ANCHE gli oceani hanno caldo. A luglio la temperatura alla superficie ha battuto il record da quando nel 1890 sono iniziate le misurazioni sistematiche. La statistica arriva dal National Climatic Data Center statunitense, secondo cui anche agosto sarebbe pronto a piazzarsi in testa alla classifica dei mesi con le acque salate più calde.

La media di tutti gli oceani, nel mese passato, ha fatto toccare al termometro i 17 gradi. Il precedente record risaliva al luglio del 1998 (16,8 gradi). E sono circa 10 anni che si viaggia costantemente al ritmo di mezzo grado oltre il valore medio del secolo scorso (16,4 gradi). Il G8 dell'Aquila fissò in due gradi la soglia di riscaldamento oltre la quale le conseguenze per l'ambiente diventerebbero catastrofiche. Ma si riferiva alle temperature globali dell'atmosfera. Rispetto all'aria, i mari rappresentano una riserva di energia termica molto più duratura e difficile da smaltire.
"Un caldo simile negli oceani non si disperderà da un anno all'altro" conferma a margine della pubblicazione dei dati Andrew Weaver dell'università di Victoria nella British Columbia. Per riscaldare l'acqua, rispetto alla terra, occorre infatti il quintuplo dell'energia. "E l'aumento della temperatura in mare influenza anche la terra. Siamo di fronte a un'altra importante conferma del cambiamento in atto". Nel Pacifico intanto sta per ripartire una nuova stagione di El Nino, la corrente oceanica calda che ogni 3-7 anni si riaffaccia ad aggravare una situazione già compromessa.

Il caldo di questi giorni sulla terraferma è l'altra faccia del caldo dei mari. E in effetti il National Climatic Data Center, sempre a luglio, ha misurato una temperatura media sui continenti di 14,81 gradi, ancora una volta più alta di mezzo grado rispetto alla norma del secolo scorso. Si tratta del nono valore di sempre. E andando a confrontare le varie tabelle, si scopre anche che l'ultimo dato che non oltrepassa la linea media del '900 (combinando il caldo a terra e nei mari) risale al 1976. Da allora tutti gli indicatori di temperatura marciano regolarmente in salita.

Tra le zone più calde del pianeta, secondo i dati statunitensi, a luglio figuravano l'Europa, il Nord Africa e la costa occidentale del Nord America. "In queste aree - si legge nel rapporto del National Climatic Data Center - la media del secolo scorso è stata superata di 2-4 gradi". Nel Mediterraneo l'anomalia della temperatura è di 1,7 gradi. E scricchiola anche il ghiaccio del Polo Nord: "L'estensione del pack artico dal 1979 a oggi si è ridotta del 6,1 per cento per ogni decade". Il mare attorno all'Artico a luglio 2009 ha vissuto uno dei riscaldamenti più incisivi: 5,6 gradi in più rispetto alla media del XX secolo.

Se la banchisa bianca vive tempi difficili, ai tropici i coralli rischiano di perdere il loro rosso. Il riscaldamento e l'aumento di acidità nei mari sono infatti all'origine del colore pallido e slavato delle barriere, che normalmente si presenta alla fine dell'estate e invece è già osservabile in alcune zone dell'America Centrale. Uno studio della Nasa del 2006 dimostrò anche che più gli oceani si riscaldano, più diminuisce la presenza di fitoplancton. Questi minuscoli organismi viventi non solo danno da mangiare ai pesci e al resto della catena alimentare, ma con la fotosintesi clorofilliana assorbono anidride carbonica dall'atmosfera. In anni normali, il loro contributo alla "ripulitura" dell'aria inquinata è addirittura equivalente a quello delle foreste sulla terraferma.
 
 
Allarme ecologico in Francia per una fuga di petrolio da un oleodotto nella riserva naturale di Coussouls de Crau, nella regione Bouches-du Rhone, vicino Marsiglia. Circa 4000 metri cubi di petrolio grezzo si sono riversati su due ettari per via della rottura dell’impianto della società Spse che fornisce le raffinerie tra Fos-sur-Mer e Karlsruhe in Germania.

