti dallo scarto e i primi risultati saranno pubblicamente consultabili online a partire da settembre 2009. Il testimone, poi, dovrebbe varcare l’oceano e giungere a Londra, grazie alla collaborazione del magazine New Scientist e del suo editore.

PROSPETTIVE - L’input iniziale al progetto è stato fornito dal Green NYC Initiative, che si propone di raggiungere il completo riciclaggio di rifiuti a New York entro il 2030. Un’impresa non da poco, nonostante il lungo termine, se si considera che la metropoli statunitense ricicla attualmente circa il 30 per cento della spazzatura totale. Attraverso Trash Track il MIT SENSEable City Lab, che sotto la direzione di Carlo Ratti ha sviluppato l’intero progetto, ha voluto coniugare il continuo progresso tecnologico con una delle più comuni attività umane. L’obbiettivo ultimo resta senza dubbio l’incentivazione delle persone a riflettere sui rifiuti che producono, su quanta energia viene impiegata per smaltirli e sull’effetto dannoso che un’azione spesso scontata può causare all’ambiente circostante.

 
 
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Riversare ingenti quantitativi di calce negli oceani potrebbe fermare il processo di accumulazione di anidride carbonica nell’atmosfera. Questo il nucleo centrale del progetto«Cquestrate», presentato da Tim Kruger nel corso di una conferenza sui cambiamenti climatici, organizzata dal quotidiano britannico Guardian. L’innovativa tecnica potrebbe aiutare a risolvere uno dei più pericolosi effetti collaterali delle emissioni umane di CO2, ovvero l’aumento dell’acidità delle acque oceaniche.

MARE
 - Gli oceani sono un punto chiave del ciclo naturale del biossido di carbonio. Circa la metà delle emissioni di anidride carbonica rilasciate nell’aria dall’uomo vengono, infatti, assorbite dalle acque marine. Ciò aiuta a rallentare il surriscaldamento del pianeta, ma aumenta il tasso di acidità del mare, creando una minaccia potenzialmente disastrosa per il suo ecosistema. Il progetto di Kruger punta ad aumentare la capacità degli oceani di assorbire CO2, ma in una maniera rivoluzionaria che, invece di aumentarne l’acidità, aiuti a diminuirla. Obiettivo che si può raggiungere, appunto, convertendo la pietre calcaree in calce, attraverso un processo simile a quello sfruttato dalle industrie cementifere, e riversando in mare il prodotto così ottenuto.

IL PROGETTO - La calce reagisce con il biossido di carbonio dissolto negli oceani, convertendolo in ioni di bicarbonato. Così facendo, l’acidità dell’acqua diminuisce e consente agli oceani di assorbire una maggiore quantità di CO2, contribuendo ulteriormente a ridurre il surriscaldamento climatico. Secondo Kruger «è essenziale che le nostre emissioni di anidride carbonica diminuiscano, ma potrebbe non essere una soluzione sufficiente. Bisogna predisporre un piano B per ridurre efficacemente la quantità di biossido di carbonio nell’atmosfera. E ciò va fatto ora, non solo da parte degli scienziati, ma anche dei governi e delle istituzioni».

DIFFICOLTÀ - Tuttavia, immettere grandi quantità di calce in mare è attualmente illegale. Inoltre, è lo stesso Kruger ad ammettere che gli ostacoli da superare non sono pochi. La quantità di calce da riversare ogni anno negli oceani per far fronte alla totalità delle emissioni mondiali è davvero ingente e dovrebbe aggirarsi intorno ai 10 km3. Senza dimenticare che un tale progetto avrebbe senso soltanto se l’anidride carbonica risultante dalla produzione di calce venisse catturata e smaltita alla fonte.

MANCHESTER REPORT - «Cquestrate» appartiene al gruppo dei cosiddetti progetti di geo-ingegneria che si propongono di intervenire nel sistema terrestre per contrastare i cambiamenti climatici. Quella di Kruger è una della venti innovative proposte illustrate durante la Conferenza di Manchester, una due giorni organizzata dal Guardian e dedicata alle idee più suggestive ed efficaci per salvare il pianeta, che verranno selezionate entro la prossima settimana da un gruppo di esperti incaricato di evidenziare le dieci idee più promettenti.


 


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