GLI ANFIBI sono le specie animali più minacciate. In Europa ne vivono 85 tra rane, rospi, tritoni e salamandre, di cui il 60% in declino. Una quota superiore a quella dei mammiferi (15%) o degli uccelli (13%). In Italia le specie sono 36 e 9 di queste potrebbero presto essere solo un ricordo. Un quadro allarmante - le cui cause sono la riduzione delle aree umide, l'urbanizzazione, le malattie, l'inquinamento e la caccia indiscriminata- tratteggiato da uno studio italiano pubblicato dala rivista Biological Conservation.

"L'Italia ospita il maggior numero di specie complessivo ed è quindi tra i paesi con il maggior declino", dice il biologo Pierluigi Bombi, che insieme a Manuela D'Amen della Università di Roma Tre punta ora il dito contro il cambiamento climatico, un problema sottovalutato nella conservazione degli anfibi italiani.
D'Amen e Bombi hanno studiato le 12.500 segnalazioni raccolte in più di dieci anni da volontari sparsi lungo la penisola. Grazie anche a informazioni ecologiche e immagini satellitari hanno ritratto lo stato odierno della fauna anfibia italiana.

Secondo i ricercatori il declino è maggiore nelle regioni che hanno subito forti sbalzi climatici. "Il problema sono la diminuzione di acqua e l'aumento della temperatura", dicono. Le pozze stagionali si asciugano prematuramente, e ciò impedisce la riproduzione di rospi e raganelle. "In alcune regioni in cui il calo degli anfibi era attribuito alla distruzione dell'habitat, abbiamo invece visto che la causa principale è stata il clima". Inoltre, ricordano gli scienziati, il clima favorisce l'insorgere di epidemie.

Ed ecco quindi la lista delle specie più a rischio. Le elenca Bombi: "Le specie che soffrono di più sono il discoglosso dipinto (una rana presente, in Italia, esclusivamente in Sicilia), l'ululone appenninico (un piccolo rospo con la pancia gialla) e il pelobate fosco (un rospo distribuito nella pianura padana) che sono scomparsi da oltre il 30 % dell'area che occupavano alcuni decenni fa. In particolare il pelobate fosco ha perso più della metà del suo areale anche a causa del cambiamento climatico".

Altri anfibi in declino sono la salamandra atra ed il tritone crestato, spariti dal 20% del territorio che occupavano un tempo. E diminuiscono anche il rospo comune, la rana "verde", il tritone italico e la rana italica.

Rospi e salamandre non godranno forse del favore degli italiani, ma sono importanti per l'ambiente. Per esempio limitano la proliferazione di topi ed insetti. Edoardo Razzetti, biologo presso il Museo di Storia Naturale di Pavia sottolinea: "Gli anfibi sono un patrimonio della biodiversità che dovremmo trasmettere ai nostri figli. In fondo anche la tigre siberiana non è essenziale per la sopravvivenza umana, ma pensare così vuole dire aver perso il rapporto che abbiamo con gli ambienti naturali".

Secondo D'Amen e Bombi i risultati dello studio, serviranno alle istituzioni per la tutela della fauna che regna nelle paludi e negli aquitrini italiani. Bisognerà infatti riconsiderare la protezione degli anfibi in un Mediterraneo destinato ad essere più arido e brullo. Non saremmo certo i primi a farlo, dice Bombi: "In Spagna esistono già studi sulla efficienza delle aree protette nella difesa degli anfibi, dei rettili, ed in generale della biodiversità, che tengono conto dell'impatto che avranno i cambiamenti climatici".
 
 
Lo seppelliranno vicino alla donna che gli ha dato il suo nome e che ha salvato la sua specie. Ma non subito. Per il momento, nessuno, o meglio nessun umano, può avvicinarsi al grande corpo immobile del re. I suoi sudditi lo hanno pulito, gli hanno dato l'estremo saluto e poi hanno cominciato a fargli la guardia. Gli uomini seguono la scena da rispettosa distanza. Perché non si scherza con i gorilla. Tantomeno subito dopo la morte del loro celebre sovrano. Si chiamava Titus, aveva 35 anni, pesava oltre 200 chili ed era stato a lungo il leader incontrastato dell'ultimo regno dei gorilla: le pendici del vulcano Visoke, lungo il confine del Ruanda, nel cuore dell'Africa tropicale.

Era diventato famoso grazie alla naturalista americana Dian Fossey, al documentario che lei aveva girato su di lui e la sua famiglia, "Gorillas in the mist" (Gorilla nella nebbia), al film interpretato da Segourney Weaver nel ruolo della Fossey e a un più recente documentario della Bbc intitolato "The Gorilla King".