Intorno alle 7.30 di questa mattina i lavoratori della riserva si sono trovati di fronte a una specie di ’geyser’ nero di tre-quattro metri di altezza che spandeva petrolio in tutta l’area circostante. La fuga è stata bloccata a fine mattinata e un perimetro di sicurezza è stato creato intorno all’area per evitare l’impatto dannoso dei vapori.

Il ministero dell’Ecologia francese ha subito parlato di «catastrofe ecologica» anche se la società ha voluto rassicurare dell’assenza di rischi per persone dovuti all’incidente. Meno ottimista il responsabile della riserva, Laurent Tatin, secondo cui questa fuga «porterà alla distruzione dell’ecosistema della riserva uccidendo alcune specie di uccelli. La situazione è stata messa subito sotto controllo da una quindicina di pompieri mentre diverse società sono giunte sul posto per le operazione di aspirazione del petrolio. Il terreno inquinato sarà successivamente rimosso. Intanto un’inchiesta giudiziaria è stata aperta dalle autorità locali per capire le cause dell’incidente. L’oleodotto della Spse ha una lunghezza di 769 chilometri con una capacità di 23 milioni di tonnellate metriche ogni anno..
 
 
Seconde case osservate speciali: è questo il tema dell’annuale rapporto di Carovana delle Alpi di Legambiente, realizzata con il contributo del ministero dell’Ambiente, del Territorio e del Mare, si concentra sulla qualità turistica delle località alpine dal particolare punto di osservazione costituito dalla quantità di seconde case, dette anche “letti freddi”, per il fatto di essere alloggi chiusi e inutilizzati per gran parte dell’anno. Il rapporto annuale stilato dalla Carovana delle Alpi, per la prima volta assembla ed interpreta i dati disponibili sulle principali località turistiche (in tutto 260 comuni dotati di significativa ricettività turistica, sparsi dalla Liguria al Friuli Venezia Giulia).

Nella classifica nazionale, il record di seconde case è detenuto dalla località piemontese di Bardonecchia, che nel suo territorio ospita ben 7.892 seconde case, a fronte di 1.429 abitazioni occupate da residenti. Ma c’è chi se la passa peggio. È il caso, restando in Piemonte, degli abitanti di Frabosa Sottana, nel cuneese: località che in passato ha inseguito il sogno di diventare grande polo dello sci e in cui oggi il cemento di ben 6600 case è un peso insopportabile per i 1390 residenti, visto che il rapporto tra seconde case e residenze è pari a 10 a 1.

Esistono intere regioni, però, come l’Alto Adige, dove le seconde case sono una presenza assolutamente marginale. La provincia sudtirolese è indicata infatti da Legambiente come un vero e proprio modello turistico di successo con una dotazione di posti letto superiore a un terzo dell’intera accoglienza turistica alpina, ma distribuita in modo così capillare da portare benefici all’intera comunità, e con una presenza di seconde case ridotta al 20% del patrimonio immobiliare delle 75 località turistiche altoatesine esaminate dal rapporto. Alto Adige vera superstar del turismo alpino quindi, nonostante qualche incrinatura, come in Val Badia e a Nova Levante dove le seconde case hanno numeri simili o superiori alle residenze.

All’estremo opposto, il quadro nazionale vede le località più cementificate concentrate nelle regioni del Nord-Ovest: i 25 comuni “top” per quantità di seconde case sono Piemontesi (8), lombardi (7), veneti (5), valdostani (3) e trentini (2).

«Abbiamo cercato di quantificare le dimensioni di un fenomeno, associato alla speculazione immobiliare, che nella percezione dei residenti è diventato sempre più un elemento di malessere - dichiara Damiano Di Simine, responsabile dell’Osservatorio Alpi di Legambiente - troppe seconde case producono degrado del paesaggio, oneri a carico delle amministrazioni locali, e spesso concorrono al declino delle stazioni turistiche montane, oltre che al generale scadimento delle condizioni di vita di paesi in cui, per gran parte dell’anno, le case chiuse prevalgono su quelle abitate dai residenti».