Ora il "re dei gorilla" non c'è più. I ranger del parco nazionale del Ruanda avevano seguito (da lontano) la rapida malattia che lo ha precocemente ucciso. Ma non c'è più nemmeno la donna che gli ha dato la fama: Dian Fossey è stata assassinata nel 1985 da ignoti, nella baracca in cui dormiva vicino al vulcano, un delitto mai risolto anche se tutti i sospetti puntano sui cacciatori di frodo che la zoologa di San Francisco era riuscita a fermare prima che la specie dei gorilla diventasse estinta. Ora le autorità del parco, secondo quanto riporta la stampa britannica, aspetteranno il momento in cui sarà possibile recuperare il corpo di Titus e gli daranno sepoltura nel cimitero del centro ricerche di Karisoka, dove si trova la tomba della scienziata americana e dove continuano gli studi dei gorilla.

La Fossey era venuta a esplorare la catena di vulcani di Mikeno negli anni '70, per fare un censimento dei gorilla. Per due decenni, seguì da vicino e riuscì a stabilire un rapporto con un gruppo guidato da un grande esemplare maschio che lei aveva soprannominato "Uncle Bert", lo zio Bert.

Nel 1974, la primatologa decise di chiamare Titus uno dei figli di Bert. Cinque anni più tardi, anche il famoso documentarista e regista britannico David Attenborough entrò in contatto con la stessa famiglia di gorilla e si ritrovò a giocare con Titus, all'epoca un cucciolo, che si divertiva a saltargli sulla schiena.

Sembrava quasi gracile, invece è diventato un gigante e il leader del suo gruppo. Il re. Si sa che ha avuto più figli di ogni altro gorilla conosciuto. E a lui viene ascritto il merito di avere condotto la sua tribù in salvo, lontano dalla zona dei combattimenti, durante la guerra civile che portò al genocidio del 1983 in Ruanda. Titus fu il re dei gorilla per 15 anni. Poi, come in un dramma degno di Shakespeare, il trono fu usurpato da uno dei suoi figli, Kuryama.

Poco per volta, Titus accettò di non essere più il capo. Rimase però lo stesso nel gruppo, che continuò ad avere nei suoi confronti l'affetto e il rispetto riservati a un grande leader. I gorilla, per quanto ancora considerati una specie in pericolo, non sono più a rischio di estinzione. Sotto il vulcano del Ruanda è morto un re, e il suo popolo gli si stringe attorno.
 
 
PUR Se è una delle maggiori vagabonde dei mari, i responsabili del Centro Recupero Animali Marini del Parco Nazionale dell'Asinara, struttura del Cts nel Nord Sardegna, quasi non credevano ai loro occhi quando se la sono vista davanti. Domenica scorsa hanno dovuto soccorrere per la prima volta nella storia del centro una Chelonia mydas, la 'tartaruga verde', una specie rarissima, classificata come ad alto rischio di estinzione nella lista delle specie minacciate. Il ritrovamento della Chelonia mydas nelle acque italiane è eccezionale non soltanto perché è una specie ormai rarissima nei nostri mari, ma anche perché abita di solito la parte sud-occidentale del Mediterraneo, dove si contano pochissimi siti di nidificazione.
LE IMMAGINI

Al centro del Cts dell'Asinara la tartaruga verde è arrivata grazie alla sensibilità di una famiglia sassarese, che l'ha trovata non lontano da casa sulla spiaggia di Marritza, una parte del lungo arenile che si estende per chilometri da Porto Torres fino a Lu Bagnu, vicino a Castelsardo. La tartaruga era stremata e ormai incapace di muoversi, un arto era imbrigliato e maciullato da una lenza penetrata fino all'osso. I suoi soccorritori hanno chiamato il Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale di Sassari che ha provveduto a portare la tartaruga verde al Centro Recupero Animali Marini del Parco Nazionale dell'Asinara.

"Vista la rarità della Chelonia mydas - spiega il veterinario del centro, Daniele Denurra - avere la possibilità di salvare un esemplare è importantissimo. L'abbiamo chiamata Green, pesa 40 chilogrammi e stimiamo che abbia circa 15 anni. Le sue condizioni erano pessime quando è arrivata, adesso la stiamo trattando con antibiotici e cerchiamo di salvarle l'arto. Se però fosse necessaria l'amputazione, potrà comunque tornare a nuotare con ottime possibilità di sopravvivenza. Abbiamo già eseguito quattro interventi di questo tipo su Caretta caretta, e il loro monitoraggio dopo la liberazione mostra che riescono a reinserirsi bene in natura".

Come "Green" sia arrivata fino al Nord Sardegna lo spiega l'anomalia nella temperatura dell'acqua di quest'anno. "A questa altezza è raro trovarla - conferma Denurra - ma l'acqua è davvero più calda rispetto al passato e lo prova anche un numero molto più alto di animali che avvistiamo e soccorriamo. La tartaruga verde, al contrario della Caretta caretta, onnivora, è vegetariana e si ciba di piante acquatiche, per trovare le quali si sposta anche di 2mila chilometri rispetto ai siti di origine. Sono pochissime le spiagge del Mediterraneo dove sceglie di nidificare, soprattutto in Libano e a Cipro. La deposizione avviene ad intervalli di 2, 3 o più anni e su 100 schiuse si calcola soltanto 10 piccoli raggiungano l'età adulta. La Tartaruga verde è stata a lungo cacciata per la sua carne, le sue uova e il suo carapace e poiché il suo unico predatore naturale è lo squalo, è soltanto l'uomo a metterne a rischio l'esistenza".

Il ritrovamento di "Green" è un ottimo segnale per l'attività del Centro. "Oltre a occuparci della cura e riabilitazione degli animali - dice la responsabile Laura Pireddu - uno dei nostri compiti principali è fare educazione ambientale e sensibilizzare la popolazione e i pescatori locali. La collaborazione con l'Ente Parco dell'Asinara e l'Università di Sassari sta dando i risultati sperati e sono sempre più frequenti le segnalazioni. Non è soltanto importante che la gente sia informata su cosa deve fare se trova un animale in difficoltà, ma che sia abituata ad osservare nel modo corretto gli animali e a riferire ai centri come il nostro della loro presenza. Al momento nelle nostre vasche per l'ospedalizzazione oltre a Green ci sono quattro Caretta caretta, ma ci attrezzeremo anche per i cetacei. Sono sempre più frequenti infatti le segnalazioni di Tursiopi e stenelle e a ottobre partiremo con un progetto di monitoraggio di questi cetacei".
 
 
I cambiamenti climatici continuano a mettere a dura prova il tesoro di biodiversità del nostro pianeta. Nella categoria "a rischio" figurano anche 350 nuove specie scoperte nell'Himalaya orientale in dieci anni di ricerche. Esseri viventi come il più piccolo cervo del mondo, la rana volante e un geco che esiste da 100 milioni di anni. Nell'Himalaya orientale rischia di sparire (o modificarsi in modo irreversibile) la dimora di una varietà sorprendente di specie: 10mila vegetali, 300 specie di mammiferi, 977 di uccelli, 176 di rettili, 105 di anfibi e 269 pesci di acqua dolce. A scattare la fotografia è un dossier del Wwf, «The eastern Himalayas - Where worlds collide» (testo integrale in inglese).

DIECI ANNI DI STUDI - Lo studio riassume le scoperte fatte da diversi scienziati in dieci anni, dal 1998 al 2008, in zone remote e montuose che vanno dall'India nord-orientale all'estremo nord del Myanmar, fino al Nepal e alle regioni meridionali dell'area autonoma del Tibet. Gli esperti hanno individuato più di 350 specie fino a quel momento sconosciute nelle regioni dell'Himalaya orientale: 244 piante, 16 anfibi, 16 rettili, 14 pesci, 2 uccelli, 2 mammiferi, e almeno 60 nuovi invertebrati. Tra questi una rana color verde brillante ("Rhacophorus suffry") che utilizza i lunghi piedi rossi palmati per librarsi nell'aria, un cervo foglia ("Muntiacus putaoensis"), il più piccolo e antico del mondo, con il manto bruno chiaro e gli occhi da cerbiatto, un geco con 100 milioni di anni sulle spalle, scoperto in una miniera di ambra della Hukawang Valley, nelle regioni himalayane dell'estremo nord del Myanmar. Qui, c'è anche la più alta concentrazione di tigre del Bengala e, soprattutto, l'ultimo bastione del rinoceronte indiano.