Il problema dell’eccesso di seconde case è presente in tutto l’Arco Alpino, ma mentre altrove, soprattutto nei Paesi di lingua tedesca, si sta cercando di arginare il fenomeno attraverso vincoli urbanistici e misure fiscali di disincentivo, da noi la speculazione immobiliare d’alta quota pare inarrestabile, ed è assecondata da provvedimenti come i condoni edilizi e l’attuale Piano casa.

«Siamo estremamente preoccupati per le conseguenze che il Piano casa, per come attuato da regioni come Lombardia, Veneto e Friuli, potrebbe determinare sulla crescita insostenibile delle volumetrie e degli alloggi utilizzati come seconde case, e per questo ci appelliamo ai sindaci affinché, ove possibile, introducano limiti all’applicazione di questa norma per tutelare non solo l’ambiente, ma anche la qualità turistica del proprio territorio», ha dichiarato il vicepresidente di Legambiente Sebastiano Venneri.

+ Piemonte maglia nera dei "letti freddi"
 
 
Per il prossimo inverno dimenticate cappotti, sciarpe, guanti. Forse basterà un maglione. La colpa, dice l’Indipendent, è tutta del ragazzino, El Niño, il fenomeno che stravolge il meteo nelle zone del Pacifico, facendo aumentare la temperatura delle acque anche di un grado e mezzo e creando pericoli per le tempeste sulle coste. Dopo tre anni di assenza, scrive il quotidiano inglese, El Niño è tornato, e i termometri sono pronti a schizzare anche in Europa.

Dove nasce
El Niño, chiamato così dai pescatori perché solitamente si verifica nel periodo natalizio, nasce nell’Oceano Pacifico, il più caldo oceano terrestre. Normalmente i venti spingono la superficie calda dell'acqua verso ovest così, al largo delle coste del Cile e del Perù, può giungere in superficie acqua fredda a rimpiazzare quella spinta via dal vento, stabilizzando la temperatura. Ogni 3-7 anni, però, il vento dell'est non arriva. La temperatura non si abbassa e un fronte di calore si propaga per migliaia di chilometri verso est. climatico e portare in superficie sostanze nutrienti che aumentano la presenza di pesce.

Gli effetti
Secondo il centro di Ricerca geofisica dell’Università di Auckland negli ultimi 50 anni le variazioni della temperatura media dello strato atmosferico più basso si sono fondamentalmente allineate alle variazioni indotte nell’Oceano Pacifico orientale dai fenomeni naturali e circa l’80% dei cambiamenti sono causati dal Niño. L'ultimo rapporto australiano, il 2 luglio, lo dava come molto probabile nel 2009, undici anni dopo quello che, nel 1998, provocò la morte di oltre 2.000 persone. Oggi, fanno sapere da Londra, è arrivato. E le cose, nel 2010, possono solo peggiorare. «Ci aspettiamo di vedere più cambiamenti climatici di quelli a cui abbiamo assistito negli ultimi anni» dice Chris Follan, del Met Office Hadley Center.

I rischi
Le zone più colpite sono l’area sud-orientale dell’Asia, i cui boschi minacciati dalla siccità e dalle fiamme, la parte costiera dell’Australia, dove a questo punto è in bilico la produzione di grano, e l'India, uno dei maggiori produttori e consumatori di prodotti che vanno dallo zucchero ai semi di soia, che sta già vivendo la stagione dei monsoni. Secondo un rapporto della Columbia University inoltre un aumento della temperatura superficiale del mare di 1°C comporta un aumento del 20% nel numero di casi di malaria. «Le condizioni hanno raggiunto un punto tale che, se dovessero continuare a questo livello per il resto dell'inverno nel sud e della primavera, il 2009 sarà considerato l'anno di El Niño» scrive il governo australiano in un rapporto fatto circolare dall’agenzia di stampa Reuters. «Non sembra essere un fenomeno debole, ma neanche qualcosa che raggiunga i livelli del 1997/1998». Gli esperti citati dall’Indipendent sostengono che, come intensità, potrebbe piazzarsi al secondo posto nella “classifica” stilata a partire dal 1923, anno in cui il Niño venne teorizzato da Sir Gilbert Thomas Walker, e che raggiungerebbe il culmine durante l’inverno. Le compagnie di assicurazioni stanno già studiando come attrezzarsi di fronte ad una catastrofe, che arriverebbe nell’anno della grande crisi economica.
 