DELFINI, GIBBONI, LEOPARDI - Proprio in questa terra l'associazione del Panda è impegnata nella difesa degli habitat di specie a rischio come il leopardo delle nevi, la tigre del Bengala, il gibbone dalle mani bianche, il leopardo nebuloso, l'elefante asiatico, il panda minore, il langur dorato, il raro delfino del Gange. «Siamo di fronte a un patrimonio di diversità culturale e biologica che è però estremamente vulnerabile e fragile - osserva Gianfranco Bologna, direttore scientifico del Wwf - e che rischiamo di perdere per sempre, a meno di non agire da subito contro i cambiamenti del clima. Un impareggiabile mosaico di diversità biologica, senza dubbio tra i più ricchi di tutto l'Oriente». Che soffre però di una estrema sensibilità ai cambiamenti climatici. L'Himalaya, dice Mariagrazia Midulla, responsabile del programma clima ed energia del Wwf, potrà essere salvata solo con «un trattato equo e coraggioso, fondato sull'alleanza tra Paesi ricchi e poveri contro la devastazione dei cambiamenti climatici, alimentati in questa parte del mondo anche da un'incontrollata deforestazione». L'appuntamento è alla Conferenza delle Nazioni Unite sul clima, a Copenaghen dal 7 al 18 dicembre, quando i leader del mondo si riuniranno per trovare un accordo su un nuovo trattato che manderà in pensione il Protocollo di Kyoto.
 
 

Nel mare nuotano anche “lampadine” viventi. Organismi marini che emanano energia, da quelli luminosi a quelli che rilasciano scariche elettriche. Milioni di anni prima del’invenzione della lampadina, infatti, la natura ha fornito a molte creature punti luce e batterie “incorporate”. Per tutelare e diffondere la cultura della biodiversità marina e gli studi sulla bioluminescenza, Enel e Marevivo hanno presentato oggi a Roma “20.000 volt sotto i mari”, un’iniziativa mirata al tema dell’energia nell’ambiente marino. Come dire che se per molti l’energia è quella ’cosà che fa accendere una lampadina, fa sì che si possa vedere la televisione o mettere in moto la lavatrice, in realtà, sotto varie forme, l’energia è presente in ogni aspetto della vita che ci circonda.

Insieme, la Società elettrica e del gas, da sempre attenta ai temi della sostenibilità ambientale, e l’Associazione ambientalista, intendono così «diffondere il significato dell’energia nell’ambiente marino, approfondendo il tema della ricchezza di biodiversità che il mare racchiude e l’importanza della sua conservazione». All’incontro hanno preso parte Rosalba Giugni, Presidente di Marevivo, Marina Migliorato, responsabile Csr rapporti con le associazioni di Enel, e Ferdinando Boero, professore del CoNisMa, il Consorzio Nazionale Interuniversitario per le Scienze del Mare, e membro del comitato scientifico di Marevivo.

«La bioluminescenza, la produzione di luce in maniera organica, permette -sottolineano Enel e Marevivo - a una miriade di organismi marini di generare luce per adescare o abbagliare, nascondersi o farsi notare, mangiare o evitare di essere mangiati, muoversi nel buio degli abissi e perfino comunicare. Questi organismi, spesso di piccole dimensioni, sono sempre più minacciati dal degrado del loro habitat.

La conoscenza di queste “lampadine” viventi e del loro ruolo fondamentale nell’ecosistema marino, può attivare una maggiore consapevolezza della necessità di tutelare il mare e le sue risorse». Come la medusa che riesce a non morire.

Ricercatori italiani hanno infatti mostrato come la medusa Turritopsis sia in grado di invertire il suo ciclo biologico, riorganizzando le sue cellule ed evitando, almeno temporaneamente, la morte. «In futuro, forse, anche questa scoperta ci potrebbe portare applicazioni inaspettate» sottolineano nel e Marevivo. «La biodiversità marina – aggiungono - è in gran parte sconosciuta. Anche le specie conosciute, come Aequorea e Turritopsis, ci riservano sorprese inaspettate. Animali percepiti di solito negativamente, come le meduse, possono diventare nostri grandi alleati».

«La ricerca di base - sottolineano ancora - è il presupposto imprescindibile per l’innovazione tecnologica in tutti i campi, incluso quello energetico. Ed è il mare a riservarci le sorprese più rilevanti». E la ricerca in questo campo ha fatto molti passi avanti.

Nel 1962 fu infatti osservata la bioluminescenza nella medusa cristallo, l’Aequorea victoria. Inizialmente fu studiata per il puro piacere della scoperta. Poi si scoprì che la Proteina Verde Fluorescente alla base del fenomeno poteva essere impiegata per la diagnostica anche in campo medico. E nel 2008 il premio Nobel per la Chimica è stato attribuito proprio agli scienziati Osamu Shimomura, Martin Chalfie e Roger Y. Tsien per le loro scoperte sulle proteine fluorescenti. Spinti dalla curiosità, Shimomura, Chalfie e Tsien hanno rivelato i misteri della bioluminescenza di Aequorea e ne hanno poi trovato importanti applicazioni.

 
 
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SI FA PRESTO a fondare un'associazione per salvare il rinoceronte, con quei cuccioli dagli occhi imploranti, o la balena, che ci incanta con le sue evoluzioni fuori dall'acqua. Ma quanti sono disposti a impegnarsi perché non si estingua un essere repellente come il necroforo americano, un coleottero che usa le carcasse di animali come nido in cui allevare i piccoli? Il bello è che nelle liste di specie minacciate dall'estinzione non ci sono solo lupi dagli occhi magnetici, tigri dal portamento maestoso e cetacei dall'intelligenza quasi umana, ma anche uccelli dai bargigli schifosi, vermi striscianti e rettili pericolosi. E i brutti hanno ottenuto fino a oggi meno attenzione e meno soldi, ma le cose, osservano gli esperti, stanno cambiando.

Gli elenchi. Il principio che ha guidato i compilatori delle liste di specie a rischio, 35 anni fa, è stato un po' quello biblico di Noè: salviamo tutti. Ma in passato sono stati parecchi gli animali lasciati fuori dall'arca perché non erano "carini" o "alla moda". Altre volte a salvare una specie non è stata la bellezza, ma la bontà delle sue carni e il suo valore economico, come nel caso dei salmoni, che hanno ottenuto negli Stati Uniti più finanziamenti per programmi di salvaguardia di altre 956 specie messe tutte insieme. Un dato parla chiaro: delle 15 specie dichiarate "salvate" dagli Stati Uniti in base a programmi di salvaguardia ci sono tre piante di cui nessuno sa il nome, due uccelli tropicali e ben 10 animali che starebbero bene su una t-shirt, quali lupi, aquile, orsi e pellicani. Al contrario, un bruttone come il condor californiano ci ha letteralmente rimesso le penne già negli anni Ottanta.

Le nuove strategie. A parlare di inversione di tendenza sono gli esperti dell'US Fish and Wildlife Service, al quale spetta almeno negli Stati Uniti di coordinare i programmi di protezione di fauna e flora. Gli addetti ai lavori assicurano che al momento i fondi vengono distribuiti tenendo conto del maggior rischio di estinzione di alcune specie. Nonostante ciò, al top della lista di quelli che ricevono più fondi ci sono i belli e commestibili, come salmoni, trote, tartarughe marine, aquile, orsi, un solo insetto e nessuna pianta.

È particolarmente indicativa la scarsa attenzione per le piante: salvare una specie vegetale significa spesso proteggerne molte altre animali, perché la scomparsa di un solo elemento nell'ecosistema interrompe un equilibrio delicato. In questo senso l'amatissimo panda è il simbolo della stretta connessione tra regno vegetale e animale: se non si salvano le foreste di bambù, non si salverà neanche chi se ne nutre. Talvolta i piani di finanziamento tengono conto di questa delicata catena: per il salmone Chinook sono stati stanziati almeno 69 milioni di dollari e di questa somma una parte è andata anche a beneficio di insetti, molluschi, piccoli crostacei che servono all'habitat del pesce.

I segnali del cambiamento, per i ricercatori americani, sono piccoli, ma esistono. Il coleottero di cui si diceva all'inizio ottiene oggi tre volte tanto in finanziamenti rispetto a dieci anni fa. E spesso molluschi, vermi e invertebrati ricevono nuova attenzione grazie al timore dei disastri del cambiamento climatico: sono loro i migliori indicatori che qualcosa non va.

La riscossa dei brutti d'Italia. Quanto accade negli Stati Uniti è emblematico di una tendenza globale. "È un problema diffuso - spiega Piero Genovesi, ricercatore dell'Istituto Superiore per la protezione e la Ricerca Ambientale - e un buon esempio è quello delle politiche di reintroduzione delle specie minacciate. In Europa in generale si è pensato a orsi, stambecchi e falchi, ben poco agli invertebrati, che invece sono il 90 per cento delle specie a rischio". Esistono in proposito politiche europee ben definite, per cui i fondi dovrebbero servire a proteggere tutte le specie minacciate e non le più carismatiche, ma poi a influire sulla scelta dei progetti sono le associazioni, le esigenze di immagine e le scelte locali. Ve lo immaginate un parco o un comune che scelgano come animale simbolo un insetto? Basta un esempio: l'orso abruzzese ha finora beneficiato di oltre 11milioni di stanziamenti per vari progetti, l'euprotto sardo (Euproctus platycephalus), un tritone endemico nell'isola, a rischio come molti altri anfibi a causa di un fungo patogeno, sembra destinato all'estinzione.