 
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DICE che ogni vulcano ha il suo carattere. Che ci sono i maschi, violenti ma prevedibili, e le femmine da cui non sai mai cosa aspettarti. Dice che la notte è il momento migliore per osservarli ma che ci vuole pazienza per sentire la terra che finalmente trema, respira, vive... L'eruzione di un vulcano è qualcosa di magico, un istante irripetibile che lui, da dodici anni, cattura nelle sue fotografie. Molte delle quali pubblicate sul sito Stromboli Online

GUARDA LE FOTO

Marco Fulle, di professione astrologo, è l'uomo che sorveglia i vulcani, il fotografo innamorato di zapilli e fiumi di lava. Il suo ultimo reportage cattura il risveglio del "mostro", com'è chiamato il vulcano indonesiano Anak Krakatoa, mentre illumina i cieli indonesiani tra Giava e Sumatra.

Altre spettacolari immagini, scattate a giugno, mostrano una tempesta abbattersi sul vulcano, responsabile oltre un secolo fa della più violenta eruzione della storia.

L'Anak Krakatoa, che significa "figlio di Krakatoa", sorge sui resti del terribile vulcano Krakatoa, che nel 1883 scatenò un'eruzione nella quale morirono oltre 36 mila persone. L'esplosione, 13 mila volte più potente di quella che distrusse Hiroshima durante la Seconda guerra mondiale, provocò il più grande boato mai udito dagli esseri umani - il suono si udì distintamente anche in Australia e nelle Isole Mauritius - e originò un violentissimo tsunami. La popolazione locale teme ora una nuova eruzione da parte del "figlio del mostro", che cresce senza sosta sulle ceneri del padre dal 1927.

"In realtà ci vorranno decenni, forse un secolo, perchè questo vulcano torni a essere pericoloso". Fulle infatti spiega che le sue fotografie non gli sono costate molta fatica: "E' un vulcano comodo, facilmente osservabile". Altre imprese sono state più complicate, come quando si è arrampicato su l'Ol Doinyo Lengai, un vulcano che si trova nei pressi della Rift Valley, nella Tanzania settentrionale.

In lingua Masai il suo nome significa "Montagna di Dio" e Fulle è riuscito a fotografare l'eruzione del 2008, la più violenta: "E' stato uno spettacolo unico, straordinario". Anche se, per sua stessa ammissione, le eruzioni che più lo affascinano sono quelle dell'Etna: "Gli appassionati dicono che un vulcano è femmina o maschio a seconda del carattere. Ecco, secondo me, l'Etna è femmina, molto poco prevedibile". E se lo dice lui, per cui i vulcani sono pezzi di famiglia, c'è da crederci: "Nella mia passione c'è qualcosa di genetico. Sono sempre stato affascinato dalla notte, dalle comete... E anche le eruzioni si vedono meglio con il buio".

 
 
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Sociologo prestigioso e prolifico, Anthony Giddens è diventato celebre come il teorico della «terza via» incarnata dal «New Labour» britannico negli Anni 90, quando diventò un «guru» dell’allora premier Tony Blair. L’obiettivo era creare una nuova politica, che andasse oltre i dibattiti tradizionali della destra e della sinistra. Ora, nel suo ultimo saggio, «The Politics of Climate Change» - le politiche del cambiamento climatico - applica il pensiero della terza via ai cambiamenti del clima.

Si tratta di un libro eccellente e spesso brillante. Giddens traccia una serie di prospettive destinate a provocare l’intellighenzia. Tra le sue eresie, c’è quella che «gli scettici meritano e devono ottenere diritto d’ascolto» e «che il problema del riscaldamento globale non ha nulla a che fare con la salvezza della Terra». Irride, quindi, a formule ormai standard, come quella di «sviluppo sostenibile», che definisce «uno slogan piuttosto che un concetto analitico».

Allo stesso modo rifiuta l’idea del «principio di precauzione», spiegando che «può essere utilizzato per giustificare azioni opposte». Per esempio, favorire le iniziative per mitigare gli effetti delle emissioni, ma allo stesso modo, se la paura è minare la crescita economica, serve a sostenere la più totale inazione.