Eppure c'è speranza per i brutti: "A confermare la tendenza di un'attenzione maggiore verso specie meno conosciute e "simpatiche" - dice Genovesi - ci sono numerosi studi sui finanziamenti dei progetti di salvaguardia. Non si deve sottovalutare infatti che non sono soltanto gli animali brutti ad essere negletti, ma anche i Paesi o le regioni più povere, per cui se Australia, America del Nord ed Europa possono impegnarsi per salvare le loro specie, non succede altrettanto nei Paesi poveri. In ogni caso, a livello europeo negli ultimi anni le direttive sono state quanto mai chiare: bisogna lavorare di più sulle specie a maggiore rischio, non su quelle più belle".

 
 

Per la prima volta dopo decenni la megattera, una specie di balena particolarmente protetta, rischia di essere cacciata in Europa. La richiesta sarà avanzata dalla Danimarca per conto della Groenlandia alla Commissione Baleniera Internazionale (IWC), che si terrà dal 22 al 26 giugno a Madeira, in Portogallo, e la posizione dei 23 paesi dell’Unione Europea sarà probabilmente determinante nel decidere se le maglie della moratoria che dal 1987 difende le balene devono essere allargate.
Secondo la Whale and Dolphin Conservation Society, che ha denunciato l’iniziativa, le motivazioni della Groenlandia, intenzionata a uccidere dieci megattere all’anno in acque europee come «caccia di sussistenza», sono false perché i cetacei già cacciati dalle popolazioni locali «soddisfano ampiamente il loro bisogno alimentare tanto che la Groenlandia non utilizza le sue attuali quote né le ha utilizzate per più di un decennio. Inoltre, la carne di balena che deriva dalla caccia di sussistenza delle popolazioni indigene continua ad essere venduta commercialmente nei supermercati».
Riprendere la caccia alle megattere significherebbe colpire la specie più amata da chi fa whalewatching:  sono animali particolarmente socievoli e dunque facili da avvicinare per i milioni di turisti che ogni anno puntano i binocoli sul mare. Famose per la silhouette facilmente riconoscibile e i salti acrobatici che strappano le foto, le megattere sono diventate tanto rare che la caccia è stata vietata dal 1963, 24 anni prima che l’alt venisse esteso a tutte le balene.
Nel 2007 anche il Giappone aveva deciso di riprendere la caccia alle megattere ma era scattata la protesta ufficiale del governo australiano, schierato a fianco dei movimenti ecologisti nella difesa delle balene, animali molto amati in tutto il paese. Per bloccare la mattanza, gli australiani avevano mosso navi e aerei militari in modo da creare una vigilanza continua tra i ghiacci dell’area antartica: una campagna con foto, video, prelievi, calcoli matematici per valutare con precisione quante balene ancora sopravvivono attorno al continente di ghiaccio dopo secoli di sterminio e decenni di mutamento climatico che stanno minando le basi alimentari dei grandi cetacei.

 
 
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Balenottere azzurre, orche e squali in abbondanza al largo delle coste della Cornovaglia. In Nuova Zelanda, nello stesso periodo - parliamo dei primi dell'800 - una vita marina altrettanto ricca e diversificata, con 27mila balene australi, in quantità 30 volte maggiore rispetto a quello che rimane oggi. Esemplari che solcavano le acque dell'America del Nord talmente enormi che le loro ossa si usavano al posto del legno per costruire case. Tutto questo in tempi remoti, prima che la pesca su larga scala, accoppiata all'inquinamento e a uno sfruttamento delle risorse non certo oculato, cambiasse il panorama della vita acquatica in modo decisivo, mettendo a rischio diverse specie e facendone letteralmente "restringere" molte altre.

Ad aprire una finestra sul passato, per dare uno sguardo unico su quella che era la vita negli oceani e nei mari del mondo nei secoli scorsi, sono ora gli scienziati del Census of Marine Life, che si riuniscono a Vancouver dal 26 al 28 maggio per la seconda conferenza dedicata al passato degli oceani. Una tappa di rilievo - dopo la prima edizione di Oceans Past del 2005 in Danimarca - in vista dell'appuntamento clou del 2010, quando, a Londra, si farà il punto su dieci anni di ricerca del Census of Marine Life, consorzio internazionale scientifico che si propone di catalogare la vita marina nella sua diversità, abbondanza e distribuzione.

Mettendo insieme un'enorme quantità di dati da fonti molto diverse - vecchi registri di bordo, folklore, testi letterari, documenti legali, antichi mosaici, trofei per gli esemplari più grossi conquistati nelle gare di pesca e perfino menu di ristoranti - su un arco temporale molto ampio, esperti da tutto il mondo, soprattutto storici, hanno tratteggiato un quadro di grande abbondanza e varietà, che sfida le moderne nozioni di ciò che oggi consideriamo normale, a cui siamo abituati, pensando alla vita marina. Perché l'osservazione basata solo su dati recenti per forza di cose "altera la percezione", spiega Andy Rosenberg della Università del New Hampshire, coordinatore del progetto sulla storia della popolazione marina animale (HMAP) del Census, che presiederà la conferenza di Vancouver.

Si tratta del "primo e più completo quadro davvero globale, e si basa su studi che vanno dal Mediterraneo al Mar Rosso, dalla Nuova Zelanda ai Caraibi, dal mare del sud della Cina a Samoa e altro ancora", chiarisce a Repubblica.it il professor Poul Holm, del Trinity College di Dublino, presidente del progetto HMAP. E riserva molte sorprese: come il fatto che la pesca umana e l'impatto sulla vita marina vicino alle coste iniziò in maniera massiccia durante il Paleolitico medio, molto prima di quanto non si credesse. O che i pescatori iniziarono a solcare i mari in modo esteso nel Medioevo, quando i pesci di acqua dolce di grossa taglia cominciarono a scomparire.

Una delle maggiori rivoluzioni nella pesca, secondo la storica italiana Maria Lucia De Nicolò, dell'Università di Bologna, arrivò a metà del '600, quando le tecniche divennero più sofisticate e le navi iniziarono a trascinare in coppia le reti. Nel tempo, rivela il censimento, molto è andato perduto e le dimensioni di molti pesci sono calate in modo drammatico. Se si considera, ad esempio, la taglia media degli esemplari che si sono aggiudicati il trofeo come i più grossi nelle gare di pesca a Key West in Florida, tra gli anni 1956 e il 2007, si osserva un calo brusco, passando da 20 chili a soli 2,3.

L'ipotesi degli studiosi è che nei secoli la biodiversità abbia sofferto più in mare che sulla terra. E questo non può che far riflettere, in termini di sostenibilità e programmazione: capire la portata dei cambiamenti nel corso del tempo e i fattori che hanno provocato il declino è la chiave per interpretare quello che sta accadendo oggi, e fare proiezioni future. "Ora sappiamo che la distribuzione e l'abbondanza della popolazione animale marina è mutata drammaticamente nel corso del tempo. Qualche specie si è estinta, interi ecosistemi si sono impoveriti, forse senza rimedio", sottolinea il professor Holm. E per questo, comprendere il passato è "essenziale per sviluppare e implementare piani di recupero per gli ecosistemi danneggiati", conclude lo scienziato.

 
 
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TRA LE PIU' strane vi sono un cavalluccio marino grande come un pisello (è lungo non più di 13 millimetri) che vive in prossimità di un'isola dell'Indonesia, il più piccolo serpente del mondo (lungo 10 centimetri) che vive alle Barbados e una pianta di caffè senza caffeina dell'Africa centrale. Sono tre delle 18.516 nuove specie scoperte e censite nel 2007 dai ricercatori di tutto il mondo e inserite nella top ten 2009. Ogni anno infatti, l'International Institute for Species Exploration dell'Università dell'Arizona (Usa) e una commissione internazionale di tassonomisti (coloro che definiscono il nome di un organismo vivente di cui non si conosceva l'esistenza) realizzano il censimento delle nuove specie trovate sul pianeta e da esse scelgono le 10 considerate più "strane".

Le altre 7 che appartengono alla "top ten" sono un batterio estremofilo (ossia che vive in ambienti estremi), che si trova a suo agio nella lacca per capelli; il più "antico" vertebrato viviparo, ossia che dà alla luce organismi privi di uova, il cui pesce "madre" risale a 380 milioni di anni fa e i cui fossili sono stati scoperti nell'Australia occidentale; un pesce soprannominato il "cugino di Nemo" (dal noto film "Alla ricerca di Nemo") per il suo vivo colore blu, il quale ha il suo habitat nelle profondità della scogliera dell'isola di Ngemelis, nell'Oceano Pacifico; un gastropoco la cui conchiglia si attorciglia e si sviluppa su 4 assi e che vive in Malesia, una lumaca chiamata "fantasma", per il suo colore biancastro, la sua vita notturna e i molti misteri che ne avvolgono la vita, tra i quali il fatto di essere stata scoperta a Cardiff (Regno Unito), in un'area densamente abitata. Vi è poi il più lungo insetto del mondo, che assomiglia ad un insetto stecco, ma che dalla testa alla coda misura oltre 35 centimetri e una palma di cui non si conoscono più di 100 individui, tutti in Madagascar, i quali dopo aver dato i primi frutti muoiono e collassano.