Giddens, d’altra parte, è chiaro nella valutazione delle politiche attuali. «Non c’è nessuna nazione che si avvicini ciò che potrebbe essere considerata come una performance efficace in termini di riduzione dei gas serra», scrive. Se si guarda la Gran Bretagna, si dichiara scettico sulle norme più recenti sui tagli alle emissioni contenute nel «Climate Change and Energy Acts».

Sbarazzandosi della retorica degli obiettivi e dei tempi, che ha finito per dominare tutte le discussioni, Giddens spiega quindi la sua prospettiva. Qui il saggio, però, è un po’ meno incisivo e si dilunga in troppe raccomandazioni scontate e in esortazioni generiche. Per esempio, sottolinea che il «cambiamento climatico debba essere privato dei contesti destra-sinistra» e aggiunge che «dipende dai governi elaborare misure incisive» senza definire come realizzarle.

Molti dei suggerimenti rivelano una frustrante imparzialità, tanto che diventa quasi impossibile interpretare la sua esatta posizione su ogni problema. Spiega, per esempio, che un adattamento credibile richiede che «si specifichino quali saranno i veri effetti del riscaldamento globale», ma aggiunge anche che dev’essere flessibile, perché «in genere non è possibile prevedere in dettaglio che cosa si dovrà affrontare e quando».

E il saggio è anche segnato da un’inaccettabile quantità di errori. Se possono essere trascurati da un lettore comune, diventano uno scomodo sassolino nella scarpa di un esperto. Tra questi, c’è l’affermazione che l’«Intergovernmental Panel on Climate Change» abbia definito una volta per tutte uno scenario per il futuro e l’altra che El Niño agisca come «moderatore» del riscaldamento indotto dall’uomo.

Ma ancora più sconcertante appare l’«hubris» accademica, quando Giddens studia un fenomeno noto - quello secondo cui le persone non affrontano una minaccia che cresce con logica incrementale, finché questa non diventa visibile, e quindi quando l’azione può essere tardiva — e lo definisce «il paradosso di Giddens». Tra gli studiosi, il concetto viene citato da decenni. Così, se c’è un «Giddens paradox», risiede nel contrasto tra la filosofia dell’autore e l’incapacità di tradurla in concrete opzioni politiche. Eppure è il superamento del paradosso che potrebbe far progredire le politiche sul clima.

Resta comunque il fatto che il saggio ha grande valore nel delineare una realtà del cambiamento climatico diversa da quella delle accademie. Oggi abbiamo disperatamente bisogno di una terza via.

 
 
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Faccia a faccia con un barracuda, ma non siamo in una laguna tropicale. Ormai questi pesci carnivori e voraci, dalla forma affusolata, si possono incontrare anche al largo della Liguria. Come l'esemplare fotografato in questi giorni a Portofino da Vittorio Innocente, che oltre ad essere un grande appassionato del mondo marino è noto anche per i numerosi record di immersione in bicicletta sui fondali. Giochi del caso, la bicicletta "subacquea" con cui il 23 luglio scorso ha raggiunto i 66,5 metri di profondità si chiama proprio "Barracuda".

Da quanto tempo si assiste alla tropicalizzazione del Mediterraneo?
"Il fenomeno non è recente, l'arrivo di specie tropicali era iniziato già con l'apertura del canale di Suez a fine Ottocento, che ha permesso il passaggio di pesci e alghe non autoctoni. Queste specie però hanno iniziato ad essere più presenti ora per via dell'innalzamento della temperatura delle acque".

E' davvero un fenomeno così consistente?
"Nella mia immersione di ieri la temperatura era di 21,7 gradi, molto al di sopra delle media stagionale. E anche in inverno, ormai, è da tempo il mare è più caldo, non mi succede più di trovare l'acqua a 12-13 gradi come qualche anno fa".

Quali sono gli effetti più evidenti sugli abitanti del mare?
"Ultimamente vedo moltissima mucillagine. Ieri ad esempio ho visto delle gorgonie completamente ricoperte e ho provato a pulirle un po' per farle "respirare", cosa che consiglio di fare - con un po' di attenzione perché sono organismi delicati - anche agli altri subacquei".

Quali specie tropicali si avvistano con più frequenza?
"Nel mar Ligure si vede spesso la donzella pavonina, e il pesce luna, una specie bellissima, che di solito passa nel mese di agosto si incontra già da aprile. Ho visto anche esemplari di sarago faraone, ma per lo più in Sicilia, vicino Cefalù. E poi sono aumentate moltissimo anche le meduse, se ne vedono banchi enormi. Per non parlare delle alghe, che proliferano per via delle acque più calde. Anche gli uccelli hanno cambiato le loro abitudini, come l'airone cinerino che in inverno non migra più, perché con la temperatura più alta trova sempre pesce. E i pescatori si lamentano, dicono che gli fa concorrenza"

I barracuda sono un incontro frequente?
"Di barracuda ce ne sono tantissimi, ora si trovano persino in pescheria e proposti nel menu di tanti ristoranti della Riviera".

Li ha mai assaggiati?
"In viaggio sull'Oceano ne ho mangiati tanti, hanno una carne bianca, delicata, molto magra".

Pensa che stiano creando dei problemi all'ecosistema?
"Sicuramente. Si tratta di pesci predatori, molto voraci, che mangiano qualsiasi cosa. E grazie alla forma allungata riescono a intrufolarsi nelle reti dei pescatori per mangiare i pesci intrappolati. Così quando si tirano su le reti rimangono solo le teste e gli scarti".

 
 
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Sos di Legambiente: la desertifcazione avanza pericolosamente nel Sud dell’Italia. Ad essere fortemente a rischio sono Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia. Situazione particolarmente grave in Sardegna, dove il pericolo desertificazione riguarda ben il 52% del territorio regionale, di cui l’11% già colpito. A forte rischio anche la Sicilia, le piccole isole e la Puglia. Questi i dati allarmanti sono stati presentati dall’organizzazione ambientalista in un recente dossier sugli ecoprofughi. «La desertificazione non riguarda solo le aree torride dell’Africa - ha dichiarato Sebastiano Venneri, vicepresidente di Legambiente - Il problema è reale e ci tocca anche molto da vicino. Senza reali cambi di marcia nelle politiche energetiche e ambientali il rischio diverrà concreto e irreversibile».

La desertificazione infatti, si può considerare come «la fase finale del degrado chimico, fisico e biologico in quanto la terra perde irreversibilmente la capacità di sostenere la produzione agricola e forestale, e anche se le piogge tornano a bagnare i suoli, il degrado, che ormai è in atto, non regredisce anzi molto spesso peggiora». Le regioni aride e semi-aride del pianeta, si legge nel dossier, rappresentano quasi il 40% della superficie emersa della Terra (5,2 miliardi di ettari) e ospitano circa due miliardi di persone. Centotrentacinque milioni di persone rischiano di essere spostate a causa della desertificazione, e di queste circa 60 milioni tra il 1997 e 2020, abbandonerà (nel primo periodo preso in considerazione ciò è già avvenuto) le zone desertificate dell’Africa subsahariana verso l’Africa settentrionale e l’Europa.

Di fatto poi il Sahara ha ormai “attraversato” il Mediterraneo, uno dei 25 hotspots mondiali per la biodiversità. Trenta milioni di ettari di terra lungo le rive del Mediterraneo sono già colpiti da desertificazione, fenomeno che mette a rischio la sopravvivenza di 6,5 milioni di persone.

Un quinto dei territori in Spagna è soggetto a desertificazione e anche il Portogallo, l’Italia e la Grecia sono colpiti seriamente dal fenomeno del quale non è immune nemmeno la Francia meridionale. Il Marocco, la Libia e la Tunisia perdono ciascuno circa 1.000 Km2 di terre produttive ogni anno, in Egitto metà delle terre arabili irrigate sono meno produttive a causa della salinizzazione dell’acqua utilizzata. Tutto l’ecosistema Mediterraneo subisce prolungati periodi di siccità e presenta una marcata tendenza all’erosione.