Le migliaia di nuove specie animali e vegetali recentemente classificate entrano a far parte del milione e 800mila specie finora note sul nostro pianeta e che sono state descritte durante gli ultimi 300 anni, da quando cioè Carolus Linnaeus iniziò il complesso lavoro di classificazione di tutti gli organismi viventi. Tra le specie scoperte nel 2007 il record, con il 75%, spetta agli invertebrati, mentre solo il 7% sono vertebrati. Nel 2006 le nuove specie scoperte furono 16.969, quindi circa 1.500 in meno rispetto all'ultimo anno. Stando ad alcune proiezioni le specie sulla Terra potrebbero essere anche 5 milioni. Purtroppo però, ogni anno, scompare circa l'1-2% delle specie viventi, a causa dell'impatto dell'uomo sull'ambiente e dei veloci cambiamenti climatici in atto. Ciò significa che molti organismi viventi sono già scomparsi o scompariranno prima di poter essere scoperti dall'uomo.

 
 
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ALCUNI emettono solo pochi suoni, un po' monotoni. Altri invece sono dei virtuosi, dal canto talmente elaborato da riuscire ad incantare - e sorprendere - un pubblico particolarmente esigente. In questo caso, quello degli scienziati, che, analizzando gorgheggi e richiami degli uccelli canori sono giunti ad una inedita conclusione: il segreto della particolare abilità "melodica" di certi esemplari è legato al clima. Più questo è incerto ed imprevedibile, più gli uccelli sviluppano una capacità particolare di variare e modulare il loro canto.

Per i ricercatori, è questione di sopravvivenza. Se gli uccelli si trovano ad affrontare inverni duri, climi particolarmente asciutti o con variazioni imprevedibili, diventa più difficile per loro cavarsela e riuscire a riprodursi. Il cibo rischia di scarseggiare da un momento all'altro, e l'ambiente può diventare improvvisamente ostile. Studiando una specie particolare, il mockingbird, (mimo poliglotto), ricercatori americani hanno osservato che proprio gli esemplari che vivono in ambienti estremi tendono a cantare in modo più variato ed elaborato. "Un collegamento sorprendente", secondo il dottor Carlos Botero del National Environmental Synthesis Center, uno degli autori dello studio pubblicato su Current Biology, "che indica che il clima rivela molto del luogo in cui gli animali vivono ma anche della loro personalità e qualità".

Il canto è uno strumento di seduzione per gli uccelli, che lo utilizzano per attirare le femmine e respingere i rivali in amore. Allo stesso tempo è un codice che rivela moltissime informazioni su chi lo emette. Gli uccelli, infatti, imparano a cantare, e i risultati che raggiungono in questa abilità sono indicativi delle loro capacità mentali. In ambienti dal clima particolarmente incerto, comunicare con note melodiose e sofisticate non è solo un vezzo per gli uccelli, ma diventa un'abilità critica, perché le femmine si fanno altamente selettive nella ricerca di un compagno. E chi canta meglio, rivela di essere più adatto a sopravvivere in un ambiente difficile, mostrando la propria intelligenza ed inventiva. E quindi risulta più appetibile.

Gli studiosi - hanno partecipato alla ricerca anche il Cornell Lab of Ornithology e la McGill University - hanno analizzato il canto del mockingbird in ambienti molto diversi, dal deserto alla giungla. Le registrazioni di fischi, gorgheggi, trilli e pigolii sono state studiate e convertite via computer in sonogrammi, che permettono ai ricercatori di "vedere" il suono. Dati successivamente confrontati con database di informazioni climatiche, con precipitazioni atmosferiche e temperature relative alle diverse località. L'analisi dei dati ha lasciato pochi dubbi: gli uccelli che vivevano nelle zone più difficili e variabili climaticamente, sono risultati nettamente più abili nel canto.

La cosa ci interessa da vicino, perché qualcosa di simile accade anche per l'uomo. Si ipotizza da tempo, ricorda Botero, che alcune manifestazioni umane, come il linguaggio, la musica l'arte e la letteratura, si siano evolute come segnali di intelligenza nel processo di selezione sessuale. E i nostri dati, sottolinea lo studioso, "indicano che un processo simile si verifica negli uccelli canori". Per gli scienziati è un'opportunità in più per comprendere quali sono le forze che agiscono favorendo l'evoluzione di tratti così importanti anche per l'uomo.

 


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