«La desertificazione - ha continuato Venneri - oltre a distruggere la biodiversità degli ecosistemi accentua ed accelera le problematiche connesse al global warming producendo effetti retroattivi, determinando migrazioni di popoli verso altri territori, con conseguente aumento della conflittualità sociale e di sovra popolamento nei territori scelti come rifugio, perpetuando così un circolo vizioso di causa ed effetto che mette a rischio la stessa sopravvivenza dell’uomo». Le popolazioni che vivono nelle zone più aride si trovano, infatti, implicate in un tipo di ingranaggio all’interno del quale le condizioni di vita si degradano nello stesso momento in cui i suoli subiscono le devastazioni dovute all’aumento del grado di aridità e allo sfruttamento sempre più intensivo delle terre.

«Dobbiamo considerare - ha concluso Venneri - che l’Italia negli ultimi 20 anni ha visto triplicare l’inaridimento del suolo e si stima che il 27% del territorio nazionale è a rischio desertificazione. Sono interessate soprattutto le regioni meridionali dove l’avanzata del fenomeno rappresenta una vera e propria emergenza ambientale».

 
 

Raccontano che il luogo ammutolisse perfino il logorroico Coleridge, divino poeta e oratore infaticabile innamorato delle Highland come il collega William Wordsworth. Sono passati due secoli e la vicina Glasgow ha fatto in tempo a percorrere la parabola della prima rivoluzione industriale fino al termidoro contemporaneo, ma Loch Lomond, uno dei maggiori laghi delle alture scozzesi, rimane il paradiso muschioso vagheggiato dai bardi romantici, sponde vergini, pini selvatici riflessi in decine di specchi d'acqua, una goccia che cade al rallentatore e zampilla sulla roccia, la riserva preferita dei cacciatori di silenzio. Loch Lomond è il luogo che l’americano Gordon Hempton, studioso della natura e guru dell’eco-acustica, riconosce come l’unico rimasto in Europa dove si possa stare in ascolto per un quarto d’ora consecutivo senza percepire alcun suono di origine umana.

È un riconoscimento fragile, a dire la verità, visti gli assalti della civiltà. Hempton dice che posti così, in Europa, non esistono più. Bisogna andare a cercarli altrove e lui gira il mondo per «mapparli», dall’America all’Asia. «Puoi sentire lo scintillio della luna su Loch Lomond? E il salmone che salta nella cascata? Puoi sentire le rocce che annegano nel letto del fiume? Allora conosci i suoni del silenzio», scrive, nella bacheca del sito Visit-Lochlomond, Blair, esploratore undicenne di ritorno da un campeggio stile giovani marmotte. Certo, l'incessante rumore di fondo annuncia che i torpedoni stanno arrivando anche qui. Il nuovo centro turistico Loch Lomond Shores accoglie ogni anno un milione e mezzo di visitatori e il nome di Rob Roy Macgregor, il leggendario brigante settecentesco liquidato dall’Enciclopedia Britannica come un fuorilegge sopravvalutato da Walter Scott, campeggia su T-shirt e magneti per il frigorifero. Eppure è sufficiente uscire da Balmaha, Luss, Rowardennan, Ardlui, Tarbet, dove nel 1263 approdò il re vichingo Haakon, basta lasciarsi alle spalle i villaggi che si affacciano sulle rive più «urbanizzate» per dimenticare il frastuono della ferrovia voluta dalla regina Vittoria e immergersi nella bruma ovattata del lago, memoria primordiale di una civiltà muta e dall'udito sottilissimo.

«A mezz’ora di macchina da Glasgow si apre questo scenario mozzafiato, 200 specie di uccelli, mammiferi rari, un quarto della flora silvestre del Regno Unito», racconta lo sceneggiatore tv Bill Oddie, che a Loch Lomond ha girato un documentario per BBC2. Gli escursionisti immersi nella boscaglia non parlano tra loro, bisbigliano. E non è per paura del mitologico Nessie, il mostro di Loch Ness. I suoni e le luci annegano nei 71 chilometri quadrati d'acqua in cui si riflettono i Monti Grampiani, il Ben More, il Ben Vorlich, il Ben Lomond, che significa «collina del fuoco di segnalazione», perché serviva ai clan per comunicare attraverso i falò. La voce umana è un ricordo artificiale da sovrapporre all'eco del silenzio per non dimenticare la città, come suggerisce l'antologia di versi dedicati ai laghi delle Highland «100 Favourite Scottish Poems to Read Out Loud».

«Cosa sarebbe il mondo senza l'umidità e la natura selvaggia?», scrive Gerard Manley Hopkins nella poesia intitolata Inversnaid come il piccolo paese sulla sponda nordoccidentale del Lomond. Hopkins era poco più d'un ragazzo quando gli Usa inaugurarono il primo Parco nazionale a Yellowstone. La sua Scozia avrebbe dovuto attendere un altro secolo e mezzo per avere il proprio, il Parco Loch Lomond and the Trossach, il gioiello cantato dall'antica ballata scozzese The Bonnie Banks o’Loch Lomond, diventato oggi l'ultima roccaforte europea della quiete paradisiaca, la fabbrica del silenzio. «Chissà quando durerà» sospira James MacCaig, 68 anni, insegnante di Balloch in pensione. Camminare in punta di piedi per non lasciare neppure l'impronta sul sentiero, come vorrebbero i puristi dell'acustica incontaminata, o tracciare percorsi compatibili con le querce de «La donna del Lago» di Walter Scott, ma anche con le esigenze della promettente industria turistica? Il dilemma divide la Scozia, una delle regioni più depresse della Gran Bretagna, dove gli abitanti di Glasgow hanno un'aspettativa di vita 13 anni inferiore rispetto a quella dei connazionali residenti nel quartiere londinese di Kensington&Chelsea. Il vento di Loch Lomond, signore degli ontani, delle betulle, delle rarissime acetose scozzesi, suona il silenzio.


 
 

Le immagini dell' Esa -l' agenzia spaziale europea -mostrano grossi iceberg staccarsi dal «Wilkins ice shelf » (GUARDA), una piattaforma di ghiaccio che si trova nella penisola Antartica. I ricercatori hanno affermato che il «Wilkins ice shelf» -grande quanto la Giamaica- è ha rischio di disgregarsi completamente nelle prossime settimane. La piattaforma è rimasta perlopiù stabile nel corso dell'ultimo secolo, ma ha cominciato a ritrarsi negli anni '90. Il «Wikins ice shelf» era tenuto insieme da un «ponte» di ghiaccio che legava l'isola di Charcot alla terra ferma Antartica. Ma in seguito al crollo del ponte avvenuto nelle scorse settimane, le fratture nel lato nord della piattaforma si sono ampliate e altre si sono formate per l'assestamento del ghiaccio. Secondo i dati del satellite, i primi iceberg si sono staccati venerdì scorso e da allora circa 700 km quadrati di ghiaccio sono caduti in mare.
 RISCALDAMENTO GLOBALE - « Ci sono pochi dubbi sul fatto che questi cambiamenti sono il risultato del riscaldamento dell'atmosfera nella penisola Antartica, che è stato più rapido nell'emisfero sud», ha affermato David Vaughan, ricercatore del British Antarctic Survey. « Otto piattaforme di ghiaccio lungo la penisola Antartica hanno mostrato segni di rottura negli ultimi decenni e il distaccamento del «Wilkins ice shelf» è l'ultimo e il più grande della serie» spiega lo scienziato. La piattaforma ha perso il 14 % della sua massa nel corso dello scorso anno. Secondo i dati, negli ultimi 50 anni le temperature medie nella penisola Antartica sono aumentate di due gradi e mezzo, un aumento superiore alla media globale. Nelle prossime settimane gli scienziati ritengono che il «Wikins ice shelf» perderà circa 3,3370 km quadrati di ghiaccio, un'area grande quasi quanto il Lussemburgo. La rottura delle piattaforme antartiche non provoca in sé l'aumento del livello degli oceani, perché il ghiaccio non si scioglie ma continua a galleggiare, ma insieme all'aumento della temperatura dell'acqua è un importante indicatore del cambiamento climatico in atto nel pianeta.

 


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